"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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IL PAPA A REBIBBIA

Giubileo a Roma, il Papa a Rebibbia ha aperto la Porta Santa: «Non perdete la speranza». Olio e biscotti dai detenuti

di Erica Dellapasqua – Corriere della Sera – 26 Dicembre 2024

Papa Francesco nel penitenziario romano: la banda della polizia penitenziaria, i doni dei carcerati. In chiesa 300 persone, il ministro della Giustizia Nordio e il sindaco di Roma Roberto Gualtier

Il Papa a Rebibbia

Papa Francesco ha aperto la seconda Porta Santa del Giubileo 2025 nel carcere romano di Rebibbia, dopo quella già aperta la sera della vigilia di Natale nella basilica di San Pietro. «Ho voluto che la seconda Porta Santa fosse qui, in un carcere. Ho voluto che tutti noi avessimo la possibilità di spalancare le porte del cuore per capire che la speranza non delude, non delude mai», ha detto il Papa prima di compiere il rituale dell’apertura.

Dopo quella di San Pietro «la seconda Porta è vostra – ha continuato Francesco durante l’omelia della messa, parlando a braccio – è un bel gesto quello di aprire le porte che significa cuori aperti. Questo fa la fratellanza. I cuori chiusi non aiutano a vivere. La grazia di un Giubileo è spalancare, aprire. Soprattutto i cuori alla speranza».

«Vi auguro un grande Giubileo, vi auguro molta pace, molta pace. E tutti i giorni prego per voi. Davvero eh.. non è un modo di dire. Penso a voi e prego per voi. E voi pregate per me».

E’ la prima volta che succede nella storia del Giubileo. Un unicum nella tradizione della cristianità che, non a caso, arriva nel giorno di Santo Stefano, primo martire della Chiesa cattolica. Un segno di speranza per tutte le carceri del mondo che fa di Rebibbia un’icona universale della vicinanza della Chiesa ai detenuti.

Ad accogliere il pontefice nel penitenziario romano c’erano, tra gli altri, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il capo dimissionario del Dap Giovanni Russo.

Un momento storico che si realizza nello stesso giorno in cui si ricorda un’altra visita, che ha segnato un’epoca, di un Papa in un penitenziario. Il 26 dicembre 1958 Papa Giovanni XXIII, pochi mesi dopo la sua elezione al Soglio Pontificio, si recò infatti a Regina Coeli. Non un Giubileo certo, ma uno di quei casi di corsi e ricorsi storici, come se si chiudesse un cerchio. 

Il programma della cerimonia, i doni al Papa

Il Pontefice è arrivato nel penitenziario pochi minuti prima delle 9. Ad attenderlo, le note dell’inno del Giubileo 2025 suonate dalla banda del corpo di polizia penitenziaria, diretta dal maestro Fausto Remini. Poi, il Papa è salito fino alla porta della chiesa del Padre Nostro dove si è svolto il rito di apertura della Porta Santa, la Porta della Speranza appunto.

Tra le 300 persone presenti in chiesa sono un centinaio i detenuti – uomini e donne – provenienti dai quattro istituti penitenziari di Rebibbia: una buona parte seduta davanti al Pontefice, altri nel coro, altri ancora hanno partecipato ad alcune fasi dell’evento.

Olio, biscotti e ceramiche: i doni dei detenuti

All’esterno della chiesa altre 300 persone – fra operatori penitenziari, volontari e familiari – hanno assistito alla messa tramite un maxischermo appositamente allestito.

Al termine, Francesco riceverà alcuni doni dai carcerati: dagli uomini del Nuovo Complesso, la riproduzione in miniatura della porta della chiesa del Padre Nostro, creata all’interno del laboratorio «Metamorfosi» utilizzando i legni dei barconi dei migranti, mentre dalle donne di Rebibbia femminile, un cesto contenente olio, biscotti, ceramiche e bavaglini, frutto del loro lavoro.

L’amministrazione penitenziaria omaggerà il Santo Padre con un dipinto raffigurante un Cristo salvifico, realizzato dall’artista Elio Lucente, ex poliziotto penitenziario. Vicino alle mura della chiesa, infine, sarà inaugurata l’opera, firmata dall’artista Marinella Senatore, dal titolo «Io contengo moltitudini»: un progetto di arte contemporanea – in continuità con il Padiglione della Santa Sede allestito nel carcere femminile di Venezia in occasione della Biennale – composto da una struttura ad albero, alta circa 6 metri, con luminarie in forma di strisce che riportano frasi di detenute, detenuti e personale penitenziario, scritte in varie lingue, anche in dialetto.

Bergoglio e la Porta della Speranza

«Tutti noi come Chiesa e società siamo chiamati ad abbracciare le carceri con umanità. La Porta Santa che il Papa aprirà a Rebibbia ha un particolare significato. In analogia con quanto succede a Rebibbia anche in altre carceri saranno aperte altre “Porte della Speranza”. L’obiettivo è accompagnare i detenuti a vivere in modo riabilitativo e a prepararsi al rientro nella società. Il carcere non è un luogo di punizione, ma di riabilitazione. Tutto il mondo è chiamato a interessarsi di più», ha spiegato il cardinale José Tolentino de Mendoça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, parlando del progetto “L’arte contemporanea in carcere: la sfida della speranza”, iniziativa pensata dalla Santa Sede per tenere un faro acceso sul tema carceri per tutto il 2025.

«Questo progetto vuole mettere al centro il tema delle carceri e l’arte, essendo un ponte, può avere un ruolo decisivo», ha detto ancora il cardinale Tolentino de Mendoça. Carceri che sono al centro dei pensieri di Bergoglio tanto da aprire lì una Porta Santa.

Il precedente di Papa Roncalli

Oggi, come avvenne il 26 dicembre 1958 Papa Giovanni XXIII, l’intenzione era quella di portare speranza e conforto a chi si sente solo e dimenticato. La missione sempre la stessa: far comprendere che c’è una seconda possibilità per tutti, nessuno escluso. Papa Roncalli si presentò a Regina Coeli a sorpresa compiendo gesti e parole che sono entrati nella memoria collettiva. Prima volle un detenuto come ministrante durante la celebrazione della messa, poi parlò a braccio. «Son venuto – disse -. M’avete veduto. Io ho messo i miei occhi nei vostri occhi. Ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore. Questo incontro, siate pur sicuri che resterà profondo nella mia anima». Roncallì sottolineò: «Ho ben piacere che sia proprio un’opera di misericordia».

Misericordia che divenne vicinanza, con il giro del Papa tra i carcerati e con l’abbraccio a un detenuto che si era gettato ai suoi piedi. Roncalli volle essere ritratto in mezzo ai detenuti. L’episodio che lo colpì i più però lo apprese una volta varcato il portone del penitenziario. Trecento detenuti, chiusi nelle celle di rigore perché considerati pericolosi, non avevano potuto vederlo. Volle allora inviare a ciascuno di essi un’immagine assicurando loro che non li avrebbe dimenticati nelle sue preghiere. Se per Roncalli fu «Misericordia», per Bergoglio la visita a Rebibbia vuole essere un segno di «speranza».

Santo Stefano Protomartire

La celebrazione liturgica di santo Stefano, il protomartire capace di perdonare i suoi carnefici, è stata fissata dalla Chiesa antica al 26 dicembre perché nei giorni immediatamente successivi al Natale si vollero ricordare i comites Christi, cioè i «compagni» più vicini alla testimonianza di vita di Gesù.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 26 Dicembre 2024

«Signore, non imputar loro questo peccato», furono le ultime parole terrene di santo Stefano, il primo martire cristiano che testimoniò la sua fede in Cristo Risorto senza timore della morte, e da fedele in Cristo lo imitò fino a chiedere a Dio di perdonare i suoi carnefici. La sua celebrazione liturgica è stata fissata dalla Chiesa antica al 26 dicembre proprio perché nei giorni immediatamente successivi al Natale si vollero ricordare i comites Christi, cioè i «compagni» più vicini alla testimonianza di vita di Gesù: così il protomartire Stefano al 26 dicembre, san Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, al 27 dicembre, i Santi Innocenti, vale a dire i bambini fatti uccidere da Erode nel tentativo di eliminare Gesù Bambino, al 28 dicembre. Per lo stesso motivo, la liturgia natalizia includeva in origine anche la solennità dei santi Pietro e Paolo, poi spostata al 29 giugno.

Gli Atti degli Apostoli presentano la figura di Stefano nell’episodio in cui si descrive il malcontento degli ebrei di lingua greca verso i giudei perché, «mentre aumentava il numero dei discepoli», i primi ritenevano che le loro vedove venissero trascurate nella distribuzione quotidiana. Si era al tempo della primitiva comunità cristiana, in cui i fedeli condividevano tutti i loro beni. Per risolvere il problema e non potendo sottrarre tempo al ministero della Parola, i Dodici convocarono i discepoli invitandoli a scegliere tra di loro «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza», ai quali affidare il servizio delle mense. San Luca menziona Stefano, «uomo pieno di fede e di Spirito Santo», come primo dei sette eletti, accanto a Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola di Antiochia, sui quali gli Apostoli – dopo aver pregato – imposero le mani, fatto in cui la Chiesa vede l’istituzione del ministero diaconale.

Mentre la comunità cristiana di Gerusalemme continuava a crescere e Stefano compiva miracoli e parlava con «sapienza ispirata» a cui nessun detrattore riusciva a controbattere, l’invidia sorta nella sinagoga dei liberti (discendenti degli Ebrei palestinesi, resi schiavi da Pompeo nel 63 a.C.) spinse questi ultimi a sobillare il popolo, gli anziani e gli scribi. Stefano venne trascinato davanti al sinedrio, dove fu accusato di blasfemia da falsi testimoni alla presenza del sommo sacerdote. Fu allora che il santo, con il volto «come quello di un angelo», iniziò un discorso, il più lungo di tutti gli Atti, in cui ricostruì la storia della salvezza da Abramo al profeta Isaia, passando per i dodici patriarchi, per ammonire infine i suoi accusatori di convertirsi a Cristo: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata».

L’ira dei presenti al sinedrio traboccò quando Stefano, fissando il cielo e vedendo la gloria di Dio, disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Tra le grida furiose dei suoi nemici che si turarono le orecchie per non ascoltarlo, Stefano fu assalito e trascinato fuori da Gerusalemme. Coloro che lo lapidarono, mentre il protomartire invocava il perdono sui suoi carnefici, deposero il mantello ai piedi del giovane Saulo, il futuro san Paolo, il quale «era fra coloro che approvarono la sua uccisione»: l’Apostolo delle genti avrebbe continuato a perseguitare la Chiesa fino alla conversione sulla via di Damasco, frutto di una straordinaria grazia, alla quale corrispose annunciando instancabilmente Cristo e soffrendo per Lui fino al suo stesso martirio.

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 198 – I MISTERI DELLA VITA PUBBLICA DI GESU’

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MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE 25 DICEMBRE 2024

h. 21 P. Livio legge e commenta il messaggio


MESSAGGIO 25 DICEMBRE 2024 (a Marija)

Cari Figli!

pregate, pregate, pregate, affinché la pace regni in ogni cuore e prevalga su ogni male ed inquietudine.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata

(Con approvazione ecclesiastica)

Poruka, 25. prosinac 2024

„Draga djeco!  Molite, molite, molite da bi mir zavladao u svakom srcu i prevladao nad svakim zlom i nemirom.

Hvala vam što ste se odazvali mome pozivu.“

(S crkvenim odobrenjem)


MESSAGGIO ANNUALE A JAKOV

25 Dicembre 2024

Cari figli, oggi in questo giorno di grazia, in modo particolare vi invito a non vivere la vita tendendo verso gli obiettivi terreni e a non cercare la pace e la gioia nelle cose terrene perché in questo modo la vostra vita è avvolta dalle tenebre e non vedete il senso della vostra vita.

Figlioli, aprite la porta del vostro cuore a Gesù, permettetegli di avvolgere tutta la vostra vita perché possiate iniziare a vivere nell’amore e nella misericordia di Dio.

Figli miei soltanto con Gesù nei vostri cuori conoscerete il vero obiettivo della vostra vita e tenderete verso la salvezza eterna.

Io vi benedico con la mia benedizione materna.                                                                                 

(Con approvazione ecclesiastica).

IL DOLCE DI NATALE

Urbi et Orbi, il Papa: tacciano le armi! Aprire con audacia a negoziati per una pace giusta

Dalla Loggia centrale della basilica vaticana, Francesco pronuncia il tradizionale messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando al coraggio di “far tacere le armi e superare le divisioni”. La preghiera per la fine dei conflitti e delle crisi in Ucraina, Medio Oriente, Africa, Myanmar, Cipro e diversi Paesi del continente americano. Nell’Anno Giubilare, l’invito è a non avere paura, perché la misericordia di Dio “dissolve l’odio”

Isabella Piro – Città del Vaticano 25 Dicembre 2024

“Tacciano le armi!”: nel suo messaggio natalizio “Urbi et Orbi” – in questo secondo giorno del Giubileo della speranza che ieri sera ha visto il suggestivo rito di apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro – Francesco ripete più volte questo accorato appello alla città e al mondo, esortando ad avere l’audacia e il coraggio di cercare la pace, il dialogo e la riconciliazione, senza paura, fiduciosi nella misericordia di Dio.

Non abbiate paura!

Dalla Loggia centrale della basilica vaticana, lo sguardo del Pontefice si volge ai circa trentamila fedeli che affollano piazza san Pietro, in una giornata di vento freddo, ma tersa e luminosa, proprio come la speranza. Sullo sfondo risaltano il presepe proveniente da Grado e l’albero di Natale giunto da Ledro, e spiccano i colori e i pennacchi delle divise delle Guardie svizzere e dell’Arma dei carabinieri, mentre vengono eseguiti l’inno pontificio e quello italiano. Ma se lo sguardo è ravvicinato, il pensiero di Francesco travalica ogni confine per portare vicinanza e conforto “nel travaglio di questo nostro tempo”. E facendo eco alle parole pronunciate da san Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, nel 1978, il vescovo di Roma ribadisce:

Fratelli e sorelle, non abbiate paura! La Porta è aperta, è spalancata! Non è necessario bussare, è aperta! Venite! Lasciamoci riconciliare con Dio, e allora saremo riconciliati con noi stessi e potremo riconciliarci tra di noi, anche con i nostri nemici. La misericordia di Dio può tutto, scioglie ogni nodo, abbatte ogni muro di divisione, la misericordia di Dio dissolve l’odio e lo spirito di vendetta. Venite! Gesù è la Porta della pace.

La martoriata Ucraina

In questo Natale che dà inizio all’Anno giubilare, dunque, l’invito che il Papa rivolge a ogni persona, ogni popolo, ogni nazione è ad “avere il coraggio di varcare la Porta, a farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni!”. Il primo pensiero è per l’Ucraina, proprio oggi all’alba colpita da un massiccio attacco missilistico russo su diverse città e impianti energetici: 

Tacciano le armi nella martoriata Ucraina! Si abbia l’audacia di aprire la porta al negoziato e a gesti di dialogo e d’incontro, per arrivare a una pace giusta e duratura.

Pace in Israele e Palestina, dialogo in Libano, Siria e Libia

Il medesimo appello Francesco lo lancia in favore della pace nell’intera regione mediorientale:

Tacciano le armi in Medio Oriente! Con gli occhi fissi sulla culla di Betlemme, rivolgo il pensiero alle comunità cristiane in Palestina e in Israele, in particolare alla cara comunità di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Cessi il fuoco, si liberino gli ostaggi e si aiuti la popolazione stremata dalla fame e dalla guerra. Sono vicino anche alla comunità cristiana in Libano, soprattutto al sud, e a quella in Siria, in questo momento così delicato. Si aprano le porte del dialogo e della pace in tutta la regione, lacerata dal conflitto. E voglio ricordare qui anche il popolo libico, incoraggiando a cercare soluzioni che consentano la riconciliazione nazionale.

Il dramma delle crisi umanitarie in Africa

Anche l’Africa è al centro delle preoccupazioni del Pontefice che dà voce alle popolazioni sofferenti del continente, come quelle della Repubblica Democratica del Congo, colpite da “un’epidemia di morbillo”, e quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger e del Mozambico, del Corno d’Africa:

La crisi umanitaria che le colpisce è causata principalmente dai conflitti armati e dalla piaga del terrorismo ed è aggravata dagli effetti devastanti del cambiamento climatico, che provocano la perdita di vite umane e lo sfollamento di milioni di persone.

Per tutti questi popoli, Francesco implora “i doni della pace, della concordia e della fratellanza”, auspicando particolare impegno da parte della comunità internazionale nel “favorire l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile del Sudan e nell’avviare nuovi negoziati in vista di un cessate-il-fuoco”

Speranza in Myanmar, giustizia per Haiti, Venezuela, Colombia e Nicaragua

Speranze di pace il Papa le esprime anche per il Myanmar, i cui abitanti patiscono gravi sofferenze e sono costretti a fuggire dalle proprie case a causa dei continui scontri armati.

Un pensiero particolare, poi, il Pontefice lo rivolge al continente americano:

Il Bambino Gesù ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà nel continente americano, affinché si trovino al più presto soluzioni efficaci nella verità e nella giustizia, per promuovere l’armonia sociale, penso in particolare ad Haiti, in Venezuela, Colombia e Nicaragua, e ci si adoperi, specialmente in quest’Anno giubilare, per edificare il bene comune e riscoprire la dignità di ogni persona, superando le divisioni politiche.

Soluzione condivisa per Cipro

Esortando, inoltre, ad abbattere “tutti i muri di separazione”, sia ideologici che fisici, nel mondo, Francesco cita “la divisione che interessa da ormai cinquant’anni l’isola di Cipro e che ne ha lacerato il tessuto umano e sociale”.

Auspico che si possa giungere a una soluzione condivisa, una soluzione che ponga fine alla divisione nel pieno rispetto dei diritti e della dignità di tutte le comunità cipriote.

Riscoprire la sacralità di ogni vita

Gesù è “Porta di salvezza aperta per tutti”, prosegue il Pontefice, Porta che “siamo invitati ad attraversare per riscoprire il senso della nostra esistenza e la sacralità di ogni vita – ogni vita è sacra -, e per recuperare i valori fondanti della famiglia umana”. È lì, infatti, che il Signore ci attende:

Attende ciascuno di noi, specialmente i più fragili: attende i bambini, tutti i bambini che soffrono per la guerra e la fame; attende gli anziani, costretti spesso a vivere in condizioni di solitudine e abbandono; attende quanti hanno perso la propria casa o fuggono dalla propria terra, nel tentativo di trovare un rifugio sicuro; attende quanti hanno perso o non trovano un lavoro; attende i carcerati che, nonostante tutto, rimangono sempre figli di Dio; attende quanti sono perseguitati per la propria fedeE sono tanti. 

Rimettere i debiti dei Paesi più poveri

Non manca, poi, Francesco di reiterare il suo appello in favore dei popoli più indigenti: Il Giubileo sia l’occasione per rimettere i debiti, specialmente quelli che gravano sui Paesi più poveri

La gratitudine per chi fa del bene

In mezzo a tanto buio, in mezzo a tante difficoltà che gravano a livello globale, tuttavia, il Pontefice esorta alla “gratitudine verso chi si prodiga per il bene in modo silenzioso e fedele”: genitori, educatori e insegnanti, “che hanno la grande responsabilità di formare le generazioni future”; operatori sanitari, forze dell’ordine, operatori di carità e missionari, “che portano luce e conforto a tante persone in difficoltà” nel mondo.

Infine, l’invito ai fedeli ad aprire “le porte del cuore” al Signore, “come Lui ci ha spalancato la porta del suo Cuore”:

Pellegrini di speranza, andiamogli incontro!

Il sagrato della basilica di San Pietro

Concessione dell’indulgenza plenaria

Al termine del messaggio pontificio, prima della benedizione “Urbi et Orbi” impartita da Francesco, il cardinale protodiacono, Dominque Mamberti – che affianca il Papa insieme al porporato scalabriniano Silvano Maria Tomasi – annuncia la concessione dell’indulgenza plenaria a “tutti i fedeli presenti e a quelli che ricevono la sua benedizione, a mezzo della radio, della televisione e delle nuove tecnologie di comunicazione”.

💫🙏🌺DALLA NOSTRA CAPPELLA 💫🌺🙏P.LIVIO 💫 “BUON #NATALE A TUTTA LA FAMIGLIA DI RADIO MARIA” 💫🙏🌺


“Atei decaduti”. La conversione di Niall Ferguson e di altri intellettuali

Giulio Meotti  24 dic 2024 – IL FOGLIO

Lo storico britannico: “Senza cristianesimo l’occidente non sopravvivrebbe”. E persino il biologo e divulgatore di Oxford Richard Dawkins, dopo aver processato Mosé, Agostino e Ratzinger, si è definito “cristiano culturale”

“Sono un ateo decaduto”. Lo storico Niall Fergusonuno degli intellettuali più influenti al mondo, è diventato cristiano. “Ho abbracciato il cristianesimo”, racconta a Greg Sheridan del quotidiano Australian. “Siamo stati tutti battezzati, Ayaan e i nostri due figli, a settembre… E’ stato il culmine di un processo piuttosto lungo. Il mio viaggio è partito dall’ateismo. I miei genitori avevano lasciato la Chiesa di Scozia anche prima che io nascessi”. Prima c’è stata una elaborazione culturale. “Da storico, ho capito che nessuna società era mai stata organizzata con successo sulla base dell’ateismo”.

Lo storico di Harvard e Stanford, autore di numerosi best seller fra storia, cultura, economia e politica, fa parte di un gruppo di intellettuali passati dall’ateismo al cristianesimo o all’agnosticismo. Tom Holland, il brillante storico autore di “Rubicone”, “Millennium” e “Fuoco persiano” (in Italia per il Saggiatore), a gennaio ha descritto il suo percorso. Douglas Murray, saggista gay conservative inglese, rappresenta un altro tipo di intellettuale che ha imparato ad apprezzare sempre di più il contributo culturale, persino la necessità, del cristianesimo ma si è fermato prima di una vera conversione, sebbene sia passato da “ateo cristiano” ad “agnostico cristiano”. Prima Ferguson ha fatto battezzare i suoi figli più grandi. “Avevo una specie di visione da Alexis de Tocqueville, secondo cui la religione era un bene per la società. Faceva parte della civiltà occidentale e sentivo che avrei dovuto abbracciarla. Ma andavo in chiesa occasionalmente con uno spirito di scetticismo e distacco. Era una specie di impulso Tory”. 

“Da ateo dico che senza il cristianesimo l’occidente non sopravvivrebbe”, ha spiegato ancora Ferguson. Riflette sullo stato di abbandono occidentale. “Abbiamo rinunciato all’osservanza religiosa. Questo è un errore: le chiese vuote la domenica, le persone che non recitano la preghiera a cena. Abbiamo perso qualcosa di molto potente e  curativo. Ciò che mi colpisce, come frequentatore abituale della chiesa, è quanto si impara ogni domenica mattina. Questo spiega, molto più dell’ascesa dei social media, anche i problemi di salute mentale che caratterizzano le nostre società odierne. Stiamo tutti conducendo questo esperimento, senza Dio e senza osservanza religiosa. E non sta andando bene. Ma diamo la colpa allo smartphone o a Twitter. Penso che la vera spiegazione per l’epidemia di salute mentale sia che abbiamo gettato via quei meravigliosi meccanismi di supporto che si sono evoluti nel corso dei secoli per aiutarci a sopravvivere”. 

C’era un tempo in cui Richard Dawkins, il biologo e divulgatore di Oxford, era osannato dai media e dall’intellighenzia occidentali per aver dato il colpo di grazia alla cristianità, processato Mosé, Agostino e Ratzinger. Ora però Dawkins ha confessato di identificarsi come un “cristiano culturale” e che preferisce vivere in un paese basato sui principi cristiani e non vorrebbe mai che il Regno Unito diventi una nazione islamica. “Penso che siamo un paese culturalmente cristiano, mi definisco un cristiano culturale. Non sono un credente, ma c’è una distinzione tra essere un cristiano credente ed essere un cristiano culturale. Mi sento a casa nell’etica cristiana. Sento che siamo un paese cristiano. E se lo sostituissimo con un’altra religione, sarebbe davvero terribile”. Che si creda o meno, non sarebbe comunque occidente.

Il Natale ci dice che la salvezza passa dalla famiglia

La Santa Famiglia è il modello di tutte le famiglie umane perché è attraverso di essa che è venuto al mondo il Redentore. Insieme al dono di suo Figlio, l’eterno Padre ci dona la sua paternità, offrendoci la possibilità di entrare a far parte della grande famiglia divina. Il Natale ci ricorda allora che la via della salvezza passa attraverso la famiglia. Da un’omelia di san Giovanni Paolo II.

Ecclesia 25_12_2024 

Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da san Giovanni Paolo II domenica 25 dicembre 1994, per la Messa della notte di Natale.

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1. “Puer est natus nobis, Filius datus est nobis”: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9, 5).

In questa notte, in cui si celebra il Natale del Signore, le parole del profeta Isaia acquistano una particolare attualità. Ecco: nasce il Bambino. Scrive l’evangelista Luca: “Si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2, 6-7). Sono parole che ben conosciamo. Parlano a noi da innumerevoli rappresentazioni artistiche e da tanti brani di letteratura. Esse si trovano al centro della cultura cristiana e, in certo senso, anche di quella universale.

Nasce il Dio-Uomo, scegliendo di venire al mondo dal grembo di una madre come ogni uomo. È il primogenito, il primo e l’unico, dato alla luce da Maria. Come avviene per ogni neonato, anch’egli è lasciato alle premure della sua Genitrice e di Giuseppe, il carpentiere, che per volontà del Padre celeste ne diviene il custode sulla terra.

Il tempo della sua nascita ha una precisa collocazione storica: Gesù viene alla luce al tempo di Cesare Augusto, mentre Quirino è il governatore romano della Siria ed ha sotto la sua giurisdizione anche la Palestina. Gesù nasce durante il censimento disposto da Augusto per tutto l’impero. Per sottomettersi a tale ordine, Giuseppe e Maria si recano da Nazaret a Betlemme, perché appartenenti entrambi alla stirpe di Davide. Ma ciò che ha una particolare eloquenza è il fatto che, appena nato, il bambino Gesù “venne deposto in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2, 7).

2. “Puer est natus nobis, Filius datus est nobis . . .”.

Il Vangelo di san Luca ci racconta tutto ciò che riguarda la nascita del Bambino: era un puer, cioè un maschio; la madre era vergine, sposa di un uomo della casa di Davide (cf. Lc 1, 27), il luogo della nascita Betlemme (cf. Lc 2, 4), la culla una semplice mangiatoia (cf. Lc 2, 7). Esponendo l’evento, Luca lascia intravedere allo stesso tempo il contesto familiare. Come ogni famiglia umana, anche quella di Gesù attraversa i suoi momenti difficili. Poco dopo la nascita del Bambino, infatti, essa dovrà fuggire davanti alla crudeltà di Erode e, dopo la morte di questi, tornata in Galilea, condividerà la sorte di tanta gente semplice d’Israele.

Questa Famiglia è stata lungo l’arco di quest’anno il modello di tutte le famiglie umane, e lo rimane per sempre. Essa è, infatti, la Santa Famiglia. È la Famiglia nella quale venne al mondo il Figlio di Dio, il Redentore del mondo.

Nella notte del Natale del Signore, i pastori, che custodivano il gregge nei campi intorno a Betlemme, udirono le parole che li invitavano al luogo dove era deposto il Bambino. Un angelo disse loro: “Ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 10-12). I pastori di Betlemme possono così convincersi che la via della salvezza passa attraverso la famiglia.

Anche noi abbiamo potuto nuovamente convincerci di tale verità nel corso di quest’anno che sta ormai per terminare. Esso in tutto il mondo e nella Chiesa è stato l’Anno della Famiglia.

3. “Filius datus est nobis . . .”: “Ci è stato dato un figlio . . .” (Is 9, 5). Come è precisa la distinzione applicata dal profeta Isaia! Egli preannuncia la nascita del Signore, così come la raccontano il Vangelo di Luca e di Matteo, come pure quello di Giovanni. Se, infatti, il Bambino è nato come Figlio dell’uomo, figlio di una Madre umana, allo stesso tempo questo Figlio è stato dato dal Padre celeste come il più grande dono per l’uomo. Qui riuniti, siamo testimoni del mistero dell’Incarnazione. Il Figlio consustanziale al Padre, Colui che professiamo nel Credo con le parole: “Dio da Dio, Luce da Luce”, si fa uomo. “Il Verbo si fece carne”, scrive san Giovanni nel suo Vangelo (Gv 1, 14).

Con la sua nascita il Dio-Uomo introduce l’intera umanità nella dimensione della divinità, elargisce ad ogni uomo, che nella fede si apre ad accogliere il dono, la partecipazione alla vita divina. Proprio questo è il significato di quella salvezza di cui odono parlare i pastori nella notte di Betlemme: “Vi è nato un Salvatore . . .” (Lc 2, 11).

La via della salvezza passa attraverso la famiglia, non soltanto nel primordiale senso umano del termine, ma più ancora in ragione di quello che scaturisce dal Natale del Signore. Quando infatti l’eterno Padre ci consegna il suo Figlio perché questi dimori tra noi, egli dona a noi anche se stesso, ci dona insieme a lui la sua paternità, offrendo a tutti, all’umanità intera, la possibilità di entrare a far parte della grande famiglia divina. Le vie della salvezza dell’uomo si uniscono con quella Famiglia divina che si manifestò nella notte di Betlemme. L’Anno della Famiglia, che sta per finire, aiuti noi tutti ad approfondire questo mistero, per il bene di tutti gli uomini e di tutte le Nazioni del mondo.

4. Leggiamo in Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia” (Is 9, 1-2).

Come avviene che il Natale del Signore sia un evento di gioia? È quanto accade, infatti, non solo per i cristiani, ma anche per gli altri. Il periodo di Natale è, nella liturgia e nella tradizione, un periodo di particolare letizia. La troviamo nei canti che oggi, sin dalla mezzanotte, risuonano qui nella Basilica di San Pietro e in tutto l’orbe terrestre. Essi risuonano perfino in mezzo alla sofferenza, come possono testimoniare quanti stanno vivendo l’esperienza del carcere, del campo di concentramento, dell’ospedale o di altri luoghi, nei quali si è sofferto o si continua a soffrire. La gioia per la nascita del Figlio di Dio è più grande della sofferenza. E io condivido questa gioia con voi tutti e tutti ad essa invito con le parole angeliche: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2, 14).

Cari Fratelli e Sorelle, vi annunzio una grande gioia: per mezzo del Figlio, che s’è fatto uomo per noi, Dio ci ama!

BUON NATALE

SOLENNITA’ DEL NATALE DEL SIGNORE

Cari amici di Radio Maria,

Per quelli che hanno la grazia della fede, la celebrazione del Natale è un evento sempre nuovo, che non cessa mai di stupire e che riempie il cuore di gioia.

Infatti quel Bambino, che è venuto alla luce a Betlemme in  rifugio di animali, va oltre ogni umana immaginazione e, a partire dal momento in cui è venuto nel mondo, gli uomini non fanno che chiedersi  chi sia e da dove venga, provocando divisione e contraddizione.

Noi cristiani siamo tali perché crediamo che quel neonato, che la giovane madre avvolge in fasce e depone in una mangiatoia, è il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo.

Lo hanno profetizzato le Sacre Scritture , il popolo di Israele lo attendeva, i saggi del mondo presentivano il suo apparire ma, quando è stato il momento, è nato al buio, al freddo, al gelo e solo pochi pastori hanno potuto vedere questo miracolo di grazia.

Tuttavia al suo apparire i cieli si sono aperti e una moltitudine di angeli ha intonato un inno maestoso alla gloria di Dio e inviato l’augurio più necessario agli uomini perennemente in guerra: “Pace in terra agli uomini che Dio ama”.

Dopo due millenni questo Bambino è più che mai vivo e presente e una moltitudine incalcolabile di cuori assetati di amore e di verità trovano il Lui la gioia e la pace.

Chi altro  potrebbe contrapporsi al Bambino di Betlemme? Chi al suo posto potrebbe affermare di essere  la Via che conduce alla meta, la Verità che illumina, la Vita che vince la morte?

In questo Natale rinnoviamo la nostra fede, scuotiamo le polveri della mondanità, sradichiamo la male erbe che infestano il cuore e prepariamo nel nostro intimo una dimora per il Re, che viene a portare la pace ai nostri cuori impauriti e inquieti.

Buon Natale 


Parola del Signore

Forma breve:

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-5.9-14

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Parola del Signore

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