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Messaggio, 25. agosto 2024
“Cari figli! Oggi la mia preghiera con voi è per la pace.
Il bene e il male lottano e vogliono prevalere nel mondo e nei cuori degli uomini.
Voi siate uomini di speranza, di preghiera e di grande fiducia in Dio Creatore al quale tutto è possibile.
Figlioli, la pace prevalga in voi ed attorno a voi.
Vi benedico con la mia benedizione materna affinché, figlioli, siate gioia per tutti coloro che incontrate.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”
„Draga djeco! Danas je moja molitva s vama za mir. Dobro i zlo se bore i žele prevladati u svijetu i srcima ljudi. Vi budite ljudi nade i molitve i velikog povjerenja u Boga Stvoritelja kojemu je sve moguće. Nek, dječice, mir prevlada u vama i oko vas. Blagoslivljam vas mojim majčinskim blagoslovom da budete, dječice, radost za sve one koje susrećete. Hvala vam što ste se odazvali mome pozivu.“
h21: Padre Livio commenta il messaggio in diretta su:
Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)

Kamala Harris ha tenuto un discorso che i titolisti hanno subito definito “storico” perché è la prima donna di colore candidata presidente. Ma i contenuti sono vaghi, a parte la lunga arringa contro Trump. Kamala è finora solo una candidata virtuale costruita dai Democratici: non è nemmeno mai stata intervistata da quando è candidata.
Esteri 24_08_2024- Stefano Magni – la nuova Bussola
Il discorso più importante della sua carriera. Questa è la definizione che Kamala Harris ha dato del discorso di accettazione della candidatura alla Casa Bianca, giovedì 22 agosto, alla Convention Nazionale Democratica a Chicago. Un discorso che i titolisti, non solo italiani, si sono affrettati a definire “storico”, perché segna l’inizio della corsa della prima candidata alla presidenza che è sia donna che di colore.
Il biglietto da visita di un presidente è la storia personale e famigliare. Un modo classico per rompere il ghiaccio con i militanti e gli elettori è quello di parlare di sé, della propria famiglia e delle proprie origini. La Harris lo ha fatto all’inizio del discorso e ha presentato una famiglia “allargata”, quasi alla Murgia. Infatti, dopo aver tessuto le lodi della madre indiana Shyamala che “ha attraversato il mondo” per realizzare il suo sogno di ricercatrice medica in America, «l’armonia tra i miei genitori non durò. Quando frequentavo la scuola elementare, si separarono e fu soprattutto mia madre a crescerci». Ma anche: «Mia madre lavorava a lungo e, come molti genitori che lavorano, si appoggiava a una cerchia fidata per aiutarci a crescere. La signora Shelton, che gestiva l’asilo nido sotto di noi e divenne una seconda madre. Zio Sherman, zia Mary, zio Freddy e zia Chris. Nessuno di loro era parente di sangue. Ma tutti parenti per amore».
Già con questo biglietto da visita, la Harris si presenta ad un elettorato che è socialmente molto diverso dall’America che siamo abituati a vedere. Da quando la Harris è nata, negli anni Sessanta, ad oggi, le coppie sposate con figli sono calate dal 44% al 18% della popolazione statunitense. Quella di oggi è una nazione di single che nello stesso arco di tempo sono passati dal 13% al 29%. È soprattutto a loro che la Harris si rivolge per cercare consensi. Le sue parole d’ordine sono “diritti civili” e soprattutto “aborto”. I diritti civili sono una causa storica, ma ormai sono diventati sinonimo di diritti sessuali e riproduttivi. Che Trump, a suo dire, vorrebbe eliminare del tutto.
A Trump, la Harris dedica quasi la metà del discorso. E la BBC, che non passa certo per essere un’emittente di destra, ha individuato varie bufale della Harris. Il programma repubblicano non coincide con il “Progetto 2025” della Heritage Foundation, think tank conservatore. Trump non ha intenzione di vietare l’aborto su scala nazionale, cosa su cui rischia, anzi, di incrinare i rapporti con il popolo pro-life. Il candidato repubblicano non ha intenzione di abolire Medicare (il programma sanitario per i non abbienti) e la Social Security (il sistema pensionistico), né ha intenzione di abolire il Dipartimento dell’Istruzione. Non è neppure corretto affermare, come ha fatto la Harris, che Trump voglia uscire dalla Nato: lo ha detto nella sua campagna elettorale delle primarie, ma appena diventato candidato presidente ha smentito (o ha cambiato idea) e assicura che gli Usa resteranno “nella Nato al 100%”. Purché gli alleati europei contribuiscano di più alle spese.
Tuttavia, oltre alle critiche a Trump, la Harris non è chiara sulle sue proposte. La parte del discorso sulle sue proposte economiche è incredibilmente vaga, con formule retoriche tipo « Un’economia delle opportunità in cui tutti abbiano la possibilità di competere e di avere successo. Sia che si viva in una zona rurale, in un piccolo paese o in una grande città». Oppure: «Garantiremo l’accesso al capitale ai proprietari di piccole imprese, agli imprenditori e ai fondatori. Metteremo fine alla carenza di alloggi in America e proteggeremo la Social Security e Medicare». Sì, ma come?
Anche in politica estera, i cenni alle prossime linee strategiche degli Usa sono vaghi e nel caso del Medio Oriente anche cerchiobottisti: «Israele non deve mai più affrontare l’orrore che l’organizzazione terroristica Hamas ha causato il 7 ottobre». E però «Allo stesso tempo, ciò che è accaduto a Gaza negli ultimi 10 mesi è devastante». E quindi: «Israele sia al sicuro – gli ostaggi siano liberati – le sofferenze a Gaza finiscano – e il popolo palestinese possa realizzare il suo diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione». E “Buona fortuna”, direbbero tutti i presidenti che finora hanno provato a raggiungere questi obiettivi, a partire da Jimmy Carter.
Tanto fumo, tanta campagna anti-Trump, ma poco arrosto. Kamala Harris, cooptata dal Partito Democratico per sostituire un ormai impresentabile Joe Biden, ha il solo scopo di battere il tycoon. Non importa come, non importa con quali programmi. Non importa “chi”: Kamala Harris era ritenuta una vicepresidente impopolare, un imbarazzo per il partito, al punto di suggerire a Biden di sostituirla. Adesso il Partito e la fitta schiera di media suoi alleati (inclusa la quasi totalità di quelli italiani, che pure non si rivolgono al pubblico di elettori americani) hanno costruito un’immagine di Kamala totalmente diversa da quella che abbiamo sempre vista. Un’immagine, appunto, perché la vera Kamala Harris, da 35 giorni candidata, ora anche ufficialmente, non ha ancora rilasciato una sola intervista, né ha tenuto alcuna conferenza stampa. Al di là dei discorsi preparati, dove segue un copione, non sappiamo ancora nulla di lei, di cosa voglia fare o se sia in grado di farlo. E il suo discorso non ci aiuta molto a capirlo.

di Stefano Caprio – Asia News – 25 Agosto 2024
Il tentato golpe che nel 1991 portò alla fine dell’Unione Sovietica, la consacrazione della cattedrale di Cristo Salvatore nel 2000, la strage dei bambini di Beslan del 2004: tre anniversari estivi che hanno costretto i russi a ripensare in questi giorni all’incerta evoluzione del proprio destino.
Il mese di agosto, che in Russia manifesta le prime incertezze meteorologiche autunnali, è gravido di memorie decisive per il corso degli eventi degli ultimi decenni, che si ricollegano agli sconvolgimenti degli ultimi tempi. Il 19 agosto 1991 ebbe luogo a Mosca il tentativo di colpo di Stato da parte del Kgb contro il presidente Mikhail Gorbačëv, che segnò l’inizio della disgregazione dell’impero sovietico. Cinque mesi prima si era tenuto un referendum, in cui la stragrande maggioranza dei cittadini delle quindici repubbliche aveva votato per mantenere in piedi l’Unione Sovietica, e l’impero sembrava ancora in grado di superare le contraddizioni e le divisioni, rimanendo una superpotenza con un poderoso arsenale atomico, in grado di controllare metà dei Paesi del mondo come suoi satelliti.
Il fallimento del tentativo di eliminare Gorbačëv, con assalto di carri armati davanti alla Casa Bianca sul lungofiume della Moscova e il trionfo di Boris Eltsin che sventola la bandiera della Russia in mezzo a una folla festante, senza vittime né distruzioni, spalancò uno scenario completamente diverso: gli “uomini forti” erano ormai impotenti, e soltanto cinque giorni dopo, il 24 agosto 1991, l’Ucraina proclamava la sua indipendenza e di fatto la fine dell’impero, che venne sciolto quattro mesi dopo, il 25 dicembre. Dalle torri del Cremlino vennero tolte per sempre le bandiere rosse con la falce e martello (oggi conservate in un museo), sostituite dal tricolore della repubblica russa, che poco dopo si trasformò in Federazione, e il primo e ultimo presidente sovietico si ritirò in pensione.
Per quanto si cerchi di attribuire la responsabilità di quegli eventi alle singole personalità di Gorbačëv, Eltsin o dei falliti golpisti, è evidente che una realtà così gigantesca e poderosa come l’Unione Sovietica non poteva dipendere solo dalle incapacità di alcuni, o dall’audacia di altri. Molti sono i fattori che hanno poi determinato l’evoluzione successiva della Russia: i problemi economici e amministrativi, la diffusione senza limiti della corruzione, gli insuccessi bellici, le catastrofi ecologiche come l’esplosione della centrale di Černobyl, la crisi dell’ideologia marxista-leninista, la crescita delle rivendicazioni identitarie nazionali e molto altro.
L’effetto del crollo ha lasciato nella memoria dei russi soprattutto il risentimento nei confronti dell’Occidente, ma la verità è che gli avversari storici non cercavano la completa dissoluzione del mostro sovietico, per mantenere un ordine mondiale bifronte. Più volte gli occidentali hanno salvato l’impero, come nella seconda guerra mondiale, nonostante l’alleanza iniziale di Stalin con Hitler, o nella crisi dei missili di Cuba, conclusa con gli abbracci tra John Kennedy e Nikita Khruščev, fino alla catastrofica invasione dell’Afghanistan, risolta a livello regionale senza trascendere in una nuova guerra globale. Perfino il crollo del muro di Berlino del 1989 non prevedeva la scomparsa dell’Unione, nonostante la riunificazione delle due Germanie e la spinta decisiva al distacco da parte degli altri paesi dell’Europa orientale, compresi i Baltici e infine l’Ucraina.
Dopo il 1991, le fasi della disgregazione sono proseguite con la guerra cecena, e di nuovo l’Occidente si è schierato dalla parte di Mosca, senza appoggiare l’indipendenza dei popoli minori della federazione. Ora siamo arrivati a una fase successiva del processo iniziato 33 anni fa, con la guerra in Ucraina e i rivolgimenti dell’intero ordine geopolitico globale, ma ancora non si vede quale sarà la conclusione, se un effettivo “ordine multipolare” o soltanto una nuova cortina di ferro tra Oriente e Occidente.
Il patriarca ortodosso di Mosca Kirill (Gundjaev) ha tentato di trasformare la memoria agostana in una nuova celebrazione della rinascita della Grande Russia, ricordando la solenne consacrazione della cattedrale di Cristo Salvatore, avvenuta proprio il 19 agosto dell’anno giubilare del 2000, ospitando il Concilio che dichiarò la canonizzazione dell’ultimo zar Nicola II, e approvò il documento sulla Dottrina Sociale della Chiesa, il manifesto del “sovranismo ortodosso” che ha guidato la politica del nuovo presidente Vladimir Putin nel successivo quarto di secolo. La più grande chiesa ortodossa della Russia, costruita nel corso di diversi decenni per celebrare la vittoria su Napoleone del 1812, era stata poi fatta saltare in aria da Stalin nel 1931, quando il dittatore georgiano aveva ormai assunto il potere assoluto.
Dopo il crollo dell’Urss, la ricostruzione della cattedrale accanto al Cremlino costituì il primo atto simbolico del recupero dell’identità imperiale, e l’opera ebbe inizio grazie all’accordo tra il patriarca Aleksij II (Ridiger) e l’allora onnipotente sindaco di Mosca Jurij Lužkov, in previsione delle celebrazioni dell’850° anniversario della fondazione della capitale, in vista della sostituzione di Kiev come “città-madre” di tutte le Russie. Già nell’agosto del 1996, qualche mese prima del successivo anno giubilare, Aleksij celebrò la prima liturgia nella cappella inferiore della Trasfigurazione, e i lavori si conclusero nel 1999, quando ormai il potere stava passando nelle mani di Vladimir Putin.
Kirill era allora il metropolita-oligarca che cercava di risollevare le sorti della Russia e della sua Chiesa, umiliata dalle accuse di collaborazionismo con il potere ateista e insidiata dalle ondate di proselitismo di cattolici e protestanti provenienti da tutto l’Occidente, nella convulsa “rinascita religiosa” degli anni Novanta. Dopo quindici anni di patriarcato, oggi Kirill non ha dubbi nell’attribuirsi ogni merito della ricostruzione della cattedrale e di tutto il potere ecclesiastico russo, ricordando durante la celebrazione come allora “avevo spiegato al sindaco Luzkov la colossale mancanza di chiese nella capitale, che era ai margini delle statistiche di spazi ecclesiastici rispetto al numero di fedeli”. Ora invece egli esalta con orgoglio “lo straordinario monumento che sta al centro di Mosca”, il cui significato risiede nel fatto che “anche le persone che sembrano lontane dalla fede hanno compreso la sua necessità”, essendo comunque “legate alla fede per la propria origine, educazione ed appartenenza al popolo russo”.
Dalla cattedrale si è quindi passati al piano delle “Duecento chiese” da ricostruire a Mosca, realizzato e superato grazie soprattutto al successore di Lužkov, l’attuale sindaco Sergej Sobjanin in carica dal 2010, in tandem con lo stesso patriarca. Kirill ricorda che “Mosca è l’unica megalopoli al mondo dove si costruiscono così tante chiese, mentre nel resto del mondo si chiudono, e questo testimonia la crescita della fede nel nostro popolo”; anche se le statistiche affermano che a Mosca, e in tutta la Russia, più chiese si costruiscono, meno persone le visitano. In effetti, il patriarca insiste sul fatto che “non dobbiamo limitare la nostra predicazione ai confini delle chiese”, ma rendere l’intero popolo più partecipe della vita ecclesiastica.
La memoria di agosto si trasforma quindi dalla dissoluzione alla rinascita, ma un altro evento ha costretto i russi a ripensare in questi giorni all’incerta evoluzione del proprio destino. La mattina del 1° settembre 2004 avvenne infatti il più tragico atto terroristico della storia russa recente, la strage della scuola di Beslan in Ossezia del nord all’inizio del nuovo anno scolastico, con 1.100 ostaggi trattenuti dai terroristi per tre giorni, con esplosioni e sparatorie furibonde che lasciarono sul terreno 27 terroristi morti e 314 vittime tra gli ostaggi, di cui 186 bambini. Il presidente Putin, per la prima volta in vent’anni, si è recato in questi giorni in visita alle “Madri di Beslan”, compiendo un giro propagandistico anche in Cecenia, proprio durante l’offensiva ucraina nella regione di Kursk.
Putin intendeva mostrare la sua superiorità sulle pretese ucraine, ricordando le motivazioni stesse che lo avevano portato al potere, quando aveva promesso, già da primo ministro nel 1999, che avrebbe fatto fuori tutti i terroristi. Il bagno di folla caucasica ha ricordato quello successivo al tentativo di golpe di Evgenij Prigožin dello scorso anno, quando Putin (o un suo sosia) si concesse agli abbracci degli ingusceti per celebrare la sua unione indistruttibile con tutti i popoli della Russia. Alle madri dei bambini assassinati a Beslan aveva allora promesso di “raccontare tutta la verità” sulla strage, ma le loro rappresentanti si sono lamentate di non aver avuto in realtà alcuna soddisfazione in questo senso. Il presidente, in un dialogo che non è stato mostrato in televisione, ha risposto imbarazzato che avrebbe chiesto ad Aleksandr Bastrykin, capo del comitato investigativo, di risolvere la questione “al più presto”.
