"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Febbraio 2025 Pagina 13 di 25

DIARIO RADIOFONICO QUOTDIANO

IN QUESTO TEMPO DI CONVALESCENZA, DURANTE IL QUALE NON HO LA DIRETTA, VI SCRIVO OGNI GIORNO DUE RIGHE, CHE POTETE RISENTIRE ANCHE NEL RADIO GIORNALE DI RADIO MARIA (13.30 – 19.30)

5. Perché i dieci  segreti accadranno necessariamente?

 La Madonna ci ha ammonito sulla situazione di grave pericolo in cui si trova l’umanità “che non vuole Dio e va verso la perdizione”. E’ l’umanità nel suo insieme che corre verso l’abisso, rinnegando la salvezza che viene da Gesù Cristo o strumentalizzandola  per interessi mondani.

La presenza straordinaria e unica nella storia di Maria, come Regina della pace, è stata accolta  da un numero relativamente piccolo di persone, persino nei paesi di antica cristianità, lasciando indifferente anche buona parte della Chiesa. Per questo motivo gli avvenimenti dei dieci Segreti accadranno necessariamente ed avranno  un eco universale, mettendo gli uomini di fronte a una scelta di campo nei tre giorni che avranno a disposizione, prima che accada l’evento  rivelato.

In ultima istanza la scelta è fra Cristo e satana. Una decisione che deciderà il destino eterno di ogni anima. La Madonna ci supplica di anticipare la Conversione in questo tempo di grazia perché, quando i Segreti accadranno, potrebbe essere troppo tardi. La Parabola evangelica delle Vergini stolte è al riguardo di grande attualità. (16 Febbraio 2025).

RITAGLI DI PAGINE SCELTE

IL SEGNO DI MEDJUGORJE SCUOTERA’ IL MONDO (4)

🖋-4 – Ritagli di pagine inedite dal #bestseller di P. Livio: Il segno di #MEDJUGORJE scuoterà il mondo [a cura di Roberta]
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«Putin non ha vinto in Ucraina. Biden non ha avuto il coraggio di Trump»

Di Leone Grotti – 15 Febbraio 2025 – Tempi

«Dopo tre anni di guerra la Russia non ha neanche preso l’intero Donbass. L’Ue doveva aiutare a cercare una via d’uscita. Ci sarà una tregua, non una pace».

Intervista all’inviato del Giornale, Fausto Biloslavo

«Se l’Europa davvero si impegnasse a garantire il congelamento del conflitto mettendo i “boots on the ground” in Ucraina farebbe finalmente qualcosa di positivo. Ma il pallino è in mano agli americani ora». Fausto Biloslavo si aspettava che Donald Trump, come promesso in campagna elettorale, si sarebbe mosso appena eletto per interrompere la guerra in Ucraina. L’inviato di guerra del Giornale, però, non si fa illusioni: «Chi spera che si arrivi a una pace giusta o anche solo a una pace si illude. Ci sarà un accordo di cessate il fuoco e una tregua. È già qualcosa, ma la pace è un’altra cosa».

Il presidente americano ha annunciato mercoledì che i colloqui tra Usa e Russia saranno avviati «immediatamente». Perché ha scavalcato l’Unione europea e l’Ucraina?
Ce lo si poteva aspettare. L’Europa negli ultimi tre anni ha giustamente dato armi su armi all’Ucraina, ma non ha mai cercato di trovare una via d’uscita, come invece avrebbe dovuto. È normale che ora Trump non la consideri. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Kiev però non aveva diritto a essere consultata?
Io penso che Zelensky sapesse che Trump stava per contattare Putin.

Che tipo di accordo potrebbe essere raggiunto?
Penso che si cercherà di sancire una tregua simile a quella che ha posto fine alla guerra di Corea, dove a 70 anni di distanza ancora non è stato firmato un accordo di pace.

È quello che Zelensky ha sempre detto di non volere.
Prendiamo però il caso della Corea: a chi ha giovato la tregua? Non certo ai nordcoreani, finiti sotto la dittatura della famiglia Kim e della loro dottrina nucleare. È la Corea del Sud ad averci guadagnato, diventando una delle tigri economiche dell’Asia. In un mondo ideale, ovviamente, sarebbe bene che i russi si ritirassero dall’Ucraina ma è irrealistico. Quindi bisogna cominciare da qui.

Che cosa rende più ostico il raggiungimento di un compromesso?
L’Ucraina ha ancora una porzione di territorio russo nel Kursk e Mosca ha la Crimea e la maggior parte del Donbass, anche se non tutto. Putin cercherà di ottenere il riconoscimento dei territori conquistati, ma si renderà conto della necessità di trattare. Sui 900 km di fronte penso che un accordo sul congelamento del conflitto si possa trovare.

Il primo incontro tra Trump e Putin si terrà in Arabia Saudita. Che cosa suggerisce questa scelta?
Che l’Ucraina è il principale argomento da discutere, ma non è l’unico. Trump è isolazionista, sicuramente, guarda prima di tutto agli interessi nazionali, ma vuole trovare un accordo ad ampio raggio che copra anche il Medio e l’Estremo Oriente.

Il terzo anno di guerra, che scade il 24 febbraio, potrebbe essere quello in cui inizieranno a tacere le armi. La vittoria sul campo sognata dall’Occidente, dunque, non ci sarà.
È da quando la controffensiva ucraina è fallita nell’estate 2023 che nessuno ci crede più. Certo, Zelensky ha continuato a parlare di “piano della vittoria”, ma si trattava di propaganda e lo sapeva anche lui. Quando con enorme dispendio di uomini e mezzi Kiev ha conquistato pochi chilometri di territorio, poi in parte persi, si è capito che c’era bisogno di una svolta diplomatica.

Joe Biden però non l’ha promossa.
No, non ha avuto il coraggio ma tutti hanno iniziato a ragionare di un congelamento del conflitto. I diplomatici già lo vedevano come unico esito possibile della guerra, anche se non lo dicevano apertamente. Poi è arrivato Trump, che come al solito si è mosso come un elefante in una cristalleria. Ma ha detto le cose come stavano e forse è un bene.

Putin farà di tutto per dire che ha vinto la guerra, Zelensky anche. Chi ha ragione?
Putin aveva detto che avrebbe spazzato via l’Ucraina e il suo governo. Dopo tre anni di guerra sanguinosa, invece, ha solo il 20 per cento del territorio ucraino e non è riuscito neanche a completare la conquista del Donbass. Mancano ancora Pokrovsk, Kramatorsk, Sloviansk. È una vittoria di Pirro, insomma. Zelensky potrà dire che i russi volevano cancellare l’Ucraina e non ci sono riusciti. Non solo, durante la prima offensiva Kiev ha ripreso il 50 per cento dei territori occupati dai russi durante le prime fasi dell’invasione. Questa è la realtà. È chiaro che la vittoria di cui Kiev parlava all’inizio, la riconquista di tutti i territori, non è possibile. L’Ucraina ha già subito perdite umane terrificanti.

Anche la Russia.
Certamente. La differenza, però, è che Mosca avrà sempre uomini da mandare al fronte. Kiev no. Dopo una guerra così devastante, entrambe le parti dovranno cedere al compromesso. Ma se l’Ucraina riuscirà a entrare nell’Ue, alla fine ci avrà guadagnato.

Biden e l’Ue potevano gestire la guerra in modo diverso?
Non solo potevano, dovevano. Bruxelles è andata al traino degli americani, tutto è avvenuto sopra la sua testa, proprio come ora. Forse l’Europa imparerà la lezione e capirà che deve cambiare, che deve diventare un’Europa con la “e” maiuscola, prendere in mano il proprio destino e gestire le crisi che si presentano sul proprio territorio.

I paesi Ue non dovevano difendere Kiev?
Certo che dovevano. Hanno fatto bene a dare armi all’Ucraina, ma non così, senza perseguire un obiettivo. Dovevano farlo con una strategia per uscire dal conflitto con le ossa meno rotte possibili. Pensare di sconfiggere totalmente la Russia è folle.

Putin invece ha sbagliato tutto?
Hanno davvero preso una sberla che non dimenticheranno. Erano convinti di attaccare e vincere in un mese, invece sono passati tre anni e tutto è ancora come prima. Putin riuscirà a stringere la mano a Trump in Arabia Saudita, ma non sarà mai più visto come prima.

Trump ha detto che l’onere militare ed economico di far rispettare un eventuale cessate il fuoco toccherà all’Europa. Una bella gatta da pelare su 900 km di fronte.
Per me passare dalla fornitura indiscriminata e senza strategia di armi a schierare soldati sul terreno, “boots on the ground”, per preservare la tregua sarebbe positivo. Bisognerà prevedere una zona cuscinetto e mettere in piedi una forza di interposizione che, se funzionasse, aprirebbe le porte alla ricostruzione, che è interesse di tutti. Ovviamente non sarà un’impresa facile, ma se l’Italia ne facesse parte, sarebbe un orgoglio nazionale. Non dimentichiamo che da quelle parti ci sono città come Nikolaevka

La nuova Yalta di Putin e Trump

di Stefano Caprio – Asia News 15 Febbraio 2025

Gli 80 anni della Conferenza tra Stalin, Roosevelt e Churchill e le rinnovate mire degli imperatori di oggi di dividersi il mondo. Mentre nelle stesse commemorazioni l’argomento principale ormai non è la conclusione della guerra, ma quale regime instaurare a Kiev nei prossimi anni.

