"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2025 Pagina 4 di 367

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Lunedì 29 Dicembre 2025

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h.8.50: EDITORIALE

+La situazione mondiale alla vigilia dei Segreti di Medjugorje

 I Tre imperi che si spartiscono il mondo

L’uomo al posto di Dio – La pace anticristica

La testimonianza disarmata della Chiesa cattolica

L’ideologia pseudo cristiana del mondo russo

L’Europa è il punto focale della crisi

L’ Ammonimento del Cielo con i primi tre Segreti

Dopo il terzo Segreto che cosa farà l’Occidente ex cristiano?

La Chiesa al seguito della Regina della pace

Le armi della vittoria: la presenza di Maria con le sue apparizionj e i suoi messaggi

Dal quarto al decimo Segreto i potentati anticristici crolleranno

I popoli si convertiranno, più degli altri quello russ

Il Cuore Immacolato di Maria trionferà

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

h. 10.00:Figlioli vi abbraccio con tenerezza (53)

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

BLOG: blogdipadrelivio.it

Pensiero quotidiano: L’abbandono totale a Gesù

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

DAI UNA MANO ALLA EVANGELIZZAZIONE DI RADIO MARIA IN ITALIA E NEL MONDO

+Bonifico Bancario Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)

Banca Intesa Sanpaolo filiale di Milano – IBAN: IT26 H030 6909 6061 0000 0126 574

+Conto corrente postale – N. 1 4 5 2 2 2 2 1

Intestato a: Associazione Radio Maria, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)

+5×1000 per i progetti di Radio Maria: C. F. 94023530150

IL MIRACOLO DELLA CONVERSIONE – Catechesi di P. Livio – Puntata 18

Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale

🔴LIVE🔴I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 24 – RISPETTA IL NOME DELL’ALTISSIMO

Loading the player...

San Davide


autore: Domenichino anno: 1600-1641 titolo: David che suona l’arpa luogo: Francia Versailles Chateau de Versailles

Nome: San Davide

Titolo: Re

Ricorrenza: 29 dicembre

Tipologia: Commemorazione

Pastore, Re, Santo, Profeta e Poeta: questi sono i titoli di David. E la sua condizione è quella di peccatore, ma di peccatore pentito, lavato dal pianto sincero e amarissimo. Nessun’altra figura dell’Antico Testamento ha la tragica grandiosità, la drammatica potenza di questo personaggio, dalla cui radice terrosa e vitale doveva sorgere l’immacolato stelo della Vergine.

Durante il regno di Saul, Dio ordinò che venissero sterminati gli Amaleciti e tutto ciò che apparteneva loro, ma il rifiuto del re fece perde a Dio la stima per lui e mandò quindi il profeta Samuele a Betlemme a cercare un nuovo re di Israele tra i figli di Iesse. Quest’ultimo fece passare sette dei suoi figli davanti a Samuele ma nessuno di loro era il prescelto. Allora Samuele gli chiese se ne avesse altri e Iesse rispose che il più giovane, Davide, fulvo di capelli e di bell’aspetto, era al pascolo con le pecore.

Quando gli fu portato davanti, Dio disse a Samuele: «Alzati, ungilo, perché è lui»

Egli è un giovane pastore, quando viene recato presso il Re Saul, perché col suo canto lenisca la tetraggine del sovrano sospettoso e fughi i fantasmi della sua pazzia, derivata dallo smodato abuso del potere regale.



Sul campo di battaglia, dinanzi ai tracotanti Filistei, egli affronta il gigante Golia, armato di sola fionda. Golia ride di lui. Ma il giovane pastore e cantore, sicuro di sé, rivolge all’avversario le parole che non declinano: «Tu vieni a me con la spada, la lancia, lo scudo. Io invece vengo nel nome del Signore». E nel nome dà Signore, scaglia il sasso che abbatte Golia, simbolo della potenza terrena, sempre vinta da chi agisce ed opera nel nome del Signore.

Il successo del giovane eroe rende Saul ingiusto verso di lui. David è costretto a fuggire e a nascondersi, perseguitato, ma generoso e pietoso verso il suo folle persecutore. Non confida che nel Signore: «In te spero, o Signore. Ch’io non sia confuso in eterno». «Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Salvami, Signore, Dio di verità ».

Infine, vittorioso e proclamato Re, danza e canta dinanzi all’Arca Sacra, contenente le Tavole della Legge. E suscita il disprezzo di Micol, figlia di Saul, ch’egli ha sposato, ma che non capisce la grandezza spirituale del marito.

Dalla sua anima s’alzano allora gl’inni della riconoscenza e dell’ammirazione: «I cieli narrano la gloria di Dio E le opere sue annunziano il firmamento. Un giorno getta all’altro la parola E la notte alla notte la racconta». Così egli è degno di fondare la città alta sul monte: Gerusalemme, simbolo e figura della città celeste.

Eppure questo eroe, questo grande Pracconta»to altissimo Poeta, questo glorioso Re, pecca. Egli è un uomo: il suo corpo è impastato di fango; dal suo grasso fermentano le iniquità; il suo cuore è un grumo di passioni: «Ecco, nell’iniquità sono stato generato e nei peccati mi generò mia madre ».

Il suo peccato ha un nome di donna: Bersabea. La sua iniquità ha il nome del marito di lei, mandato da lui a morte sicura: l’eroico Uria. Eppure David sente d’avere peccato, non contro Uria né con Bersabea, ma contro il suo Signore: «Contro di te solo ho peccato e ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi».

Piange amaramente, riconosce la sua miseria, invoca il perdono: «Abbi pietà di me, Signore secondo la tua misericordia. Con la tua grande clemenza togli i peccati miei lava le mie iniquità. Dal mio peccato mondami, riconosco il mio delitto. Il mio peccato è dinanzi a me».

E intanto son le lacrime che lo bagnano. È la cenere del pentimento che lo vela. Il frutto del peccato, il figlio illegittimo, muore. E il padre, dopo aver implorato, scongiurato, digiunato, accetta la punizione. «Tu sei giustificato nella tua clemenza E inattaccabile è il tuo giudizio».

Ma di qui innanzi, la vita del Re profeta e poeta non sarà che un seguito di sciagure. I suoi figli gli si ribelleranno. I suoi sudditi lo tradiranno. Egli è ormai la figura stessa del dolore: «Inaridito come un coccio è il mio vigore e la mia lingua mi s’è attaccata alle fauci. Alla polvere della morte m’hai ridotto.”

Santificato dal dolore, David diventa la figura della vittima, e i canti della sua sofferenza si mutano in profezie sulla passione di Cristo: «Una turba di malfattori mi ha assediato han trafitto le mie mani e i miei piedi». «Fiele mi han dato per cibo e nella mia sete mi hanno abbeverato d’aceto». «Si sono divisi i miei panni e sulla mia veste han gettato i dadi».

E grida, come griderà Gesù sulla Croce: «Dio, Dio mio, guarda a me. Perché mi hai abbandonato?». Ma regnò ancora, nonostante pericoli e affanni. Resse lo scettro d’Israele per una quarantina d’anni, fino alla morte, sui settanta, grande nella gloria, ma ancor più nell’umiliazione e nel pentimento.



Re, poeta, profeta. E Santo, secondo la Chiesa, per il dolore accettato e quasi invocato, come fuoco divoratore sulla sua odiata iniquità, sul suo peccato confessato e maledetto.

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione di san Davide, re e profeta, che, figlio di Iesse il Betlemita, trovò grazia presso Dio e fu unto con olio santo dal profeta Samuele, perché regnasse sul popolo d’Israele; trasportò nella città di Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza del Signore e il Signore stesso gli giurò che la sua discendenza sarebbe rimasta in eterno, perché da essa sarebbe nato Gesù Cristo secondo la carne.

Foto del Cristo risorto a Medjugorje

LA GAMBA DA DOVE ESCE L’ACQUA – H. 5.30 – 28 – 12 – 25

Papa Leone XIV: “La Famiglia, nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio”

“Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra”

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano , domenica, 28. dicembre, 2025 12:15 (ACI Stampa).

Domenica fra l’ottava di Natale, festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con i fedeli in una Piazza San Pietro “illuminata” dall’albero di Natale e dal presepe. Il sole riscalda i tanti romani e i pellegrini che sono venuti a salutare il Papa.

“Oggi celebriamo la Festa della Santa Famiglia e la Liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto – ricorda subito il Pontefice – È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe. Sul quadro luminoso del Natale si proietta infatti, quasi improvvisamente, l’ombra inquietante di una minaccia mortale, che ha la sua origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla paura di essere spodestato”.

“Nel suo regno Dio sta realizzando il miracolo più grande della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza, ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le sue ricchezze, i suoi privilegi”, spiega ancora Papa Leone XIV.

“A Betlemme c’è luce, c’è gioia. Ma di tutto ciò niente riesce a penetrare oltre le difese corazzate del palazzo reale, se non come eco distorta di una minaccia, da soffocare nella violenza cieca. Proprio questa durezza di cuore, però, evidenzia ancora di più il valore della presenza e della missione della Santa Famiglia che, nel mondo dispotico e ingordo che il tiranno rappresenta, è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese”, commenta il Pontefice prima della preghiera mariana.

“In Egitto, infatti, la fiamma d’amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per portare luce al mondo intero. Mentre guardiamo con stupore e gratitudine a questo mistero, pensiamo alle nostre famiglie, e alla luce che pure da esse può venire alla società in cui viviamo. Il mondo, purtroppo, ha sempre i suoi “Erode”, i suoi miti di successo ad ogni costo, di potere senza scrupoli, di benessere vuoto e superficiale, e spesso ne paga le conseguenze in solitudine, disperazione, divisioni e conflitti. Non lasciamo che questi miraggi soffochino la fiamma dell’amore nelle famiglie cristiane. Al contrario, custodiamo in esse i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente la Confessione e la Comunione – gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, la concretezza semplice e bella delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno”, è questo l’invito di Papa Leone nella Festa dedicata alla famiglia.

A

Subito dopo la recita dell’Angelus, il Papa passa ai consueti saluti. Saluti i gruppi presenti, come gli scout di Treviso e tanti altri. “Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani e le persone fragili. Affidiamoci alla Santa Famiglia di Nazareth”, conclude infine il Pontefice.

💫🔔LIVE: BENEDIZIONE DI P.LIVIO – SANTA FAMIGLIA DI GESU’, MARIA E GIUSEPPE

IL MISTERO DEL NATALE

La Festa della Santa Famiglia di Nazareth

La Regina della pace ha più volte ricordato che la pace è in pericolo e che la famiglia e sotto attacco. Dio ha creato la donna dalla costola di Adamo proprio per indicarne la parità di natura e la reciprocità nel medesimo tempo. Dio ha ricolmato i progenitori di doni straordinari come la sua amicizia, la sapienza, l’immortalità, l’integrità, l’esenzione dalla sofferenza; in questa situazione esistenziale Dio ha posto la coppia originaria. Il serpente fin da subito ha cercato di insinuarsi nella coppia, tentarla e portarla alla divisione; l’attacco del demonio alla famiglia è già presente nelle primissime pagine della Sacra Scrittura.

Il diavolo odia il legame profondo tra uomo e donna, vuole dividerli e metterli uno contro l’altro. La tentazione originaria della Storia umana si è ripetuta da allora e continua oggi a ripetersi, è il fatto che l’uomo possa fare a meno di Dio, non si sottometta e si metta addirittura al suo posto. Questa è l’origine del peccato originale ed è anche il peccato della coppia. Adamo ed Eva hanno peccato insieme, il serpente riesce ad ammaliarli entrambi facendo credere loro che senza Dio si vive meglio; quando Dio li chiama a giudizio Adamo accusa Eva che a sua volta accusa il serpente ma a quel punto, ormai, hanno perso tutta la loro bellezza, tutti i doni che avevano ricevuto da Dio. Il peccato li ha messi uno contro l’altro e li ha imbruttiti.

Satana instancabilmente continua a mettere in atto quest’opera di divisione dell’opera della Creazione, che Cristo ha sanato con la Redenzione facendo del matrimonio un Sacramento di amore, dove l’uomo e la donna nel reciproco affidamento sono un segno dell’amore di Cristo per la Chiesa. Cristo stesso compie questa elevazione della coppia umana riportandola al valore delle origini e innalzandola ulteriormente; il demonio è invidioso e punta alla divisione, allo scontro, a mettere l’uomo e la donna uno contro l’altra. Giustamente, la Madonna dice che la pace nel mondo inizia dalla pace nelle famiglie. Il dissidio originario è proprio nella rottura del rapporto tra la coppia originaria, che Cristo ha sanato ma che comunque è una ferita che si ripropone ogni volta che ci allontaniamo da Lui.

Oggi satana vuole portare l’umanità alla distruzione attaccando innanzitutto la famiglia. A Ghiaie di Bonate la Madonna aveva preannunciato questo attacco alla famiglia. Il campo di battaglia è proprio quello del rapporto della coppia che deve essere una conquista spirituale, una conquista di fede e di amore, una conquista di umiltà e di reciproca sottomissione. La Sacra Scrittura descrive come Dio vuole il rapporto fra uomo e donna, fatto di pari dignità, reciproca ricchezza e missione condivisa che si manifesta soprattutto nel matrimonio, quando essi si giurano reciproca fedeltà per tutta la vita.