In preda a evidente confusione, Putin ha poi ricordato in modo impreciso il numero delle vittime dell’attentato, parlando di “334 persone, tra cui 136 bambini”, cinquanta in meno di quelli effettivamente defunti. Egli ha poi cercato istericamente di incolpare “le forze che dall’estero hanno cercato di giustificare e aiutare i terroristi, anche con motivazioni morali”, ricollegandosi agli avvenimenti attuali, poiché “i nostri nemici continuano a sconvolgere il nostro Paese, istigando e provocando le azioni criminali nella regione di Kursk, nel Donbass e in tutta la Novorossija”, cioè l’Ucraina. Cercando aiuto nella memoria di fatti passati, Putin e Kirill sperano di far risplendere il volto della nuova Russia vittoriosa, rendendo ancora più evidente la confusione e l’impotenza di un sistema sempre più incerto e contraddittorio.

DOMENICA 21.MA DEL TEMPO ORDINARIO
Cari amici,
oggi il Vangelo ci presenta la reazione alla straordinaria rivelazione che Gesù ha fatto del Pane vivo che è disceso dal Cielo che dà la vita eterna a chi se ne nutre. Questo pane è Gesù stesso, la sua carne e il suo sangue: “Come i può credere ad affermazioni del genere” si chiede la folla.
O il cuore si apre alla fede allora è possibile comprendere il dono di Dio, o diversamente si resta nei limiti della natura umana decaduta e ci si arrocca nel rifiuto.
Questo in realtà riguarda il cuore stesso della fede cattolica, che è divinità di Gesù Cristo. O ci si apre alla grazia o si resta rinchiusi in una oscurità senza vie di uscita.
Ma come si fa ad aver la grazia della fede? Il Padre celeste desidera che tutti credano nel Figlio che egli ha inviato per la nostra salvezza e considera il cuore di ognuno per trovare degli spiragli per entrarvi.
Questo dipende da noi, dal nostro atteggiamento interiore. Come il seminatore considera lo stato del terreno prima di gettare il seme, così anche il Padre celeste dona la sua grazia a seconda delle condizioni interiori.
Se noi siamo persone che, seguendo la luce dell’intelligenza e la voce della coscienza, ci orientiamo verso la verità e nella nostra vita cerchiamo sinceramente Dio, non vi è dubbio il dono della fede sincera non tarda ad arrivare.
Al contrario, se siamo persone che si sono arroccate su se stesse, preferendo la superbia all’umiltà, il vizio alla virtù, Dio trattiene la sua grazia, perché il cuore la rifiuterebbe e noi peggioreremmo ulteriormente la nostra condizione spirituale.
Infatti molti dei discepoli che avevano seguito Gesù si scandalizzano e lo abbandonano, perché il loro interesse è di carattere materiale e quindi sono incapaci di elevarsi nell’abito soprannaturale. C’è un cecità e una sordità di carattere spirituale che rende le anime incapaci di vedere e di capire le cose di Dio.
Tuttavia, il cuore di Pietro, semplice e onesto, è un terreno sul quale la grazia del padre è fiorita e da Lui vengono le parole ferme e chiare della fede: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio”.
L’atteggiamento interiore di Pietro deve essere anche il nostro. Professiamo il nostro essere cristiani con fermezza e semplicità, accogliamo Cristo nella nostra vita senza riserve e facciamo dell’Eucaristia il nostro appuntamento irrinunciabile ogni Domenica, il giorno del Signore.
Vostro Padre Livio
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,60-69
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Parola del Signore
Quelli che vanno in TV a sparlare di Medjugorje
Caro Padre Livio Buonasera. E’ appena terminato (ieri 23 Agosto) un servizio sulle apparizioni mariane su una Tv nazionale con chiaro riferimento a Medjugorje.
Non mi è per niente piaciuto.
Saluti.
Elena
Cara Elena, conosco da tempo i tuoi email e so che sono sempre a ragion veduta. Perciò sono andato a vedere il programma che mi hai segnalato e ne sono rimasto addolorato oltre che stupefatto per lo sconsiderato attacco.
Non pensavo che si arrivasse a tanto, dopo che, proprio nell’estate di 37 anni fa, il 22 Luglio del 1987, S. Giovanni Paolo II, in un incontro privato con la veggente Mirjana, da Lui invitata a Castel Gandolfo, ha affermato che Medjugorje è la speranza del mondo.
Mi permetto di far presente che lo sparlare su Medjugorje che fanno alcuni ecclesiastici, anche attraverso mass media di vasto ascolto popolare, offende non solo la fede dei “piccoli”, ma anche la dignità di numerosi Sacerdoti, Vescovi, Cardinali, Martiri e Confessori della fede, ecc… che credono nella Regina della pace. Questo è un grave danno per la Chiesa e per le anime a cui è necessario mettere fine.
Ave Maria
Padre Livio

Il racconto di Mirjana conferma che S. Giovanni Paolo II non solo credeva alle apparizioni di Medjugorje, ma le aveva lui stesso sollecitate alla Madonna dopo l’attentato.
“Il 22 luglio 1987 mi trovai ad accompagnare in Vaticano un gruppo di giovani croati da Papa Giovanni Paolo II. Quel mattino, quando arrivammo, l’imponente cupola della Basilica di San Pietro era già illuminata dai primi raggi di sole. Arrivando presto, potemmo sistemarci in prima fila all’udienza Papale che si sarebbe tenuta a Piazza San Pietro. Subito dopo arrivarono migliaia di altri pellegrini.
Quando il Papa comparve, la folla era in delirio. Il pontefice camminò fra la gente, benedicendo. Passando davanti a noi, mi mise la mano sul capo e mi benedisse. La benedizione finì prima che me ne rendessi conto. Rimasi ferma, sorridente, al settimo cielo dalla contentezza per aver ricevuto, per la prima volta, la benedizione da un Papa.
Ma mentre il pontefice seguitava a camminare, il sacerdote italiano che mi accompagnava disse ad alta voce: “Santo Padre, lei è Mirjana di Međjugorje!”. Al che il Papa si fermò, tornò indietro e mi diede un’altra benedizione. Ero raggelata. I suoi occhi di colore azzurro intenso sembravano attraversarmi l’anima. Non sapendo trovare le parole, inchinai il capo e sentii tutto il calore della sua benedizione.
Quando si allontanò, mi volsi verso il sacerdote italiano e scherzando, gli dissi: “Ha pensato che avevo bisogno di una doppia benedizione!”. Entrambi ci facemmo una risata. Più tardi, quel pomeriggio, una volta tornata al mio albergo – ancora stordita da tutta l’esperienza – rimasi senza fiato nel ricevere un invito personale del Papa, che ci chiedeva di incontrarlo in privato l’indomani mattina a Castel Gandolfo.
Ero così eccitata che quella notte non riuscii a prendere sonno. Come sarebbe andato il nostro incontro? Cos’avrei detto? Avevo mille domande per la testa. Per un attimo mi calmai, ma subito dopo pensai ancora: domani incontrerò il Papa! E andai avanti così, per tutta la notte.
Il giorno seguente arrivai a Castel Gandolfo poco prima delle 8:00, l’ora stabilita per l’incontro. Questo paesino fortificato, a circa 25 chilometri da Roma, è da secoli la residenza estiva dei papi. Il palazzo Papale, appollaiato su una collina esposta al vento e circondato da giardini e uliveti, si affaccia sul lago di Albano, le cui acque sono di un colore azzurro simile agli occhi di Giovanni Paolo II.
Un uomo in divisa mi scortò fino al giardino del palazzo. Quando vidi il Santo Padre là ad aspettarmi, mi venne subito da piangere. Lui mi guardò e sorrise. Il suo sguardo era pieno di calore e di amore. Avevo la sensazione di essere in presenza di un Santo – un vero figlio della Beata Vergine Maria. Avevo imparato a riconoscere qualcosa di speciale negli occhi delle persone che amavano la Madonna, una tenerezza che solo la Madre Celeste poteva trasmettere. E quest’aspetto, in Giovanni Paolo II era più forte che in chiunque altro.
Il Papa mi fece cenno di sedermi con lui. Dovetti convincermi che non stavo sognando. Avevo sempre pensato che incontrare il Papa fosse una cosa impossibile per una persona insignificante come me e adesso eccomi là, davanti a lui. Volevo salutarlo, ma ero troppo nervosa anche per esprimere una sola frase. Il Santo Padre mi strinse delicatamente la mano dicendomi: “Dzień dobry”. Non riuscii a capirlo. Forse ero troppo emozionata e le orecchie mi stavano ingannando? O forse il mio cervello era andato in tilt? Ero mortificata.
Avevo avuto un’occasione unica di incontrare il Papa ma non avevo idea di cosa mi stesse dicendo. Le sue parole assomigliavano al croato ma non riuscivo a decifrarle. Presto capii che stava parlando in polacco. Le lingue slave come il croato e il polacco hanno in comune molte parole, quindi il Papa voleva vedere se potevamo comunicare entrambi nelle nostre lingue madri.
Purtroppo la cosa non funzionò, ma mi ricordai che c’era una lingua che conoscevamo entrambi. “Santo Padre, possiamo parlare in italiano?”, chiesi. Sorrise e annuì. “Sì, bene, Mirjana, bene”. Parlammo di molte cose – alcune posso rivelarle, altre no – e presto mi sentii completamente a mio agio in sua presenza. Mi parlò con un affetto tale che sarei rimasta a conversare lì con lui per ore.
“Per favore, chiedi ai pellegrini di Međugorje di pregare per le mie intenzioni”, disse. “Certo, santità”, lo rassicurai. “So tutto di Međugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio. Per favore, dimmi come ci si sente quando appare la Madonna”. Il Papa mi ascoltò con grande attenzione mentre descrivevo quello che vivevo durante le apparizioni. Ogni tanto sorrideva e annuiva dolcemente con il capo. “E quando scompare”, conclusi, “provo tanto dolore, in quel momento l’unica cosa a cui penso è quando la rivedrò di nuovo”.
Si chinò verso di me e disse: “Abbi cura di Međugorje, Mirjana. Međugorje è la speranza per il mondo intero”. Le parole di Giovanni Paolo II sembrarono confermare l’importanza delle apparizioni e la grande responsabilità che avevo in quanto veggente. Rimasi sorpresa dal tono convinto nella sua voce e dal bagliore emanato dai suoi occhi ogni volta che nominavo “Međugorje” – per non parlare della perfezione con cui pronunciava il nome di tale paese, sempre molto difficile da ripetere per gli stranieri.
“Santo Padre”, dissi, “vorrei che Lei vedesse tutta la gente che viene da noi e prega”. Il Papa si voltò fissando verso est, facendo un sospiro pensieroso. “Se non fossi Papa, sarei già andato da molto tempo a Međugorje”, disse. Non dimenticherò mai l’amore irradiato dal Santo Padre. Con lui avevo sensazioni simili a quelle che avevo stando con la Madonna; anche guardare nei suoi occhi era come guardare in quelli di Maria.
In seguito un sacerdote mi confidò che il Papa si era interessato a Međugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che cominciassero le apparizioni aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra. “Non posso farcela da solo, Madre”, pregava. “In Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri Paesi comunisti la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto o Madre cara”.
Secondo quel sacerdote, il Papa, quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un Paese comunista, pensò immediatamente che Međugorje fosse stata una risposta alle sue preghiere.”
Tratto da “Il mio Cuore trionferà” di Mirjana Soldo
🔴LIVE🔴COMMENTO AL MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE – 25 AGOSTO 2024
Di Padre Livio Fanzaga
il 25 Agosto 2024
in COMMENTO AI MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE