"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Gennaio 2026 Pagina 8 di 36

Mille notti di grida e rabbia a Teheran. La mattanza al buio di oggi e quel venerdì nero in piazza Jaleh

Siegmund Ginzberg  24 gennaio 2026 – IL FOGLIO

C’è solo una cosa più angosciante che vedere commettere un massacro. È non vederlo, perché viene perpetrato nell’oscurità. Dal 1978 a oggi, le repressioni si assomigliano, ma il finale può cambiare

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Mille notti buie, squarciate da spari, raffiche, esplosioni, grida, slogan, urla di rabbia, di dolore, di paura. A Teheran, a Pechino. Le rivivo come un incubo, che mi accompagna da anni. C’è solo una cosa più angosciante che vedere commettere una mattanza. E’ non vederla, perché viene perpetrata nell’oscurità. A Teheran, prima di procedere alla carneficina, si erano premurati di chiudere la luce. Niente internet, niente campo per i cellulari. Buio totale. Poi, per tre giorni e tre notti, hanno massacrato, picchiato, arrestato senza sosta. Sistematicamente, metodicamente.

Come si fa coi tonni, condotti di corridoio di reti in corridoio di reti verso la camera della morte. Con la differenza che nelle tonnare avviene alla luce del sole. Mille notti. Mille indomani. Uno quasi uguale all’altro. Macerie, edifici anneriti e ischeletriti dal fuoco, carcasse di autobus, automobili e mezzi militari incendiati. Cicatrici permanenti, foto e spezzoni di filmati, o anche solo racconti di orrore. E maquillage propagandistici più o meno improvvisati da parte dei regimi. “La sedizione è finita.

 Dobbiamo essere grati, come sempre, al popolo che l’ha soppressa in modo tempestivo”, l’annuncio del procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi. Al prezzo di migliaia di morti riconosciuti dal regime stesso. Mentre, con tempestività davvero eccezionale, comparivano agli incroci e sui cavalcavia striscioni: “Ecco quello che i vandali hanno fatto alle tasse che avete sudato a pagare”. Nemmeno una strage trattiene la propaganda.

Alle prime luci dell’alba, un déjà vu si sovrappone all’altro. Ma talvolta il buio pesto dura anni, decenni, generazioni, avvolge anche la memoria. Solo di recente sono apparsi in rete spezzoni di una corte marziale svoltasi a Pechino nel 1989. Alla sbarra, un generale di corpo d’armata dell’Esercito popolare di liberazione, che si era rifiutato di dare ai suoi soldati l’ordine di sparare in piazza Tiananmen. Il generale Xu Qinxian, in abiti civili, scortato da tre soldati armati, è solo di fronte a un panel di tre alti ufficiali in uniforme. 

Non ci sono avvocati, non ci sono testimoni, non ci sono spettatori. Gli viene chiesto perché ha rifiutato di far eseguire al trentottesimo Gruppo gli ordini che gli erano stati impartiti. “Non mi sembrava un ordine giusto. Era un delitto contro la nostra storia”, la sua tersa risposta. Condannato al carcere, il generale Xu è deceduto nel 2021, all’età di 85 anni. La sua disobbedienza non era riuscita a impedire che l’unità procedesse alla carneficina. Trentacinque anni dopo i fatti, in Cina è ancora proibito anche solo menzionare Tiananmen.

Non sapere quel che sta succedendo è peggio che vederlo succedere. Non sapere cosa sia successo a tuo figlio, alla tua ragazza, al tuo vicino, al tuo amico, a persone che hai conosciuto, o a persone che non conosci affatto, di cui non sai niente, è, se possibile, anche peggio che sapere che te li hanno ammazzati, sono in prigione, nelle camere di tortura dei regimi. Non è per pietà che si bendavano e si incappucciavano i condannati alle forca o alla fucilazione. Desaparecidos, fu il marchio supremo di terrore del regime dei generali in Argentina.

I nazisti perpetrarono l’olocausto nascondendolo agli occhi del mondo. Anche allora qualcuno sapeva, cercò di far sapere. Non gli avevano creduto. Sembrava un’enormità inverosimile. A Londra e a Washington forse sapevano, ma fecero finta di non sapere. Avrebbe distratto dall’obiettivo principale, vincere al più presto la guerra: questa una delle spiegazioni offerte dagli storici. Non c’è peggior buio di quello che ci si impone per indifferenza, per viltà, per opportunità, per partito preso ideologico, per realpolitik.

Nel 1978, quasi mezzo secolo fa, Teheran mi aveva accolto avvolta nel buio della legge marziale e del coprifuoco. Dai tetti si alzavano per tutta la notte imprecazioni contro il regime dello Scià, inni alla libertà, slogan a squarciagola zittiti dalle raffiche di fucili automatici. L’alba rivelava le cicatrici, strade devastate, edifici anneriti dagli incendi. Le sparatorie continuavano durante il giorno. I labirinti del bazar deserto, con le serrande delle botteghe sprangate, sembravano corridoi di un immenso obitorio.

Che all’improvviso si rianimavano, come la Kasbah della Battaglia di Algeri, con spari, gente che correva, pattuglie di militari all’inseguimento. Le pallottole che fischiano metalliche – zing, zing, zing – non fanno molta impressione. Sembrano irreali, parte di una colonna sonora. Molto più agghiacciante il click quasi impercettibile del colpo che mette in canna il soldato che ti si para dinanzi. Puoi percepire l’odore della sua paura, sai che, nel suo panico, forse premerà il grilletto.

La prima strage c’era stata l’8 settembre, in piazza Jaleh, una delle piazze del sud povero della capitale iraniana. Era un venerdì. Da allora viene ricordato come “il venerdì nero”. I cortei di protesta confluiti da diverse direzioni, in sfida alla legge marziale che proibiva manifestazioni, erano stati intrappolati nella piazza, poi l’esercito aveva cominciato a sparare. Divenne presto una leggenda, che continuava ad alimentarsi. Si disse che avevano sparato sulla folla anche dagli elicotteri. Si parlava di migliaia di morti. 

Qualcuno diceva addirittura cinquantamila. Si narrava di enormi fosse scavate coi bulldozer per scaricare i cadaveri. Andai a vedere al cimitero di Behesht-e Zahra. C’erano effettivamente molte fosse scavate di fresco. C’era chi raccontava di aver visto montagne di chador insanguinati appartenenti alle donne vittime del massacro. Ai capannelli che avvicinavamo durante le proteste ti mostravano foto riprese con la polaroid, raffiguranti corridoi di ospedale, obitori insanguinati, mucchi di arti umani amputati.

In realtà ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, non si sa quante siano state le vittime, cosa sia successo. E’ innegabile che il massacro ci sia stato. Ma le dimensioni effettive restano un mistero ballerino. Proprio sulla strage di piazza Jaleh, in un recentissimo saggio due studiosi iraniani della svedese Lund University (Arvin e Ardavan Khoshnood, Black Friday revisited: disinformation. misinformation, and the politics of memory at Tehran’s Jaleh square) mostrano efficacemente come la leggenda urbana abbia continuato ad autoalimentarsi. 

Non è la cronaca a fare le rivoluzioni. E’ il modo in cui vengono raccontate. Io in piazza Jaleh quel giorno non c’ero. Non ero ancora stato inviato a Teheran dal mio giornale, l’Unità. Ma non sono riuscito a trovare un testimonianza diretta nemmeno dai colleghi della stampa internazionale che erano lì già da giorni. Qualcuno mi confessò addirittura che non si erano nemmeno accorti di quel massacro. Piazza Jaleh, all’estremo sud della città era molto distante dagli alberghi del centro in cui alloggiavano i giornalisti. Il New York Times era in sciopero, ne avrebbe riferito per la prima volta solo in un articolo del successivo 6 novembre. Le Monde si limitò a scrivere che c’era stato spargimento di sangue, e che il regime ne attribuiva la responsabilità a potenze straniere. Lo psicanalista Michel Foucault, inviato per il Corriere della Sera, arrivato con la sua equipe di giovani collaboratori quasi allo stesso tempo in cui ero arrivato io, diede per buona la cifra di quattromila morti.

Se l’obiettivo della strage era mostrare il pugno di ferro, terrorizzare, soffocare la protesta, sortì invece l’esatto effetto contrario. Dal bazar di Teheran la protesta si sarebbe estesa agli impianti petroliferi e alle raffinerie di Abadan. Urla e spari sarebbero continuati notte dopo notte. Per settimane, mesi. Intensificandosi anche dopo che lo Scià rilevò dalle sue funzioni il generale Oveissi, il principale esponente della linea dura, e affidò in segno di moderazione il governo a Shapour Bakhtiar, un esponente storico del Fronte nazionale di Mohammed Mossadegh, cioè dell’opposizione allo Scià. Non bastò.

Era troppo tardi e troppo poco per cancellare un ventennio di repressione mostruosa, rimediare al vuoto politico creato con il colpo di stato a marchio Cia del 1953. Già allora il tema era: cherchez il petrolio. Non si erano resi conto che quel vuoto sarebbe stato colmato dal ciclone Khomeini. Scontri e sparatorie continuarono giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Ricordo bene il giorno in cui lo Scià fece le valigie e scappò all’improvviso. Mi trovavo a intervistare Ehsan Naraghi, un brillante sociologo, dissidente democratico del regime, ma con agganci anche di parentela alla famiglia imperiale. Il telefono continuava a squillare senza interruzione. “Tutti mi chiedono di intercedere con lo Scià perché non parta”, mi spiegò lui.

Qualche giorno prima, i giornalisti italiani erano stati convocati dal nostro ambasciatore in Iran. “Ho visto Sua Maestà tranquillo al lavoro, la situazione è pienamente sotto controllo”, ci aveva raccontato. La mattanza non era cessata nemmeno dopo il ritorno dall’esilio parigino di Khomeini, accolto da un’immensa folla, milioni, recatisi a piedi all’aeroporto. Quando, in una sola notte, l’insurrezione spazzò via, come neve squagliatasi al sole, uno dei regimi più sanguinari del Novecento, fu un momento di enorme sollievo. Per tutti. Non si poteva immaginare che il peggio fosse di là da venire.

Mi ero innamorato di una giovane persiana che mi faceva da interprete. Insegnava architettura all’Università, aveva studiato in Italia. Aveva occhi verdi, un volto di luna d’alabastro, e un sorriso splendente. Ci eravamo conosciuti in ospedale, al capezzale di un comune amico, un giornalista ferito nel corso di uno degli innumerevoli scontri di strada. Galeotte erano state le poesie di Catullo che le avevo regalato, e le poesie di Hafez che lei mi traduceva. Mi portava con la sua diane da un capo all’altro dell’immensa città.

Protestava attivamente contro il regime. Non indossava il chador, e nemmeno il foulard del pudore, ma eleganti tailleur. Era figlia di un magistrato laico che brevemente fece il ministro della Giustizia nel primo governo di coalizione dopo la caduta del regime, quello del vecchio democratico Bazargan, anche lui esponente storico del Fronte di Mossadegh. Ricordo ancora con una stretta allo stomaco l’angoscia di tante notti insonni nel non sapere se al mattino dopo l’avrei rivista.

L’errore non fu essermi innamorato dell’Iran anche per via di quegli occhi verdi. Fu aver frequentato soprattutto un’élite, trascurando gli umori, gli orientamenti, i fanatismi della massa islamica, della stragrande maggioranza. Confesso di essere recidivo. E’ un errore in cui sono caduto ripetutamente, pervicacemente. Ci caddi a proposito della perestrojka di Gorbaciov. Ci caddi a proposito degli esperimenti di democrazia in Cina, mandati in frantumi dalla mattanza di piazza Tiananmen nel 1989. Ci caddi a proposito delle speranze di un futuro di progresso e di democrazia in un’Europa liberata dal giogo sovietico. 

Tornai a caderci, ma stavolta con meno entusiasmi, allo scoppio delle Primavere arabe. Ci fu chi brindò alla “rivoluzione del popolo egiziano”. Non immaginavano che sarebbe finita con il generale al-Sisi. Ci si rallegrò per la caduta di Gheddafi. Uno dei peggiori regimi massacratori del proprio popolo è stato quello degli Assad in Siria. Possiamo cullarci nella speranza che con il jihadista Ahmad al-Sharaa vada un po’ meglio?

Più di recente, ci sono in qualche modo ricascato nel ritenere che fosse impossibile che un altro grande paese che ho amato, gli Stati Uniti d’America, potessero finire sotto le grinfie di Trump, e della sua destra sostenuta da un’ondata popolare di consensi dalla pancia dell’America profonda. E poi da un’ondata di consenso servile, di illuminazioni sulla via di Damasco, da parte delle élite che vi hanno trovato un loro tornaconto.

Il New York Times ha pubblicato una lista impressionante di quanto hanno guadagnato ancora di più, nel giro di un anno, i super-super ricchi che avevano preso parte in ghingheri all’inaugurazione della nuova presidenza Trump. No, non è vero. Non ci sono cascato affatto. Ho scritto un libro di pessimismo lancinante, quasi profetico, sul peggio che poteva arrivarci addosso, di cui avvertivo i segnali: Sindrome 1933, sulle analogie tra l’attualità e quel che succedeva quando andò al governo Hitler. Anni dopo, si confermano spaventose. Ma speravo, mi illudevo che non succedesse.

La Teheran di fine anni 70 era (e resta ancora oggi) una delle città più brutte al mondo. Una distesa di cemento grigio, attraversata da immensi cavalcavia che non alleviano un traffico impossibile. Rallegrata solo dalla neve che d’inverno imbianca la montagna a cui è addossata. I ricchi in cima, i più poveri giù in fondo, sommersi dai liquami dei ricchi.

 Il paesaggio è però cambiato in questi decenni. Si è cementificata anche la montagna, ora quasi interamente ricoperta da nuovi casermoni. Sono gli alloggi che il regime ha riservato alla propria nomenklatura, ai pasdaran, agli altri servizi di sicurezza, insomma alla manovalanza della repressione. E’ comprensibile che le autocrazie si abbarbichino al potere, siano terrorizzate all’idea di venirne scalzati. Anche i peggiori regimi hanno i loro beneficati.

“La nuova classe” è l’espressione che fu coniata da un comunista jugoslavo, Milovan Djilas, a proposito del sistema staliniano. Di siloviki (apparati) e oligarchi (i nuovi padroni dell’economia, gli ultraricchi, beneficati e al tempo stesso asserviti al potere) si è parlato a proposito della resilienza del regime di Putin. I beneficati dai regimi si stringono sempre come un sol uomo, ferocemente, a sostegno dei propri privilegi. Hanno molto da perdere. Più un regime è fallimentare, più si sente minacciato, più sarà disposto a tutto, anche a massacrare la propria gente.

Potrebbe ripetersi nell’America di Trump? Credo di sì, se perde le elezioni di midterm, e di conseguenza la maggioranza parlamentare che sinora l’ha protetto dall’impeachment per il tentato golpe del 2020. Temo che non si tratti solo di un incubo di quelli che svaniscono all’alba. Il tipo è di quelli che fanno quel che dicono. Ha già convocato i generali per dirgli che dovevano prepararsi a far guerra nelle strade delle città d’America. Impensabile? Quante volte avevamo detto, pensato che certe cose fossero impensabili? Tutti i massacri si somigliano. Ma non tutti si concludono alla stessa maniera. 

C’è una cosa ancor più spaventosa dei regimi che sparano sui propri cittadini: i regimi che, facendolo, riescono a mantenere il potere. La casistica è varia. Ci sono però delle costanti. Il momento di massima crisi dei regimi autocratici, quello in cui si decide tra cedimento o intensificazione della repressione, ha in genere a che fare con un problema di successione. In Iran le componenti del potere si stanno dilaniando da tempo sulla successione a Khamenei.

 Il regime sospetta traditori a ogni angolo, ma soprattutto al proprio interno. Putin non ha successori, se non per finta. E nemmeno li ha il sultano Erdogan. Non ha successori Xi Jinping in Cina. Mao, e poi Deng Xiaoping, i successori da loro stessi designati se li erano divorati uno dopo l’altro. Trump è ossessionato da molte cose, ma soprattutto dal problema della successione a sé stesso.

A suo tempo, i despoti a Mosca, e le loro satrapie nell’Europa orientale non avevano osato far sparare sulla folla che demoliva il Muro di Berlino, o su quella che a Mosca aveva reagito al tentato colpo di stato ai danni del riformatore Gorbaciov. Posti dinanzi all’alternativa del fare come aveva fatto Deng Xiaoping a Pechino, avevano ceduto a più miti consigli. Mal glie n’era incolto. Col Muro erano crollati, uno dopo l’altro, regimi di polizia apparentemente inscalfibili. Infine era crollata, da un giorno all’altro, la stessa Unione sovietica.

 Il regime di Pechino è invece ancora lì, incrollabile nella sua autocrazia imperiale. Tiananmen è passata all’oblio nel corso di appena una generazione. Non ci fosse stato il Covid, probabilmente sarebbe stato soffocato nel sangue il movimento per la democrazia a Hong Kong. E’ andata bene: si sono limitati ad annientarlo con gli arresti in massa. Com’è possibile che se la cavino, vincano regimi che sparano sulla propria gente? It’s the economy, not democracy, stupid.

Sotto le bombe a -20°: sopravvivere a Kiev senza gas e con tre ore di luce ogni due giorni

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 25 Gennaio 2026

I fortunati che hanno il gas in cucina si attrezzino con mattonelle da scaldare e tenere come stufe. Le candele sono diventate fonti di calore. Il sindaco ha dichiarato la situazione d’emergenza e ha chiuso le scuole

Sopravvivere in Ukraina con -20°

Appena torna l’acqua nelle tubature riempi taniche e secchi e, se non perde, anche la vasca da bagno. Fai subito il bucato, fatti la doccia: non sai quando potrai rifarlo. Quando hai almeno un paio d’ore di elettricità carica il power bank e ogni tipo di batteria che hai in casa, inserisci le spine di computer e cellulare; accendi le stufette elettriche che almeno contribuiscono a rialzare la temperatura. 

Costruisci un baldacchino di coperte attorno al letto e tappa con stracci le fessure di porte e finestre. Se poi vivi ai piani alti e funziona l’ascensore, corri a fare la spesa e porta subito su le cose pesanti: tutti noi sappiamo che cosa significhi trasportare a piedi al diciannovesimo piano chili e chili di roba. Per i fortunati che hanno il gas naturale in cucina si attrezzino con mattonelle da scaldare e tenere come stufe, la fiamma comunque aiuta, ma non lasciatela accesa se uscite di casa. E fate buona riserva di candele: diventano a loro volta fonti di calore e fungono persino da fornelli.

Le istruzioni via social

Di questi tempi gelati, bui e travagliati dai bombardamenti russi, i social media ucraini e i siti di governo e municipalità assomigliano sempre più a manuali per le Giovani Marmotte o a vecchie guide del Club Alpino per affrontare la montagna invernale. Ancora una volta Kiev è nell’occhio della crisi

«Il terrorista Putin approfitta dell’ondata di gelo per cercare di colpire la nostra popolazione, mira a fiaccare la volontà di resistenza, ci vuole tutti morti di freddo e penalizza in particolare bambini, anziani e malati», denuncia con rabbia crescente il presidente Volodymyr Zelensky.

Freddo eccezionale 

Non è certo la prima volta che i missili e droni russi prendono di mira il sistema energetico nazionale per bloccare l’elettricità, impedire il pompaggio dell’acqua nelle tubature e fermare i sistemi di riscaldamento centralizzati. È dall’inverno 2022-23 che ci provano. Ma questa volta è la peggiore di tutte. L’ondata di freddo eccezionale è iniziata a fine dicembre con temperature che nella regione di Kiev sono costantemente tra i meno 10 e meno 20 gradi, con punte notturne sino a meno 24. 

Il fiume Dnipro è ghiacciato come non si vedeva da decenni, certo da molto prima degli attacchi russi contro il Donbass e la Crimea nel 2014. I ghirigori di neve gelata sui rami, i riflessi argentei del cielo, i pescatori nel mezzo della distesa bianca del corso del fiume di fronte al buco nel ghiaccio sono immagini che ricordano le novelle di Gogol e quadri ottocenteschi di un’altra era climatica.

I raid mirano alle infrastrutture 

Ma oggi ad aggravare la situazione sono questi continui raid notturni, che mirano alle infrastrutture della capitale. I più gravi in questo mese di gennaio sono avvenuti le notti del 9, del 13, del 19 e ieri tra l’una e le quattro del mattino, quando droni e missili balistici sono tornati a colpire ciò che i tecnici municipali avevano appena rimesso in funzione. Ci sono migliaia di abitazioni in totale black out, i loro numeri cambiano di continuo; la notte manca l’illuminazione municipale e i marciapiede coperti di ghiaccio verde diventano trappole per i pedoni che rischiano cadute rovinose.

Scuole chiuse 

Il sindaco, Wladimir Klitschko, ha dichiarato la situazione d’emergenza, ha chiuso le scuole sino almeno ai primi di febbraio: invita chi ha la possibilità a lasciare l’area urbana per non gravare sui servizi pubblici e pochi giorni fa ha annunciato che almeno 600 mila persone erano già partite. Ma Google, Telegram e i siti locali sono carichi di critiche contro l’autorità pubblica e richieste di soccorso. «Buongiorno, in via Balzac 92 non c’è riscaldamento già da sei giorni, in casa ci sono meno di otto gradi, chiediamo aiuto, ci dicono che arrivano, ma poi non si presenta nessuno. Non sappiamo più che cosa fare», si legge tra i tanti appelli. 

«Già da molti giorni abbiamo soltanto quattro ore di elettricità ogni 24. Manca internet, scaldiamo con i fornelli, ma il problema è il bucato. È difficile portare fuori i cani. Oggi non lo abbiamo fatto per nulla, sono sotto choc. Abbiamo i pannolini, ma loro hanno bisogno di correre», scrive un’altra famiglia. «Abbiamo la luce soltanto tre ore ogni due giorni. Non capiamo come si possa vivere con un bambino», dice una mamma.

I generatori 

Come spesso in questi casi, a fare la differenza sono le possibilità economiche. La municipalità sta fornendo pasti caldi nei quartieri di Berezniaky e Darnyza, che stanno sulla riva orientale del Dnipro e sono tra le zone più povere. Se la cavano meglio i professionisti che lavorano nei grandi uffici del centro. «L’azienda permette di farsi la doccia al lavoro, i potenti generatori garantiscono acqua calda notte e giorno», ci dicono i giornalisti del canale televisivo 1+1. Chi può spendere almeno 5 mila euro per comprare i power bank cinesi di EcoFlow ha la vita più facile. Ci sono inquilini che se la prendono con i proprietari, i quali a loro volta rispondono di essere al buio.

Conversione di San Paolo Apostolo

Conversione di San Paolo Apostolo

autore: Giovan Battista Gaulli anno: 1690 titolo: Conversione di San Paolo luogo: Chiesa di San Paolo, Fiastra

Nome: Conversione di San Paolo Apostolo

Titolo: L’adesione al cristianesimo

Ricorrenza: 25 Gennaio

Uno dei più gloriosi trionfi della grazia divina é senza dubbio la conversione di S. Paolo, che la Chiesa celebra oggi con festa particolare.

S. Paolo era ebreo della tribù di Beniamino. Fu circonciso l’ottavo giorno dopo la nascita, e fu chiamato Saulo. Apparteneva, come il padre, alla setta dei farisei: setta la più rigorosa, ma nello stesso tempo la più recalcitrante alla grazia di Dio.

I suoi genitori lo mandarono per tempo a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele, celebre dottore in legge. Sotto questa sapiente guida. Saulo si abituò alla più esatta osservanza della legge mosaica. Questo zelo fu quello appunto che fece di Saulo il persecutore più terribile dei primi seguaci di Gesù.

Lo vediamo nella lapidazione di Stefano custodire le vesti dei lapidatori, non potendo far altro, non avendo l’età prescritta; egli stesso però lapidava nel suo cuore, non solo Stefano, ma tutti i Cristiani, avendo in mente una sola cosa: sradicare dalle fondamenta la Chiesa di Cristo e propagare in tutto il mondo il Giudaismo.

Con questo zelo quindi non vi è niente da stupire se fu uno dei più fieri, anzi il più terribile ministro della persecuzione che infierì contro i Cristiani di Gerusalemme e ben presto fece scomparire i Cristiani che colà si trovavano; ma non pagò di ciò, chiese lettere autorizzative al Sommo Sacerdote, per poter fare strage dei Cristiani rifugiatisi in Damasco. Qui però il Signore l’attendeva: qui la grazia divina doveva mostrare la sua potenza.

Eccolo sulla via di Damasco, accompagnato da arcieri, spirante furore e vendetta. Ma d’improvviso, mentre galoppa, una luce fulgida lo accieca; una forza misteriosa lo sbalza da cavallo ed egli ode una voce dal cielo che gli grida:
« Saulo, perchè mi perseguiti? ».

– « Chi sei tu? »
risponde Saulo, meravigliato e spaventato ad un tempo.

Ed il Signore a lui:
– « Io sono quel Gesù che tu perseguiti. »

– « Che vuoi ch’io faccia, o Signore? »
chiede Saulo interamente mutato dalla grazia.

– « Va’ in Damasco » gli risponde il Signore – « colà ti mostrerò la mia volontà ».

Saulo si alza, ma essendo cieco, si fa condurre a Damasco, dove rimane tre giorni in rigoroso digiuno e in continua orazione. Al terzo giorno Anania, sacerdote della Chiesa Damascena, per rivelazione di Dio, si porta nel luogo dove si trova Saulo, lo battezza e gli ridona la vista. Da quel momento Paolo è mutato da feroce lupo in docile agnello: la grazia di Dio opera in lui per formare il vaso di elezione, l’Apostolo delle genti.

Paolo, docile ai voleri di Dio, tanto crebbe nell’amore di Gesù, che arrivò a dire: « Chi mi separerà dalla carità del mio Gesù? forse la persecuzione? la fame? i sacrifici o la morte? Ah, no, né la vita, né la morte, né il presente, né il futuro saranno capaci di separarmi da quel Gesù per cui vivo, per cui lavoro e col quale sono crocifisso. Egli sarà la mia corona perché non sono io che vivo ma è Gesù che vive in me ».

PRATICA. Iddio permette nella Chiesa le persecuzioni affinché la sua vigna, potata, produca frutti più abbondanti (S. Agostino).

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Il ponte delle lingue tra Russia e Ucraina

di Stefano Caprio- 24 Gennaio 2026

La poetessa e traduttrice Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso, ha pubblicato a Kiev il suo libro “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue. Un modo per ritrovare la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.

La questione di fondo nell’eterno conflitto tra Russia e Ucraina, che si prolunga sul campo da quattro anni e nelle coscienze da quattro secoli (si potrebbe dire da oltre un millennio fin dalla fondazione della Rus’ di Kiev), è il confronto tra due visioni del mondo, delle relazioni umane e dei rapporti tra i popoli, quella dell’Oriente collettivista e dell’Occidente personalista, nelle tante varianti in cui si possono definire. Il conflitto riguarda i territori sulle due sponde del fiume della storia europea, nella rappresentazione del Danubio, del Dnepr fino al Volga, si esalta nel confronto tra le diverse interpretazioni del cristianesimo latino e bizantino, ortodosso russo e ortodosso ucraino, cristianesimo e islam, fino alle molteplici flessioni linguistiche e culturali.

I russi non ritengono l’ucraino una vera lingua, ma il confronto si estende a quello con il polacco, il ceco o il bulgaro, il serbo e il croato e altre varianti delle lingue slave, ciascuna delle quali ritiene di essere “lingua-madre” a cui tutti devono fare riferimento. Tutti gli slavi ortodossi utilizzano la sacra dimensione dello slavo ecclesiastico, che richiama le comuni radici dello slavo antico, riuscendo a litigare perfino per la pronuncia variabile di formule ormai poco comprensibili per i fedeli durante le liturgie, che rimangono appannaggio del clero come strumento di affermazione della superiorità “istitutiva” della Chiesa sullo Stato.

La grande cultura russa dei secoli passati è oggi finita nel dimenticatoio della propaganda più insulsa, che si limita a sfruttare slogan e citazioni di Puškin, Gogol e Dostoevskij per dimostrare la grandezza artistica dell’artificioso “mondo russo”, mentre da parte ucraina questi grandi nomi del passato vengono demonizzati e accusati di aver ispirato le politiche imperiali degli zar, dei comunisti sovietici e dei sovranisti putiniani, imponendo la “lingua del nemico”. In questo modo si azzerano le possibilità di capirsi e dialogare, rifiutando di credere che “l’altro” abbia una sua dignità culturale, sociale e religiosa, e tutto si riduce ad affermazioni aggressive di identità sempre più artificiose, come avviene ormai nel mondo della comunicazione tecnologica che si riflette nelle relazioni sociali a tutti i livelli, fino alle operazioni militari, alle trattative diplomatiche e alle ideologie politiche dominanti.

Un tentativo di ristabilire dei ponti di comunicazione reale e profonda viene offerto da una poetessa e traduttrice bilingue russo-ucraina, Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso. Da anni vive in Germania, lavora come medico e scrive poesie sia in ucraino sia in russo, per adulti e per bambini. Dopo aver vinto numerosi premi di concorsi letterari in Ucraina e a livello internazionale, di recente è stato pubblicato a Kiev il suo libro Nadzemnyj perekhid, “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue.

Jurčuk afferma di essersi fatta ispirare dal “fascino poetico della lingua nativa insieme al desiderio di ampliare i limiti delle proprie capacità”, passando dal lavoro di traduzione all’espressione creativa. Mettere insieme le diverse dimensioni della cultura russa e ucraina ha anche “coinciso con la necessità di estraniarsi psicologicamente dalla spaventosa realtà della guerra”, usando l’immersione nelle traduzioni come meccanismo di fuga dalla tragedia. In questo modo si può cercare di “costruire un ponte tra le lingue e le epoche, tra le generazioni contemporanee e quelle future degli ucraini”, ritrovando nella lingua la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.

Basterebbe ricordare un termine abusato ormai a tutte le latitudini, quello del “genocidio” di cui gli Stati in conflitto si accusano reciprocamente. La motivazione principale del “genocidio dei russi nel Donbass”, che per Mosca giustifica la “operazione militare speciale”, è proprio quella linguistica, imponendo ai russofoni della regione di usare solo la lingua ucraina, come del resto gli ucraini ritengono di essere stati sottoposti da secoli al “genocidio della russificazione” da cui bisogna liberarsi definitivamente, ricordando la proibizione della lingua ucraina da parte degli imperatori russi nell’Ottocento, e le successive ondate di cancellazione dell’identità ucraina da parte dei sovietici, anche con la soppressione della Chiesa greco-cattolica e il dominio russofono dell’ortodossia patriarcale.

Il progetto dell’antologia è dunque quello di passare “al di sopra”, nadzemnyj, a tutte le diatribe e le battaglie, per cercare di limitare al massimo i danni e ritrovare la vera espressione di entrambe le lingue e le culture, grazie anche alla “diversa musicalità dei suoni nelle diverse formulazioni, usando gli strumenti poetici che scardinano le barricate”, afferma Jurčuk. La composizione dei versi è il modo migliore di usare le lingue, e la traduzione obbliga a guardare ogni parola molto attentamente, analizzandone il senso nel contesto della rima, più che riportarne semplicemente il corrispettivo formale. Anche conoscendo bene una lingua straniera, è inevitabile la continua ricerca sui vocabolari e la scelta di usare forme anche molto diverse da quelle convenzionali, tanto più quando si tratta di lingue molto vicine tra loro come il russo e l’ucraino, come del resto era avvenuto in passato per le lingue greco-latine, romanze, anglosassoni e così via, col risultato di migliorare la propria stessa lingua nativa.

La traduzione è sempre a rischio di tradimento, ma solo in questo modo si compie il processo della tradizione, nelle diverse varianti dello stesso termine dal latino tradere. In tempi di “valori tradizionali” enunciati dall’alto degli amboni politico-religiosi, lo sforzo letterario e poetico può davvero far riscoprire il valore autentico delle tradizioni, di cui la lingua è un vettore imprescindibile. Come spiega la Jurčuk, “la traduzione è una piccola vita nello spazio e nel tempo della poesia, cercando di evitare gli scogli della perdita di significato o di portarlo dalla propria parte, diversa da quella dell’autore”. In tempi di traduttori automatici sempre più perfezionati, si apre uno spazio nuovo di comprensione reciproca, dimostrando che la tecnologia non risolve nulla senza il contributo della persona.

Non esiste attualmente alcun dialogo tra la cultura e la letteratura di Russia e Ucraina, e sarà difficile che si possa riconnettere per chissà quanto tempo, qualche decennio come minimo, ammesso che finiscano prima o poi le operazioni militari. Jurčuk cita un verso di un poeta ucraino in lingua russa, secondo cui in futuro la biblioteca / sarà un pericolo per gli uomini / e nel XXI secolo che acceca / sarà nel fuoco dei fenomeni, ovviamente in traduzione italiana che non rispetta l’originale russo e neppure la traduzione ucraina, sempre però rimarcando come i libri e le parole stanno diventando sempre meno delle certezze, e sempre di più delle armi di distruzione di massa.

La letteratura ucraina in generale, e la poesia in particolare, si stanno sviluppando come mai era successo nella storia, e la guerra ha ulteriormente accelerato i tempi della creatività, con grande presa di coscienza per la necessità di dissociarsi sempre più da quella russa. La lingua russa, che tutti gli ucraini conoscono e parlano correntemente, è diventata un fattore traumatico della quotidianità tragica da cui prendere le distanze in modo assoluto, e capita spesso che il russo parlato in casa per abitudine venga censurato in pubblico per la vergogna che provoca sentirlo, e non tutti hanno la possibilità di passare integralmente ad esprimersi in ucraino, lingua nativa a lungo repressa e oggi lingua espressiva di un desiderio di cambiamento radicale. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj, prima di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2019, aveva seguito un corso di ucraino, essendo russofono per eredità familiare.

La nuova cultura ucraina non vuole però essere determinata soltanto dalla reazione di protesta contro l’aggressore, ma cerca di definire una identità proiettata su un futuro ancora tutto da scrivere e declamare, ben sapendo che la pressione della Russia non si fermerà soltanto ai missili e alle conquiste territoriali, ma cercherà in tutti i modi di riconquistare l’autocoscienza di un popolo da cui gli stessi russi provengono, e con cui sono ancora strettamente imparentati. La lingua sarà sempre più la “difesa immunitaria in un organismo vivente”, afferma Irina Jurčuk, che cerca di mantenere un ponte sopra l’abisso dei due popoli, con una dedizione necessaria non soltanto ai russi e agli ucraini, ma come esempio per i popoli nemici di tutte le parti del mondo, usando la lingua degli uni e degli altri per riscoprire verità comuni e più grandi, come in questi versi da lei composti sotto il fragore delle bombe che distruggono le case:

…La scienza della fuga, l’esperienza della sopravvivenza,
il lenzuolo stretto come un cappio,
e io sogno: ogni colpo nell’universo è un colpo diretto su di me…

TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO

LA PROMESSA DELLA MADONNA A MEDJUGORJE

PRESENTAZIONE DI PADRE LIVIO

Cari amici, i dieci Segreti che la Madonna ha confidato ai sei veggenti di Medjugorje sono il compimento del suo piano di Salvezza che va da Fatima a Medjugorje.

Sono primi nell’intenzione, benché siano ultimi nell’esecuzione. Possiamo affermare che la lunga presenza della Gospa a Medjugorje è tutta orientata al tempo dei Segreti, dei quali però non è mai trapelata la data dell’inizio.

La Madonna ha incominciato a parlare dei Segreti ai veggenti quando erano degli adolescenti e uno di loro era ancora un bambino.

Tuttavia, ciò non ha impedito che nei primi due o tre anni la maggior parte dei Segreti venissero comunicati, tanto che Mirjana li conosceva già tutti nel Natale del 1982, quando la Madonna le ha dato un rotolo sul quale era rivelata la natura di ogni evento (che cosa), il luogo in cui si sarebbe verificato (dove), il momento dell’accadimento (quando) e la sua durata (quanto tempo).

Nel lungo arco di tempo delle apparizioni la Madonna ha tenuto viva la tematica dei Segreti, parlandone ai veggenti, in modo particolare a Mirjana che, al riguardo, ha delle responsabilità particolari.

Va detto che i veggenti sono tenuti al segreto, per cui stanno molto attenti a non rivelare ciò che non possono. Non è mai trapelato nulla, in tutti questi anni, che riguardi la data degli eventi, o la loro natura, o il luogo dove si verificano.

Tuttavia, la Madonna ha detto molto per quanto riguarda i Segreti, in particolare nei Messaggi dei primi tre anni e, indirettamente, anche negli anni successivi, nelle sue rivelazioni sulla situazione del mondo e della Chiesa, nel presente e nel futuro.

Inoltre, lo stretto rapporto tra Fatima e Medjugorje, tanto da costituire un’unica grande profezia, aiuta a conoscere ciò che sarebbe incomprensibile se i due eventi fossero presi singolarmente.

Ciò detto, un’attenta analisi delle rivelazioni della Madonna da Fatima a Medjugorje aiuta a conoscere molto dei Segreti, che necessariamente accadranno perché il mondo cambi e il Cuore Immacolato di Maria abbia a trionfare.

La Madonna si lamenta che solo un piccolo numero la capisce veramente, ma questo è per colpa nostra che la ascoltiamo con curiosità e colpevole superficialità.

Questo libro nasce dall’esigenza che “Bisogna annunciare al mondo la realtà, cioè la serietà degli eventi futuri. Però non bisogna togliere la speranza perché Dio ha un suo programma e ciò che realmente conta per la gente è la conversione e la vita di fede” (Messaggio 13 settembre 1983).

Siamo entrati in una fase drammatica della Storia della Salvezza e gli eventi che si profilano all’orizzonte sono inimmaginabili e riguardano il futuro del mondo e della stessa Chiesa. Per questo la Madonna ci chiede consapevolezza e coraggio, per non venire sorpresi, nel momento dell’attacco, dal nemico delle nostre anime.

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🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 51 – EUTANASIA

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San Francesco di Sales


autore: Ambito campano anno: XVIII-XIX sec. titolo: San Francesco di Sales

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Nome: San Francesco di Sales

Titolo: Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita: 1567, Thorens, Savoia

Morte: 28 dicembre 1622, Lione, Francia

Ricorrenza: 24 gennaio

Protettore: giornalisti, 


19 aprile 1665, Roma, papa Alessandro VII

Luogo reliquie: Basilica della Visitazione

Francesco nacque l’anno 1567 nel castello di Sales, diocesi di Ginevra, da Francesco, conte di Sales, e da Francesca di Sionas.

Fin dai primi anni mostrò spiccata inclinazione al bene, e una grande docilità.

Fece i suoi primi studi ad Annecy, e di qui fu mandato a Parigi. Qui studiò retorica, filosofia e teologia presso i PP. Gesuiti. La sua vita era ritirata: frequentava la chiesa e i Sacramenti; fin d’allora fece il voto di castità.

Compiuti gli studi a Parigi, fu dal padre mandato a Padova per addottorarsi in legge. Quivi Francesco fu esposto a grandi pericoli, cui scampò felicemente con la sua forte volontà e l’aiuto di Dio in cui sempre confidava.

Il padre di Francesco aveva pensato di fare del suo figlio uno dei più stimati gentiluomini della società e gli aveva già ottenuto un posto distinto nel senato di Chambery, mentre gli andava preparando un ricco partito. Francesco invece era chiamato a ben altro, e svelò ogni cosa al suo precettore, incaricandolo di farne consapevole il padre. Molti furono gli ostacoli che i genitori gli opposero, ma vedendolo fermo nel suo proposito acconsentirono alla volontà di Dio.

titolo San Francesco di Sales in meditazione
autore Carlo Maratta anno 1662 circa



Fatto Sacerdote, il Vescovo di Ginevra lo delegò a combattere l’eresia di Calvino, che infestava tutto il Chiablese. Il nostro Santo ebbe da faticare e soffrire molto per quegli eretici, e corse pericolo più volte di essere assassinato, ma la sua grande dolcezza, unita ad uno zelo instancabile e ad una pietà esemplare, vinse i più ostinati calvinisti tanto da convertirne, dicono, 72 mila. Morto il vescovo di Ginevra Mons. Granier, Francesco fu eletto a succedergli.

titolo San Francesco di Sales consegna le costituzioni a S. Francesca di Chantal
autore Ubaldo Gandolfi anno 1769



Nel 1610 fondò l’ordine delle Suore della Visitazione, coadiuvato dalla S. Madre di Chantal. Quando sentì di non aver più le forze d’un tempo e che la sua salute deperiva, chiese un aiuto per il governo della diocesi. Nonostante fosse ammalato, salì per l’ultima volta il pulpito di Lione nella vigilia del S. Natale 1622, ma il giorno dopo dovette mettersi a letto, con segni manifesti di apoplessia progressiva. Chiese subito gli ultimi Sacramenti, indi con fervore serafico ripetè alcuni passi della S. Scrittura, finchè il male gli tolse la parola e la vita, la sera del 28 dicembre. Non contava ancora 56 anni d’età, 20 dei quali passati nell’episcopato.Egli è celebre per la sua incomparabile dolcezza, e per i libri che scrisse, ripieni di unzione divina.


FRASI FAMOSE

  • Non bisogna rispondere minimamente né dimostrare d’aver udito quello che il nemico dice.
  • Il contadino non sarà mai messo sotto accusa se non ottiene un buon raccolto, ma lo sarà certamente se non ha ben coltivato e ben seminato i campi.
  • Diciamo così: Dio è il pittore, la nostra fede è la pittura, i colori sono la parola di Dio, il pennello è la Chiesa.
  • Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive nell’amore, si fa per amore e viene dall’amore.
  • È necessario sopportare gli altri, ma, in primo luogo, è necessario sopportare se stessi e rassegnarsi a essere imperfetti.
  • È sempre molto dannosa quella distrazione del cuore che porta ad avere il cuore in un posto e il dovere in un altro.
  • Il Cuore parla al cuore.
  • Non è per la grandezza delle nostre azioni che noi piaceremo a Dio, ma per l’amore con cui le compiamo.
  • L’amor proprio muore solo quando moriamo noi, e conosce tanti modi di rintanarsi nella nostra anima, che non si riesce mai a farlo sloggiare.
  • Accusiamo il prossimo per cose lievi e scusiamo noi stessi in cose grandi.
  • Chi conquista il cuore dell’uomo conquista tutto l’uomo.
  • Filotea, sii costante e giusta nelle tue azioni: mettiti sempre al posto del prossimo e metti lui al tuo e così giudicherai rettamente; quando compri fa la venditrice e quando vendi fa la compratrice e vedrai che riuscirai a vendere e comprare secondo giustizia.
  • L’effetto della pazienza è quello di possedere bene la propria anima; e quanto più la pazienza è perfetta, tanto più il possesso dell’anima diviene completo ed eccellente.
  • I piccoli errori commessi all’inizio di qualsiasi impresa, ingigantiscono con il tempo e risultano, alla fine, irreparabili o quasi. Il male è già mezzo guarito quando se n’è scoperta la causa.
  • In ogni momento, in ogni circostanza, facciamo appello a questa dolce Madre, invochiamo il suo amore materno e, facendo ogni sforzo per imitare le sue virtù, abbiamo per Lei un sincero cuore di figli.
  • Bisogna avere un cuore capace di pazientare; i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo.
  • È un ottimo segno che il nemico si ostini a bussare alla porta: questo vuol dire che non ha ottenuto quello che voleva.
  • Quando si è nell’agitazione è necessario non fare né dire alcuna cosa, se non rimanere fermi e risoluti nella decisione di non seguire le nostre passioni, qualsiasi motivo avessimo per farlo.
  • Quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, quel che per noi fanno gli altri ci pare nulla.
  • Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l’unisce alla devozione.

Medjugorje: Oasi della pace

All’ora del pranzo arriva puntuale…

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