"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Agosto 2025 Pagina 13 di 34

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale per la giornata di digiuno indetta dal Papa per venerdì 22 agosto 2025

Cari amici, il Santo Padre ha fatto un invito pressante per una giornata di preghiera e di digiuno per invocare la pace e la giustizia. Il Papa ha scelto come data il 22 agosto, festa di Maria Regina. Il Papa ha voluto mobilitare la Chiesa proprio in questa occasione, in un contesto in cui c’è uno spiraglio di dialogo e quindi c’è qualche speranza per mettere fine alle ostilità, specialmente in Europa. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, la situazione è molto grave.

Al di là degli sforzi diplomatici di questi giorni, dobbiamo dire che in Europa l’obbiettivo principale non è stato raggiunto. In Ucraina non è stata concessa nessuna tregua. Non bisogna dimenticare che il motivo dell’incontro fra il Presidente americano e quello russo era proprio quello di una tregua, ma Putin non l’ha concessa, anzi, ha intensificato i bombardamenti specialmente sui civili.

Il diavolo non molla la presa tanto facilmente, come accade durante gli esorcismi. Bisogna, allora, pregare, intensificare le preghiere perché bisogna raggiungere una tregua, il resto sono chiacchiere. Tregua significa deporre le armi. Dobbiamo pregare, chiedere alla Regina della pace che si arrivi al più presto a una tregua.

Il Santo Padre ha usato parole bellissime: «digiuno e preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a cause dei conflitti armati in corso».

Opus iustitiae pax è un’espressione latina che significa “la pace è opera della giustizia”, non è l’imposizione di un prepotente o di un gruppo di prepotenti. Giustamente, allora, il Papa accosta la pace alla giustizia e include in questa intenzione tutti i conflitti armati in corso nel mondo.

Facendo riferimento alla Madonna il Papa ha aggiunto: «È Madre dei credenti qui sulla Terra, ed è invocata anche come Regina della pace, mentre la nostra Terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo».

Personalmente mi aspetto che ci sia una risposta veramente generosa da parte di tutta la Chiesa. Sentiamo questa responsabilità con la certezza interiore di quello che ci ha promesso la Madonna e cioè che con la preghiera e il digiuno si possono fermare persino le guerre. La Regina della pace, ovviamente, sa che all’orizzonte avanzano i nuvoloni minacciosi delle armi di distruzione di massa e possono radere al suolo il pianeta sul quale viviamo. Siamo entrati in una fase della Storia che è drammatica, è apocalittica; c’è a rischio la distruzione dell’opera della Creazione e della Redenzione perché satana punta a distruggere il mondo e la Chiesa per potersi impadronire delle anime. Il male non si dà dei limiti e più passa il tempo e più diventa veemente. Siamo anche in una fase in cui l’odio, che è la vera bomba atomica spirituale, è tale per cui c’è l’altissimo rischio che vengano usati gli ordigni nucleari pur di non darla vinta al nemico. Il principe di questo mondo sta spingendo l’umanità in questa direzione.

Durante la guerra nei Balcani la Regina della pace ha dato dei Messaggi molto significativi e densi di indicazioni per arginare il conflitto. Inizialmente aveva detto: «Cari figli oggi vi invito a pregare per la pace. In questo tempo la pace è minacciata in un modo particolare e chiedo a voi di rinnovare il digiuno e la preghiera nelle vostre famiglie. Cari figli, io desidero che voi capiate quanto è seria la situazione e che molto di quello che accadrà dipende dalla vostra preghiera. Ma voi pregate poco. Cari figli, io sono con voi e vi invito a cominciare con serietà a pregare e a digiunare come nei primi giorni della mia venuta. Grazie per aver risposto alla mia chiamata» (25 luglio 1991).

Successivamente la guerra è andata intensificandosi e i morti erano tantissimi rispetto alla popolazione; difatti la Madonna ha detto: «Cari figli, oggi, come mai prima, vi invito a vivere i miei messaggi e a metterli in pratica nella vostra vita. Io sono venuta a voi per aiutarvi e perciò vi invito a cambiare vita, perché avete preso un misero cammino: la via della rovina. Quando vi ho detto: “Convertitevi, pregate, digiunate, riconciliatevi”, avete preso questi messaggi alla leggera. Avete iniziato a viverli, ma per poi lasciarli perché erano difficili. No, cari figli. Quando qualcosa è bene, occorre perseverare e non pensare: “Dio non mi vede, non mi ascolta, non mi aiuta”. Così vi siete allontanati da Dio e da me per il vostro misero interesse. Io desideravo fare di voi un’oasi di pace, di amore, di bontà. Dio desiderava che voi, con il vostro amore e con il suo aiuto, faceste miracoli e deste l’esempio. Perciò ecco che cosa vi dico: Satana si prende gioco di voi e delle vostre anime, e io non posso aiutarvi perché siete lontani dal mio Cuore. Perciò pregate e vivete i miei messaggi, e così vedrete i miracoli dell’amore di Dio nella vostra vita quotidiana. Grazie per aver risposto alla mia chiamata» (25 marzo 1992).

