"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Gennaio 2026 Pagina 17 di 36

APOFTEGMI DI SANT’ANTONIO ABATE

(1) Il santo padre Antonio, una volta, mentre era seduto nel deserto, si trovò in preda alla tristezza e a una fitta oscurità  di pensieri; diceva a Dio: “Signore, voglio salvarmi, ma i pensieri non me lo permettono. Che cosa farò nella mia tribolazione? Come mi salverò?” Ed ecco che, sporgendosi un po’, Antonio vede uno come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e si mette a pregare, poi torna a sedersi e ad attorcigliare corde, e poi di nuovo si alza a pregare: era un angelo di Dio, inviato per correggere Antonio e rassicurarlo. Allora sentì che l’angelo diceva: “Fa’ così, e ti salverai”. A queste parole, Antonio provò grande gioia e coraggio; e così facendo si salvò.

(2) Il padre Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, domandò: “Signore, come mai alcuni muoiono dopo una vita breve, mentre altri diventano molto vecchi? E perché alcuni vivono in povertà, mentre altri sono ricchi? Perché uomini ingiusti sono ricchi e uomini giusti sono poveri?” Allora gli arrivò una voce che diceva: “Antonio, bada a te stesso. Questi sono giudizi di Dio, e a te non conviene conoscerli.” 

(3) Un tale fece questa domanda all’abate Antonio: “Che cosa devo osservare per piacere a Dio?” L’anziano gli rispose: “Osserva quello che ti ordino: dovunque tu vada, tieni sempre Dio davanti agli occhi; e qualunque cosa tu faccia, segui la testimonianza delle Sacre Scritture; in qualunque luogo tu ti stabilisca, non muoverti di lì dopo poco. Osserva questi tre comandi, e ti salverai”.

(4) Disse il padre Antonio al padre Poimén: “Questa è la grande opera dell’uomo: gettare su se stesso la propria colpa davanti a Dio, e aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro”.

(5) Disse anche: “Nessuno,  che non sia stato tentato, potrà entrare nel regno dei cieli. Infatti –dice –  togli le  tentazioni, e  nessuno si salva.”

(6) Il padre Pambone interrogò il padre Antonio: “Che cosa devo fare?” Gli risponde l’anziano: “Non confidare nella tua giustizia, non darti pensiero di ciò che passa, domina la lingua e il ventre”.

(7) Il padre Antonio disse: “Ho visto tutte le reti del nemico dispiegate sopra la terra, e gemendo ho detto: ‘Chi riuscirà a sfuggirne?’  E ho sentito una voce che mi diceva: ‘L’umiltà”.

(8) Un’altra volta disse che ci sono alcuni i quali hanno macerato il corpo nell’ascesi ma, non avendo il discernimento, sono finiti lontano da Dio.

(9) Disse ancora che dal prossimo dipendono la vita e la morte: se infatti guadagniamo il fratello, guadagniamo Dio, se scandalizziamo il fratello, pecchiamo contro Cristo.

(10) Disse ancora: “Come i pesci restando all’asciutto muoiono, allo stesso modo i monaci, attardandosi fuori dalla cella o passando del tempo con persone del mondo, allentano la tensione alla pace interiore/  vita interiore. E’ dunque necessario che, come il pesce si affretta al mare, così noi ci affrettiamo alla nostra cella, perché non capiti che, attardandoci fuori, ci dimentichiamo di custodire dentro / della custodia interiore.

(11) Una volta disse: “Chi siede nel deserto e attende alla pace interiore, è liberato di tre guerre: quella dell’udito, quella del parlare e quella del vedere; gliene resta una sola, quella del cuore.”

(12) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio, con l’intenzione di raccontargli delle visioni che avevano, e sapere da lui se erano vere o se venivano dai demoni. Avevano un asino, che morì durante il viaggio. Quando dunque arrivarono dall’anziano, questi, prevenendoli, disse loro: “Come mai l’asinello è morto per strada?” Gli chiedono: “Come fai a saperlo, padre?” E lui risponde: “I demoni me l’hanno fatto vedere”. Allora gli dicono: “Noi proprio per questo siamo venuti a interrogarti:  per non sbagliare,  perché vediamo delle visioni, e spesso sono vere”.  E l’anziano, con l’esempio dell’asino, li convinse pienamente che le visioni venivano dai demoni.

(13) Nel deserto c’era un tale che andava a caccia di animali selvatici. Costui vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Allora l’anziano, volendolo convincere che ogni tanto bisogna compiacere i fratelli, gli dice: “Metti una freccia nel tuo arco, e tendilo”, e quello lo fece. Gli dice: “Tendilo un’altra volta”, e lui lo tese. Gli dice ancora: “Tendilo”. Allora il cacciatore gli dice: “Se lo tendo oltre misura, l’arco si rompe”. E l’anziano gli risponde: “Così è anche per l’opera di Dio: se tendiamo troppo l’arco con i fratelli, ben presto si spezzano. Perciò ogni tanto si deve accondiscendere ai fratelli.” A queste parole, il cacciatore fu preso da compunzione e,  molto edificato dall’anziano, si allontanò.  Anche i fratelli, rassicurati, si ritirarono nei loro luoghi.

(14) Il padre Antonio sentì parlare di un giovane monaco che in viaggio aveva operato un prodigio: aveva visto degli anziani che camminavano ed erano affaticati: allora  aveva dato ordine a degli asini selvatici di venire, di caricarsi degli anziani e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani dunque riferirono al padre Antonio il fatto. Ed egli dice: “Questo monaco mi sembra una nave piena di tesori, ma non so se arriverà in porto.” Ed ecco che qualche tempo dopo il padre Antonio incomincia all’improvviso a piangere, a strapparsi i capelli, a lamentarsi. I discepoli gli dicono: “Perché piangi, padre?” E l’anziano rispose: “Una grande colonna della Chiesa poco fa  è caduta – si riferiva al giovane monaco –  ma, dice, andate da lui a vedere che cosa è successo.” I discepoli vanno e trovano il monaco seduto su una stuoia che piange la colpa  commessa. Vedendo i discepoli dell’anziano, dice “Dite all’anziano che supplichi Dio di concedermi dieci giorni soli, e spero di fare ammenda”. E nello spazio di  cinque giorni morì. 

(15) Un monaco fu lodato dai fratelli alla presenza del padre Antonio. Allora, presolo da parte, egli lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo, e avendo trovato che non lo sopportava, gli disse: “Mi sembri un villaggio tutto adorno sul davanti, saccheggiato dai predoni sul retro”.

(16) Un fratello disse al padre Antonio: “Prega per me”. L’anziano gli dice: “Né io né Dio possiamo avere pietà di te, se tu stesso non ti dai da fare e non preghi Dio”.

(17) Una volta degli anziani si recarono dal padre Antonio, e con loro c’era il padre Giuseppe. Allora l’anziano, volendo metterli alla prova, propose loro una frase della Scrittura, e cominciando dai più giovani chiese loro che cosa significasse. Ciascuno rispondeva secondo le proprie capacità. Ma l’anziano a ciascuno diceva: “Non hai ancora trovato”. Ultimo tra tutti interroga il padre Giuseppe: “Secondo te che cosa significa questa parola?” Risponde: “Non lo so”. Gli dice il padre Antonio: “Il padre Giuseppe ha trovato davvero la strada, perché ha detto: ‘Non so’.”

(18) Alcuni fratelli partirono da Scete per andare a trovare il padre Antonio. Imbarcandosi, trovarono un anziano che voleva anche lui andare là. I fratelli però non lo conoscevano. Seduti nella nave, conversavano delle parole dei Padri, di quelle della Scrittura e anche dei loro lavori manuali. L’anziano taceva. Arrivati all’ormeggio, si scoprì che anche l’anziano andava dal padre Antonio. Quando giunsero, Antonio disse loro: “Avete trovato un buon compagno di viaggio in  questo anziano!” Poi all’anziano disse: “E tu, padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli.” L’anziano risponde: “Buoni lo sono, ma il loro cortile non ha porta e chi vuole può entrare nella stalla e slegare l’asino.” Voleva dire che chiacchieravano di qualunque cosa venisse loro alla bocca.

(19) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio e gli chiesero: “Dicci una parola: come ci salveremo?” L’anziano risponde loro: “Avete udito la Scrittura? E’ quello che ci vuole per voi.” Ma essi: “Anche da te, Padre, vogliamo sentire qualcosa”. E l’anziano: “Il vangelo dice: ‘Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra’(Mt 5, 39).” Gli rispondono: “Non siamo capaci di farlo.” Allora l’anziano dice: “Se non siete capaci di porgere anche l’altra, almeno tenete ferma la prima”. Gli rispondono: “Nemmeno di questo siamo capaci”. E l’anziano: “Se non riuscite a  fare neppure questo, non restituite il male che avete ricevuto.” Rispondono: “Non siamo capaci neppure di questo.” Allora l’anziano dice al suo discepolo: “Prepara loro una polentina: sono deboli.  Se di questo non siete capaci e di quello non avete voglia,  che cosa posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere”.

(20) Un fratello che aveva rinunciato al mondo e aveva dato le sue sostanze ai poveri, ma aveva trattenuto per sé qualcosa, si recò dal padre Antonio. L’anziano, conoscendo la cosa, gli dice: “Se vuoi diventare monaco, va’ in quel villaggio, compera della carne, legatela sul corpo nudo e in questo modo  vieni qui.” Avendo il fratello eseguito l’ordine, i cani e gli uccelli gli lacerarono il corpo.  Quando si presentò all’anziano, questi gli chiese se aveva fatto come gli aveva consigliato, e quello gli fece vedere il corpo tutto dilaniato. Allora sant’Antonio gli dice: “Coloro che hanno rinunciato al mondo, ma vogliono tenere dei beni, in questo modo vengono fatti a pezzi dai demoni combattendo contro di loro.” 

(25) Disse il padre Antonio: “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e quando vedranno uno che non è impazzito,  gli si rivolteranno contro dicendogli: ‘Tu sei pazzo!’ perché non sarà come loro”.

(27) Tre padri avevano l’abitudine di andare ogni anno a trovare il beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima, una stava in assoluto silenzio e non domandava nulla. Dopo molto tempo il padre Antonio gli dice: “Ecco, è tanto tempo che vieni qui e non mi chiedi nulla”. E quello rispose: “A me basta solo vederti, Padre.”

(29) Un fratello in un cenobio fu calunniato con l’accusa di impurità. Levatosi, andò dal padre Antonio.  Ed ecco che i fratelli dal cenobio  vennero per prendersi cura di lui e riportarlo indietro. Allora cominciarono ad accusarlo: “Tu ti sei comportato così”. E lui si difendeva: “Non ho commesso nulla di questo genere”. Capitò lì a proposito l’abate Pafnuzio detto Cefala, che disse questa parabola: “Ho visto sulla riva di un fiume un uomo gettato nella melma fino alle ginocchia, ed alcuni,  sopraggiunti per dargli una mano, lo hanno affondato nella melma fino alla gola.” Allora il padre Antonio disse loro, riferendosi al padre Pafnuzio: “Ecco un uomo vero, capace di curare e di salvare le anime”. Perciò, presi da compunzione all’udire le parole degli anziani, si inginocchiarono davanti al fratello e, ammoniti dai padri, lo ricondussero al cenobio.     

(32) Disse il padre Antonio: “ Io non temo più Dio, lo amo. Infatti l’amore scaccia il timore (1Gv 4, 18)”.

(33) Disse anche: “Abbi sempre davanti agli occhi il timore di Dio. Ricordati di colui che fa morire e fa vivere (1 Sam 2,6). Odiate il mondo e tutto ciò che contiene, odiate ogni soddisfazione   del corpo. Rinunciate a questa vita affinché viviate per Dio. Ricordate che cosa avete promesso a Dio: infatti ve lo  chiederà nel giorno del giudizio. Sopportate la fame, la sete, la nudità, le veglie, piangete, gemete, affliggetevi nel vostro cuore; giudicate se siete degni di Dio; disprezzate la carne, per salvare la vostra anima.

(35) Il padre Antonio disse: “Chi batte una sbarra di ferro, prima ha l’idea di ciò che ne vuol fare: una falce, o una spada o un’ascia. Così anche noi dobbiamo sapere a quale virtù  tendiamo, per non faticare a vuoto.”

(36) Disse ancora: “L’obbedienza e la continenza ­domano le bestie feroci”.

(37) Disse anche: “Conosco monaci che dopo molte fatiche sono caduti e sono arrivati a uscire di senno, per avere confidato nella loro opera trascurando il precetto che dice: ‘Interroga tuo padre ed egli te lo annunzierà”.

(Apoftegmi tratti dal libro: ”Lotte e tentazioni dei Padre del deserto”- Padre Livio – Edizioni Sugarco)

La profezia di Sant’Antonio si è avverata….

PENSIERO QUOTIDIANO

L’Apocalisse fa parte del Credo cristiano

La Divina rivelazione e il conseguente Magistero  della Chiesa pongono all’inizio della storia umana Dio creatore e al termine la venuta di Cristo Redentore, che giudicherà il mondo secondo giustizia, dando agli uomini il premio o la pena eterna.

Nel medesimo tempo pongono al centro della storia umana l’incarnazione del Verbo, la sua opera di evangelizzazione e la sua Passione, morte e resurrezione per la salvezza del mondo.

La visione cristiana della storia è completata da un attenzione particolare, che viene da Gesù Cristo stesso, alla parte finale di questo lungo cammino di Redenzione, quando satana, sciolto dalle catene, tenterà di replicare la ribellione dell’Eden, spingendo l’umanità al rifiuto della fede e della Croce.

Il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica  (n. 675) evoca infatti la presenza di una impostura anti-cristica che accompagna l’intero cammino della Chiesa ma che, nel tratto finale del percorso, assumerà i connotati di un vero e proprio rinnegamento della salvezza cristiana e di un ritorno alle ideologie mondane.

I segni di questo capovolgimento drammatico sono sotto gli occhi di tutti, ma si tratta di occhi accecati da una concezione della storia ormai divenuta egemone, che esclude Dio creatore e Cristo redentore, per proporre la visione di una materia eterna che genera se stessa secondo i criteri del caso e della necessità.

 Non c’è da meravigliarsi che l’umanità  neopagana proceda verso l’autodistruzione, come se fosse un elemento necessario dell’eterno ritorno della materia. C’è invece da scandalizzarsi che i cristiani  abbiamo dimenticato ciò che Dio ha rivelato e ciò che la Chiesa insegna.

L’Apocalisse infatti è la vera chiave di interpretazione del momento attuale, una fase della storia in cui satana regna, come ha rivelato la Regina della pace.

La sua presenza così straordinaria  rivela che è vicino il momento della liberazione del popolo degli umili, di coloro  che attendono dal Cielo la salvezza e la pace.

A loro accadrà quello che il grande eremita Sant’Antonio abate diceva di se stesso: « Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, ed al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: – Tu sei pazzo! a motivo della sua dissomiglianza da loro. » 

AIUTIAMO RADIO MARIA IN SIRIA (ALEPPO – DAMASCO)

Ciao a tutti, vi mando la testimonianza di un ascoltatore siriano (ex musulmano) inviato allo studio mobile della Giordania:

Cara Radio Mariàm, sono un ascoltatore siriano e vivo in Giordania. Sono un ex musulmano, ora convertito al Cristianesimo.
Ho ricevuto il battesimo qualche anno fa. Non posso nascondere il mio grande entusiasmo nell’iniziare con voi e nel far parte di questo servizio, offrendo anche un piccolo contributo alla Chiesa, a Radio Maria, a tutti coloro che vi operano, nonché alla fede e ai fedeli, affinché io possa crescere spiritualmente, imparare e beneficiare della vostra esperienza.
Quando avrò l’opportunità di incontrarvi e di ricevere una spiegazione completa, sul funzionamento della radio, potrò comprendere meglio e individuare l’ambito in cui potrei collaborare con voi. Sono pienamente disposto a mettere a disposizione tutte le mie energie e il mio tempo, con amore, sincerità e dedizione. In qualunque ambito riterrete opportuno affidarmi un incarico, mi impegnerò al massimo e continuerò a formarmi per raggiungere il miglior livello possibile, nel dare un contributo utile e significativo, con l’aiuto di Dio.
Sono un credente, membro della Chiesa, ho seguito un percorso di formazione spirituale sotto la guida di un sacerdote, ho ricevuto il sacramento del Battesimo e frequento regolarmente la Chiesa.

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

Leone XIV e la Città di Dio

FONTE IMMAGINE: EWTN

di Roberto de Mattei – CR 1933, 14 Gennaio 2026 

Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/comunismo-e-anti-comunismo-in-unora-decisiva-della-storia/). 

Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/january/documents/20260109-corpo-diplomatico.html).  Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV: «Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., – dice il Papa – Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un’“opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia  (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo. Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.

Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.  

Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi (Ibid., XIX, 4. 4).  L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio».

Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.

Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire. 

Pensieri sui Vangeli Festivi: II Domenica del Tempo Ordinario – di Padre Livio

Vangelo

Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore

Putin usa il gelo e il buio per far cedere gli ucraini. Loro rispondono: balli, resistenza, organizzazione

Kristina Berdynskykh – Il Foglio, 17 Gennaio 2026

Kyiv vive in stato di emergenza. Ma tra tende da campeggio in casa, musica e thermos gli ucraini resistono e aspettano la primavera: “Sarà un po’ più caldo e più facile”

Kyiv. La temperatura a Kyiv oscilla fra i -14 e i -16 gradi. Fuori il freddo è penetrante e, per giunta, è buio pesto. Da quando la Russia ha bombardato la capitale ucraina il 9 gennaio, la città vive in stato di emergenza. 100 condomini sono ancora senza riscaldamento, sebbene la corrente elettrica sia già stata ripristinata in 5.900. Sono in vigore interruzioni di corrente di emergenza. La durata media è di dieci ore senza corrente, seguite da tre ore con la corrente. Spesso le interruzioni si prolungano e molte case rimangono senza corrente per 20 ore al giorno.

Quest’inverno, Vladimir Putin ha deciso di rendere Kyiv invivibile, ma ancora una volta ha sottovalutato il popolo ucraino. Durante una di queste lunghe interruzioni, la sera del 15 gennaio, i residenti di un complesso residenziale sulla riva sinistra della città hanno organizzato una festa nel loro cortile, servito vin brulé e improvvisato un dj set.

Vestiti con calde giacche invernali, cappelli e sciarpe, hanno ballato e cantato a squarciagola: “All I need is a light tonight” (tutto quello di cui ho bisogno stanotte è una luce). “Stare sedute per ore senza corrente in un appartamento freddo è incredibilmente triste”, dice Irina Krikunenko, 36 anni, residente a Kyiv. Vive sulla riva destra del fiume, nel quartiere di Obolonskyi, e ogni sera fa lunghe passeggiate sul lungofiume. Il paesaggio pittoresco e gli alberi innevati le risollevano il morale anche nel freddo gelido. “Cerco di non stare seduta a casa per lunghi periodi durante un blackout. Vado al lavoro, a vedere il balletto e incontro gli amici”, racconta al Foglio. Krikunenko vive al 13° piano di un edificio di 19 piani. Senza corrente, gli ascensori non funzionano. Tornare a casa a piedi non è un problema per lei, ma per i residenti anziani che vivono ai piani alti è una vera sfida. Per questo, i vicini hanno posizionato degli sgabelli sui pianerottoli di ogni piano. “Così i pensionati possono sedersi e prendersi una pausa”, spiega. I residenti comunicano tra loro online. Ogni volta che arriva un elettricista, qualcuno pubblica subito un messaggio.

