"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Ottobre 2024 Pagina 8 di 20

🔴LIVE🔴CATECHESI: MEDJUGORJE IL FUTURO E’ DI DIO – Puntata 18

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🔴LIVE🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA A CURA DI PADRE LIVIO

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☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

 Lunedì 21  Ottobre  2024 –

H. 9 : Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivo.it – Facebook – YouTube ( in differita)

LA NOTA SU MEDJUGORJE

15. La vita eterna:  In tanti messaggi c’è un forte invito a risvegliare il desiderio del paradiso e dunque la ricerca del senso ultimo dell’esistenza nella vita eterna:

PREGHIAMO IL ROSARIO PER IL BEL TEMPO NELLE ZONE ALLUVIONATE

ISRAELE-IRAN : RISCHIO DI SCONTRO DIRETTO

Ora la sfida di Israele con l’Iran è aperta e senza limiti: «Tutti sono nel mirino, anche Khamenei»

Articolo di Andrea Nicastro – Corriere della sera – 20 Ottobre 2024

L’ALTRA RUSSIA: INTERVISTA A YULIA NAVALNAYA

«Con Aleksei siamo stati felici. Non gli avrei mai chiesto di farsi da parte per salvarsi la vita»

Intervista di Irene Soave – Corriere della Sera  20 Ottobre 2024

BLOG:

Medjugorje: La Chiesa mantiene ancora delle perplessità?

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 136 – IL PECCATO ORIGINALE – TU NON L’HAI ABBANDONATO IN POTERE DELLA MORTE

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🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Medjugorje: La Chiesa mantiene ancora delle perplessità?

Carissimo Padre Livio,

comprendo la sua soddisfazione per il Nulla Osta del Dicastero della Fede, con la firma del Papa, che mette un chiaro timbro ecclesiale sul “fenomeno” Medjugorje.

Però, se si considera l’intero Documento, si vede che  la Chiesa mantiene ancora delle perplessità, specie riguardo alla interpretazione di alcune serie di messaggi.

Forse non è tutto oro quello che luccica.

Lei che ne pensa?

Gabriele – L’Aquila


Caro Gabriele,

Medjugorje è una profezia in evoluzione che riguarda il futuro della Chiesa e del mondo.

 L’accelerazione degli eventi è così veloce che potremmo trovarci da un momento all’altro nel vortice di un conflitto planetario.

In questo caso potrebbe essere la Chiesa stessa, ad affrettarsi a salire sulla collina delle prime apparizioni. Lo stesso crescente afflusso dei pellegrini è un segno inequivocabile.

Non abbiamo l’idea di quale futuro saremo testimoni già “prossimamente”. Gli eventi accadono a prescindere dalle nostre considerazioni.

Questa è l’ora della conversione, della penitenza e della fede coraggiosa.

Dobbiamo sintonizzarci sul tempo di Dio.

Ave Maria

Padre Livio

Francesco: i santi, servi umili lontani dalla tentazione del potere

Nella Messa di canonizzazione di undici martiri di Damasco, di Giuseppe Allamano, Marie-Léonie Paradis ed Elena Guerra, il Papa ricorda lo stile di Dio che è lontano dal potere e dalla fama ma è fatto di servizio, di amore, di vicinanza, compassione e tenerezza.

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

È grigio il cielo su San Pietro ma il rosso dei drappi nei quali sono impresse le immagini dei nuovi santi illuminano la piazza. È un’atmosfera che ben riflette il loro cammino di santità fatto del buio della fatica, dello sconforto ma anche della luce della speranza che viene dal Vangelo. Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, insieme ai postulatori, presenta al Papa i Beati che saranno canonizzati: don beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata; suor Elena Guerra, fondatrice della congregazione delle Suore Oblate dello Spirito Santo; suor Marie‑Léonie Paradis, fondatrice delle Piccole Suore della Santa Famiglia e gli undici martiri di Damasco uccisi nel 1860 Manuel Ruiz López e sette Compagni e Francesco, Mooti e Raffaele Massabki, fedeli laici maroniti.

Servi umili e non mondani

“Discepoli del Vangelo” li definisce nell’omelia della Messa Papa Francesco che “nella storia tormentata dell’umanità” sono stati “servi fedeli, uomini e donne che hanno servito nel martirio e nella gioia”.

Questi nuovi santi hanno vissuto lo stile di Gesù: il servizio. La fede e l’apostolato che hanno portato avanti non ha alimentato in loro desideri mondani e smanie di potere ma, al contrario, essi si sono fatti servi dei fratelli, creativi nel fare il bene, saldi nelle difficoltà, generosi fino alla fine.

Onore e potere

Francesco commenta il brano del Vangelo nel quale Gesù pone domande scomode a Giacomo e Giovanni che, nel loro cuore, hanno la pretesa di avere il posto d’onore di un Messia vittorioso e glorioso, immaginandolo “secondo una logica di potere”.

E tante volte nella Chiesa viene questo pensiero: l’onore, il potere…

Il Dio dell’amore

Gesù “scende in profondità, ascolta e legge il cuore”, mette in luce le loro attese nascoste, li smaschera.

Egli non è il Messia che essi pensano; è il Dio dell’amore, che si abbassa per raggiungere chi è in basso; che si fa debole per rialzare i deboli, che opera per la pace e non per la guerra, che è venuto per servire e non per essere servito. Il calice che il Signore berrà è l’offerta della sua vita, donata a noi per amore, fino alla morte e alla morte di croce.

Servire con vicinanza, tenerezza, compassione

In croce Gesù ha due ladroni “inchiodati con Cristo nel dolore e non seduti nella gloria”. “Vince non chi domina, ma chi serve per amore”, sottolinea il Papa e così Gesù, “che si fa ultimo perché gli uomini vengano rialzati e diventino i primi”, aiuta i discepoli a convertirsi e cambiare mentalità, a pensare non secondo le logiche del mondo ma secondo lo stile di Dio che è servizio.

Non dimentichiamo le tre parole che fanno vedere lo stile di Dio per servire: vicinanza, compassione e tenerezza. Dio si fa vicino per servire; si fa compassionevole per servire; si fa tenero per servire. Vicinanza, compassione e tenerezza…

I fedeli in Piazza San Pietro

Il cuore rinnovato

“Chi serve con amore – spiega il Papa – non dice: ‘adesso toccherà qualcun altro’”. Il servizio è frutto di un cuore nuovo.

Questo è un pensiero da impiegati, non da testimoni. Il servizio nasce dall’amore e l’amore non conosce confini, non fa calcoli, si spende e si dona. Non si limita a produrre per portare risultati, non è una prestazione occasionale, ma è qualcosa che nasce dal cuore, un cuore rinnovato dall’amore e nell’amore.

L’ARTE UCRAINA DELLA NUOVA GUERRA

Una moltitudine di droni in cielo, in mare e in terra aggiornano le tattiche e le strategie. E un’industria militare che cresce senza sosta, grazie anche al volontariato bellico. Ecco come Kiev rivoluziona il modo di combattere, convinta di potere sconfiggere i russi.

Dal nostro inviato Gianluca Di Feo. Coordinamento editoriale Carlo Bonini. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

12 Ottobre 2024 – La Repubblica

 KIEV – “Un’azione decisiva per chiudere la guerra entro il 2025 e creare una soluzione stabile destinata a durare nel tempo”. Il presidente Zelensky sta presentando nelle capitali europee un percorso per la pace che in realtà è un piano di battaglia e nasce dalla convinzione di poter ancora sconfiggere i russi sul terreno. Alle porte del terzo inverno di conflitto, che si annuncia più duro degli altri, gran parte degli ucraini a Kiev, a Dnipro come a Odessa ha la stessa certezza: la guerra sarà ancora lunga. Nessuno crede a un cessate il fuoco imminente o alle formule diplomatiche di cui si discute nelle cancellerie. Quelli che contano nei palazzi del potere, premettendo di non essere autorizzati a parlare, così come i militari e i civili che dicono di non occuparsi di politica, ripetono l’identica previsione: “Non esistono garanzie occidentali in grado di tutelare il Paese dalle mire di Putin: né della Nato, né dell’Unione europea. Solo le armi possono permettere la sopravvivenza della nazione e dell’identità che abbiamo realizzato dalla protesta di piazza Maidan in poi”.

Attraversando l’Ucraina, si colgono tante fratture nel tessuto sociale che rischiano di allargarsi rapidamente. C’è quella geografica, tra le regioni in prossimità del fronte e quelle più lontane e quindi più prospere. C’è quella economica, tra i ricchi che intasano il traffico della capitale di suv e fuoriserie mentre i poveri delle periferie e delle campagne girano su vetuste Lada assemblate a Togliattigrad e fanno la coda per i pacchi degli aiuti alimentari. Infine c’è quella trasversale tra chi ha la corrente grazie ai generatori e chi invece può contare su poche ore di elettricità, restando senza riscaldamento e senza ascensori: l’effetto dei bombardamenti sulle centrali si sente negli attici dei grattacieli lussuosi come nei grigi palazzoni del socialismo reale. Nonostante le crepe e nonostante il declino dell’entusiasmo che aveva saldato la popolazione davanti all’invasore, chi per scelta o per necessità non è emigrato sa di non avere e di non volere un’altra patria. E senza retorica, anzi spesso con gli occhi pieni di dolore per i lutti o di terrore per avere vissuto l’esperienza di un conflitto “semplicemente mostruoso”, dichiara che l’Ucraina può essere salvata solo lottando fino alla vittoria. Anche se tutti riconoscono che non sarà questione di mesi, ma di anni.

A consolidarli in questa determinazione, o in questa assenza di alternative, c’è la consapevolezza di una crescente capacità bellica nazionale di cui in Europa e negli Stati Uniti pochi si sono resi conto. Gli ucraini stanno riscrivendo le regole della guerra: inventano mezzi e tattiche nuove, destinate a cambiare per sempre il modo di combattere. E sono diventati una potenza industriale militare: il prossimo anno costruiranno 4 milioni e mezzo di droni volanti; 20 mila robot guerrieri cingolati; 200 mila apparati di disturbo elettromagnetico. Già adesso consegnano più cannoni semoventi e più proiettili d’artiglieria del resto d’Europa messo insieme.

“Certo, le cose nel Donbass non vanno bene e ci ritiriamo in continuazione – spiega un ufficiale appena tornato dalla linea del fuoco – perché non abbiamo abbastanza soldati per contrattaccare. Ma voi stranieri non dovete valutare la situazione con i parametri dei vecchi manuali. Prendiamo il caso di Vuhledar, che abbiamo abbandonato la scorsa settimana: dal 2014 la sua posizione in cima ad un’altura era considerata strategica perché dall’alto permetteva di scoprire i movimenti del nemico. Oggi però ci sono sempre dozzine di droni d’ogni tipo che senza sosta controllano il terreno dal cielo e avvistano lo spostamento anche di una bicicletta nel raggio di dieci chilometri: stare sopra la collina non rappresenta più un vantaggio.

E neppure appostarsi tra i resti di una cittadina è molto utile. Negli scontri tra cecchini gli edifici offrivano un riparo, invece i droni si infilano dentro le finestre e ammazzano chi si trova all’interno delle stanze. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza, ormai avviene ogni ora e ci permette di decimare i russi”.

Il dio della battaglia

Napoleone sosteneva che le battaglie si vincono con i cannoni e Stalin è arrivato addirittura a dire che “l’artiglieria è il dio della guerra”. Dall’autunno del 2023 non è più così: ora il nume supremo è il drone, che si è imposto nel Pantheon bellico. “I nuovi FPV sono semplici, precisi e low cost. Ognuno neutralizza un obiettivo mentre per raggiungere lo stesso risultato ci vogliono almeno tre proiettili di cannone. Non solo. Istruire un artigliere richiede mesi di corso perché deve imparare a calcolare distanze e traiettorie. Invece pure un quattordicenne può pilotare questi elicotterini, che si guidano con gli stessi occhiali-visori dei videogiochi”.

La parola chiave è proprio FPV, acronimo inglese per First Person View ossia “vista in prima persona”: i quadricotteri manovrati in maniera istintiva attraverso una minuscola console sono stati inventati come giocattoli e ora sono diventati sicari letali. Gli ucraini hanno coniato l’espressione “il cielo sporco” per indicare quando queste armi affollano l’aria volteggiando come rapaci meccanici in cerca di prede. “Ci sono soldati che impazziscono e continuano a sentire il ronzio dei quadricotteri giorno e notte – racconta Victoria, una ex infermiera dell’esercito britannico che ha curato i feriti in Afghanistan e ora è una volontaria dell’Ong “Way to health” che si occupa del recupero dei mutilati a Dnipro -. Questa guerra ha creato traumi mai visti prima…”. “I fanti una volta maledicevano la pioggia che riempiva d’acqua le buche – spiega Jack, tiratore scelto e reduce della disperata battaglia di Bakhmut – , adesso festeggiano perché i temporali mettono fuori gioco gli aeroplanini killer”.

I droni stanno cambiando tutto. Non solo nell’aria, ma pure in mare e in terra. Nel Mar Nero hanno permesso a una nazione senza navi di spazzare via la potente flotta di Mosca che nella primavera 2022 si mostrava con arroganza davanti Odessa e adesso si rifugia timorosa molto a oriente della Crimea. Si preparano a esordire formazioni di imbarcazioni senza equipaggio: quelle con radar che esplorano, altre che proteggono con missili contraerei e altre infine che si lanciano all’assalto. Pure i robot cingolati non sono più un’eccezione. Sempre più spesso si accollano i compiti troppo rischiosi per gli umani. Alcuni vanno alla carica contro le trincee nemiche, sparando con le mitragliatrici. Altri riforniscono di munizioni i capisaldi assediati oppure portano via i feriti sotto una pioggia di bombe.

Di conseguenza, le strategie stanno venendo rivoluzionate. “La Nato mette al primo posto il concetto di supremazia aerea che significa impedire le attività dell’aviazione nemica – sottolinea l’ex ministro Andry Zagorodniuk -. A noi invece basta impadronirci di cinquecento metri di cielo, lo spazio in cui volano i quadricotteri: se cancelliamo i loro droni da questa fascia, allora accechiamo i russi e possiamo attaccarli liberamente”. Cosa significa? Che adesso vengono costruiti droni caccia-drone. “Abbiamo realizzato e donato 19 mila FPV, usando esclusivamente materiali prodotti in Ucraina. Poco prima dell’estate abbiamo inventato l’Hornet Queen, un drone madre che ne sgancia uno più piccolo e gli fa da ponte radio, triplicando il raggio d’azione. Inoltre abbiamo messo a punto un prototipo che tocca la velocità record di 365 chilometri orari: l’ideale per intercettare altri droni”.

Vjaceslav, 38 anni, è uno dei due fondatori della Wild Hornet, un collettivo no profit di volontari che spicca per creatività. Non è l’unica ong degli armamenti: ci sono tante associazioni di volontari che progettano o montano droni, occupandosi anche di addestrare gli operatori. “Lo Stato e l’esercito non danno qualità, pensano alla quantità e forse non può che essere così. Allora entriamo in scena noi: raccogliamo donazioni e mettiamo insieme competenze per fare la differenza”, spiega Maxim di Victory Drones. In una colossale fabbrica sovietica trasformata in uffici con arredi scandinavi, questo trentenne con il look da nerd mostra a soldati muscolosi e tatuati come cambiare frequenza per superare i disturbatori del nemico. Maxim si è laureato in avionica e ha lavorato per aziende aeronautiche britanniche, poi al momento dell’invasione è tornato a casa e ha messo le sue conoscenze al servizio del Paese: “Nel ministero della Difesa c’è una burocrazia asfissiante. Invece noi dobbiamo essere creativi: affrontiamo una guerra asimmetrica, perché la Russia ha più uomini e più risorse. Possiamo vincerla solo puntando sulle nuove idee. Io lo ripeto in continuazione: i nostri cervelli sono i nostri fucili”.

Anche il fondatore della Wild Hornet la pensa allo stesso modo: “Ci vogliono le idee e tanta semplicità. Noi abbiamo adattato dei sistemi di tracking che costano meno di cinquanta euro: adesso guidano automaticamente il drone sul bersaglio designato, senza bisogno di un uomo ai comandi e senza temere interferenze”. La risposta all’asimmetria di Mosca si concretizza nei filmati della resistenza di Avdiivka: in pochi minuti i quadricotteri della Wild Hornet hanno devastato una colonna corazzata russa con nove tank e una dozzina di blindati. “C’è una differenza esponenziale tra il valore dei mezzi che distruggiamo e il prezzo dei nostri droni, che costano solo 420 dollari ossia 20mila volte di meno”.

Volontariato bellico

Questo Terzo Settore bellico è un altro primato, che non ha precedenti nella Storia: nei negozi, nei ristoranti, negli alberghi si raccolgono fondi per donare droni, giubbotti antiproiettile, veicoli blindati. Questo attivismo dal basso ucraino è specchio della volontà di superare l’eredità sovietica con un pragmatismo che supplisce alle carenze delle istituzioni pubbliche. “Ai tempi dell’Urss se la macchina statale era inefficiente ti lamentavi e aspettavi che qualcuno dall’alto mettesse a posto le cose. Noi invece ci rimbocchiamo le maniche e troviamo soluzioni”, chiosa Maxim. Nella sala c’è un uomo di sessant’anni che assembla i meccanismi per sganciare le granate: l’elemento che trasforma i balocchi elettronici in bombardieri crudeli. “Sto imparando l’italiano, è una lingua che mi rilassa. Io possiedo una società che si occupa di metalli ma appena posso vengo qui a montare droni – dice Illia -. Quando i russi hanno assaltato Kiev ho impugnato un kalashnikov e ho difeso la mia città. Anche mio figlio era nell’esercito…”. Appena cita il figlio gli occhi si riempiono di lacrime: è facile comprende cosa lo spinga ad accanirsi sul pezzo che semina morte sui russi…

Completamente diversa l’atmosfera del forum andato in scena martedì primo ottobre nello sfavillante salone bunker con lampadari di cristallo due livelli sotto l’Hotel Intercontinental di Kiev. Lì il governo ha convocato i rappresentanti di 119 aziende della difesa di tutto l’Occidente, inclusa una decina di italiane. Il DFNC2 è un evento a metà strada tra lo show e la fiera, creato per persuadere i manager stranieri a realizzare fabbriche in Ucraina: vengono proposti accordi decennali con un regime fiscale promettente e la prospettiva di esportazioni in altri Paesi. Soprattutto, gli ucraini offrono la possibilità unica di mettere a punto i prototipi direttamente al fronte, con una rapidità di innovazione tecnologica straordinaria. “Oggi si può dire che un’arma funziona solo se è stata provata in Ucraina”, proclama tra gli applausi la viceministra delle Industrie Strategiche Anna Gvozdiar.

L’obiettivo del governo non è più ottenere armi e munizioni in regalo: l’urgenza resta soltanto per le batterie contraeree, chiamate ad arginare le ondate di ordigni che ogni notte si abbattono sulle città. Adesso ai partner si domanda di finanziare la produzione bellica nazionale, secondo il modello introdotto dalla piccola Danimarca, o di costituire società miste che aprano catene di montaggio in Ucraina.

Zelensky ne ha discusso in tutte le tappe del tour europeo, anche con Giorgia Meloni, presentando una lista di aziende “invitate” a investire in Ucraina. A dare l’esempio è stata la Rheinmetall tedesca, prima ad inaugurare un impianto nel Paese, seguita dal gruppo franco-germanico Knds e dagli svedesi di Saab. Poco o nulla con i big statunitensi. Non è un caso. C’è un senso di ostilità crescente verso gli americani. L’impressione che la paura dell’atomica russa li abbia spinti a impedire in più occasioni all’Ucraina di assestare colpi decisivi agli invasori. A Kherson nell’ottobre 2022, tutelando la ritirata della divisione nemica che ha attraversato indenne il fiume Dnipro. O rallentando in tutti i modi la consegna dei caccia F16 e l’addestramento dei piloti. Infine c’è il no statunitense agli ordigni a lungo raggio, che ritengono abbia vanificato l’effetto dell’attacco a Kursk. Gli interlocutori di ogni livello scandiscono come in un mantra che “l’interesse di Washington è logorare l’armata russa, non far vincere l’Ucraina”.

Nella convention dell’Hotel Intercontinental, Zelensky e i ministri fanno capire in maniera più o meno esplicita che i missili balistici ucraini sono pronti, così come altre “sorprese” destinate a piovere in profondità nel territorio di Mosca e vanificare il veto di Biden. “In realtà lo stiamo già facendo e ogni notte i droni ucraini colpiscono le infrastrutture di Putin. Ma ci servono strumenti più potenti, perché così potremo chiudere il nemico in una trappola continua, con sciami di Fpv che si accaniscono sulla prima linea e i nostri missili che impediscono di trasferire rinforzi e rifornimenti. Sarà il nostro modo di riscrivere la dottrina Nato di deep strike”, Alex è il ceo e il fondatore della Skyeton, un’azienda che produce veri aerei senza pilota, con prestazioni straordinarie e costo di oltre tre milioni e mezzo di euro: “Li abbiamo perfezionati per renderli invisibili ai radar e restare in volo 18 ore. Abbiamo già introdotto un sistema di guida immune da disturbi e tra pochissimo ci sarà l’intelligenza artificiale. La rapidità della nostra innovazione nasce dal rapporto diretto con il campo di battaglia. Finora i nostri Raybird erano solo ricognitori, adesso avranno capacità distruttive”. L’impianto è camuffato in una periferia cadente: all’interno di capannoni sgarrupati spuntano laboratori degni della Silicon Valley, con catene di montaggio sotterranee che ogni anno costruiscono cento droni stealth. I ministri hanno promesso durante il DFCN2 che il divieto di venderli all’estero cadrà presto e che l’export bellico porterà subito dieci miliardi di euro l’anno.

Il manpower

“Droni e armi hitech ci servono per risparmiare uomini e concentrare quelli che abbiamo nei luoghi chiave. I ventimila robot terrestri in arrivo si occuperanno di sorvegliare le frontiere e permetteranno di liberare altrettanti soldati”, evidenzia la viceministra Gvozdiar. Il manpower, l’abbondanza di fanti da mandare all’assalto, è il principale punto di forza dei generali di Putin. La mobilitazione obbligatoria introdotta da Kiev la scorsa primavera non sembra decollare. C’è però un paradosso: l’esercito non trova reclute, i reparti scelti invece ne hanno in abbondanza. Alla Terza Brigata d’Assalto non amano sentirsi chiamare Azov, anche se sono orgogliosi di nascere dagli stessi ideali a dir poco nazionalisti. Il comando è all’interno di un’altra industria abbandonata. I selezionatori dei candidati siedono nella vecchia sala d’ingresso sovietica: ai muri vessilli con il logo in stile Waffen SS e ritratti dei caduti. Le finestre sono sbarrate da sacchetti di sabbia. Ricorda il bunker della Cancelleria, cosa che non deve dispiacergli. Sono in tre, in mimetica. Due hanno il braccio sinistro amputato, con il moncherino senza protesi: chi si vuole arruolare è obbligato a rendersi conto dei rischi. Volodymir è il responsabile e prima della guerra si occupava di marketing: sa bene i messaggi che deve veicolare.

In Ucraina gli spot delle singole brigate sono ovunque: video, manifesti, locandine, adesivi, murales. Le pubblicità sono in apparenza simili, perché hanno l’obiettivo di convincere a scegliere la qualità di equipaggiamenti e mezzi. D’altronde la gente conosce bene le unità più celebri, protagoniste di una Iliade che si combatte ogni giorno da tre anni: offrono un’alternativa alla leva dei “normali” reparti dell’esercito dove tutti temono di diventare carne da cannone. Ai gruppi d’élite gli uomini non sono mai mancati e si possono permettere di scegliere i migliori. “La preparazione fisica non conta, a quella pensiamo noi – illustra Volodymir -. Ci interessano le motivazioni: la loro determinazione, i valori che sono pronti a condividere. Chi viene qui sa già chi siamo e cosa li aspetta: la fanteria d’assalto, quelli che espugnano le trincee”. Queste unità non hanno problemi di organico e sono sempre più importanti anche se nessuno sa valutarne il rilievo politico. Per evitare l’anarchia, l’esercito ha imposto che i loro volontari facciano un mese di formazione comune alle altre matricole. Per questo le brigate prima e dopo impartiscono un addestramento supplementare: meno di due mesi tra la vita civile, identica a quella dei ventenni italiani, e l’inferno del Donbass, “ma se la situazione lo richiede partono anche prima”. Gli ufficiali non vengono dall’accademia: sono capi, che si sono imposti sul campo e hanno la fiducia di chi li segue. Nella sala entra il sergente istruttore: ha la pelle coperta di tatuaggi e un sole nero vichingo dal collo allarga i raggi sul volto. Accompagna una recluta con il Kalasnikhov a tracolla. Atletico e sguardo fiero, Anton è l’icona del guerriero ucraino: “Ho 25 anni, volevo partire prima ma mi hanno detto di completare gli studi: ho preso la laurea in commercio ed eccomi qui”.

Ci sono molti volontari stranieri? Volodymir è laconico: “Se ne occupa un altro dipartimento…”. “Abbiamo spagnoli, americani, bielorussi, britannici. C’è pure un italiano ma vive in Francia da anni”, elenca senza remore il graduato del battaglione “Da Vinci”. Il reparto ha preso il nom de guerre del fondatore, che studiava pittura e ha mollato i pennelli per prendere le armi nel 2006. Il battaglione ha gli uffici in una zona chic, dove abita la classe media benestante che pranza bio e non fuma. Il palazzo è di inizio Novecento, ospitava un teatro e alcune istituzioni culturali: ora svetta la bandiera nera con i tre lupi del Da Vinci. Al capo non dispiace stare lì: ha studiato da attore e recitato in “Rhino”, il film che è anche una sorta di manifesto del suo gruppo nazionalista. “Sono stato al Festival di Venezia quando è stato presentato nel 2021. L’unico viaggio all’estero della mia vita”. Lui e l’altro selezionatore sono veterani: “Siamo stati nei posti peggiori, noi lupi siamo i pompieri: ci mandano a spegnere i fuochi che rischiano di bruciare il fronte, ad esempio a proteggere l’unica strada per Bakhmut”. Se fate un lavoro così pericoloso, perché la gente vuole arruolarsi con voi? “Perché non gli diamo un biglietto di sola andata. Cerchiamo di addestrarli bene e gli diamo un buon equipaggiamento. Ma soprattutto per gli ideali: chi combatte con noi è una persona, non un numero. Sa che chi gli copre le spalle non lo abbandonerà mai”. Apre il portatile e mostra i numeri delle reclute: “Sono segreti, non li scriva. Vede quanti sono? E quanti ne respingiamo? Non avevano la grinta che chiediamo”. Entrano due candidati, hanno solo 17 anni e frequentano il professionale per saldatori. Il capo li tratta rudemente: “Ma avete idea di cosa vi aspetta? Prendete il diploma, fate sport e tornate tra due anni. Non abbiate fretta: ci sarà abbastanza guerra per tutti”.

Il ruolo della Russia nella policrisi del mondo contemporaneo

di Stefano Caprio- Asia News – 19 Ottobre 2024

Nel 1846 Nicola I si recò privatamente a Roma dal papa Gregorio XVI per scongiurarlo di non cedere alle tentazioni liberali e repubblicane che stavano prendendo piede anche nella Città Santa. E la volontà di “difendere i valori” dell’Europa cristiana lo portò alla guerra di Crimea. Oggi, al contrario, papa Francesco con la missione a Mosca di “diplomazia umanitaria” del card. Zuppi vede la crisi del mondo alla luce del Vangelo.

C’è un termine usato in alcune circostanze del recente passato da politici e studiosi, che sta tornando sempre più spesso nel dibattito contemporaneo: la “policrisi”, che indica la molteplicità delle crisi delle guerre, dei cambiamenti climatici, delle pandemie, delle minacce nucleari, dei flussi migratori e tanto altro, in una declinazione connessa e globale. Nel 2022 il Financial Times assegnò alla polycrisis il titolo di “parola dell’anno”, riassumendo l’interpretazione di vari specialisti nel significato di “complessa relazione reciproca dei problemi mondiali, degli antagonismi e delle crisi”.

Adam Tooze, storico della Columbia University, ha definito la policrisi in una modalità ancora più estesa durante la pandemia di Covid-19, come una “sensazione collettiva di smarrimento” che deriva dalla presa di coscienza che i fenomeni globali incidono direttamente e immediatamente sulla vita personale di ciascuno. Le crisi e i conflitti locali o regionali si ripetono da sempre in grande numero, e non sono mai scomparsi anche quando sembrava di vivere in un mondo stabile e pacifico, ma la globalizzazione degli ultimi decenni li ha collegati e intrecciati al punto da aumentare sempre più l’effetto complessivo.

Uno dei primi a usare la definizione di policrisi fu l’ex-presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che nel 2016 riteneva che l’Europa venisse sconvolta dalla crisi migratoria causata dalla guerra civile in Siria, unita al crollo economico della Grecia, all’annessione della Crimea alla Russia e alla Brexit. La sensazione di crisi globale in gran parte nasce dal crollo delle borse americane nel 2008-2009, diffondendo l’ansia per una globalizzazione difettosa e contraddittoria, ben diversa dal mondo ideale della “fine della storia” che si pensava di aver raggiunto.

In quei frangenti è entrata in gioco la Russia, che sembrava ormai ridotta a un ruolo marginale negli equilibri mondiali, invadendo la Georgia proprio nel 2008. Anche questa appariva come un’operazione periferica di scarsa importanza a livello continentale, mentre l’Europa è oggi assillata soprattutto dai conflitti della Russia in Ucraina, nel Caucaso, con tensioni notevoli nei Paesi Baltici e in Moldavia. Le elezioni ormai imminenti a Tbilisi e Chişinău, l’impossibilità di risolvere definitivamente il conflitto tra Armenia e Azerbaigian, le minacce nucleari del Cremlino e del suo suddito bielorusso Aleksandr Lukašenko, questo e tanto altro fanno della Russia la principale fonte dello smarrimento da policrisi. La politica aggressiva di Putin incide su tutti i fattori economici, sociali, ecologici, politici e culturali che rendono sempre più difficile comprendere il futuro dei popoli, delle istituzioni e delle persone in Europa, in Asia e nel mondo intero.

L’invasione dell’Ucraina ha ri-militarizzato l’economia di molti Paesi occidentali, oltre a quelli dell’area ex-sovietica. Le spese militari dei Paesi europei sono cresciute del 62% rispetto al 2014, come fa notare la rubrica Signal di Meduza, da 330 a 552 miliardi di euro. Prima della guerra putiniana, uno dei fattori di maggiore tensione veniva dai moniti dell’allora presidente americano Donald Trump agli europei per lo scarso contributo alle spese della Nato, minacciando di tagliare i sussidi americani; e Trump potrebbe tra poco tornare alla Casa Bianca in uno scenario che rende la Nato sempre più decisiva per il futuro di tutto l’Occidente. Oltre alle problematiche legate agli armamenti, l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra ibrida in Ucraina nel 2014 hanno di fatto annullato la fiducia nell’efficacia delle norme di diritto internazionale e delle istituzioni delegate a farle rispettare come l’Onu, la cui credibilità è ormai ai minimi storici dai tempi della sua fondazione, anche per le problematiche legate all’altra guerra tra Israele e Gaza.

Il blocco del mar Nero da parte della Russia nel 2022 ha provocato picchi di carestia e fame nel Sud globale, essendo l’Ucraina uno dei leader mondiali per il commercio del grano, coprendo circa il 10% del mercato dei cereali. La guerra in Ucraina ha aperto la più vasta crisi migratoria interna all’Europa dai tempi della seconda guerra mondiale, con centinaia di migliaia di ucraini in fuga dalla guerra, ma anche ondate di russi che non vogliono prendervi parte. Di fatto ci sono 6,5 milioni di ucraini e oltre un milione di russi che sono rimasti fuori dalla propria patria.

L’aggressione russa dell’Ucraina influisce anche sulla crisi climatica; la distruzione della centrale idroelettrica di Kakhovsk nell’estate del 2023 ha distrutto l’intero ecosistema della regione, tanto che molti hanno usato per definirla il termine “ecocidio”, che fu inventato negli anni Settanta per descrivere la devastazione delle foreste tropicali in Vietnam da parte dell’esercito degli Stati Uniti. A causa della guerra soffrono gli uomini e le città, i bacini idrici e i campi agricoli, gli animali e le piante. La Russia del resto è un anti-leader delle classifiche della cura dell’ambiente anche al di fuori delle azioni belliche: al terzo posto del mancato riciclo della plastica, al quarto per le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, al terzo per i volumi di produzione di petrolio. Il mancato contributo della Russia, che ha perfino cacciato Greenpeace e messo fuorilegge quasi tutte le associazioni di ecologisti, rende assai difficile affrontare i problemi della crisi climatica, che tra pochi giorni verranno discussi alla Cop29 di Baku, sperando che l’amicizia con gli azerbaigiani provochi qualche rimorso di coscienza nei russi.