Dopo anni di distruzioni e di guerra la Madonna ha preannunciato la pace ottenuta grazie alle preghiere: «Cari figli, oggi vi ringrazio per le vostre preghiere. Voi tutti mi avete aiutata a far sì che questa guerra finisca il più presto possibile. Io vi sono vicina e prego per ognuno di voi e vi supplico: pregate, pregate, pregate. Soltanto attraverso la preghiera possiamo vincere il male e proteggere tutto quello che Satana desidera distruggere nella vostra vita. Io sono vostra Madre, vi amo tutti ugualmente e intercedo per voi presso Dio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata» (25 febbraio 1994).

Questo è vero anche oggi, se la guerra continua è perché non preghiamo abbastanza. Una mobilitazione di tutta la Chiesa potrebbe dare la grazia di una tregua, che sarebbe già una grande cosa. È vero che i Segreti di Medjugorje sono imminenti ma la loro intensità dipende anche molto dalle nostre preghiere, dalla nostra preparazione spirituale, dalla nostre risposta e dalla nostra testimonianza. Molto dipende da noi.

Vi esorto ad accogliere l’invito del Santo Padre. Che quella di domani sia una giornata penitenziale, facciamo delle rinunce, ciascuno di noi sa quale sacrificio offrire alla Madonna. Preghiamo il Santo Rosario, andiamo in chiesa davanti al Santissimo Sacramento o partecipiamo a una Messa feriale, anche perché domani è una festa mariana importante. Se chiese sono vuote, che cosa speriamo da Dio? Dobbiamo prendere atto che satana si sta prendendo gioco di noi. Vi esorto a una giornata penitenziale di piccoli fioretti, preghiere, digiuni offerti alla Madonna con l’intenzione della pace. Inoltre, iniziamo noi a fare pace con qualcuno con cui abbiamo litigato, con cui abbiamo messo delle distanze, con cui c’è risentimento. Facciamo gesti di pace, di perdono, di umiltà, di comprensione e di compassione. Se ciascuno di noi farà la sua parte ne vedremo certamente i frutti.

Coraggio! Abbiamo davanti tante altre giornate di questo tipo perché le prove saranno forti, dobbiamo prepararci, allenarci. Ci renderemo conto che fare qualcosa per Dio ci riempie il cuore di gioia.

«Pregate, pregate, pregate» (25 febbraio 1994)

Mosè, legislatore, profeta e condottiero

21 Agosto 2025 ore 11:58

di Roberto de Mattei CR  1912

Mosè, legislatore e guida del popolo di Israele nel tempo dell’Esodo, è una delle figure più importanti e venerate della storia. La sua vita comincia nel XV secolo a. C, in un periodo di oppressione per gli israeliti che, dopo essersi stabilitisi in Egitto, erano stati ridotti in schiavitù dal faraone. Temendo l’aumento della popolazione ebraica, il faraone ordinò la morte di tutti i neonati maschi ebrei. La madre di Mosè, Iochabed, per salvarlo, lo depose in una cesta di papiro e lo affidò alle acque del Nilo. Il bambino fu trovato da una principessa, figlia del faraone, che lo adottò e lo allevò nella corte egiziana. Mosè fu educato in maniera regale, formandosi in tutte le discipline, senza mai dimenticare però le sue radici.

A circa quarant’anni, fuggì dall’Egitto dopo aver ucciso un egiziano che maltrattava un ebreo. Rifugiatosi nella terra di Madian, sposò Sephora, figlia di un sacerdote locale, da cui ebbe due figli. Un giorno, mentre pascolava il gregge nei pressi del monte Horeb, avvenne la grande manifestazione divina che lo trasformò in un condottiero. Da un roveto, che ardeva senza consumarsi, Dio gli parlò, rivelandogli il proprio nome e affidandogli la missione di liberare il popolo d’Israele: «Io sono Colui che sono e dirai ai figli di Israele: Colui che è mi mandò a voi» (Esodo 3, 14).