Il matrimonio è un Sacramento. C’è una differenza abissale fra il matrimonio civile e quello religioso; ovviamente quello civile ha una sua dignità ed è anch’esso indissolubile. Nel matrimonio religioso si ha un’elevazione a Sacramento del rapporto della coppia per cui l’amore reciproco degli sposi ha un valore soprannaturale, è l’amore di Cristo per la Chiesa. Nel matrimonio religioso è Cristo che unisce la coppia e in esso c’è la grazia speciale del Sacramento che aiuta nelle difficoltà; ovviamente bisogna corrispondere alla grazia e basta guardarsi intorno per vedere le famiglie cristiane che, attraverso l’impegno quotidiano della preghiera e del compimento della missione, affrontano le difficoltà di tutti i giorni con serenità e affidamento a Dio.

Grazie a Dio ci sono ancora le belle famiglie, sono quelle che tengono in piedi la società! Quella del matrimonio cristiano, celebrato in chiesa, è un’opzione bellissima, è patto eterno d’amore fra uomo e donna che insieme cooperano con Dio nell’opera della Creazione e della Redenzione. Il Sacramento del matrimonio è una vocazione bellissima, diversa ma non inferiore a quella del sacerdozio o della consacrazione. Negli ultimi decenni la Chiesa ha elevato agli altari anche molte coppie cristiane proprio per valorizzarne la missione ed esaltare il valore del Sacramento del matrimonio.

La famiglia è veramente l’agone della battaglia escatologica. La Regina della pace mette spesso in guardia dall’intento di satana di usare tutte le sue forze per distruggere proprio la famiglia. I sacerdoti si mettano in prima linea proponendo ai fedeli tutta la bellezza e la grandezza del matrimonio cristiano. I nemici ci assalgono, è vero: il demonio, infatti, continuamente pungola la coppia per dividerla; il mondo stesso irride e disprezza il matrimonio per creare una società di singoli, proprio perché più facilmente dominabili; la nostra carne, infetta dal peccato originale, è anch’essa un nemico perché siamo tutti inclini al peccato.

È importante combattere per difendere il matrimonio cristiano. Pochi resistono, al giorno d’oggi quanti perseverano fino alla fine? La ricostruzione della famiglia cristiana è un punto di partenza fondamentale per la costruzione del mondo nuovo della pace che la Madonna è venuta a costruire. Il mondo nuovo della pace parte proprio dalla famiglia, da quel patto d’amore fra l’uomo e la donna che Cristo sanziona e rende fecondo di amore e di vita. Invito i giovani a non avere paura ad abbracciare la vocazione al matrimonio cristiano, a fare loro il progetto di Cristo sul matrimonio. Fate vostro il progetto di Dio Creatore di un amore indissolubile per tutta la vita, un amore protetto dalla preghiera, dalle virtù cristiane, alimentato dalla gioia dei figli. Tutto questo è possibile e si realizza accogliendo la grazia di Dio.

La famiglia è la ricchezza più grande che abbiamo. Coltivare i rapporti familiari con genitori, fratelli, nonni, zii, cugini è il bene più grande che possiamo fare a noi stessi; la rete familiare è una rete di amore e protezione. Chi segue la via di Dio raccoglie sempre; chi segue altre vie perde tutto, è triste e afflitto, non ha speranza negli occhi e ha paura del futuro.

Il Sacramento del matrimonio è un’opera meravigliosa a cui invito i ragazzi ad accostarsi. Accoglietevi reciprocamente come marito e moglie davanti a Dio. Preparatevi a ricevere questo Sacramento senza bisogno di anticipare i tempi perché il rapporto d’amore fra uomo e donna è un rapporto fra marito e moglie, non fra fidanzati. Oggi vengono scombinate tutte le regole, si è persa la bellezza dell’inizio di una vita insieme con quel a un amore indissolubilepronunciato davanti a Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della castità prematrimoniale che oggi è osservata da una piccolissima parte di giovani. La castità è una virtù che andrebbe riscoperta perché dà la pace, dà il dominio di sé, dà la dignità e il rispetto al proprio corpo.

La società di oggi deve riscoprire questi valori. Con le briglie sciolte, l’abolizione delle regole e dei Comandamenti dove siamo arrivati? Siamo più felici di prima? Grazie a Dio possiamo sempre riprendere da capo, ma la società di oggi è simile a un porcile e ci vuole la forza di volontà di tutti per mettere in atto una pulizia sistematica e radicale. L’evoluzione della rivoluzione sessuale, alla fine, ha portato all’involuzione della società che oggi è totalmente immersa nel caos, non ha punti di riferimento, ha perso ogni valore.

Dobbiamo ritornare a Dio e ai Comandamenti. Rimettiamo ordine nella nostra vita. Prendiamo in mano il progetto di Dio Creatore e di Cristo Redentore sulla famiglia e sul matrimonio. Ciascuno, a modo suo e secondo il suo ruolo, viva cristianamente il suo posto all’interno della famiglia: figli, sposi, genitori. Rimettiamo ordine nella nostra vita mettendoci in sintonia con il progetto di Dio. Viviamo rettamente seguendo le vie che portano a una meta reale e santa.

Dio, per nascere, ha voluto farsi uomo nel grembo di una donna. Cristo è stato un embrione e lo ha reso inviolabile. Gesù ha voluto avere un padre e una madre per crescere in una famiglia che se ne prendesse cura con amore incondizionato; pensiamo al ruolo affidabile e fidato di san Giuseppe, padre putativo ma capace di un amore immenso. Gesù ha vissuto l’infanzia con Maria e Giuseppe, suoi genitori terreni e questo significa che sono figure fondamentali nel piano di Dio.

La famiglia è indubbiamente sotto attacco, da più fronti. Ciascuno di noi metta in campo l’impegno a difenderla e a promuoverne la santità e il valore sacramentale della coppia cristiana.

La Chiesa ortodossa russa contro Babbo Natale

di Stefano Caprio – Asia News – 27 Dicembre 2025

Nonostante la differenza dei calendari che li porta a celebrare il Natale il 7 gennaio, i russi a Capodanno fin dai tempi sovietici celebrano l’arrivo del Ded Moroz, il “Nonno Gelo” che scende dalle sponde ghiacciate per rallegrare con i doni i bambini. Questa narrazione – dalle radici antiche nella cultura locale, ma troppo simile a quanto accade in Occidente – oggi è sempre più criticata dai predicatori ortodossi che invitano a “non confondere” i più piccoli.

Il Natale di Cristo viene festeggiato dalla Chiesa ortodossa russa il 7 gennaio, che corrisponde al 25 dicembre secondo il vecchio calendario “giuliano” introdotto nel 46 a.C. dall’imperatore Giulio Cesare. Esso venne corretto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e il suo rifiuto da parte dei russi si lega all’istituzione del patriarcato di Mosca nel 1589, intendendo mostrare la propria fedeltà alle tradizioni rispetto alle “innovazioni” dei latini e diventando uno degli elementi più simbolici della contrapposizione tra Oriente e Occidente nelle pratiche religiose.

Molte Chiese ortodosse hanno poi accettato il calendario “papale”, e dall’anno scorso anche l’Ucraina ha proclamato ufficialmente la data gregoriana come la festa natalizia di tutto il Paese, irritando ulteriormente i russi che lamentano la “persecuzione dei propri fedeli” da parte dell’odiato nemico che si è venduto agli occidentali.

Una conseguenza del Natale in gennaio per la Russia è stata l’esaltazione popolare del Capodanno, vissuto con tutta la tipica euforia del Natale occidentale, che i russi chiamano con disprezzo il Krizmas (Christmas), il trionfo del consumismo e del rilassamento dei consumi. Dall’evocazione dei riti pagani anche in Russia si festeggia però il 31 dicembre l’arrivo di Babbo Natale, non quello rosso spumeggiante sulla slitta con le renne, ma il Ded Moroz, il “Nonno Gelo” gradito anche al regime sovietico, vestito con abiti consunti di colore verde scuro, che scende dalle sponde ghiacciate dell’Artico insieme alla Sneguročka (Biancaneve) per rallegrare con i doni i bambini sparsi per lo sterminato territorio eurasiatico. A lui corrisponde anche la Baba Yaga, la Befana russa che non viene relegata a una data specifica, ma dopo l’inizio dell’anno nuovo giunge per scatenare gli Svjatki, i “giorni santi” in cui s’indossano maschere per due settimane, il vero carnevale russo popolare.

Negli anni Novanta, ormai liberi dalle limitazioni dell’ateismo di Stato sovietico, la Russia ha riscoperto la religione e le antiche tradizioni, e allo stesso tempo è stata “invasa” dagli usi e costumi occidentali, compresi gli eccessi del Christmas e delle sue propagande pubblicitarie.

Con l’avvento del sovranismo putiniano, le feste natalizie “gregoriane” vengono sempre più vituperate, lasciando alle minoranze cattoliche e protestanti l’incombenza di celebrare in giorni feriali, quando il presidente, il governo e la Chiesa ortodossa organizzano ogni tipo di impegno che aiuti a dimenticare la sintonia con il resto del mondo. E da quest’anno sembra che anche il Ded Moroz russo susciti reazioni di repulsione, come nella condanna della “ondata di passioni di Capodanno” da parte di uno dei parroci più autorevoli di Mosca, il protoierej Feodor Borodin della chiesa dei santi Cosma e Damiano, una chiesa dove fino a poco tempo fa si radunavano i fedeli più ecumenici dell’ortodossia russa al centro della capitale, eredi del grande “padre spirituale del dissenso”, padre Aleksandr Men, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nel 1990.

Padre Feodor ha definito “inaccettabile per un cristiano” la credenza nell’arrivo di Babbo Natale, che risulta in realtà “un inganno incompatibile con la fede in Gesù Cristo”. Il suo intervento è stato subito appoggiato da molti alti esponenti del clero patriarcale, come il padre Vjačeslav Kljuev, presidente del Comitato panrusso dei genitori ortodossi, secondo cui “raccontare di Babbo Natale ai propri bambini è un peccato grave e un inganno deliberato”, perché in questo modo “il genitore crea un mondo immaginario, un mondo fantastico, che prima o poi verrà dissipato”.

 La storia di Ded Moroz è una “quasi-religione” che veniva apposta alimentata ai tempi sovietici dal sistema ateista, per cancellare ogni traccia del cristianesimo, istillando “la fede nell’inesistenza di Dio”. Un altro sacerdote dell’eparchia di Ivanovo nella Russia centrale, lo ieromonaco Makarij (Markiš), ha invitato a “distinguere chiaramente nella mente dei bambini questo nonno con la barba da San Nicola il Taumaturgo”, il patrono della Russia tanto amato e che ha dato origine alle leggende natalizie.

Queste dichiarazioni sono poi state confermate da un rappresentante ufficiale delle strutture patriarcali, il vice-presidente del dipartimento per le relazioni tra la Chiesa e la società Vakhtang Kipšidze, che ha proposto di “ricoverare in manicomio quelli che parlano con Babbo Natale”, impegnandosi a “disincantare” il mito dell’anno nuovo, asfaltando tutte le “metafore, le false immagini e i simboli inappropriati”. In questo modo si impone di razionalizzare la fede, e di “non ritornare alle condizioni dell’uomo primitivo”.

Tempo fa, l’allora vice-patriarca e metropolita Ilarion (Alfeev), ora in esilio nelle terme della Repubblica Ceca, aveva proposto di trovare delle modalità di compensazione per rendere “accettabile a livello ecclesiale” la figura di Babbo Natale, definendolo “una figura esaltata nel periodo sovietico come Ded Moroz, ma che discende dalla storia di san Nicola di Myra”. A inizio degli anni Duemila, il potente sindaco di Mosca Jurij Lužkov aveva identificato come luogo di residenza del Babbo Natale russo la cittadina estrema settentrionale di Velikij Ustjug, e l’arcivescovo ortodosso di Vologda Maksimilian (Lazarenko) aveva addirittura proposto di battezzare simbolicamente l’eroe delle favole invernali, ciò che gli fu impossibile da realizzare, a causa della sua pronta rimozione dalla cattedra episcopale in seguito alle sue dichiarazioni.

L’astio ortodosso nei confronti di Babbo Natale sta suscitando reazioni piuttosto confuse nel pubblico della Russia, dove si insiste ossessivamente sull’importanza dei “valori tradizionali”, escludendo da essi una figura tanto amata come il Ded Moroz e tutta la mitologia a lui collegata, che anche in Russia discende da narrazioni molto antiche. Come si chiede Aleksandr Soldatov, corrispondente di Novaja Gazeta, questo potrebbe portare a definire i “credenti in Babbo Natale” membri di una “organizzazione terroristica”, come già avvenuto per la setta dei satanisti.

Nelle cronache e nel folklore russo non vi è alcuna chiara indicazione di una connessione tra il ciclo di festività attorno al solstizio d’inverno con Nonno Gelo o Sneguročka. Riti di Capodanno simili a quelli odierni iniziarono ad affermarsi solo sotto Pietro il Grande, con lo spostamento del Capodanno al 1° gennaio del 1699, “seguendo l’esempio delle nazioni cristiane”. Un decreto reale prescriveva anche di decorare le case con rami di pino per Natale, ma questa usanza tardò ad affermarsi su larga scala. Fu solo a metà del XIX secolo che i simboli del Capodanno russo presero forma. Così, grazie agli sforzi del collezionista di fiabe russo Aleksandr Afanasev e del poeta Nikolaj Nekrasov, lo spirito malvagio Morozko fu trasformato nel buono Moroz. Gli studiosi del folklore moderno individuano parallelismi tra il Morozko slavo orientale (noto anche come Morok, Studenets o Zyuzya) e la divinità unna Yerlu, che discese sulla terra la notte di Capodanno. Morozko-Morok portò forti gelate che distrussero i raccolti invernali, quindi dovette essere placato con frittelle e focacce.

Un altro prototipo folcloristico del Ded Moroz è anch’esso un personaggio piuttosto cupo: il Ded è un antenato che torna a casa sotto forma di spirito o fantasma durante gli Svjatki. Anche questo Nonno aveva bisogno di cibo rituale e, se gli piaceva, proteggeva la casa; altrimenti, mandava disastri. Forse la prima interpretazione positiva di questa immagine fu offerta negli anni Quaranta dell’Ottocento dallo scrittore Vladimir Odoevskij, nella sua fiaba per bambini “Nonno Gelo”. I bambini si recavano nella sua capanna nella foresta per invocare l’arrivo della primavera. Nel periodo sovietico durante gli anni staliniani apparve quindi un tentativo di appropriazione di queste favole, in seguito a un articolo del 1935 di Pavel Postyšev, allora vice-segretario del Comitato Centrale del Pcus, in cui si invitava a “organizzare per l’anno nuovo una bella festa per i nostri bambini”. Sugli alberi di Natale cominciò ad apparire l’immagine di “Nonno Lenin”, e il culto della personalità di Stalin venne accostata anche al buon Ded che porta i regali, in un rituale sovietico celebrato perfino alla Casa dei Soviet nel Cremlino, mettendo al centro una solenne figura di Babbo Natale molto simile al dittatore georgiano.

Ora il Ded Moroz tanto deprecato dagli ortodossi non ha più nulla a che fare con le celebrazioni presidenziali putiniane, che non ha voluto riprendere le simbologie folcloristiche per evitare eccessive confusioni. Il Babbo è tornato nelle terre del grande nord, assumendo dimensioni trascendentali che fanno infuriare il patriarca Kirill e i suoi collaboratori, che quando arriva il vero Natale ortodosso si sentono messi sempre più in secondo piano, per colpa di quel maledetto calendario dell’imperatore romano.

Narrazioni, minacce e affari

Così gira nel mondo la ruota prepotente degli imperi

Siegmund Ginzberg  27 dicembre 2025 – IL FOGLIO

La strategia americana rivela una verità già nota: tutto, oggi, è negoziabile, purché al giusto prezzo. Stati Uniti, Russia e Cina si spartiscono la Terra. L’Europa? Sacrificabile           

Le tirate di Trump e dei suoi ideologi, e quelle di Putin e dei suoi ideologi, convergono su una cosa: nel dare addosso all’Europa. Due dei maggiori imperi, quello americano e quello russo, nemici giurati sino ad un attimo prima, se la prendono con l’Unione europea, che impero non è. Un terzo impero, la Cina di Xi Jinping, l’Europa non se la fila per niente. America e Russia, Cina e America litigano (o fingono di litigare, per meglio mettersi d’accordo). Sono potenze nucleari. Potrebbero anche finire col venire alle mani  di brutto. Ma al momento paiono piuttosto propensi ad accordarsi per dividersi il mondo, in combutta fra di loro.

Tre imperi veri, e un outsider schiacciato dai tre. Sul finire del secolo scorso Reinhard Brandt aveva pubblicato un suggestivo saggio filosofico. Si intitolava “D’Artagnan o il quarto escluso. Su un principio d’ordine della storia culturale europea 1-2-3/4” (Feltrinelli 1998). L’Europa è finita a ritrovarsi, suo malgrado, nel ruolo di “quarto escluso”. E’ frastornata. Comprensibile lo sia. Lo sarebbe anche D’Artagnan, se da un momento all’altro, anziché “tutti per uno, uno per tutti” contro le mene del Cardinale, si ritrovasse solo, abbandonato, con tutti e tre i moschettieri contro.

Tutti gli imperi che si rispettino hanno una loro narrazione. Che non è immutevole. Cambia secondo le circostanze, gli interessi del momento, le correzioni di rotta strategiche, talvolta i capricci delle rispettive leadership. Può cambiare gradualmente, o all’improvviso. L’avversione americana all’Europa ha radici remote, bipartisan. Esempio, famoso il “You know, fuck the EU”, intercettato nel 2013 a Victoria Nuland, portavoce dell’allora segretaria di Stato Hillary Clinton.

 Già allora il battibecco aveva a che fare con l’Ucraina. Ma le posizioni erano rovesciate. Gli Stati Uniti accusavano l’Europa di essere troppo accomodante con la Russia. Ora Trump la accusa di essere troppo aggressiva, senza averne, peraltro, i mezzi. Ha una leadership “debole”, che sta praticando un “suicidio di civiltà”. L’Europa, sedotta e abbandonata, viene ufficialmente sbeffeggiata, indicata come il principale ostacolo alla pace, nonché agli interessi americani.

Il documento sulla National Security Strategy dell’amministrazione Trump è un esempio di cambio qualitativo nella narrazione. Un primo interrogativo si impone: va preso sul serio? E fino a che punto? L’interrogativo si potrebbe estendere a tutte  le “narrazioni” che gli imperi prepotenti danno delle crisi in corso. Ci sono o ci fanno? Segnalano rovesciamenti epocali di strategia, o sono smargiassate propagandistiche che lasciano il tempo che trovano? 

Chi scrive è persuaso che sarà meglio prendere sul serio le cose che dicono, non dare per scontato che siano fanfaronate. Le narrazioni imperiali vanno studiate con attenzione. Non sono mai solo favole. Anche se va fatta la tara sugli elementi di posture, di pura gesticolazione, a fini di intimidazione, o di polemica e propaganda interna. L’amica Antonella Ottai, autrice di “Ridere rende liberi” (Quodlibet 2016), sui comici ebrei finiti nei campi di sterminio nazisti, ricorda lo sketch che negli anni Trenta, prima che diventasse cancelliere Hitler, Kurt Robitschek e Kurt Lilien recitavano ogni sera nel più importante cabaret di Berlino. L’uno chiede all’altro, visto come si stanno mettendo le cose, se non sia il caso di darsi una mossa e correre ai ripari. – E perché mai dovrei? – E mi chiedi perché mai? Tu l’hai letto il Mein Kampf? insiste il primo. – Io non leggo libri cattivi, la risposta. Dei due comici ebrei, quello che sulla scena diceva di averlo letto il Mein Kampf, nel ‘33 era scappato in America. L’altro, che diceva di non curarsene perché gli faceva schifo, finì invece ucciso nel campo di sterminio di Sobibor. 

Ebbene, il documento di Trump è un po’ come il Mein Kampf di infausta memoria. Anticipa, sia in modo affastellato, le intenzioni. Dice quello che i nazisti avevano intenzione di fare: far la Germania grande di nuovo, creare un impero, un Reich millenario. Considerarlo solo un delirio passeggero, un cumulo di sciocchezze, non giovò. 

La situazione internazionale era confusa. Quanto e più di quella attuale. Una doccia fredda, una guerra dopo l’altra. Compresa quella che uno storico di destra, Ernst Nolte, ha definito come “la guerra civile europea”, tra comunismi e fascismi. Una crisi economica epocale, mondiale. Con tentativi di uscirne in direzioni diverse, diametralmente opposte. O invece, sotto sotto, più simili di quanto appaia, come ha suggerito un altro studioso tedesco, Wolfgang Schivelbusch, nel suo 3 New Deal. Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e  La Germania Di Hitler 1933-1939 (Tropea 2008). 

Negli anni Trenta le alleanze, e le relative narrazioni, erano più volte cambiate. Si erano rovesciate per l’ennesima  volta, a strettissimo giro, tra 1939 e 1941. Il patto tra Hitler e Stalin aveva colto di sorpresa tutti. Era stato accolto con sgomento da chi, a sinistra, per decenni aveva dedicato l’impegno e la vita nella convinzione che lo scontro fosse tra comunismo e fascismo. L’accordo segreto tra Germania e Unione sovietica per spartirsi Polonia e le “terre di sangue” dell’Europa centrale aveva dato inizio alla Seconda guerra mondiale. Stalin aveva umiliato i comunisti francesi chiedendogli di applaudire le truppe naziste che entravano a Parigi. Poi, altrettanto all’improvviso, due anni dopo, Hitler aveva invaso la Russia. E la narrazione era cambiata di nuovo. Una nuova, provvidenziale capriola portò all’alleanza di Inghilterra, America e Unione sovietica per contenere l’impero che Hitler imponeva manu militari in Europa. E dire che, ancora poco prima di scatenare la guerra, Hitler si presentava come “uomo di pace”. Un deputato socialdemocratico svedese aveva proposto ironicamente di assegnargli il Nobel per la pace del 1939. Quell’anno il Nobel per la pace non fu assegnato a nessuno. 

C’è una quantità sterminata di studi sul perché e percome di quel doppio salto mortale. Stalin cercò da subito di far dimenticare il Patto. La nuova narrazione si chiamava “guerra patriottica”, contro l’invasore nazista. Si sarebbe dovuto attendere la glasnost di Gorbaciov perché Mosca ammettesse che era stata la NKDV sovietica, non le SS, ad ammazzare gli ufficiali polacchi sepolti nella foresta di Katyn. Putin si guarda bene dal rievocare la vicenda. Rovistando negli archivi, una studiosa tedesca, Claudia Weber, ha riaperto il caso arrivando alla conclusione che quella collaborazione tra le due dittature non fu un episodio marginale. Tra le scoperte più agghiaccianti, i rapporti sui profughi – ebrei, polacchi, ucraini – che nel primo inverno di guerra vagavano tra la zona di occupazione tedesca e quella sovietica. Vegetavano nelle strade delle città di confine, distrutte dai combattimenti, nei boschi e nelle paludi. Spinti dai tedeschi nelle acque gelide dei fiumi di confine, venivano mitragliati dalle guardie tedesche sulla sponda opposta. Non servì che alcuni dei profughi avessero pagato somme esorbitanti ai trafficanti per attraversare in barca i fiumi, di notte.  

Il documento sulla National Security Strategy non si cura di profughi, civili intrappolati nei conflitti. Anzi indica come origine di tutti i mali “l’incontenibile flusso delle migrazioni di massa”, cioè chi cerca di salvarsi da guerre e povertà. Sciagura frutto del colpevole “buonismo”, peloso e interessato, dell’Europa e dei democratici americani. In realtà, non dice nulla che Trump e i suoi non abbiano già detto in precedenza. L’affondo alle istituzioni europee era venuto forte e chiaro già alla prima uscita del vicepresidente J. D. Vance, alla conferenza sulla sicurezza, lo scorso febbraio a Monaco. Non potevano scegliere luogo più evocativo: la città che, nel 1938, aveva ospitato l’altra, assai più celebre conferenza “di pace” che diede il via libera alle pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia. Parevano iperboli, intemperanze propagandistiche ad uso interno. E invece erano un programma. 

Il documento mette insieme cose più volte dette e ripetute. E’ un manifesto ideologico affidato a un manipolo di teorici del Make America Great Again. Contiene molte cose alla rinfusa. Così come un polpettone indigeribile era, a suo tempo, il Mein Kampf.  Si tratta di una compilazione. Lo stile e l’impostazione mi fanno venire in mente anche un’altra celebre raccolta di pensieri: il Libretto rosso di Mao. Identico, assolutamente evidente, l’intento di compiacere il capo. Nessun altro precedente documento strategico americano aveva citato così profusamente e in modo tanto adulatorio il presidente in carica. Il Libretto rosso, agitato da milioni di mani di guardie rosse, era una trovata dell’allora vice e successore designato del Grande Timoniere, Lin Biao. Diffuso in centinaia di milioni di copie (rilegate con una copertina di plastica rossa che aveva fatto la fortuna della Montedison), aveva ingorgato la Cina di allora, le università d’occidente in rivolta nel ‘68, e persino alcuni dei più brillanti cervelli occidentali. Serviva a una guerra interna, in seno al gruppo dirigente cinese, non a uno scontro internazionale. Per Lin Biao, che pure era riuscito a eliminare i rivali alla successione, finì male. Mao fece abbattere l’aereo su cui Lin fuggiva verso l’allora arcinemica Unione sovietica. Non possiamo sapere che fine farà Vance.

Il Trump-pensiero appare assolutamente maoista anche nel merito. E non solo nel modo in cui promuove un culto della personalità. Riecheggia una concezione del mondo come grande torta da spartirsi tra le maggiori potenze, le maggiori “civiltà”. Già in una poesia del 1935, dedicata al monte Kunlun, il massiccio nevoso che domina il centro dell’Asia, e su cui si affacciano tutti gli imperi, Mao aveva enunciato la sua particolare concezione di un mondo tripolare: “Potessi brandire la mia spada sino al cielo, / ti taglierei in tre pezzi: / uno per l’Europa, / uno per l’America, uno lo terrei qui in Oriente. / E allora regnerebbe la pace nel mondo, / lo stesso calore e lo stesso freddo su tutta la Terra”.

Meno poetico di Mao, Donald Trump concepisce anche lui il mondo in termini di spartizione tra civiltà, imperi, ciascuno dei quali domina la rispettiva sfera di influenza. “Sfere d’influenza” è termine che trae origine dalla Conferenza di Berlino del 1884-85, nella quale le potenze europee si erano accordate per spartirsi l’Africa. Salvo dilaniarsi poi nell’immane massacro, l’“inutile strage” della Prima guerra mondiale. C’è chi evoca piuttosto un ritorno a Yalta 1945, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si spartirono l’Europa e il resto del mondo. Non è la stessa cosa di oggi. Quelli allora avevano vinto la Seconda guerra mondiale. Qualcuno finì sacrificato. Ma garantì molti decenni di pace, e anche di prosperità, per l’Europa che era stata crudelmente spartita.  

Cambiano i convitati al gran banchetto. “America first”, naturalmente, “in tutto quello che facciamo”. Poi la Russia, armata sino ai denti di missili atomici e quant’altro. Ragione per cui non è certo il caso di farle la guerra. Ma impedire che sia la Russia a farla a noi comporta essere capaci di dissuaderla, non solo di rabbonirla. Se lo si fosse fatto a tempo debito, e in modo credibile, quando Putin si prese la Crimea, forse non ci sarebbe stata nemmeno l’invasione dell’Ucraina. La Russia pesa economicamente e demograficamente molto meno degli altri imperi. Ma l’America di Trump e la Cina sanno che con la Russia si possono fare lo stesso proficui affari. Quanto alla Cina, nessuno, nemmeno l’America può pensare di farle la guerra e vincerla. Nemmeno una guerra commerciale frontale. Trump ci aveva provato, ha dovuto fare marcia indietro.

Il succo della nuova narrativa americana è che con Russia e Cina si può negoziare, e lasciargli le rispettive sfere di influenza. Purché non minaccino gli interessi americani, a cominciare dagli interessi economici, e in modo specifico gli interessi degli amici e della base elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca.

Rispetto a tutte le precedenti narrazioni americane, non si parla più di “leadership del mondo libero”, di difesa della democrazia e degli alleati. Si parla di interessi concreti, materiali, di “profitto” in soldoni. Tutta la politica internazionale di Trump è concepita dichiaratamente in termini di costi e ricavi, di guadagni e di affari. I dazi sarebbero una manna per il Tesoro Usa, impoverito dai regali fiscali. Non passa discorso in cui Trump non dica al suo popolo che difesa e futura ricostruzione dell’Ucraina sono interamente a carico degli europei, che le armi non saranno più regalate ma vendute, e “a prezzo pieno”, senza sconti.

Nei secoli passati ci si era scannati in guerre di religione. O in guerre per la conquista di territorio e mercati. La guerra fredda era stata anche un conflitto di ideologie. Il mondo di Trump è governato invece come un consiglio di amministrazione, che considera bilanci, acquisizioni, profitti presenti o futuri. E se ne frega dei principi morali. Non è più scontro tra occidente e oriente. Non è più la vecchia egemonia. Le strategie, anche quelle militari, sono dettate da una nuova geografia, così come fu all’epoca delle grandi scoperte marittime. Degli antichi imperialismi restano sì i presupposti territoriali, l’ossessione per le materie prime (non più solo petrolio e acciaio, ma le terre rare, e le risorse intangibili in know-how, ricerca e conoscenze scientifiche). Resta la lotta per il controllo delle rotte commerciali.

La nuova versione rafforzata della ottocentesca “dottrina Monroe” (“L’America agli americani”) non si applica solo al Venezuela, alla maniera in cui in passato si applicava a Cuba, al Cile o al Nicaragua. Si estende a Panama, da dove si controlla il Canale, e al Canada ex britannico e alla Groenlandia ancora danese, che controlla le nuove rotte polari rese possibili dallo scioglimento dei ghiacci. Non esattamente l’isolazionismo d’antan. “Interventismo selettivo”, lo definisce qualcuno.

“Gli affari degli altri Paesi ci interessano solo se la loro azione minaccia direttamente i nostri interessi”. “Perseguiremo buone relazioni […] senza imporre un’evoluzione verso la democrazia o altri mutamenti sociali”. “La nostra è una predisposizione al non-interventismo”. Quindi, “niente più altri decenni di guerre infruttuose di nation building”. Così recita il documento. Traduzione: della democrazia degli altri non ci importa un fico secco. E del resto gli importa poco anche della democrazia americana. Per i nuovi padroni è un ostacolo fastidioso, hanno già cominciato a snaturarla.

A Putin e a Xi Jinping la nuova dottrina americana non dispiace affatto. Comporta che anche i loro imperi abbiano mano libera nelle rispettive sfere d’influenza. Putin si è accortamente premurato di chiarire, prima ancora dell’incontro in Alaska, che considera storicamente giustificate le pretese di Trump su Canada e Groenlandia. Non ha obiezioni a che gli Stati Uniti facciano il bello e cattivo tempo in America latina. Purché non ostacolino le ambizioni della Russia su ciò che fu un tempo parte dell’impero zarista, e in tempi più recenti parte dell’impero staliniano. Le conseguenze logiche sono evidenti: se l’America si prende Canada e Groenlandia, fa una dependance del Messico e dell’Argentina, un domani non lontano magari anche del Brasile, perché mai la Russia non dovrebbe accampare diritti di influenza sull’Ucraina, gli Stati baltici, la Polonia e l’Europa centrale che un tempo faceva parte del Patto di Varsavia? E perché la Cina non dovrebbe un giorno prendersi Taiwan, a cui, a differenza di quanto fece la Russia di Eltsin con l’Ucraina, dopo il crollo dell’Urss, non ha mai rinunciato? Tutto diventa negoziabile. Anche la

sorte degli amici o degli alleati. Purché il prezzo pattuito sia congruo.

In questo quadro, l’Unione europea è expendable, spendibile, sacrificabile. Al pari dell’Ucraina. Anzi, se si riuscisse a togliere di mezzo un’entità da sempre sgradita all’America, a dividere e fare a pezzettini l’Europa unita, tanto di guadagnato. Sarebbe prendere due piccioni con una fava. Nel gran documento strategico si parla di Europa, ma non si menziona mai, nemmeno una volta, l’Unione europea. Trump ci aveva già detto che l’Unione europea “è nata per fregare gli Stati uniti”. Il suo vice che siamo “scrocconi” – free riders – che pretendevano di essere difesi senza cacciare un soldo. “Ci hanno derubato per tanto tempo”, “Ci hanno trattato male”. Adottano politiche “totalmente contrarie agli interessi Usa”, sono indulgenti verso il “fanatismo ambientalista”, l’estremismo woke (la nuova consapevolezza delle ingiustizie e delle discriminazioni sociali, razziali, di genere, di libertà sessuale e affettiva). La colpa peggiore degli europei è l’indulgenza verso la iattura delle iatture, gli immigrati indesiderati.

C’è un’impressionante compatibilità tra la narrazione trumpiana e quella di Putin. Per Sergei Karaganov, considerato uno dei cervelli geopolitici di Putin, “il vero nemico della Russia è l’Europa”. E’ ora di smettere di essere ingenui e pensare che l’Europa possa essere un fattore di pace. “La guerra con l’Europa è già iniziata, anche se non la chiamiamo ancora così”.  L’Unione europea sarebbe un’accozzaglia di stati in mano a élites “irresponsabili”, “rabbiose” “imbastardite”, “abbrutite”  e “corrotte”, che si reggono sul consenso di una popolazione “intossicata” dalla propaganda antirussa. Solo “la messa in atto delle minacce nucleari li ricondurrà, forse, alla ragione”.  La tanto vantata “democrazia” europea non sarebbe che una trovata dei “plutocrati” per continuare a governare, anzi tiranneggiare i rispettivi paesi.

La propaganda nazista degli anni Trenta dava la colpa di tutto alla democrazia corrotta della Repubblica di Weimar. Dava addosso a plutocrati, banchieri internazionali, bolscevichi, alla sinistra socialdemocratica (tutti “marxisti” ai loro occhi), e soprattutto agli ebrei.  Li accusava di nutrire un odio irreprimibile e di complottare verso la Germania, di voler imbastardire con la sostituzione etnica la purezza della razza germanica, anzi di voler “sterminare” il popolo tedesco. La Francia veniva accusata esattamente dello stesso peccato di cui ora si accusa l’Europa: di accogliere indiscriminatamente immigrati da ogni angolo del mondo, ebrei, gialli e neri, di imbastardire irrimediabilmente la razza bianca. I nemici hanno cambiato nome. Ma la triade di nemici giurati della Russia denunciata dagli ideologi di Putin sembra una copia carbone degli slogan del Terzo Reich.

C’è convergenza piena tra Trump e Putin anche nell’assecondare l’ondata mondiale che spinge a destra. All’uno e all’altro piacciono le destre, specie se estreme: Alternative für Deutschland in Germania, il Rassemblement national lepenista in Francia, il Reform Uk di Nigel Farage in Gran Bretagna, gli amici Orbán e Fico in Ungheria e in Slovacchia e compagnia bella. Tra populisti di destra ci si intende. Li colmano di lodi, e anche di sovvenzioni. Gli piacciono coloro che vorrebbero riportare l’Europa sulla retta via, illiberale e autoritaria. Né a Trump né a Putin importa che alcuni di questi loro nuovi amici europei rivendichino, più o meno esplicitamente, discendenze dal fascismo e dal nazismo. Basta siano propensi a smantellare l’Unione europea. A far premio, prima ancora degli interessi politici ed economici,  è l’affinità ideologica col trumpismo.

L’impero di Xi Jinping, a differenza degli altri due, non ce l’ha con l’Europa. Semplicemente la ignora. E’ difficile immaginare che gli stia a cuore il futuro della democrazia all’europea. Perché mai dovrebbe? La Cina non è una democrazia, è un impero autoritario, erede degli imperi millenari, che si ritrova a essere governata dall’ultima delle dinastie imperiali, quella inaugurata da Mao. L’Europa gli è  indifferente. Un’Europa incapace di tener testa all’America, di avere una propria autonomia non gli serve. Gli serviva quando, nel secolo scorso, l’Europa era un fattore di equilibrio nei confronti della prepotenza sovietica, e in qualche misura nei confronti della prepotenza americana. Con la Russia di Putin ormai la Cina è in grado di vedersela da sola. Anzi, ce l’ha in pugno. Non ha probabilmente alcuna fiducia che questa Europa possa resistere al ricatto americano: o fate affari con noi o li fate con i cinesi. Abbiamo abbozzato. Non è bastato a farci dare la grazia da Washington, né sui dazi, né sul resto.

La Cina non è buona o cattiva. Ha sempre fatto e continuerà a fare i propri interessi. Rivendica il suo ruolo imperiale ”al centro del mondo”. A me è incomprensibile come sia passata senza colpo ferire, o anzi resti dominante, la narrativa sul pericolo cinese, l’invasione cinese, e via dicendo. E il conseguente assioma per cui l’Europa e America dovrebbero unirsi come un sol uomo per contrastarlo. Non ha senso. Così come non convince la contro-narrativa cinese per cui sarebbe la Cina il vero campione del libero commercio, del salvataggio del clima, della stabilità globale, sin da quando nel 2008 ci salvò dal crollo. Così fan tutti, a cantar virtù, direbbe Mozart. La Cina è un impero permaloso. Si offende facilmente con chi sgarra, dice o fa qualcosa che non le piace, su Taiwan o sulle prerogative imperiali di Pechino. Sa minacciare e punire, che si tratti di Giappone o di Australia, di Corea del Sud, di Filippine o di Vietnam. Ma militarmente la Cina non è una minaccia per l’Europa. La potenza economica cinese ci domina già comunque, ci piaccia o no. Il decoupling è un’utopia impraticabile. Per l’Europa come per l’America.

Nella nuova versione del Risiko, del Monopoli planetario, vince chi sopravanza gli altri nel controllo le nuove tecnologie. Ma siccome tutto si tiene, ciascun impero è dipendente anche dall’altro. Non c’è possibile decoupling, autarchia, a meno di non pagare un prezzo altissimo. A fare la faccia feroce con la Cina sui dazi Trump ha dovuto rinunciare già lo scorso ottobre, quando Pechino aveva deciso per ritorsione la sospensione delle esportazioni strategiche, delle terre rare. Bon gré mal gré, con la Cina anche il focoso Trump non può fare a meno di un compromesso. Anzi, c’è, tra i commentatori, chi nel documento sulla strategia vede una confessione di impotenza, il riconoscimento della necessità di un’intesa con la Cina.

Ronald Reagan ce l’aveva con “l’impero del Male” sovietico. George Bush e i suoi ideologi neo-cons ce l’avevano, dopo l’attacco alle Torri gemelle, con i terroristi e gli “stati canaglia”. Nixon aveva aperto a Mao per contrastare la minaccia sovietica, certo non per dare in pasto a Breznev l’Europa occidentale. Ora è cambiata la morale della favola. E’ finita l’era in cui l’America si ergeva a leader del “mondo libero”.  Dimenticata la “Buona guerra” per definizione, quella con cui l’America aveva liberato l’Europa dal nazifascismo. Dimenticato pure il tripudio con cui avevano accolto e rivendicato la caduta del Muro e del comunismo. Trump non ce l’ha con i più minacciosi. Ce l’ha con i perdenti, con quelli che ritiene siano i più deboli.

 E’ pronto a trattare, a fare la pace, e soprattutto a fare affari con i forti. Bastona il cane che è finito in acqua, come recita l’antico detto cinese. Gli uomini forti disprezzano i losers, i perdenti. Mediare, per Trump, vuol dire stare dalla parte del contendente che sta vincendo. Così ha fatto finora per tutte guerre che vorrebbe far finire, anzi, si vanta di avere già fatto finire. Ben venga la narrativa brutale, se ci può dare la sveglia

Pagina 4 di 367

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy