"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Luglio 2025 Pagina 24 di 29

Così la Russia trasforma gli adolescenti ucraini in strumenti di morte 

05 lug 2025- IL FOGLIO

Oleh, diciannove anni, trasformato in kamikaze inconsapevole da una trappola russa.

Oleh ha diciannove anni, è ucraino, è padre. Come tanti, non ha un lavoro, non ha prospettive, ha bisogno di soldi. Un giorno trova su Telegram un “lavoretto” da 1.000 dollari: spruzzare vernice fuori da una stazione di polizia a Rivne, nell’Ucraina occidentale. Una bravata. Un gesto dimostrativo. Quando apre lo zaino che gli hanno detto di non aprire, trova fili, chiodi, telefoni: una bomba artigianale. Non vernice, ma morte. Non protesta, ma attentato. Non opposizione, ma inganno. Doveva diventare un kamikaze inconsapevole. Doveva morire, insieme ad altri.

Questa è la guerra russa nel 2025, raccontata con precisione dal Guardian. Una guerra fatta anche di trappole per disperati, reclutamenti via messaggio, adolescenti manipolati, esplosivi in borse da ginnastica. E’ una guerra che non si combatte solo al fronte: si insinua tra le crepe della miseria, della noia, della solitudine. Il nuovo arsenale di Mosca sono ragazzi fragili, pagati in criptovalute e istruiti via tutorial per colpire nel cuore delle città ucraine.

Per chi si ostina a parlare del conflitto in Ucraina come fosse una “guerra per procura”, un “conflitto regionale”, un “errore di calcolo della Nato”, questa storia è uno schiaffo. L’imperialismo russo non ha bisogno di marciare su Kiev con le bandiere: basta un numero su Telegram, una bugia, un’esca. Non serve neanche che i sabotatori sappiano chi stanno servendo. Basta che servano.

Oleh non è un’eccezione. Più di 700 ucraini sono stati arrestati per atti di sabotaggio, molti sotto i vent’anni. Alcuni erano già stati usati come manodopera inconsapevole per bombe che hanno ucciso. La Russia li arruola con falsi nomi, li minaccia con il ricatto, li blandisce con lo slang giovanile. E se esitano, mostra loro le prove della complicità già avvenuta. Sei “dentro”, anche se non lo sapevi. Ora obbedisci, o paghi.

Il vero orrore è che spesso obbediscono. Non per ideologia, ma per bisogno. Per fame. Per disillusione. E così Mosca semina caos con mani altrui, scaricando la responsabilità sulle vittime, sporcando le statistiche, manipolando la realtà. Le bombe esplodono “per colpa dei locali”. Ma i piani partono da Mosca.

Ecco perché chi in Europa continua a trattare la Russia come un interlocutore razionale, un partner esagerato ma legittimo, sbaglia. Perché questa strategia del disordine – fatta di armi ma anche di fragilità umane – è deliberata, sistematica, pianificata. Non è una deviazione: è il metodo.

Putin non sta solo cercando di sfiancare l’Ucraina. Sta testando strumenti da esportare: armi ibride, disinformazione, sabotaggi civili, attacchi psicologici. L’Ucraina è il laboratorio. Ma Varsavia, Berlino, Milano sono nel mirino. Chi pensa che tutto questo resti confinato, si sbaglia.

Oleh è vivo. E’ stato arrestato appena prima che il suo zaino esplodesse. Il telefono destinato a innescare la bomba è stato bloccato dagli agenti dell’Sbu, il servizio di sicurezza dell’Ucraina. Ma per lui la vita è finita lo stesso: la sua ragazza lo ha lasciato, i suoi genitori gli hanno detto che è “un idiota”. Ora aspetta il processo. E forse una condanna. A diciannove anni. Per una guerra che non ha capito. Ma che lo ha usato come carne da detonatore.

Ecco cos’è, oggi, il putinismo. Non una strategia di equilibrio globale. Ma un’ideologia del sacrificio altrui. Un cinismo organizzato. E chi in occidente continua a giustificarlo, a relativizzarlo, a parlarne con rispetto geopolitico, non è un pacifista. E’ solo un utile idiota, al servizio di una macchina che non ha più confini tra guerra e crimine. Tra strategia e vergogna.