Mosè tornò in Egitto e, insieme al fratello Aronne, affrontò il faraone chiedendo la liberazione degli israeliti. Al rifiuto del sovrano, Dio colpì l’Egitto con dieci piaghe profetizzate da Mosè. L’ultima, la morte dei primogeniti, portò infine il faraone a concedere la partenza degli ebrei dall’Egitto. Quando il faraone cambiò idea e li inseguì con il suo esercito, Dio aprì il Mar Rosso permettendo al popolo di Israele di attraversarlo, e poi richiuse le acque sui suoi nemici, inabissandoli nel mare. Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al Signore: «Voglio cantare al Signore, perché ha trionfato splendidamente; cavallo e cavaliere ha gettato nel mare. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. Egli è il mio Dio: lo voglio lodare, il Dio di mio padre: lo voglio esaltare. Il Signore è un guerriero, Signore è il suo nome, I carri del faraone e il suo esercito li ha scagliati nel mare, i suoi combattenti scelti furono sommersi nel Mar Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra» (Es, 15, 1-18).

Dopo la fuga, Mosè guidò il popolo ebraico nel deserto verso il monte Sinai. Qui si verificò uno dei più prodigiosi interventi della storia sacra. Dio consegnò a Mosè i Dieci Comandamenti, suggellando, con queste prescrizioni il patto sancito con il popolo di Israele. I comandamenti promulgati da Dio furono scritti su due tavole di pietra: i primi tre, che riguardano i nostri doveri verso di Lui, sulla prima tavola; gli altri sette, che riguardano i nostri doveri verso gli uomini, sulla seconda. Tutta la storia sacra svoltasi fino a questo punto: la creazione, la caduta dell’uomo, la promessa del Redentore, il diluvio, la confusione delle lingue, la vocazione di Abramo, la storia di Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, le piaghe d’Egitto, la liberazione di Israele, il passaggio del Mar Rosso, sono come una prefazione al Decalogo, in particolare a questa prima parola: «Io sono il Signore, tuo Dio!», sulla quale si basa tutta la legge divina, scrive René-François Rohrbacher nel primo volume della sua Storia universale della Chiesa  (1842).

Il viaggio di Mosè verso la Terra Promessa durò quarant’anni, segnato da prove, mormorazioni e ribellioni del suo popolo. Mosè agì come guida, intercessore e giudice, portando le richieste e le colpe degli israeliti davanti a Dio. I Padri della Chiesa hanno visto in lui, per questo ruolo di legislatore e mediatore, una prefigurazione di Cristo. Dopo aver condotto il popolo fino ai confini di Canaan, Mosè contemplò dal monte Nebo, oggi in Giordania, la Terra Promessa, ma non vi entrò, come Dio gli aveva annunciato. Morì a 120 anni e fu sepolto in un luogo sconosciuto.

Sul Monte Sinai, scrive san Gregorio di Nissa, Mosè venne introdotto ai più alti misteri, quando Dio gli presentò la complessa costruzione del Tabernacolo: un tempio la cui bellezza e varietà non possono essere facilmente descritte. Comprendeva un ingresso a colonne, tendaggi, lampadari, un altare dei sacrifici e nell’interno un santuario inaccessibile. Dio ordinò a Mosè di riprodurre in un edificio materiale innalzato dagli uomini il Tabernacolo da lui visto in cielo, usando i più preziosi e più splendidi materiali che potesse trovare. «Ecco gli dice il Signore, tu farai tutto secondo il modello che ti fu mostrato sul monte» (Es 25, 9).

Nella stessa visione, Dio rivelò a Mosè anche i paramenti destinati al Sommo Sacerdote. Si trattava di vesti ricche di significato simbolico, in cui ogni dettaglio non era solo ornamento, ma richiamo alle virtù spirituali necessarie a chi era chiamato al sacerdozio.

Le tavole della Legge, scritte da Dio stesso, vennero deposte dentro l’Arca dell’Alleanza, una cassa di legno di acacia, rivestita d’oro all’interno e all’esterno, che fu collocata nel Santo dei Santi del Tabernacolo, come segno visibile del patto stabilito tra Dio e il popolo eletto. C’è uno stretto rapporto tra la legge mosaica racchiusa nei Dieci Comandamenti, e il Tabernacolo, prefigurazione della Chiesa fondata da Cristo, fonte di tutte le grazie che santificheranno il mondo fino alla fine dei tempi. Il culto che Dio prescrisse al suo popolo sul Sinai consisteva principalmente nell’osservanza della sua legge. «E ora, o Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu lo tema, che tu cammini nelle sue vie, che tu lo ami, che tu lo serva con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e che tu osservi i comandamenti e le cerimonie che oggi ti prescrivo, affinché tu sia felice» (Deut. 10, 12). Ciò significa che non c’è culto autentico senza l’osservanza della Legge divina.

Il Decalogo, che Dio diede a Mosè nel Vecchio Testamento e che Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo, costituisce il perfetto codice della Legge naturale e divina. I Dieci Comandamenti sono incisi nella coscienza di ogni uomo, ma sono oggetto della fede cristiana perché Dio li ha rivelati a Mosè sul Monte Sinai. Essi rappresentano una luce nell’oscurità del nostro tempo e noi veneriamo Mosè come legislatore, profeta e condottiero. 

Le mire di Putin e i suoi inganni: quelle trappole sulla strada verso la pace

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 21 Agosto 2025

Lo «zar» cercherà di trascinare le trattative per settimane e mesi dopo aver strappato a Trump la concessione più subdola: nessuna tregua.

Mettetevi nei panni di Vladimir Putin. Avete scatenato un’invasione tre anni e mezzo fa puntando una fila di blindati lunga 60 chilometri contro Kiev. Volevate conquistare il sistema politico dell’Ucraina (“denazificarlo”) e mettere il Paese alla vostra mercè (“smilitarizzarlo”). Avete innescato una battaglia così violenta che dopo un mese non una sola casa delle periferie della capitale investite dall’attacco – Hostomel, Irpin, Bucha – era integra.

E avete fallito: dopo un mese, le vostre truppe si sono ritirate. Allora avete concentrato gli attacchi sulla parte orientale dell’Ucraina. In tre anni e mezzo avete speso le vite di 250 mila o più russi, oltre a un numero di feriti che ormai si avvicina al milione: una quindicina di volte più di quanti l’Unione sovietica ne avesse persi in Afghanistan negli anni ’80, avvicinando la propria dissoluzione. Avete speso 500 miliardi di dollari non in educazione, sanità o tecnologie per la Russia, ma in distruzione del Paese vicino. Per sostenere un simile sforzo siete piombati nell’isolamento e nelle sanzioni dei Paesi avanzati e avete dovuto mettervi nelle mani della Cina. Ormai è Pechino che vi detta i termini: compra il vostro gas e petrolio al prezzo che decide da sé, vi impone di usare lo yuan, vi colonizza sul piano industriale. La Russia aveva sempre avuto una tradizione di camion pesanti, i gloriosi Kamaz. Quest’anno invece le vendite di camion russi in Russia sono giù del 50%, mentre i camion cinesi hanno catturato quasi il 70% del mercato. Ed è solo un esempio.

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Volevate ricostruire un impero, vi ritrovate nei panni del vassallo di un altro impero. Ma cosa avete ottenuto per questo prezzo? L’Ucraina non è «denazificata» (niente cambio di governo), in compenso è «militarizzata» molto più di prima. Certo, avete conquistato il 12% del Paese, oltre al 7% che occupavate già il 24 febbraio del 2022; ma quel territorio ha bisogno di investimenti per centinaia di miliardi di dollari per tornare a essere vivibile. E una parte importante della popolazione se n’è andata: in alcune aree occupate metà degli abitanti sono fuggiti, in altre il 95%; nel complesso si stima che dei 10 milioni di abitanti dell’Ucraina orientale potrebbe esserne rimasta poco più della metà. Avete combattuto ferocemente per una landa desolata.

Se la Russia fosse una democrazia, anche autoritaria, il potere di Putin sarebbe in pericolo. Un leader che ha commesso una serie così catastrofica di errori — lasciamo stare per ora i crimini — non potrebbe restare. Ma la Russia non è una democrazia. Tutto questo deve mettere in guardia gli occidentali, ora che si apre una fase vitale dei negoziati. Putin non è sazio, non può uscire dalla guerra così: chiederà la levata delle sanzioni, qualche forma di riconoscimento delle proprie pretese sulla Crimea e il resto dei territori occupati; soprattutto, resisterà a qualunque forma di garanzia di sicurezza per l’Ucraina che sia credibile ed efficace.

Putin farà di tutto per trascinare la trattativa «di pace» per settimane e mesi, dopo aver strappato a Donald Trump la concessione più subdola: nel frattempo, non occorre nessuna tregua. A quel punto getterà ancora più uomini nel tritacarne per cercare di piegare a proprio favore la situazione sul terreno, quindi per far pesare quest’ultima ai tavoli di pace. Spererà che le democrazie, mentre negoziano, si concentrino sulle trattative e non nel sostegno militare all’Ucraina. Ovviamente Putin non vuole incorrere nelle ire di Trump e metterà massima cura nel camuffare il fatto che l’unico ostacolo al congelamento del conflitto è lui. Quanto a Trump, ha messo a disposizione la copertura aerea americana in un sistema di garanzie di sicurezza per Kiev. Ha detto che profonde tutto questo impegno solo perché vuole «andare in paradiso», o magari gli basterebbe anche il Nobel per la Pace. Eppure Putin sembra averlo incantato e avviluppato nelle sue spire su due punti essenziali. Non solo ha la pretesa di poter continuare ad attaccare selvaggiamente mentre tratta all’infinito un ipotetico accordo di pace; c’è anche l’altra pretesa, che le presunte «garanzie di pace» ricalchino quelle del fallito negoziato di Istanbul del 2022: un certo numero di Paesi, fra cui la Russia e la Cina, avrebbe ciascuno un diritto di veto sulla difesa dell’Ucraina in caso di attacco.

In pratica l’aggressore, Putin stesso, avrebbe diritto di paralizzare qualunque garanzia a favore dell’aggredito. La sua strategia ormai è chiara: attaccare perché nessuno gli chiede più una tregua e nel frattempo porre richieste impossibili che prolunghino il negoziato di «pace». Probabilmente conta ancora su un anno di energie finanziarie, economiche, industriali e demografiche della Russia, prima che lo sforzo di guerra obblighi anche il Cremlino a una pausa. La fase più drammatica comincia ora.

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Giovedì 21 Agosto 2025

h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


+h. 9.oo: Per venerdì 22 Agosto, festività di Maria Regina, Papa Leone ha indetto una giornata di preghiera e di digiuno per la pace

H. 9.05 – 10.00: EDITORIALE

Le fortezze inespugnabili nel tempo dei Segreti (56m)


h. 10.00 LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO (21)


BLOG: blogdipadrelivio.it

Papa Leone indice per il 22 Agosto – festa di Maria Regina – una giornata di preghiera e di digiuno per la pace


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San Pio X

Titolo: Papa

Nome di battesimo: Giuseppe Melchiorre Sarto

Nascita: 2 giugno 1835, Riese

Morte: 20 agosto 1914, Roma

Ricorrenza: 21 agosto

Beatificazione:
3 giugno 1951, Roma, papa Pio XII

Canonizzazione:
29 maggio 1954, Roma, papa Pio XII

Giuseppe Sarto nacque a Riese, presso Treviso, il 2 giugno 1835, da Giovanni Battista Sarto e da Margherita Sanson, poveri, ma ottimi coniugi, cari a tutti per il loro spirito di carità. Era il primogenito di dieci figli. Ricevette i primi insegnamenti religiosi in seno alla famiglia, dove la virtù era tradizionale.

All’età di 9 anni « Bepi » fa alla mamma una cara confidenza: Vuole essere prete!… L’inaspettata rivelazione è accolta con un sussulto di gioia e una pena a stento dissimulata. Troppo onore per la famiglia Sarto! Ma, e i mezzi?… « Occorre confidare – pensò l’ottima madre – se Dio lo vuole sacerdote ci fornirà i mezzi necessari ». Nel novembre del 1850 entrò nel Seminario di Padova e il 18 settembre del 1858 fu ordinato sacerdote a Castelfranco Veneto e il giorno seguente celebrò la Prima Messa Solenne nella nativa Riese, dove era stato battezzato e aveva ricevuto la Prima Comunione.


Fu Cappellano a Tombolo, Parroco a Salzano e poi Canonico e Cancelliere della Curia di Treviso. Ma tanto fu lo zelo e la competenza dimostrata nell’esplicare le mansioni affidategli, che Leone XIII lo elesse il 24 nov. 1884 Vescovo di Mantova, quindi Vescovo di S. Apollinare di Roma e in seguito Cardinale e Patriarca di Venezia. Lo Spirito Santo lo voleva però Capo Supremo di tutta la Chiesa. Morto infatti Leone XIII, il 4 agosto 1903 il Cardinal Sarto veniva eletto Papa col nome di Pio X.

Sulla Cattedra di Pietro Pio X fece delle riforme che rimarranno indelebili nella storia del Pontificato, dalla riforma della Musica Sacra, alla codificazione del diritto canonico ad encicliche sul catechismo, sull’Immacolata Concezione, contro la Massoneria, alla riorganizzazione dell’Azione Cattolica. La riforma più importante fu quella di portare ai 7 anni l’età della Prima Comunione, che fino allora si faceva in età molto più avanzata Decreto Quam singulari Christus amore sulla comunione ai fanciulli. (Decreto “Quam singulari Christus amore” sulla comunione ai fanciulli.) I giansenisti superstiti inorridirono; i modernisti mormorarono. Ma Pio X era sicuro di non sbagliare, e non cedette.

A mezzo secolo di distanza l’eresia modernista, che funestò in quel tempo la Chiesa, non è ormai che un ricordo. I suoi fautori pretendevano adeguare la Chiesa ai tempi moderni, e riuscirono a fare molti adepti anche tra le file del clero. L’enciclica « Pascendi dominicis » fece l’effetto di una bomba, che schiantò definitivamente l’eresia modernista. 

Pio X fu sensibile a molti altri gravi problemi sociali, politici ed economici del suo tempo, tra cui il socialismo, problema aperto dalla “Non expedit” di Pio IX; la separazione francese fra Stato e Chiesa, i problemi sindacali esistenti in alcuni stati europei; l’avvicinarsi della guerra mondiale, o com’egli diceva, « il guerrone ». Gemeva, implorava la pace; ma la voragine s’aprì inesorabilmente. « Poveri figli miei, poveri figli miei sospirava nell’agonia… Offro la mia vita… Milioni di uomini che muoiono… Io avrei voluto evitare, ma non ho potuto… ». Egli può considerarsi la prima e più illustre vittima della guerra mondiale.

Siate forti! Non si deve cedere… Si deve combattere, non con mezzi termini, ma con coraggio; non di nascosto, ma in pubblico; non a porte chiuse, ma a cielo aperto!

Nelle prime ore del 20 agosto 1914 si sparse pel mondo la ferale notizia: Sua Santità Pio X s’era spento serenamente in Cristo all’una e 15 di quella notte, in seguito a broncopolmonite. Il mondo cristiano, quantunque aspettasse di momento in momento il triste annunzio, fu colto da doloroso stupore. Anzi, parve sprofondare in un abisso di tenebre più dense, quando lo spegnersi dell’unico faro di luce, che irradiava dal Colle Valicano, allontanò sempre più la speranza della pace. 

Pio X fu un grande Santo, oltre che per le virtù proprie del suo sacerdozio, per aver fatto risplendere attorno a sé le virtù strettamente evangeliche della povertà e della carità. Evidentemente queste due virtù sono assai care a Dio e ottengono molti favori, se il postulatore della causa di Pio X si trovò imbarazzato nello scegliere, tra i tanti miracoli attribuiti a lui, i due richiesti dai canoni per la finale glorificazione.

Il 29 maggio 1954, anno Mariano, a meno di quarant’anni dalla sua morte, Pio X fu solennemente elevato alla gloria degli altari da Pio XII. Il suo motto che egli attuò scrupolosamente in tutto il suo Pontificato fu « Instaurare omnia in Christo», cioè rinnovare ogni cosa in Cristo.

PRATICA. Compiamo sempre con fine soprannaturale i doveri del nostro stato.

PREGHIERA. O Dio, che per difendere la fede cattolica e per restaurare ogni cosa in Cristo, hai riempito di celeste sapienza e di fortezza apostolica il Sommo Pontefice San Pio X, concedici propizio di seguire i suoi insegnamenti e i suoi esempi per meritare il premio eterno.

L’invito a Mosca, linee rosse e dicerie sul vertice Putin-Zelensky

Micol Flammini – 19 ago 2025 – IL FOGLIO

Trump è fiducioso: si farà. Il Cremlino invece prende tempo. Resoconti discordanti e intenzioni della Russia su un incontro che la Casa Bianca crede imminente

La telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin è durata 40 minuti. Il presidente americano l’ha conclusa soddisfatto, dichiarando di essere riuscito nell’obiettivo di preparare un vertice con il capo del Cremlino e il  presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Putin  ha affidato al suo consigliere per la politica estera, l’ex ambasciatore a Washington Yuri Ushakov, il  resoconto della telefonata. Trump ha scritto che ci sarà prima un bilaterale tra i leader di Russia e Ucraina, poi un trilaterale in sua presenza. 

Putin ha fatto dire a Ushakov che Mosca è disponibile a un incontro tra le  delegazioni russa e ucraina, con la possibilità di alzare il livello della rappresentanza. Non alludeva alla presenza dei presidenti.

Come spesso accade nelle conversazioni fra Trump e Putin sembra che i due prendano parte a telefonate diverse. Trump ha detto che l’incontro avverrà entro fine agosto; alle sue affermazioni, sono seguite  valanghe di dichiarazioni, indiscrezioni, tiri a indovinare su dove si possa tenere un bilaterale tanto complesso. Due fonti vicine alla telefonata, non si sa se tanto vicine da essere nelle stanze dei presidenti, hanno rivelato all’Afp che da parte di Putin ci sarebbe anche stata una proposta: faremo l’incontro a Mosca.

 Un metodo comprovato dalla diplomazia russa è fare offerte talmente strampalate ed eccessive da forzare la controparte a rifiutare. Secondo le fonti che hanno parlato con l’Afp, Zelensky avrebbe risposto negativamente all’offerta di un incontro a Mosca e se davvero Putin ha proposto la capitale della Federazione russa, sapeva  che il presidente ucraino avrebbe rifiutato: non si tengono i negoziati nel paese aggressore e, inoltre, chi garantirebbe la sicurezza di Zelensky, che a inizio dell’invasione del 2022 i sabotatori russi presenti a Kyiv volevano uccidere?

La motivazione ucraina a resistere è stata anche sostenuta dalla figura di Zelensky che, anziché fuggire, scelse di rimanere in Ucraina nonostante le intelligence alleate lo avvertissero del rischio per la sua vita.

 Per Putin, Zelensky è il nemico, e ha più volte detto che uno degli obiettivi della sua operazione militare speciale è liberare l’Ucraina dalla sua leadership da denazificare. Ammesso che l’offerta di andare a Mosca ci sia stata davvero, il presidente ucraino non  avrebbe potuto  accettare di essere ricevuto al Cremlino. Il Kommersant ha fatto una lista di tutti i possibili luoghi di incontri. Gli europei hanno proposto Ginevra, anche Roma è tornata fra le  opzioni, ma il giornale russo ha citato, oltre a Mosca: Budapest, Istanbul e Minsk. 

Al telefono con  Trump, Putin probabilmente  non ha rifiutato né accettato.  E’ stato Sergei Lavrov a far capire la posizione di Mosca. Il ministro degli Esteri russo ha il ruolo di ridimensionare le situazioni. Non lusinga, non blandisce.

Oltre all’abbigliamento nostalgico  – si è presentato in Alaska, venerdì scorso, con indosso una felpa con la scritta Cccp (Urss) – il ministro veste i panni del duro, diplomaticamente parlando. Lavrov ha chiarito: l’incontro fra Putin e Zelensky deve essere “preparato con estrema attenzione” – non è un “no”, ma un “vedremo”; se Kyiv si allineasse all’occidente, “le basi del riconoscimento dell’Ucraina come stato indipendente sparirebbero”.

La seconda affermazione significa che l’adesione di Kyiv alla Nato o all’Unione europea continuano a essere linee rosse per Mosca che quindi rifiuta le migliori garanzie di sicurezza per il paese che ha attaccato. 

Uno degli obiettivi di Putin in Alaska era fare in modo che il presidente americano tornasse a fare pressione su Zelensky e ad accusare gli ucraini di non essere pronti alla pace.

Secondo l’analista russa Tatiana Stanovaya, Putin ha già messo sul tavolo le sue condizioni, impone che vengano soddisfatte prima di concedere un vertice a Zelensky. Per Zelensky, invece, l’incontro è necessario per parlare dei territori ucraini occupati.

Il Cremlino prende tempo, finge di negoziare e tiene in vita l’incontro fantasma su cui si sommano speranze, dicerie, speculazioni e ambizioni trumpiane. 

IL PICCOLO PRINCIPE -Racconto di Antoine de Saint-Exupéry

VERSIONE RADIOFONICA A CURA DI ROBERTA

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male

All’udienza generale, Leone XIV sviluppa la catechesi sul gesto di Gesù nei confronti di Giuda nell’ultima cena, sa che sta per essere tradito ma “porta avanti e a fondo il suo amore”, “lava i piedi, intinge il pane e lo porge”: la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

È questo amore che genera il perdono, Gesù ce lo mostra “durante l’ultima cena”, quando “porge il boccone” a Giuda “che sta per tradirlo”. Il suo “non è solo un gesto di condivisione”, è anche “l’ultimo tentativo dell’amore di non arrendersi”, spiega all’udienza generale, Leone XIV. Proprio al perdono il Pontefice, nell’Aula Paolo VI, dedica la sua terza catechesi su “La Pasqua di Gesù”, nell’ambito del ciclo giubilare “Gesù Cristo nostra speranza”. Ma lo ascoltano anche centinaia di fedeli e pellegrini radunati nel cortile del Petriano e nella basilica di San Pietro. Leone li saluta terminato il momento nell’Aula. “Grazie per la pazienza!”, dice, benedicendo i presenti, i loro cari, “i familiari, i bambini, i malati e i più anziani”. E anche a quanti sono riuniti nella basilica vaticana rivolge, poi, alcune parole in spagnolo, evidenziando che “il perdono è un grande segno di amore, di amore autentico, e soprattutto dell’amore di Dio per tutti noi”. Mentre in inglese esorta tutti ad imparare “a perdonare, perché perdonarci gli uni gli altri è costruire un ponte di pace” e sollecita: “Dobbiamo pregare per la pace che è così necessaria nel nostro mondo oggi, una pace che solo Gesù Cristo ci può donare”.

Il vero perdono non aspetta il pentimento

Nella meditazione proposta, il Papa torna più volte su quel gesto di Gesù verso l’Iscariota, che mostra quel modo di portare avanti “e a fondo il suo amore”, perché Lui “vede con chiarezza” e fa il primo passo.

Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto.

Gesù non permette che il male abbia l’ultima parola

Quando arriva l’ora più difficile, Gesù “non la subisce: la sceglie”, chiarisce il Papa, in pratica “riconosce il momento in cui il suo amore” sarà ferito dal “tradimento” e, anziché “ritrarsi”, “accusare”, “difendersi”, “continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge”. L’evangelista Giovanni racconta di Giuda che “Satana entrò in lui” dopo aver ricevuto da Gesù il pane. Un “passaggio” che “colpisce”, riconosce il Papa, “come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato”. Ma il gesto di Cristo “ci dice che Dio fa di tutto – proprio tutto – per raggiungerci, anche nell’ora in cui lo noi respingiamo”, sottolinea ancora Leone, e ci fa comprendere che il perdono “non è dimenticanza” né “debolezza”, bensì “capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine”.

L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare.

Continuare ad amare sempre

Oggi accade che tante “relazioni si spezzano”, diverse “storie si complicano” e molte “parole non dette restano sospese”, ma gli evangelisti ci indicano una strada nuova da intraprendere

Il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.

Un’altra via

E se Giuda porta a compimento il suo piano di tradimento, “Cristo rimane fedele fino alla fine, e così il suo amore è più forte dell’odio”.

Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito. In quei momenti, la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via. Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore.

Il perdono libera chi lo dona

Da qui l’invito del Pontefice a chiedere “la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati”.

Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero — anche di tradire — senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene. Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Insomma, il perdono di Cristo e quel suo “gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza”, se scelto come spazio per un amore più grande”, conclude il Papa. Gesù “vince” il male “con il bene” “impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare”.

Leone XIV: il 22 agosto giorno di digiuno e preghiera per invocare pace e giustizia

Al termine dell’udienza generale del mercoledì in Aula Paolo VI il Papa invita in particolare a pregare la Vergine nel giornata di venerdì prossimo in cui è venerata come Regina: il Signore “asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso”

Daniele Piccini – Città del Vaticano – 20 Agosto 2025

Papa Leone XIV torna a chiedere insistentemente preghiere per la pace ai fedeli, riuniti oggi, mercoledì 20 agosto, in Aula Paolo VI per l’udienza generale, e li invita ad invocare l’intercessione di Maria. Lo fa chiedendo a tutti i credenti di rispettare nella giornata del 22 agosto, memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina…

…digiuno e preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a cause dei conflitti armati in corso.

Maria, aggiunge il Papa:

E’ Madre dei credenti qui sulla terra, ed è invocata anche come Regina della Pace, mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo.

Leone XIV ha salutato con affetto i fedeli che lo attendevano nell'atrio dell'Aula Paolo VI.

Leone XIV ha salutato con affetto i fedeli che lo attendevano nell’atrio dell’Aula Paolo VI. (@Vatican Media)

Perdono presupposto per la pace

Rivolgendosi poi ai fedeli di lingua portoghese Leone XIV ha ricordato il presupposto fondamentale della pacifica convivenza tra i popoli e tra le persone: “Senza il perdono non ci sarà mai la pace!”.

Salutando i pellegrini polacchi presenti a Roma e quelli venuti dal Santuario della Madonna di Jasna Góra, in Polonia, dove è conservata l’icona della Madonna di Częstochowa, ha chiesto loro di “includere nelle vostre intenzioni la supplica per il dono della pace – disarmata e disarmante – per tutto il mondo, in particolare per l’Ucraina e il Medio Oriente”.

Leone XIV prega per la pace al Santuario della Madonna delle Grazie della Mentorella

19/08/2025

Leone XIV prega per la pace al Santuario della Madonna delle Grazie della Mentorella

Il Papa si è recato stamani a Guadagnolo, frazione di Capranica Prenestina, nella diocesi di Palestrina, nell’eremo particolarmente caro a San Giovanni Paolo II. Si è trattenuto…

Preghiera incessante

Nella mattinata di ieri, martedì 19 agosto, il Papa si era recato a Guadagnolo, frazione di Capranica Prenestina, nella diocesi di Palestrina, nell’eremo della Mentorella, particolarmente caro a San Giovanni Paolo II. Qui, ha riferito il rettore si è recato “in chiesa, ai piedi della Madonna, e ha acceso un cero con una supplica particolare per la pace nel mondo”.

Il Papa sull'Ucraina: c'è speranza ma bisogna lavorare e pregare molto

19/08/2025

Il Papa sull’Ucraina: c’è speranza ma bisogna lavorare e pregare molto

Occorre “cercare veramente la strada per andare avanti, trovare la pace” ha detto stasera il Papa ai giornalisti prima di rientrare in Vaticano da Castel Gandolfo, dove si era…

Ancora ieri sera, lasciando la residenza estiva di Castel Gandolfo, intorno alle ore 21, ha detto ai giornalisti che lo aspettavano davanti al cancello di Villa Barberini, che è necessario “pregare molto per la pace”, per alimentare la speranza, che pure c’è.

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – Di Padre Livio – 20/08/2025

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