Preparazione alla Confessione nel Tempo di Natale
Mese: Dicembre 2025 Pagina 7 di 34

Nell’ultima apparizione quotidiana del 12 Settembre 1998 la Madonna ha detto a Jakov Colo che avrebbe avuto l’apparizione una volta all’anno, il 25 Dicembre, a Natale. Così è avvenuto anche quest’anno. La Madonna e venuta con il Bambino Gesu tra le braccia. L’apparizione è iniziata alle 14 e 38 ed è durata 8 minuti. La Madonna è venuta con il piccolo Gesù fra le braccia. La Madonna attraverso Jacov ha trasmesso il seguente messaggio:
Cari figli, oggi, in questo giorno di grazia, in modo particolare vi invito all’abbandono totale a Gesù.
Figlioli, offritegli tutte le vostre ferite e dolori, il vostro passato ed il futuro e permettete a Gesù di regnare nelle vostre vite.
Figli miei, soltanto con l’abbandono totale, Gesù si dona alla vostra vita e questo è il dono più grande che potete ricevere.
Pregate per comprendere quanto siete preziosi per Gesù e quanto Lui vi ama.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
(Con approvazione ecclesiastica)

MEDJUGORJE: MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE – Santo Natale – 25 dicembre 2025
”Cari figli!
Anche oggi – quando Dio mi ha permesso di portarvi fra le mie mani Gesù bambino, il re della pace, affinché Lui vi colmi con l’ardore dell’amore e della pace, perché ogni cuore sia simile al Suo cuore in questo tempo di grazia – siate coraggiosi difensori dell’amore del vostro Dio, affinché Lui vi doni la Sua pace in questo tempo di grazia.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”
(Con approvazione ecclesiastica)
h. 21.00 in diretta su Radio Maria – Facebook – blogdipadrelivio.it – YouTube (in differita)
Lettura del Messaggio e Commento di Padre Livio
Il primo urbi et orbi di Leone XIV, “Gesù nostra pace, perché ci libera dal peccato e ci indica la via per uscire dai conflitti”. La responsabilità via della pace

Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano, giovedì 25 dicembre 2025, 12:24 (ACI Stampa).
Dalla Terrasanta la cui sofferenza ha ascoltato e toccato con mano fino all’Asia del Sud colpita da calamità naturali. Dalle tensioni tra Cambogia e Tailandia fino agli appelli per un’Europa che si ricordi cristiana e un’America Latina nel mezzo dei problemi sociali e politici, con una menzione speciale per la martoriata ucraina. Nel suo primo urbi et orbi del giorno di Natale, Leone XIV, come tutti i pontefici, guarda al mondo intero, rinnova l’appello di pace, e ricorda che Cristo “nostra speranza rimane sempre con noi”, anche dopo l’Anno Santo che volge al termine, sottolineando che la via della pace è prima di tutto “la responsabilità”.
Leone XIV ha raggiunto la Loggia delle benedizioni dopo un passaggio in piazza, in papamobile, per salutare le 3 mila persone che si erano radunate lì per la Messa, e che sono quasi triplicate mentre si avvicinava il momento della benedizione urbi et orbi, fino ad un numero di 26 mila persone notificato dalla Sala Stampa della Santa Sede, nonostante la leggera pioggia.
Con Leone XIV, tornano anche le piccole tradizioni del Natale, come gli auguri che il Papa proclama dalla Loggia delle Benedizioni in varie lingue, a testimonianza dell’universalità della Chiesa. Il Papa fa gli auguri in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, arabo e persino in cinese, prima di concludere con gli auguri in latino, che resta ancora la lingua della Chiesa. Dieci lingue, poi la preghiera dell’Angelus e quindi la benedizione.
Leone XIV guarda prima di tutto al dato storico. Nota che “il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”. Perché “il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.
La vita del Figlio di Dio è caratterizzata dalla scelta – nota il Papa – “di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo lui a noi, di farsene carico”. Ma se questo lo poteva fare solo il Figlio di Dio, noi possiamo “assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità”, perché, come diceva Sant’Agostino – dice il Papa agostiniano – “Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi”, cioè “senza la nostra libera volontà di amare”.
“Chi non ama non si salva, è perduto”, afferma Leone XIV. La via della pace è “la responsabilità”, perché “se ognuno di noi – a tutti i livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.
Leone XIV sottolinea: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace”.
E con la grazia di Gesù “possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.
La panoramica dello “stato del mondo” comincia con il saluto a “tutti i cristiani, in modo speciale quelli che vivono nel Medio Oriente”. Il Papa ricorda il suo viaggio in Libano, dice di aver ascoltato le paure dei cristiani che vivono là e di “conoscere bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”.
Leone XIV invoca “giustizia, pace e stabilità” per Libano, Palestina, Israele e la Siria. Affida al principe della pace “tutto il continente europeo”, chiedendo allo stesso tempo di “continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno”.
Leone XIV invita a pregare “in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”, ma chiede anche “pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo”.
Leone XIV guarda ai conflitti in Sudan, nel Sud Sudan, in Mali, in Burkina Faso e in Repubblica Democratica del Congo (ma senza menzionare la difficile situazione in Nigeria). Cita in modo particolare la situazione ad Haiti, facendo appello perché “cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.
Quindi, si sofferma sull’America Latina, chiede che “quanti hanno responsabilità politiche” nel subcontinente siano ispirati “perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.
Il Papa poi porta attenzione sul Myanmar, prega per “un futuro di riconciliazione” nel Paese, che “ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani”.
Al Principe della Pace, Leone XIV chiede “che si restauri l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace”, e gli affida anche “le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni”.
Ma se la responsabilità è la via della pace, allora va rinnovato “con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”, perché “nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi”.
E allora Gesù si immedesima “con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.
Il canto degli angeli in Cielo
Nella notte Santa gli angeli hanno avuto un ruolo meraviglioso, preceduto dall’apparizione dell’angelo a Zaccaria e dall’annunciazione di Gabriele alla Vergine Maria. Quando il Bambino Gesù è venuto alla luce, il Cielo si è spalancato e una moltitudine immensa di angeli ha iniziato a lodare Dio intonando “Gloria a Dio in cielo e sulla terra pace per quelli che egli ama”
Il Cielo si è aperto la moltitudine celeste ha annunciato con gioia ai pastori che era nato il Salvatore del mondo. Le parole del Gloria riconoscono che Dio è il Creatore e noi siamo creature partecipi della sua gloria. La gloria che abbraccia tutti gli angeli avvolge anche i pastori e quindi tutta l’umanità.
L’umanità, a causa del peccato originale, non ha reso gloria a Dio ma lo ha disprezzato per seguire il demonio che ci trascina nella vergogna, nell’obbrobrio, nella paura e nelle tenebre. Le parole degli angeli ritornano continuamente a richiamare gli uomini che hanno abbandonato Dio e sono rivolte più che mai alla nostra generazione che ha rinnegato la fede e la Croce. Le parole del Gloria ci esortano a uscire dalla caverna buia nella quale l’umanità si è rinchiusa illudendosi di mettere se stessa al posto di Dio; in realtà, come sappiamo, l’umanità è diventata schiava del demonio.
Le parole degli angeli risuonino anche oggi, i Cieli si aprano a glorificare Dio e gli uomini tornino a inginocchiarsi davanti al Creatore. Diamo gloria al Verbo che si è fatto carne nel grembo della Vergine Maria, a quel Bambino che ha assunto la natura umana per salvare e redimere tutti gli uomini di tutti i tempi. Gesù Cristo è il Verbo Incarnato, è un uomo vero, ha una natura umana vera che si unisce alla divinità. Accogliendo il Bambino Gesù nel nostro cuore ci uniamo al coro degli angeli e rendiamo gloria a Dio, lo seguiamo, lo lodiamo, lo amiamo sopra ogni cosa.
Dio è veramente quel Bambino che la Vergine ha deposto nella mangiatoia e che viene adorato da Maria, da Giuseppe e dai pastori di Betlemme. Tornando a Dio l’umanità avrà la pace sulla Terra; l’amore vince sull’odio e la pace prevale sulla guerra solo se gli uomini si riappacificano con Dio. Le parole degli angeli diventino per noi una giaculatoria; nel corso della giornata alziamo lo sguardo dell’anima e nel nostro cuore diciamo: Gloria a Dio nell’alto dei Cieli! Glorifichiamo Dio con la nostra vita, così ci sarà veramente la pace in Terra tra gli uomini che Dio ama. L’amore di Dio è eterno, dobbiamo corrispondere a questo amore infinito che possiamo comprendere guardando all’umile mangiatoia in cui il Bambino è venuto alla luce e meditando la Croce, dove il Cristo ha versato il sangue dell’eterna salvezza.
Ritroviamo la pace con Dio attraverso il Sacramento della Confessione e facciamo pace con noi stessi, con i nostri cari e con i nostri amici. Lasciamo che la pace si propaghi e cancelli ogni sentimento di odio e di guerra e prevalga l’amore.
di Luca Foschi, Betlemme
La fragile tregua a Gaza ha dato una boccata d’ossigeno alla città. Il sindaco, cristiano: «L’economia è al collasso, ma diciamo al mondo che ci siamo ancora»
24 dicembre 2025 – Avvenire

Palestinesi in festa nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, accanto alla Basilica della Natività/REUTERS
Fino a sera i bambini si rincorrono nella piazza della Mangiatoia, dando con gioia calci a un pallone. Intorno, i carretti degli ultimi ambulanti continuano a esalare i fumi del mais; sotto i portici, i proprietari dei negozi di souvenir si ostinano a restare seduti sulla soglia o chiudono lentamente i battenti. I poliziotti parlano e scherzano, mentre un turista si contorce nel tentativo di cogliere nella stessa inquadratura la compagna, il Presepio, il grande albero di Natale e l’oro silenzioso della Basilica della Natività.
È la Betlemme della vigilia, con la sua luce mite e antica che torna ad affiorare dopo oltre due anni di guerra e oscurità. Ora la piazza si riempie di lingue diverse, di passi, di giornalisti affannati. «Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est», si legge nel cerchio della stella a quattordici punte che indica il luogo della grotta dove nacque il Messia, a poche spanne dallo spazio che ospitò la mangiatoia, sotto l’altare maggiore della Basilica. Johnny, guida turistica locale, si addentra nella simbologia della stella e poi, più prosaicamente, annuncia: «Siete fortunati, qui in condizioni normali è difficile anche farsi fare una foto». Il suo sparuto gruppo di pellegrini è composto da cinesi, sudcoreani, americani. «È il mio quinto lavoro in due anni, temo che passato il Natale sarà tutto finito», aggiunge, mentre aiuta una signora a rialzarsi dalla posa.
È un sentimento che pervade la città, come tutta la Cisgiordania trascinata in un nuovo girone di miseria e di lutto dal conflitto di Gaza e dal conseguente inasprimento dell’occupazione israeliana. Imprigionata dai check-point, privata dei pellegrini, Betlemme è stata per due anni un deserto. La fragile tregua iniziata in ottobre ha però facilitato i movimenti: come una breve pioggia su un terreno arido, ha nutrito l’insopprimibile istinto alla rinascita. Luce, dunque, e ombre.
«Siamo circondati da 134 barriere. L’economia della città, che dipende all’80 per cento dal turismo, è collassata. La disoccupazione ha raggiunto il 65 per cento. Chi può emigra. Ma abbiamo deciso di riaccendere lo spirito del Natale, nonostante le difficili condizioni. Le persone devono poter immaginare un futuro. Voglio che Betlemme mandi il messaggio giusto al mondo: sosteneteci, sostenete la Palestina, la giustizia.
Solo con la giustizia potremo ottenere una pace durevole», spiega ad Avvenire Maher Canawati, il sindaco cristiano della città. Dopo la visita in Vaticano di settembre, papa Leone gli ha inviato una lettera, letta pubblicamente il 6 dicembre, il giorno dell’accensione dell’albero.
«In questi giorni ci sono stati centinaia di turisti, gli alberghi hanno riaperto, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare.
L’Autorità Palestinese ci sta aiutando a rendere le strade sicure. Betlemme è viva, abbiamo risposto», afferma Canawati. Oggi la piazza della Mangiatoia ospita parate, canti, danze, una grande festa che culminerà con la Messa di mezzanotte celebrata dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, appena rientrato da Gaza.
Uno spettacolo per i betlemiti e per il mondo, per i suoi popoli e i loro governi, chiamati a discernere fra distruzione e giustizia, verità e oblio, redenzione e tenebra, mentre restano spettatori dell’immensa solitudine delle vittime. Nel campo profughi di Aida, alla periferia di Betlemme, una piccola bicicletta prende velocità in discesa; la ruota s’incastra in una crepa dell’asfalto logoro e lo scolaro rovina a terra. Sopraggiungono i compagni, lo rincuorano. Si rialza con una smorfia rigida, sintesi di pianto e orgoglio.
Il Natale arriva anche qui, dove la tendopoli del 1950 è diventata un asfittico labirinto di edifici irregolari, poveri carruggi segnati dai murales di pace e resistenza, circondati dal grande muro di separazione, dalle sue torrette occhiute e da un’area di addestramento dell’esercito israeliano che dista pochi metri dall’ingresso del campo: un grande buco di serratura sovrastato da una chiave, simbolo delle case perdute nella Nakba del 1948 e del mai sopito desiderio di ritorno.
Le scuole, i centri educativi, le Ong organizzano attività culturali e ludiche per bambini e adolescenti, coinvolgendoli nel colore della festa natalizia, oltre il grigiore del cemento. «Siamo qui da 77 anni, in uno spazio ormai senza regole. L’esercito israeliano entra quando vuole, terrorizza, arresta. Nessuno riesce a proteggerci, né l’Autorità Palestinese né la comunità internazionale.
Ma dobbiamo preservare la nostra umanità: continuiamo a resistere come se l’occupazione non ci fosse. Non possiamo vivere nella paura. Loro fanno il loro peggio, noi il nostro meglio. Loro distruggono, noi creiamo», spiega nel suo ufficio Abdel Fattah Abu Srour, fondatore di al-Rowwad, centro culturale che ha scelto teatro, musica e danza come forme di resistenza nonviolenta.
Negli ultimi mesi il centro ha dovuto destinare molte energie alla distribuzione di beni di prima necessità: fra i settemila abitanti, la disoccupazione supera il 75 per cento. Abu Srour chiama sumud la natura profonda dell’animo palestinese: perseveranza, capacità di sopportazione, resistenza ostinata. Un altro esempio vive nella selva di souvenir e articoli religiosi del Nativity Store, situato a «cinque metri da dove è nato Gesù», racconta con entusiasmo Rony Tabash, erede di una lunga tradizione.
«Mio nonno ha aperto il negozio nel 1927, fra poco saranno cento anni. Tre generazioni», dice in un italiano limpido, con un’allegria che si attenua solo quando ricorda che ormai da Betlemme non emigrano più singoli individui, ma famiglie intere. La storica bottega coinvolge venticinque artigiani e non si è arresa a quattro anni di pandemia e guerra. «Nell’ultimo periodo mio padre è stato malato, ma ogni giorno mi diceva: vai, Rony, apri il negozio. Anche se c’è la guerra, anche se non c’è nessuno. Apri la porta, aprila alla speranza. Abbiamo bisogno del mondo per resistere, ma senza di noi questo posto diventerà un museo. Ce lo ha insegnato Gesù: siamo noi la pietra viva».
🔴LIVE🔴COMMENTO AL MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE DEL 25 DICEMBRE 2025 – a cura di Padre Livio
Di Padre Livio Fanzaga
il 25 Dicembre 2025
in COMMENTO AI MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE