O Maria, aurora del mondo nuovo, Madre dei viventi, affidiamo a Te la causa della vita: guarda, o Madre, al numero sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere, di poveri cui è reso difficile vivere, di uomini e donne vittime di disumana violenza, di anziani e malati uccisi dall’indifferenza o da una presunta pietà. Fa che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita. Ottieni loro la grazia di accoglierlo come dono sempre nuovo, la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa, per costruire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà ,la civiltà della verità e dell’amore, a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Salve Regina
(S. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae)
Città del Vaticano, domenica 1 febbraio 2026, 12:06 (ACI Stampa).
Finalmente il sole splende su Roma. E così, grazie anche a una temperatura gradevole, i fedeli si addensano nella piazza di San Pietro. Tantissimi, come ogni domenica. E’ il momento dell’Angelus. Papa Leone, prima della preghiera mariana, si rivolge ai fedeli concentrando la sua meditazione sulla liturgia di oggi: quella “pagina splendida della Buona Notizia che Gesù annuncia per tutta l’umanità: il Vangelo delle Beatitudini. Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo” così esordisce il pontefice.
E continua: “Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti , perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito”. Così come solo Dio può “saziare chi cerca pace e giustizia perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna”. Così come “solo in Dio i miti, i misericordiosi ei puri di cuore trovano gioia perché Egli è il compimento della loro attesa”.
E ancora papa Leone XIV si concentra sulla pagina evangelica delle Beatitudini che, per papa Leone XIV, “ restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela”. Tutta la speranza deve risiedere in Cristo, non certamente nei potenti, per il pontefice. Cristo che “è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.
Per questi motivi, Gesù è colui che “illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi”. E’ Dio a donare speranza “anzitutto a chi il mondo scarta come disperato” ricorda il pontefice. Ed è così che le Beatitudini “diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti “a causa di Cristo” (cfr v. 11) e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione”, conclude papa Leone XIV.
E poi, dopo la recita della preghiera mariana, alcuni importanti appelli. Si riferisce alla delicata questione di Cuba di questi giorni: “Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini”. Il pontefice si unisce “al messaggio dei Vescovi cubani invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano”. Invoca “la Virgen della Carità del Cobre” che possa partecipare e proteggere “tutti i figli di quella amata terra”.
E, ancora: “Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera del Nordkiv nella Repubblica Democratica del Congo”.
Così come il suo pensiero corre ancora una volta al Portogallo e all’Italia meridionale. Senza dimenticare anche le “popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni”.
Ricorda, inoltre, che oggi in Italia è la “giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo. Questa iniziativa è purtroppo tragicamente attuale. Ogni giorno, infatti, si registrano vittime civili di azioni armate che violano apertamente la morale e il diritto. I morti ei feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a questa intollerabile ingiustizia”.
Grande attenzione ai Giochi olimpici: “Venerdì prossimo inizieranno i giochi olimpici-invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i giochi paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori ea tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza, che accompagna lo svolgimento dei giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli e sono posti in autorità sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo».
Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”) un articolo dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”. E indica a modello l’esempio di Shenzen “una delle città più controllate al mondo”.
Quando è finito l’impero sovietico, trentacinque anni fa, tutti erano convinti che fosse stata ormai archiviata l’ideologia comunista, che sottomette i principi liberali a quelli del totalitarismo collettivo. Rimanevano alcuni residuati del “Mondo Rosso” novecentesco, come Cuba, il Vietnam e ovviamente la Cina, il gigantesco erede di Mao Tse-Tung, che si pensava in via di “conversione” capitalista e liberale, tranne poi scoprire che il capitalismo di Pechino è diventato uno dei fattori dominanti dell’economia mondiale, senza per questo concedere ai suoi cittadini i diritti e le libertà personali.
La crisi del globalismo, inteso come abbattimento delle frontiere e libertà universale di commercio e interazione tra i popoli del mondo intero, è iniziata dopo un ventennio di “fine della storia”, con i crolli finanziari del 2008 e le successive scosse di revisione degli equilibri geopolitici. Mentre la Cina ha cercato di approfittare della disgregazione dei poteri occidentali, inserendosi nelle falle aperte dell’economia globale con le nuove “vie della seta”, la Russia ha visto la possibilità di rialzarsi dall’umiliazione del suo ruolo marginale, riprendendo il controllo dell’impero non con i soldi, ma con le armi e le minacce apocalittiche dei suoi arsenali e delle sue aspirazioni ideologiche di eredità secolare, quanto mai adeguate al “nuovo medioevo” che il mondo sta affrontando per capire a che futuro ci si deve preparare.
Ora la Russia si attribuisce il merito di aver distrutto il dominio globalista dell’Occidente e di aver instaurato il nuovo ordine mondiale “multipolare”, come viene ripetuto ossessivamente dal presidente Vladimir Putin e da tutti i suoi sottoposti, anche se rimane da capire quanti “poli” si sono effettivamente aperti, nelle contrapposizioni tra il Nord/Occidente e il Sud/Oriente globale, con i Corridoi dell’estremo settentrione artico, quelli “di mezzo” dell’Asia e del Caucaso e quelli meridionali dove scorrazzano le navi “pirata” della flotta ombra della Russia, ora fermate dall’America sovrana che si sta dividendo dall’Europa, in una giostra multipolare sempre più da capogiro.
Al di là delle svolte imprevedibili della geopolitica, che offrono ai commentatori di tutto il mondo argomenti per sviluppare fantasie senza freni, un fattore sistematico sembra imporsi ormai a tutte le latitudini: la fine dei valori liberali, sostituiti dai “valori tradizionali” su cui si reggeva il mondo intero prima della “degradazione” moderna della democrazia. Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato un articolo in questo senso sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”), dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”, e l’ideologo Aleksandr Dugin lo conferma con dichiarazioni secondo cui “è finita l’epoca degli Stati nazionali democratici”.
Si delinea quindi, in modalità radicali tipiche della Russia, la nuova ideologia mondiale del sovranismo e del tradizionalismo, che ripropongono forme contemporanee di autocrazia in cui il leader guida la volontà del popolo nella modalità “illiberale”, il termine decisivo che Putin ripete fin dal famoso discorso di Monaco nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza, dopo aver ascoltato le tante omelie del patriarca di Mosca Kirill contro il liberalismo, il male che distrugge il mondo dai tempi della rivoluzione francese, anzi da quelli della teologia scolastica latina. Da allora la Russia ha cominciato a staccarsi dai rapporti con le potenze occidentali, iniziando nel 2008 la guerra con la Georgia, che ormai oggi è stata addomesticata ai voleri del Cremlino, e dal 2014 con l’Ucraina, dilaniata da un conflitto simbolico tra diverse visioni del mondo, che sembra non avere fine.
Kuznetsov afferma che gli uomini del XXI secolo stanno disprezzando sempre più le libertà sociali e politiche, in cambio dei “servizi digitali gratuiti”, segnando i termini del “medioevo tecnologico” che al posto della responsabilità personale fa prevalere il dominio artificiale delle coscienze. Il politologo russo non esprime soltanto un’opinione isolata, per quanto riferita all’ideologia ufficiale, ma sintetizza il lavoro di uno dei più importanti think tank dell’amministrazione presidenziale del Cremlino, il gruppo Eisi guidato da uno dei principali consiglieri e possibili eredi di Putin, l’ex-premier Sergej Kirienko. Questo testo è stato analizzato attentamente da uno degli analisti di Meduza, Andrej Pertsev, che cerca di capire in che cosa consista il segreto del successo dei “sistemi illiberali” di Russia e Cina, che spinge gli abitanti di questi Paesi a scegliere il controllo digitale al posto dei valori liberali.
La rivista Gosudarstvo è stata inaugurata nel 2025, proprio allo scopo di esprimere in modalità sempre più efficaci i principi della nuova ideologia, grazie al contributo dei “polit-tecnologi”, come vengono chiamati in Russia gli araldi del pensiero dominante. Ad esempio Aleksandr Kharičev, un altro uomo di Kirienko, scrive sulla “sacralità del potere” sostenuta dalla “capacità di sacrificio” e dal “collettivismo” dei russi, unendo i principi dello zarismo e del comunismo sovietico. Queste dimensioni vengono sottolineate da un articolo di un altro membro del gruppo, Boris Rapoport, col titolo “Questioni e compiti della politica interna dello Stato russo nelle varie epoche storiche”, in cui si afferma che “la scarsità della popolazione sull’enorme territorio della Russia e il clima molto severo hanno imposto ai russi l’idea di uno Stato forte come uno dei principi fondamentali per garantire la propria sopravvivenza”.
Il polit-tecnologo Andrej Polosin propone un testo sulla “Legittimità digitale”, che si accorda con la tesi di Kuznetsov sulla prevalenza ormai inarrestabile dei “regimi illiberali” nei confronti di quelli “liberali”, come dimostrano su tutti proprio i sistemi di Russia e Cina. Non si nominano particolari “regimi liberali”, indicati genericamente come “Stati occidentali” dove “la legittimità si basa sulle procedure e sulle illusioni del controllo sociale nei confronti delle istituzioni”, mentre gli illiberali propongono la fonte alternativa della “efficacia tecnologica”. Le elezioni periodiche ogni 4-5 anni sono infatti ingannevoli, perché il regime al potere dovrebbe lavorare per gli elettori ogni giorno, quando in realtà questo servizio può essere realizzato in modo “visibile e non misurabile” soltanto dalle strutture digitali.
Questi servizi tecnologici sono talmente utili per i cittadini che diventano “un argomento decisivo in favore del sistema, molto più delle discussioni astratte sulle procedure democratiche”, aggiunge Kuznetsov. Il vantaggio degli illiberali come Russia e Cina non sta nel controllo in quanto tale sulla popolazione, ma nella “conversione di questo controllo in una vera legittimità, grazie all’offerta dei servizi di qualità nelle forme più convenienti”, che rendono la vita quotidiana più semplice e soddisfacente. Per questo “non c’è bisogno di manipolare l’opinione pubblica”, e il successo dell’approccio illiberale è assicurato dalla “concentrazione del potere”, considerata pericolosa dai decadenti regimi liberali.
Vengono portate ad esempio le due megalopoli di Mosca e Shēnzhèn, entrambe con circa 13 milioni di abitanti, dove i servizi cittadini sono “al massimo livello di comfort” rispetto a qualsiasi metropoli occidentale, dove è evidente che “le decisioni politiche diventano risposte tecnologiche” e il sindaco assume il ruolo di “direttore generale della città”, spogliandosi della funzione esplicita del potere ed esaltando quella del “servizio”, il cui confine con la “supervisione” diventa del tutto secondario e invisibile. Per questo i moscoviti, e sempre più i russi in generale, accettano di buon grado il controllo totale da parte delle autorità centrali e locali, perché “quanto più controllano, tanto più si vive comodamente”, e se il controllo venisse meno “non sarebbe una liberazione, ma un ritorno al rischio dell’ignoto”.
L’esperienza della Cina suscita nei politologi russi un entusiasmo sempre maggiore, come mostra proprio l’esempio di Shēnzhèn, che in quarant’anni si è trasformata da villaggio di campagna a “capitale tecnologica” proprio grazie alla totale assenza delle caratteristiche ritenute indispensabili dagli occidentali: le elezioni, i media indipendenti, la divisione dei poteri. “Una delle città più controllate al mondo funziona con grande efficacia, in un modo che le città occidentali possono soltanto sognarsi”, sottolinea lo specialista. Kuznetsov sottolinea che uno dei principali vantaggi dei sistemi illiberali è “l’indipendenza dai cicli elettorali”, che in questi Paesi si tengono solo per celebrare il regime al potere che può portare avanti i suoi programmi “per decenni”, mentre le alternanze contrapposte dei liberali impediscono di realizzare quanto era stato promesso agli elettori. Considerando che tra un mese e mezzo si terranno le elezioni parlamentari in Russia, queste spiegazioni aiuteranno senz’altro i cittadini russi a scegliere i propri rappresentanti, che saranno i tutori del benessere illiberale.