In questi giorni si ricordano gli 80 anni dalla conferenza di Yalta, che si tenne dal 4 all’11 febbraio 1945 nella penisola sul Mar Nero, da cui poi ha avuto inizio la guerra attuale tra la Russia e l’Ucraina nel 2014. Vi parteciparono i tre capi di Stato vincitori della seconda guerra mondiale, Iosif Stalin, Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill, e la propaganda russa si sta dedicando all’interpretazione dell’evento con una serie di manifestazioni, chiamando la Crimea “patria dell’Onu” e “patria del nuovo ordine mondiale”, fino alla proposta di trasferire in Crimea la nuova sede dell’Onu “nella prospettiva di un nuovo mondo multipolare”.

È di questo che si apprestano a parlare i due imperatori, Vladimir Putin e Donald Trump, e certamente il primo sogna di poter tornare nel palazzo di Livadija dove avvenne la conferenza del 1945, residenza estiva degli ultimi zar. La “nuova Yalta” si terrà invece in terreno neutro, probabilmente in Arabia Saudita, e lo scopo sarà simile a quello di ottant’anni fa: dividersi il mondo e proclamare lo stato perenne di guerra, non più “fredda”, ma “ibrida”, come conviene nelle dimensioni digitali e artificiali di questo nuovo millennio. E non sarà la riunione della trojka dei vincitori, ma della coppia speculare dei grandi imperialismi di Oriente e Occidente, pur con l’ombra degli alleati dietro le spalle, l’imprevedibile e debole Europa e l’indecifrabile e potentissima Cina.

Il terzo incomodo tra Putin e Trump sarà la derelitta e martoriata Ucraina, il cui presidente Volodymyr Zelenskyj è ormai delegittimato da entrambi. Affermando che “è ora di preparare le elezioni a Kiev”, che “l’Ucraina potrebbe anche diventare russa” e in ogni caso “non farà parte della Nato”, Trump ha di fatto dato ragione a Putin su tutte le motivazioni della guerra, che deve “rovesciare il regime nazista” e riportare sotto il controllo di Mosca la “piccola Russia” degenerata.

Nella nuova Yalta si dissolve il sogno ucraino di una vera sovranità, viene ormai archiviata la sua integrità territoriale, si spartiscono i territori in base agli interessi: agli americani interessano le terre rare per alimentare le nuove tecnologie, ai russi quelle carbonifere del Donbass, per proseguire sulla propria strada delle energie inquinanti, evidenziando la differenza dei due mondi. Non si tratta nemmeno di due sistemi economici divergenti, come il capitalismo e il comunismo della guerra fredda, in cui era facile scegliere da che parte stare per ragioni ideologiche in un senso o nell’altro. Sono due mondi che si sovrappongono nell’anima dell’uomo contemporaneo, il passato dei “valori tradizionali”, duri come il carbone e scuri come il petrolio, e il futuro delle “intelligenze artificiali”, fluide come i generi sessuali e invisibili come le forme attuali di comunicazione, che non prevedono la presenza fisica degli esseri umani.

In preparazione dei festeggiamenti simbolici dell’80° di Yalta, preludio della grande parata della Vittoria in cui potrebbero unirsi i due imperatori, si è scoperto un fatto curioso rivelato da alcuni giornalisti. Il monumento in bronzo a Livadija della trojka dei vincitori, scolpito nel 2015 dal cantore del nuovo potere russo, Zurab Tsereteli, è di fatto senza padrone, non essendo stato messo a bilancio di nessuna istituzione, e quindi è in stato di abbandono, con segni di ruggine sul mantello di Roosevelt e sul cappotto da maresciallo di Stalin, con graffiti ironici di avventori e la lapide spezzata, anche se le ginocchia rifulgono per i segni della devozione popolare. La capo dell’amministrazione russa locale, Janina Pavlenko, ha promesso di sistemare tutto quanto prima, per ripristinare il significato simbolico della “grande trinità dei dominatori” che avevano de-nazificato il mondo intero.

In realtà lo scultore russo-georgiano Tsereteli, oggi 91enne, è proprio uno dei maestri del simbolismo neo-imperiale, a cui ha dedicato numerose statue imponenti in tutta la Russia e nel mondo, da Pietro il Grande a Vladimir il Battezzatore, fino a quella di San Nicola di Myra situata di fronte alla basilica di Bari, donata da Vladimir Putin per onorare il protettore della Santa Russia. Di solito tutte le sue figure bronzee hanno un aspetto comune, come se si trattasse sempre e comunque di un unico personaggio che riunisce in sé tutti gli altri, nello stile ambizioso del “mondo russo”; ma la trojka rispetta abbastanza le immagini ben note in tutte le mondo dei tre grandi, accentuando magari l’espressione minacciosa di Stalin per riprodurre i sentimenti del suo attuale successore al Cremlino. Il monumento doveva essere preparato per il 60° anniversario del 2005, ma è stato poi installato per il 70°, e oggi appare quanto mai necessario nell’80°, per esprimere il significato degli avvenimenti correnti.

Alla vigilia delle celebrazioni, i servizi russi dell’Fsb hanno desegretato una serie di documenti della conferenza di Yalta, e sono state presentate diverse nuove pubblicazioni sullo storico evento, con una grande conferenza che ha riunito studenti da tutto il mondo sul tema “Yalta 1945-2025: lotta per un nuovo ordine mondiale e l’iniziativa russa nel XXI secolo” alla nuova università federale della Crimea, già università locale dell’Ucraina. In essa verrà ribadita la lettura russa della storia del secolo scorso, condannata dal parlamento europeo il 23 gennaio come “falsificazione della storia” e manipolazione delle coscienze, allo scopo di giustificare la guerra attuale. Come ha dichiarato la rappresentante della Ue per la politica estera, l’estone Kaja Kallas, “la disinformazione è una parte fondamentale dell’attività bellica dei russi, un fronte di guerra ibrida che attraversa i nostri sistemi democratici, le università e i parlamenti, i media e le altre istituzioni, per creare una mentalità di sfiducia e istigare i conflitti interni alle nostre società”. Non caso, proprio l’Estonia è uno dei Paesi ex-sovietici più contesi dalla Russia putiniana, con alcune città divise sul confine tra la Russia e la Nato.

Del resto, la Russia nega anche la circostanza storica dell’occupazione dei Paesi baltici nel 1940 in seguito al patto Molotov-Ribbentrop, l’alleanza con i nazisti che di fatto diede una spinta decisiva alle invasioni hitleriane in Europa, prima che Stalin decidesse di salvare il mondo. Mosca nega anche le responsabilità per il massacro dei polacchi delle Fosse di Katyn, ricordando l’invasione della Polonia nel 1939 come una forma di “liberazione”, e per quanto riguarda la Cechia e la Slovacchia, la narrazione russa dell’ingresso delle truppe sovietiche nel 1968 attribuisce la causa alle richieste degli ucraini, spaventati dai moti rivoluzionari di Praga. Non stupisce dunque che si cerchi di aggiornare l’interpretazione della conferenza di Yalta, non soltanto lucidando i bronzi di Stalin e Roosevelt, ma come una “profezia rivolta alle nuove generazioni per come agire in caso di nuovi conflitti”, come ha dichiarato il presidente del parlamento russo della Crimea, Vladimir Konstantinov.

Secondo questa interpretazione, esposta nell’ultima tavola rotonda a Sebastopoli, lo “spirito di Yalta indica la necessità di delimitare le sfere d’influenza delle superpotenze”, e la Polonia del 1939 era colpevole di “non aver trovato il proprio posto” e per questo ha dovuto “interrompere la propria esistenza” e dividersi tra Urss e Germania, rivelando come l’Ucraina sia in realtà soltanto la superfice dell’intera piramide sotterrata dalle mire del Cremlino, il riflesso di una realtà conflittuale molto più vasta, quella della Polonia e dell’intera Europa. Konstantinov afferma trionfalmente che “in Ucraina la Russia ha già vinto”, non tanto per i territori conquistati, quanto per aver imposto un nuovo sistema di relazioni simile a quello del “lager sovietico mondiale”, oggi riflesso nel mondo russo universale. Il leader russo nella Crimea occupata riconosce comunque che “Trump non è Roosevelt”, avendo a disposizione solo un quadriennio invece “dell’eternità immaginata nei colloqui di Yalta”, considerando che l’allora presidente americano, figura mitologica agli occhi dei russi anche per aver ideato le bombe atomiche, utilizzate poi dal suo successore Harry Truman a Hiroshima e Nagasaki, era segnato dalla malattia che lo portò alla morte due mesi dopo l’abbraccio con Stalin, che invece funziona alla perfezione come antesignano di Putin.

Nelle conferenze sull’anniversario crimeano, l’argomento principale ormai non è la conclusione della guerra, ma quale regime instaurare a Kiev nei prossimi anni, e una delle affermazioni più ripetute è che “il grande sconfitto nella crisi ucraina è l’Europa”, a cominciare dalle nazioni che confinano con l’Ucraina e che ne contestano da secoli vari territori di frontiera come la Lemkovščina, la terra dei Lemki o Rusiny, una variante degli slavi orientali nei Carpazi, o il Podljaše, la terra dei podlasjani al confine con Bielorussia e Polonia, la Nadsjanie e il Marmaroš, altra regione della Carpazia detta anche Marmatia, fino alla Slovacchia e all’Ungheria, parlando di terre europee poco conosciute, ma di grande significato simbolico.

Nella conferenza di Yalta, in realtà, il vero protagonista fu il britannico Winston Churchill, colui che più di tutti aveva creduto nella possibilità di instaurare una pace sicura e universale. Egli allora rappresentava l’intera Europa, la sua anima e le sue tradizioni culturali ed etniche, anche se oggi il suo Paese non fa parte dell’Unione, ma indica all’Europa la strada da seguire, per non rimanere schiacciati dalle ambizioni degli imperatori d’Oriente e Occidente.

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BUONA DOMENICA

DOMENICA SESTA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

BENEDETTO XVI – ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 14 febbraio 2010

Cari fratelli e sorelle,

l’anno liturgico è un grande cammino di fede, che la Chiesa compie sempre preceduta dalla Vergine Madre Maria. Nelle domeniche del Tempo Ordinario, tale itinerario è scandito quest’anno dalla lettura del Vangelo di Luca, che oggi ci accompagna “in un luogo pianeggiante” (Lc 6,17), dove Gesù sosta con i Dodici e dove si raduna una folla di altri discepoli e di gente venuta da ogni parte per ascoltarLo.

In tale cornice si colloca l’annuncio delle “beatitudini” (Lc 6,20-26; cfr Mt 5,1-12). Gesù, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, dice: “Beati voi, poveri… beati voi, che ora avete fame… beati voi, che ora piangete… beati voi, quando gli uomini… disprezzeranno il vostro nome” per causa mia. Perché li proclama beati? Perché la giustizia di Dio farà sì che costoro siano saziati, rallegrati, risarciti di ogni falsa accusa, in una parola, perché li accoglie fin d’ora nel suo regno.

 Le beatitudini si basano sul fatto che esiste una giustizia divina, che rialza chi è stato a torto umiliato e abbassa chi si è esaltato (cfr Lc 14,11). Infatti, l’evangelista Luca, dopo i quattro “beati voi”, aggiunge quattro ammonimenti: “guai a voi, ricchi… guai a voi, che ora siete sazi,… guai a voi, che ora ridete” e “guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”, perché, come afferma Gesù, le cose si ribalteranno, gli ultimi diventeranno primi, e i primi ultimi (cfr Lc 13,30).

Questa giustizia e questa beatitudine si realizzano nel “Regno dei cieli”, o “Regno di Dio”, che avrà il suo compimento alla fine dei tempi ma che è già presente nella storia. Dove i poveri sono consolati e ammessi al banchetto della vita, lì si manifesta già ora la giustizia di Dio. E’ questo il compito che i discepoli del Signore sono chiamati a svolgere anche nella società attuale.

Il Vangelo di Cristo risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, ma in modo inatteso e sorprendente. Egli non propone una rivoluzione di tipo sociale e politico, ma quella dell’amore, che ha già realizzato con la sua Croce e la sua Risurrezione. Su di esse si fondano le beatitudini, che propongono il nuovo orizzonte di giustizia, inaugurato dalla Pasqua, grazie al quale possiamo diventare giusti e costruire un mondo migliore.

Cari amici, rivolgiamoci ora alla Vergine Maria. Tutte le generazioni la proclamano “beata”, perché ha creduto nella buona notizia che il Signore le ha annunciato (cfr Lc 1,45.48). Lasciamoci guidare da Lei nel cammino della Quaresima, per essere liberati dall’illusione dell’autosufficienza, riconoscere che abbiamo bisogno di Dio, della sua misericordia, ed entrare così nel suo Regno di giustizia, di amore e di pace.


Vangelo

Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,17.20-26

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

Parola del Signore

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

🔴LIVE🔴LA PROMESSA DELL’ETA’ DELL’ORO E’ FUORVIANTE – GLI STATI UNITI NEL TEMPO DEI SEGRETI – Editoriale di Padre Livio

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