ANGELUS DEL PAPA

Il Papa guida la recita dell'Angelus

Il Papa: no ai “cristiani delle occasioni”, portare il Vangelo nella quotidianità

All’Angelus, Leone XIV esorta, seppur “travolti da tante altre cose”, a ricercare un significato “più pieno” per la propria vita. Esso si rivela attraverso un autentico “dialogo” con Dio: una fede viva e appassionata, che va oltre il solo adempimento dei propri doveri religiosi

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano – Vatican News

La Chiesa e il mondo non hanno bisogno di “cristiani delle occasioni”, che indossano la fede come un abito di circostanza. Il senso vero non nasce dai “doveri”, ma germoglia altrove: nell’intimità di un dialogo autentico con Dio. È lì che sboccia un “anelito di eternità”, che attraversa la quotidianità e la trasfigura, donando all’esistenza un “significato più pieno”. Sono questi gli “operai” ideali descritti da Papa Leone XIV nella catechesi dell’Angelus di questa domenica, 6 luglio, pronunciata ai fedeli raccolti in Piazza San Pietro nonostante le alte temperature.

Leone XIV: i popoli desiderano la pace, il dialogo sostituisca la violenza delle armi

Il Papa, nei saluti dopo la preghiera dell’Angelus, ha rivolto un appello affinché “i governanti” ascoltino il grido di chi è colpito dalla guerra. Le preghiere e le condoglianze…

“La larghezza del cuore di Dio”

Il Pontefice incentra il suo messaggio sulla “missione” a cui ogni credente è chiamato, ciascuno nella propria unicità. Nel Vangelo domenicale, Gesù invia settantadue discepoli: un numero “simbolico”, specchio della portata universale della “speranza”.

Proprio questa è la larghezza del cuore di Dio, la sua messe abbondante, cioè l’opera che Egli compie nel mondo perché tutti i suoi figli siano raggiunti dal suo amore e siano salvati.

“Un significato più pieno”

Un’opera seminata con “generosità” nel cuore di ciascuno, da cui germoglia il “desiderio dell’infinito, di una vita piena”, di una “salvezza” che libera. Una messe capace di fiorire anche quando si finisce “travolti da tante altre cose”. Le donne e gli uomini dell’oggi “attendono” ancora, infatti, “una verità più grande”.

Sono alla ricerca di un significato più pieno per la loro vita, desiderano la giustizia, si portano dentro un anelito di vita eterna.

“C’è qualcosa di grande che il Signore vuole fare nella nostra vita”

Eppure, se la messe eccede, gli operai sono ancora pochi: pochi coloro al lavoro “nel campo seminato dal Signore” che riconoscono, “con gli occhi di Gesù”, il buon grano pronto per la mietitura.

C’è qualcosa di grande che il Signore vuole fare nella nostra vita e nella storia dell’umanità, ma pochi sono quelli che se ne accorgono, che si fermano per accogliere il dono, che lo annunciano e lo portano agli altri.

“Lavorare ogni giorno nel campo di Dio”

Leone XIV esorta a scuotersi da una fede ridotta a “etichetta esteriore”. Dare “spazio a qualche buon sentimento religioso”, prendere parte a “qualche evento”, non è quello di cui l’oggi ha bisogno, ma di “discepoli innamorati”, testimoni del Regno di Dio “ovunque si trovano”.

Lavorare ogni giorno nel campo di Dio, coltivando nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno.

Papa Leone XIV

Papa Leone XIV (@VATICAN MEDIA)

“Al primo posto sta la relazione col Signore”

Per realizzare tutto ciò, non serve molta teoria, ma una pratica essenziale, quella richiamata dall’invito di Gesù: “Pregate dunque il Signore della messe”.

Al primo posto, cioè, sta la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno.

“Operai gioiosi del Regno di Dio”

La catechesi si conclude con l’invocazione alla Vergine Maria – partecipe all’opera “della salvezza” attraverso il suo “eccomi” offerto con generosità – perché accompagni ciascuno nel cammino “della sequela del Signore”.

Perché anche noi possiamo diventare operai gioiosi del Regno di Dio.

Fedeli in Piazza San Pietro

Fedeli in Piazza San Pietro (@VATICAN MEDIA)

🟢🌾🍇LIVE: SANTA MESSA DOMENICALE DI P.LIVIO- 🌾🍇 Benedizione: 🔔

Il nuovo muro di mine della guerra dei mondi

di Stefano Caprio- Asia News – 6 Luglio 2025

Mentre – lasciato alle spalle il trattato di Ottawa che ne prevedeva la messa al bando – si dispongono le mine per formare l’abisso invalicabile con la Russia, la nuova “cortina di ferro” esplosiva che segnerà il destino dei popoli nei tempi a venire, a Roma il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina disc uteva con papa Leone XIV su come procedere con lo “sminamento spirituale” del cuore degli uomini.

La riduzione americana della consegna di sistemi di difesa all’Ucraina, aprendo i cieli ai missili della Russia per continuare a distruggere città e case della popolazione inerme, è stata dichiarata dal presidente Usa Donald Trump, ma è chiaramente un’indicazione proveniente dal Cremlino, forse per spartirsi meglio il dominio sui mondi: a te l’Ucraina, a me l’Iran, e così per tutto il resto. Questo è l’esito probabile della nuova disposizione della geopolitica, che sancisce la vittoria del disegno di Vladimir Putin nello scardinare l’“egemonia globalizzata” e imporre un “mondo multipolare”, che significa esaltare il conflitto e la divisione, al posto dell’integrazione e della pace tra i popoli. Torna l’epoca degli imperi, più o meno vasti e autosufficienti, finisce l’era della convivenza tra nazioni diverse e sistemi variabili, una dimensione che almeno formalmente rimane soltanto nell’Unione europea, ma con una prospettiva di sempre più evidente fragilità e impotenza.

Sarà dunque questa la fine della guerra e l’esito delle trattative, che entro l’anno in corso porteranno alla definizione dei nuovi confini militari, geografici, politici e psicologici, in un’estesa ukraina, la “terra di confine” a tutte le latitudini, non importa da dove si calcoli l’Oriente o l’Occidente, il Sud globale o il Nord egemonico. Mentre l’Estonia e gli altri Paesi Baltici, dalla Lituania alla Finlandia, si attrezzano per fronteggiare la sempre più crescente pressione russa, la decisione di Kiev di uscire dalla convenzione internazionale contro le mine porterà alla definizione di un nuovo “muro minato” tra Ucraina e Russia, un territorio esplosivo tra le regioni occupate e quelle che Mosca intende definire “zona neutra de-militarizzata”, ma che sarà quasi impossibile da attraversare restando incolumi.

Gli ucraini da tempo insegnano agli alunni delle scuole a distinguere tra le mine “a petali”, piccole e quasi invisibili, in grado di tranciare un piede, e le mine “a rana” ad alta azione esplosiva; attualmente sono già minati 137 mila chilometri, il 23% dell’intero territorio ucraino. Sono centinaia le notizie incessanti di cittadini incappati in questi ordigni, considerando che vedere le mine in mezzo all’erba è estremamente difficile per i soldati stessi. Le mine antiuomo sono costruite proprio per essere attivate dalle vittime, hanno lo scopo di uccidere o ferire gravemente le persone più indifese ed inesperte, adulti o bambini, contadini o animali da pascolo, e sono il simbolo di una realtà in cui diventa impossibile difendersi, sia fisicamente che spiritualmente.

Le mine si nascondono e si mascherano, come succede nell’area informatica per le fake news di ogni genere, e rivestono quindi un carattere di stretta attualità. A volte si sistemano sotto la superfice come “recinti minati” sotterranei, e si possono trovare soltanto con attrezzature speciali. Possono anche cessare gli scontri armati sul campo, ma la minaccia delle mine resta per lungo tempo, e solo per la popolazione civile. Lo sminamento umanitario è ancora in corso in Afghanistan, e in molte altre zone di guerra degli ultimi decenni, o anche secoli ormai. Le mine “non muoiono mai”, come affermano gli esperti del settore.

Si tenta di proibire le mine antiuomo dal 1980, e 65 Paesi dell’Onu avevano allora firmato la convenzione apposita, che di fatto non è mai stata applicata, anche perché si riferiva a conflitti internazionali, mentre la maggior parte dei terreni minati riguarda i conflitti interni, come viene definito quello delle regioni ucraine occupate o ancora libere dall’orco russo. Nel 1995 la convenzione fu ampliata e definita nei dettagli, cominciando ad ottenere qualche effetto fino al processo di Ottawa del 1996, che decise la totale proibizione, quella da cui oggi si è sganciata l’Ucraina per difendersi dalla Russia. Il movimento che portò all’accordo canadese ottenne perfino il premio Nobel per la pace, che ora si contendono Putin e Trump a suon di missili.

Entro il 2017, circa 100 dei 150 Paesi firmatari si erano impegnati a distruggere le proprie riserve di mine, e 27 di esse dimostrarono di essere completamente liberi dalle bombe di terra. Rifiutarono di firmare la convenzione la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, l’India, il Pakistan e i Paesi del Medio Oriente, in un’oscura profezia di quanto si è realizzato un trentennio più tardi. L’Ucraina aveva firmato nel 2005, dopo la “rivoluzione arancione” che l’aveva staccata per la prima volta dalla dipendenza da Mosca, e aveva anche distrutto le sue mine, che sono tornate a proliferare dall’invasione del 2022, sia da parte ucraina, sia da quella russa. A fine 2024, in conclusione del mandato di Joe Biden, gli Usa hanno permesso agli ucraini di sistemare le mine antiuomo; il ministero degli esteri di Kiev si è giustificato spiegando che la Russia, non aderendo alla convenzione di Ottawa, aveva cominciato a spargere le mine sul territorio fin dal 2014, creando una “superiorità asimmetrica a favore dell’aggressore”. Alla fine il presidente Volodymyr Zelenskyj ha firmato ufficialmente l’uscita dall’accordo, per non “rimanere succubi del cinismo estremo della Russia”.

Un deputato della Verkhovnaja Rada di Kiev, il colonnello Roman Kostenko, segretario della commissione parlamentare per la sicurezza, la difesa e l’intelligence, ha spiegato che “l’uscita dalla convenzione era una decisione inevitabile già da tempo, noi conosciamo il nostro vicino… nella regione di Zaporižja i russi hanno minato tutto il territorio davanti alle zone occupate”. Anche la Polonia, la Finlandia e i Baltici hanno preso le distanze dagli accordi sulle mine, visto quello che succedeva ai loro confini, e l’importante è “fare tutto con ordine, in modo da segnalare con esattezza i campi minati sulle carte geografiche, dopo faremo gli sminamenti, una volta finita la guerra”, afferma Kostenko. In effetti, quest’anno hanno dichiarato l’intenzione di uscire dalla convenzione di Ottawa anche l’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Polonia, e a giugno il parlamento finlandese si è espresso a sua volta in questo senso; solo la Norvegia per ora non sembra avere intenzione di rimettere le mine sul territorio. La convenzione peraltro prevede che l’uscita dall’accordo non si possa applicare fino alla fine degli scontri in corso, ma gli ucraini intendono presentare le eccezioni relative alle “condizioni estreme”.

Mentre si dispongono le mine per formare l’abisso invalicabile con la Russia, la nuova “cortina di ferro” esplosiva che segnerà il destino dei popoli nei tempi a venire, a Roma si è tenuto il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina, un evento storico che per la prima volta si è aperto con una celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Ševčuk, insieme al santo padre, il papa Leone XIV. Il tema su cui hanno deciso di lavorare i vescovi ucraini è la “Pastorale della famiglia in tempo di guerra”, con un’attenzione particolare alle ferite spirituali, alle famiglie divise e al ruolo della Chiesa come rifugio e fonte di speranza. Al Pontificio collegio di San Giosafat, accanto al Vaticano, si sono riuniti oltre 50 vescovi provenienti da tutto il mondo, per decidere come procedere con lo “sminamento spirituale” dell’Ucraina. Come ha affermato Ševčuk, “vogliamo parlare a Roma, al Vaticano e al mondo del nostro dolore, delle nostre sofferenze, ma anche dell’eroismo del nostro popolo, del nostro spirito incrollabile, della nostra forza, vogliamo che il mondo ci ascolti e ci sostenga”.

Papa Leone ha osservato che “nell’attuale contesto storico non è facile parlare di speranza a voi e al popolo affidato alla vostra cura pastorale, non è facile trovare parole di consolazione per le famiglie che hanno perso i propri cari in questa guerra insensata”, ma le tante testimonianze di fede e di speranza da parte di uomini e donne ucraine sono “un segno della forza di Dio che si manifesta in mezzo alle macerie della distruzione”, offrendo nuovamente l’aiuto della Santa Sede per dare un senso alle trattative di pace, come il pontefice ha ripetuto anche ricevendo il presidente della Polonia, Andrzej Duda. Bisogna raggiungere una convenzione per estirpare le mine dai cuori degli uomini, per non perdere la speranza nel futuro, con l’aiuto di Dio.

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 387 – CIELI NUOVI E TERRA NUOVA – IL GIUDIZIO UNIVERSALE

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I SEGRETI DI MEDJUGORJE ACCADRANNO NECESSARIAMENTE – 09/06/2025

Cari amici, lunedì 7 Luglio 2025 farò un Editoriale dal titolo “Medjugorje: I Protagonisti nel tempo dei Segreti”. Vi sarà molto utile se prima avrete ascoltato questo editoriale del 9 Giugno.

In caso di guerra nucleare, quanto durerebbe? Appena 45 minuti, ma sarebbe un’apocalisse da milioni di morti

Nuclear Explosion With Orange Mushroom Cloud

La reazione americana a un attacco nucleare è top secret, ma il Washington Post ha ricostruito passo dopo passo che cosa succederebbe dopo il lancio da parte di un Paese nemico di un missile nucleare contro gli Stati Uniti

di Cristina Marrone- Corriere della Sera – 5 Luglio 2925

L’apocalisse di una guerra nucleare

Che cosa succederebbe se fossero lanciati missili con testate nucleari contro gli Stati Uniti? Lo scenario, raccontato minuto per minuto dal Washington Post in un angosciante articolo interattivo è a dir poco apocalittico. Nonostante la Difesa degli Stati Uniti affermi di essere in grado di agire con una controffensiva, i tempi tecnici non riuscirebbero a impedire l’arrivo sul suolo americano delle testate nucleari. La reazione americana a un attacco resta top secret, ma con l’aiuto di testimonianze e documenti declassificati, il quotidiano statunitense ha ricostruito tutti i passaggi e quello che emerge è agghiacciante. Appena 45 minuti dopo il lancio nemico morirebbero all’istante centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti. Per le radiazioni perderebbero la vita milioni di altri americani. Ed entro un’ora dopo la risposta statunitense altri milioni di persone morirebbero nel Paese nemico. Molte zone dalla Terra rischierebbero di diventare inabitabili per decenni, proprio come è successo a Chernobyl.  Non è un film ma una ricostruzione fedele di quello che succederebbe se si innescasse una guerra nucleare. L’Unione Europea ha posto una crescente attenzione sulla preparazione dei cittadini a potenziali emergenze, compresi attacchi nucleari.


La Madonna in passato ci ha già salvato dalla catastrofe nucleare e lo farà ancora se ricorreremo alla sua protezione e reciteremo il Santo Rosario.

(Vostro Padre Livio)

🔴LIVE🔴 Pensieri sui Vangeli Festivi: XIV Domenica del Tempo Ordinario – Di Padre Livio

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Vangelo

La vostra pace scenderà su di lui.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,1-12.17-20
 
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
 
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
 
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
 
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
 
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Parola del Signore

Raid sui civili e rallentamento al fronte, così lo zar prova a piegare gli ucraini

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 5 Luglio 2025

Secondo gli analisti militari, la percentuale di droni abbattuti o bloccati è diminuita dal 95% al 79%. Ma a Est l’Armata subisce un rallentamento

Il primo consigliere del presidente ucraino, Mykhailo Podolyak, non è uomo che si lascia troppo sconvolgere. Ma quando dice che «ormai qualsiasi telefonata tra Trump e Putin «si traduce inevitabilmente in un massiccio bombardamento dimostrativo di Kiev, con enormi distruzioni», non è molto lontano dalla realtà. Putin — scrive ancora Podolyak — utilizza queste conversazioni per umiliare pubblicamente la controparte, cioè Kiev, e apparire più forte di quello che in realtà è. Quello che Podolyak non può permettersi di dire è che il presidente russo sta adottando questa strategia perché è Trump a permetterglielo.

Non è certo la prima volta che vengono bombardati target civili della capitale. Si ricordano stragi nell’ottobre 2022 (8 morti, colpito anche un parco giochi), nell’ottobre 2023 (33 vittime in una fermata della metropolitana) e nel luglio scorso (22 morti in un raid su un ospedale pediatrico). Inoltre, per un lungo periodo, le forze dell’Armata hanno fatto dei raid sulle infrastrutture energetiche del Paese il perno della strategia di aggressione, lasciando al buio e al gelo per giorni e settimane le principali città.

Dopo tre anni e mezzo di guerra è quasi scontato che ogni abitante di Kiev ha fatto almeno una volta una corsa per raggiungere la metropolitana più vicina e mettersi al riparo mentre suonano le sirene. Ma ora, a sei mesi dall’insediamento di Trump, per gli ucraini è sempre più difficile trovare appigli. A preoccupare è prima di tutto un dato. Secondo gli analisti militari, la percentuale di droni abbattuti o bloccati è diminuita di 16 punti rispetto a giugno 2024, dal 95% al 79%. Peggio ancora per i missili abbattuti con un calo dal 74% al 50%. Numeri che si traducono in più morti e più danni.

Putin sta adottando una strategia semplice, efficace e brutale: utilizza attacchi combinati di droni e missili per colpire target civili, aumenta il numero delle vittime civili e fa così salire la pressione sul tavolo negoziale. Ad analizzare la timeline dei raid si nota come ogni bombardamento preceda o segua uno scambio con Washington o con la controparte ucraina con cui da aprile sono riprese le trattative. «Di base è come se Putin stesse utilizzando le bombe come messaggi con il chiaro intento di mettere psicologicamente in ginocchio la popolazione per costringere il governo a capitolare», spiega una fonte della Difesa ucraina. Se poi il raid, come ieri, arriva a poche ore dalla notizia che il principale alleato sta sospendendo la fornitura di armi, «la minaccia diventa ancora più potente».

La strategia di Putin sulle linee del fronte preoccupa meno. Certo, la notizia di 50 mila uomini ammassati a pochi chilometri da Sumy non fa dormire sonni tranquilli al capo di stato maggiore ucraino, il generale Syrsky, così come inquieta l’annuncio che sono in arrivo altri 30 mila militari dalla Corea del Nord. Ma, almeno per il momento, il Cremlino non sembra intenzionato a sfondare. Nelle ultime settimane per due volte Mosca ha annunciato di essere entrata nella regione di Dnipropetrovsk ma non ci sono state conferme, così come, nonostante i russi abbiano fatto registrare successi sulla linea del fronte a Est sulla direttrice di Kupyansk e Torestk e nonostante Pokrovsk sia data ormai per persa dagli ucraini, l’Armata non pare avere forza sufficiente per lanciarsi in avanti verso Dnipro e Zaporizhia. Scrivono gli analisti ucraini: «A giugno le Forze armate russe hanno conquistato 423 chilometri quadrati di territori ucraini, in calo rispetto ai 538 chilometri quadrati conquistati a maggio. Il ritmo dell’avanzata russa è attualmente simile a quello della fine dell’estate 2024». Ma pur mantenendo un cauto ottimismo, la sensazione generale è che, a causa dello stop agli aiuti deciso da Washington, il quadro non possa che peggiorare anche al fronte.

Anna Maria, suora di clausura a 30 anni (mentre i monasteri si svuotano): «Non sono un angelo, tra queste mura mi sento me stessa»

di Elisabetta Andreis – Corriere della Sera – 5 Luglio

Milanese, si è avvicinata alle Clarisse Cappuccine: «Ho sempre avuto il senso della comunità, dopo la fine di un amore ho iniziato a pensare». Intanto le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato la parrocchia del Santo Volto 2025

Ogni tanto le tremano le mani. Non è paura, è consapevolezza. Anna Maria ha poco più di trent’anni e ha appena detto «per sempre». Non a un marito, non a un lavoro, ma alla vita dentro un monastero. Una promessa senza scadenza, fatta nel tempo dei contratti a progetto.
È diventata suora di clausura mentre attorno le comunità religiose femminili scompaiono una dopo l’altra. A Milano i conventi si svuotano, le suore fanno le valigie. La sua è una voce controcorrente. «I dubbi ci sono, ma proprio per questo resto — dice —. Perché non credo nelle certezze blindate. E ogni giorno è un ritorno alla grazia delle origini». A diciassette anni aveva altri progetti. Un fidanzato, il sogno di sposarsi giovane, una casa piena di figli. «Ho sempre avuto un’idea fortissima di comunità. Di famiglia larga, aperta. Ma la relazione dopo quattro anni è finita e con lei tutte le certezze».

Smarrimento, dolore. Uno zaino, il cammino di Santiago. «In realtà pregavo perché tornasse il mio ex — racconta ridendo —. Camminavo, piangevo, pensavo e facevo amicizia, in particolare con due ragazze e un frate. Ogni sera celebravamo l’eucarestia. Sentivo che non ero sola». È lì che si apre la prima crepa. Di quelle buone, che fanno passare luce. Tornata a Milano si laurea alla Statale, lavora alla Fondazione Don Gnocchi, si dedica al volontariato nel carcere di Bollate. Ha qualche storia, ma poco importante. «Uscivo, provavo a innamorarmi di nuovo. Ma c’era sempre qualcosa che mancava. Come un nodo che non si scioglie». Ogni tanto spariva qualche giorno: il monastero di Santa Chiara a Gorla, o quello delle Clarisse Cappuccine a Brescia. «Cercavo uno spazio dove ascoltare ciò che il rumore copriva. Un giorno mi sono detta: smettila di pensare troppo. Lasciati amare». Le sue stesse parole le restavano addosso. Non una illuminazione, ma un seme. Un anno dopo, quando entra in monastero, Anna Maria ha smesso di cercare risposte con la testa.

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Nel frattempo, fuori, i numeri parlano. Le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato i parrocchiani della chiesa del Santo Volto, all’Isola. La congregazione chiude. «In tre non si fa comunità», sospira suor Angela. Le Clarisse di Gorla da trenta sono diventate quindici e le Figlie di San Paolo di via Paolo Uccello, sei, un quarto di prima. Anche le Missionarie del Pime, nella Villa triste di via Masaccio, hanno cominciato ad affittare le celle agli studenti. Nel 2014 a Milano le comunità religiose femminili attive in ambito educativo e assistenziale erano 159, oggi sono 117, nota suor Antonia Franzini dell’Usmi. Chiudono per mancanza di vocazioni e per raggiunti limiti di età delle consorelle.

Eppure Anna Maria è lì. Ha appena fatto professione. «Non sono un angelo, non sono migliore di nessuno. Ma ho trovato un luogo dove mi sento intera». Sveglia all’alba, preghiere, letture, dipinti, colloqui con i visitatori che hanno bisogno di un aiuto senza fretta. Lei ha scelto la meditazione e il monastero, non una missione sociale. Vive gioie e dolori dentro a un microcosmo dove «la vita custodisce un vuoto, un silenzio, uno spazio di pensiero». Le relazioni con le nove consorelle Clarisse Cappuccine sono, giocoforza, molto strette. Alcune sono anziane, fino a 89 anni, e insegnano il valore della lentezza. Le manca qualcosa? Un marito, dei figli, la vita fuori? Sorride, senza negare: «Ogni scelta comporta rinunce. Ma se stai costruendo profondamente qualcosa i dubbi sono occasione per rinsaldare la fiducia e la fede, non per fuggire. A volte, per capire che la vita non si esaurisce nelle cose, bisogna restare lì dove si è».

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