Mese: Febbraio 2026 Pagina 9 di 33

Chiesa cattolica | CR 1938
18 Febbraio 2026
di Redazione – Corrispondenza Romana
Riportiamo uno dei passi centrali dell’enciclica di Pio XII Ad Coeli Reginam dell’11 ottobre 1954 su La dignità regale della Santa Vergine Maria.
L’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle Sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore» (S. Ioannes Damascenus, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
Tuttavia, la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati» (Pius XI, Litt. enc. Quas primas: AAS 17(1925), p. 599; EE 5/147).
Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo». (Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus). E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò» (Eadmerus, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB).
Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza» (F. Suarez, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327).
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa «ricapitolazione» (S. Irenaeus, Adv. haer., V, 19, 1: PG 7, 1175B) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» (Pius XI, Epist. Auspicatus profecto: AAS 25(1933), p. 80) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda» (Pius XII, Litt, enc. Mystici corporis: AAS 35(1943), p. 247; EE 6/258) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?» (S. Sophronius, In Annuntiationem Beatae Mariae Virginis: PG 87, 3238D et 3242°).
E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli» (S. Germanus, Hom. II in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 98, 354B). San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre» (S. Ioannes Damascenus, Hom. I in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 96, 715A).
Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio IX di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere» (Pius IX, Bulla Ineffabilis Deus: Acta Pii IX, I, pp. 597-598; EE 2/app.).
Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita» (Ibidem, p. 618; EE 2/app). A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata Vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie (Leo XIII, Litt. enc. Adiutricem populi: AAS 28(1895-96), p.130; EE 3) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno» (Pius X, Litt. enc. Ad diem illum: AAS 36(1903-04), p. 455; EE 4/27).
Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
di Paola Muller Avvenire 22 Febbraio 2026
Abbiamo paura del silenzio. L’Ipponate non ci chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Per scoprire non solo lo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmarlo

Un ritratto di Sant’Agostino
Un’inquietudine attraversa il nostro tempo: la paura del silenzio. Lo riempiamo appena si affaccia: podcast durante la corsa, playlist mentre cuciniamo, scroll continuo nei tempi morti. La nostra epoca soffre di horror vacui, terrore del vuoto. Restare soli con noi stessi ci inquieta, nemmeno il tempo di un viaggio in metro senza auricolari. Eppure, la liturgia di questa prima domenica di Quaresima ci conduce là dove il vuoto ci fa paura: nel deserto, dove Gesù affronta le tentazioni. Un deserto che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto come necessario. È lo spazio in cui affiora ciò che abita il cuore.
Nelle Confessioni Agostino racconta il suo lungo vagabondaggio esteriore – inseguendo il successo, i piaceri, i riconoscimenti – finché non comprende che il vero viaggio è altrove: «Noli foras ire, in te ipsum redi» (La vera religione, 39.72): non andare fuori, rientra in te stesso. È nell’interiorità che abita la verità. Quel “rientrare” richiede di fare deserto attorno a sé per scoprire cosa davvero ci abita dentro. L’uomo contemporaneo fatica con questo movimento. Viviamo proiettati all’esterno: misurare, comparare, apparire. I social media hanno reso l’esteriorità una seconda natura. Esistiamo attraverso lo sguardo degli altri, validati dai like, ansiosi di aggiornare il profilo. Agostino chiamerebbe tutto questo regio dissimilitudinis (Confessioni, 7, 10.16), la regione della dissomiglianza: il luogo in cui ci siamo allontanati da noi stessi, in cui non ci riconosciamo più. Benedetto XVI parlava di «desertificazione spirituale», a proposito di quel «vuoto che si è diffuso». Riempire ogni silenzio diventa una strategia di difesa.
Il deserto quaresimale, invece, è una pedagogia del silenzio abitato. Non chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Nel deserto scopriamo non solo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmare i vuoti. Ma perché abbiamo così paura del deserto interiore? Perché intuiamo che è il luogo delle tentazioni. Il deserto non crea le tentazioni: le rivela. Ecco perché lo evitiamo. Nel rumore costante non dobbiamo affrontare ciò che portiamo dentro. Finché c’è rumore possiamo fingere che tutto vada bene. Il silenzio del deserto è spietato: ci mette di fronte a noi stessi, senza filtri. Agostino descrive con lucidità questo meccanismo. Prima della conversione – racconta – viveva «disperso nelle cose esteriori», incapace di raccogliersi. La sua vita era un continuo inseguire, fuori di sé, ciò che aveva perduto dentro di sé. Solo quando accetta di fermarsi, di fare deserto può sentire quella voce interiore che lo chiama da sempre: «Eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38). La conversione agostiniana è un riconoscimento interiore. È smettere di fuggire.
Il deserto quaresimale ci aiuta a questo: sottrarci alla dispersione. Non per annullarci, ma per ritrovarci. Contrariamente a quanto pensiamo, il deserto non è uno spazio vuoto. È uno spazio pieno – pieno di verità. Là scopriamo cosa davvero desideriamo, cosa davvero temiamo, chi davvero siamo. «L’uomo non conosce sé stesso a meno che non impari a conoscersi nella tentazione» scrive Agostino (Discorso 2.3). Le tentazioni di Gesù nel deserto ce lo mostrano. La prima – trasformare le pietre in pane – è la tentazione del bisogno immediato, della riduzione dell’esistenza a sopravvivenza. Quante volte riempiamo il silenzio perché non sopportiamo l’inquietudine, preferendo qualsiasi distrazione al confronto con la fame vera? La seconda – gettarsi dal tempio – è la tentazione dello spettacolo, del gesto eclatante che ci dispensa dalla fatica quotidiana della fedeltà. Non è forse la logica dei social, dove l’apparire conta più dell’essere? La terza – adorare il potere – è la tentazione del dominio, della soluzione violenta che promette risultati immediati. È la tentazione di chi non sopporta i lunghi tempi della trasformazione interiore.
Gesù risponde a tutte e tre le tentazioni non con argomenti filosofici ma con la Parola: riporta ogni tentazione alla Verità che lo abita. «Non credi che la parola di Dio sia pane?» (Commento al Salmo 90, 2.6), chiede Agostino. Può farlo perché nel deserto ha imparato a riconoscere quella voce. Cristo non evita la prova, la attraversa. E attraversandola in lui, impariamo che in lui siamo vincitori. Come scrive Agostino: «Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore» (Commento al Salmo 60.3). Che cosa significa? Che Cristo, assumendo la nostra carne, assume anche la nostra tentazione. Si lascia tentare non perché ne abbia bisogno ma per insegnarci a vincere. La sua vittoria diventa la nostra vittoria possibile.
La Quaresima ci offre quaranta giorni di deserto. Non necessariamente fisico, ma interiore. Piccoli deserti quotidiani. Spazi vuoti in apparenza che, in realtà, si riempiono di presenza. Una Presenza che non impone, ma attende. Questo è il frutto del deserto: discernere. Distinguere tra la voce che chiama fuori e la Voce che chiama dentro. Tra il desiderio autentico e il surrogato. Tra ciò che ci costituisce e ciò che ci disperde. Agostino lo dice con parole che attraversano i secoli: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38).
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La fuga dall’esercito di Mosca inizia con una richiesta: venite a prendermi. A rispondere sono i volontari per le evacuazioni, arrivano ai confini dell’occupazione per salvare chi è rimasto fino all’ultimo colpo di drone
Micol Flammini 21 feb 2026 – IL FOGLIO
Voloske (oblast di Dnipropetrovsk), dalla nostra inviata. Il mezzo di trasporto su cui viaggiano Andri e Vitali è un furgoncino comune, non blindato. Sotto i colpi di un drone russo rimarrebbe trafitto. Tutti i giorni persone come Andri e Vitali fanno avanti e indietro, si avvicinano alla linea del fronte, portano via gli intrappolati, coloro che hanno atteso, hanno sentito l’occupazione avvicinarsi e alla fine hanno fatto la telefonata per chiedere: venite a prendermi. Vitali, Andri e altri volontari della missione umanitaria Proliska partono, si coordinano con la polizia e con i militari, ricevono le istruzioni sulle condizioni per entrare in alcune aree particolarmente pericolose.
Quando arrivano, raccolgono vite, pezzi di storia, sentono il peso di tutto ciò che rimane indietro. Ci sono persone che hanno chiamato dopo aver trascorso mesi in cantina e quel “venite a prendermi” è una preghiera, non un ordine. Loro arrivano, con i giubbotti antiproiettile e i caschi, con la scritta “evacuazione” ben visibile sulle loro macchine, sapendo che la letalità dei droni che volano non lontano dipende unicamente da chi li manovra: “Non sai mai che tipo di russo c’è dall’altra parte. Se è un operatore umanamente normale capisce che stiamo portando via civili e non spara, un altro invece spara anche se abbiamo con noi vecchi, bambini e donne incinte”.
L’evacuazione dura pochi minuti, le persone attendono l’arrivo dei volontari e hanno tutto già pronto, “a volte montano in macchina e chiedono di tornare indietro per una borsa, ma non le lasciamo scendere. Spieghiamo: ‘La tua borsa ha un costo, costa la vita a cinque, sei persone, non le vale’”. Chiudono le portiere e filano via, sui sedili dei loro furgoncini i pianti sono più frequenti delle risa. Nessuno si porta dietro un senso di liberazione, quasi tutti si sentono appesantiti dall’incertezza. Non sanno dove andare, arrivano ai centri di transito, come quello di Voloske, aspettano qualche giorno, e vanno avanti: transitano, verso il nulla.
Quando entriamo nel centro di Voloske ci sono persone appena arrivate, altre in procinto di partire, alcune ferme da qualche giorno. Volodymyr è un omone, un volontario che sembra conoscere la storia di chiunque entra nel centro: in media sessanta persone al giorno. Volodymyr parla con calma agli altri volontari, a un anziano che chiede una birra dice con cortesia che non ci sono alcolici nel centro. Tutti i volontari hanno cambiato la loro vita per salvare altri ucraini, portarli via, lontano dal fronte e non sempre vengono ringraziati.
“A volte riceviamo segnalazioni, ci chiedono: andate a prendere mia mamma. Arriviamo e la mamma non vuole venire. Non possiamo obbligare nessuno. Spieghiamo quanto è pericoloso restare, ma loro parlano della loro mucca che non possono non nutrire, delle galline che è un peccato lasciare indietro, dei campi, della casa. Non ci rimane altre che dire loro: tutto questo se sopravvivi lo puoi riavere, una mucca, le galline, un campo. Se rimani qui, muori e non puoi avere più nulla”. La scelta è tra il passato e il futuro. Con il passato si ha sempre confidenza, con il futuro mai, “sono soprattutto i più vecchi a non voler lasciare le loro case”.
Una signora nella stanza degli anziani racconta di essere arrivata da tre giorni dal villaggio del distretto di Pokrovsk, nel Donetsk, Zelena Dolyna, tradotto: Valle Verde. Per lei, la vita è stata quel villaggio, non se ne era mai andata, tanto che ha bisogno dei documenti per proseguire il viaggio. E’ arrivata con la famiglia, ha settantotto anni e ne dimostra venti di più. Per parlare si toglie lo scialle dalla testa e inizia a raccontare: “Mi chiamo Olena Pantileevna, Pantileevna è molto raro”, le piace sottolineare quanto sia raro. “Nessuno di noi voleva andare via, sotto i bombardamenti ci rifugiavamo tutti dentro una macchina, abbiamo una Opel, una macchina forte”, dice con orgoglio. Tutti i membri della sua famiglia, cinque in tutto, stretti dentro, mentre attorno avanzava soltanto la distruzione. La macchina diventava un universo dell’illusione, proteggeva più della casa e ora è rimasta indietro, assieme al marito di Olena, che ha scelto di badare agli animali: “Dobbiamo trovare il modo di venderli”, dice. Con la famiglia si è decisa ad accettare l’evacuazione quando i bombardamenti si sono fatti quotidiani e loro erano rimasti senza gas. Olena è partita con un sacchetto, il suo futuro è tutto lì dentro.
“Ci sono zone in cui non possiamo entrare”, ammette Vitali. Quando un territorio è sotto occupazione, i volontari ovviamente non entrano. Alcune persone prendono la decisione di andarsene quando ormai è troppo tardi. Sono queste le chiamate più complesse, quando alla richiesta “venite a prendermi”, devono rispondere: “Non possiamo”. Qualcuno invece dopo l’evacuazione vuole tornare indietro, al passato. E al passato si torna da soli.
Per chi ha figli scegliere è più facile, la soluzione è una sola: partire. Tanja ha riempito un borsone in cui ci sono più pannolini che vestiti. E’ contenta di raccontare la sua storia, si muove molto velocemente, sembra che il suo corpo abbia trattenuto la velocità richiesta al momento dell’evacuazione. Si sposta, si organizza, chiama i bambini. “Non potevamo più rimanere a Nikopol, diventerà come Bakhmut”. Nikopol si trova nell’oblast di Dnipropetrovsk, Tanja non ha mai lasciato la città, ma la sua famiglia è rimasta senza luce né riscaldamento, sotto i bombardamenti che si fanno più intensi. Ha avuto paura della distruzione totale, così come l’ha vista dalle immagini di città come Bakhmut, nella regione di Donetsk, presa dai russi dopo un assedio di sette mesi.
Bakhmut è diventata il simbolo della devastazione, più di Mariupol, più di Avdiivka, la visione di cumuli di macerie, neve, nulla, di una città verticale ridotta al suolo terrorizza Tanja: “A Nikopol un uomo è stato colpito mentre andava sul monopattino, era al mercato. E’ stata centrato da un drone”. I droni russi si sono fatti più vicini nella regione di Dnipropetrovsk e in più di un caso hanno dato la caccia ai civili, come accade a Kherson, la città liberata nel novembre del 2022, in cui chi è rimasto vive relegato in casa, ha paura di uscire per timore dei droni. Tanja non vuole vivere così, ha preso i bambini, suo marito è rimasto.
Sono poche le persone che vengono evacuate e sanno dove andare, la maggior parte rimane in un limbo, sognando casa, sognando di tornare. Spesso, se possono scegliere, gli evacuati preferiscono non allontanarsi troppo, vogliono sentire il cordone del ricordo, vogliono pensare di avere la scelta di fare ritorno. Ma la possibilità di scelta per adesso non c’è, esiste soltanto la possibilità di salvezza e Vitali lo sa più di chiunque altro. Lui, Andri, Volodymyr e tutti i volontari di Proliska sono lo spartiacque di una vita altrui: per chi è pronto a guardarsi avanti sono Virgilio, per coloro che non fanno che voltarsi indietro sono Caronte. La signora Olena, Tanja con i suoi bambini, chiunque è salito sulle loro macchine, è entrato nell’Ucraina dei rifugiati, degli sradicati.
Vitali, che oggi guida verso la salvezza, è di Luhansk, faceva parte della polizia e quando i separatisti iniziarono a stabilire la dittatura di Mosca nella città capoluogo dell’oblast omonima, è stato fra i primi a doversene andare. Un uomo arrivò alla stazione di polizia e disse che ora tutti avrebbero dovuto prendere ordini da lui. Non era nessuno per darne. Chi non obbediva, e Vitali non aveva intenzione di obbedire, doveva scegliere la fuga, nottetempo. Vitali se ne andò. Ma non fuggì a Leopoli, o a Kyiv, o a Kharkiv o a Dnipro. Andò a Severodonetsk, sempre nella regione di Luhansk, conservando anche lui quel desiderio nascosto, quell’ambizione struggente di tornare un giorno a casa.
Severodonetsk è stata occupata dai russi nel giugno del 2022, e Vitali oggi è uno dei motori dell’evacuazione nella regione di Dnipropetrovsk. Ogni tanto si informa su cosa accade dentro alla sua Luhansk occupata, ha qualcuno che può raccontarglielo, non dice chi. Sa che è iniziata la ricostruzione, la città sembra un luna park post sovietico, più simile a Tiraspol che a Mosca. E ormai da lì non si può più evacuare.

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