 Ma a volte la corrente dura solo un’ora o due, e poi la chat si riempie di altri messaggi. “Un vicino scrive: ‘Non ho finito di cucinare il borscht’. E un altro: ‘La mia lavatrice non ha finito il lavaggio’”, Irina cita alcuni esempi fra i messaggi che riceve in chat. Afferma che trovarsi in una situazione estremamente difficile ha reso le persone più compassionevoli, e molte si sono offerte di aiutare. 

Per esempio, gli amici nel suo palazzo hanno comprato contenitori di acqua potabile da usare in caso di interruzioni idriche e le hanno detto che erano lì anche per lei. Vladislav Faraponov, 28 anni, direttore del think tank American Studios, ha recentemente avuto un figlio di due mesi. Subito dopo la sua nascita, lui e sua moglie hanno iniziato a prepararsi per eventuali blackout. Hanno una centrale elettrica portatile nel loro appartamento, oltre a lampade che possono essere ricaricate da un power bank e da una lampada a batteria. Quando si svegliano la mattina, scaldano subito l’acqua per tre thermos: uno con il tè e due con acqua bollente. Crede che la cosa più importante ora sia il sostegno reciproco all’interno della famiglia e un chiaro accordo per cui chi rimane a casa quando torna la corrente, collega immediatamente tutto e lo carica. “Quando la situazione di riscaldamento e luce era completamente disperata, siamo andati a dormire da parenti”, racconta. E’ uno scenario comune a Kyiv. Chi è più accogliente invita amici e conoscenti che si trovano in situazioni peggiori.

I pensionati che vivono soli stanno affrontando il momento più difficile. I loro problemi quotidiani sono quelli che si conoscono meno. Per questo motivo, la città ha aperto 1.200 “punti dell’invincibilità” al chiuso e all’aperto, dove le persone possono riscaldarsi e ricaricare i propri dispositivi. A questo scopo, sono state allestite grandi tende arancioni nelle zone residenziali. Dentro all’appartamento della famosa cantante ucraina Sasha Koltsova, la temperatura è di soli 6 gradi. Ha già installato la pellicola a bolle d’aria sulle finestre per ridurre la dispersione di calore, ma non basta. “La stanza è grande e non riesco a riscaldarla completamente”, racconta al Foglio. Così, in una delle stanze, ha montato una tenda da campeggio con un materasso, una coperta normale e una coperta termica. E ora dorme lì. All’interno della tenda, la temperatura va dai 12 ai 15 gradi. Il kit di base che consiglia a tutti è: biancheria intima termica, un sacco a pelo, una tenda, un thermos e un fornello a gas portatile (molte case di Kyiv hanno fornelli elettrici).

Irina Krikunenko ammette di dormire sotto quattro strati: due piumoni e due coperte. “Cammino per la stanza con calzamaglie calde, pantaloni di lana, due paia di calzini, due maglioni e un cardigan”, dice. Non ha una stazione di ricarica portatile, ma ha tantissime candele. “Le accendo tutte e creo una bellissima atmosfera romantica”, aggiunge Irina, con allegria. Il 16 gennaio, il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha invitato le aziende a spegnere la luce delle pubblicità esterne e la città a spegnere i lampioni. Questo significa che i viali di Kyiv saranno presto immersi in un’oscurità ancora maggiore. “Illuminazione stradale e dei parchi, insegne e lucine: niente di tutto ciò ha importanza se le persone non hanno abbastanza elettricità”, ha detto. Ma nonostante i blackout, la stanchezza intensa e le difficoltà quotidiane, gli ucraini non si disperano. “Aspettiamo la primavera; sarà un po’ più caldo e più facile”, spera Faraponov.

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