L’impressione è che la policrisi non sia soltanto una fase transeunte legata alle guerre, e quando si risolveranno i conflitti (un esito del resto ben lontano dal realizzarsi) si potrà finalmente tornare alla normalità. Per molti osservatori siamo invece soltanto all’inizio di una crisi sempre più complessa e diffusa, che alla fine degli anni Venti mostrerà un panorama estremamente pericoloso e inestricabile. Alcuni ritengono che la policrisi non sia un fenomeno casuale, ma il risultato della strategia di alcuni centri di potere mondiali, ma si sa che le teorie astratte e complottistiche servono più che altro ai colpevoli per sfuggire alle proprie responsabilità, un’operazione propagandistica in cui i russi sono maestri.

Molti accusano il turbo-capitalismo globalizzante, descritto come un serpente che si morde la coda, che invece delle prosperità universale ha come effetto la distruzione progressiva a livello planetario. Si andrebbe verso la cancellazione dell’umano, e la sua sostituzione con la realtà virtuale post-umana, tutta ancora da definire; l’insistenza dei russi sui “valori morali tradizionali” è lo specchio dei “valori digitali artificiali”, mostrando l’inconsistenza degli uni e degli altri in una visione “policritica” del mondo. Quando si è cominciato a descrivere la difficile condizione dei rapporti globali, ormai mezzo secolo fa, la popolazione terrestre era meno della metà dell’attuale, e le nuove generazioni dovranno portare il peso di una massa di persone sempre più incapaci di affrontare il futuro, oltre alla desertificazione di tanti territori e all’inabissamento di altri.

Alcuni storici riferiscono la prima sensazione di policrisi alla “rivoluzione borghese” della metà dell’Ottocento, quando si diffuse il terrore rispetto ai cambiamenti politici e sociali che avrebbero sconvolto il mondo, strutturato ancora sui grandi imperi e sui poteri assoluti. L’imperatore della Russia, Nicola I, ne era talmente impaurito da mettersi a difendere tutte le autocrazie europee, comprese quelle con cui era in conflitto come quella degli ottomani, tanto da venire definito il “gendarme d’Europa”. A maggio del 1846, approfittando di un soggiorno curativo della moglie in Sicilia, si recò privatamente a Roma dal papa Gregorio XVI, ormai alla fine del suo pontificato, per scongiurarlo di non cedere alle tentazioni liberali e repubblicane che stavano prendendo piede anche nella Città Santa. La Russia cercò quindi di affermare questa sua volontà di “difendere i valori” dell’Europa cristiana con la guerra di Crimea del 1853-1856, che provocò il suo isolamento e il risentimento nei confronti degli imperi occidentali che non vollero affiancarla nella conquista della Turchia e del Medio Oriente fino alla Terrasanta, in un anticipo di quanto si ripete oggi negli stessi territori, tra la Crimea e il mar Nero, e con le stesse motivazioni.

Se allora lo zar era andato dal papa, oggi il papa Francesco cerca di rivolgersi allo zar Putin, con la missione di “diplomazia umanitaria” del cardinale Matteo Maria Zuppi, che nei giorni scorsi ha incontrato a Mosca il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. La Santa Sede non ambisce a diventare il “primo mediatore” nelle trattative militari e politiche mondiali, e non si tratta soltanto di soccorrere i bambini deportati o i prigionieri torturati: la Chiesa vede la crisi del mondo alla luce del Vangelo, che prepara ad affrontare le “guerre e devastazioni” esortando a non perdere la fede nella salvezza del mondo, attraverso la partecipazione al sacrificio di Cristo. Fare la pace e aiutare i bisognosi sono i segni di una cura dell’umanità intera, che ha sempre bisogno di costruire un mondo nuovo.

Yulia Navalnaya: «Con Aleksei siamo stati felici. Non gli avrei mai chiesto di farsi da parte per salvarsi la vita»

di Irene Soave- Corriere della Sera – 2° – Ottobre 2024

Intervista esclusiva con la vedova di Aleksei Navalny. «Patriot», il diario dal carcere e autobiografia del dissidente, esce martedì (in Italia per Mondadori)

Nomina il marito al presente, anche se è morto il 16 febbraio. Ride vivacemente, si commuove, parla veloce ed è immediato riconoscere in lei la donna piena di vigore e idee che Aleksei Navalny, nemico numero uno di Putin e poi il più celebre tra i suoi martiri, definiva «la mia complice». Posso chiederle dove si trova? «No». 

Yulia Navalnaya, camicia confetto, chignon minimo, si collega su Zoom con Kira Yarmysch, storica collaboratrice del marito. Si ritiene che viva tra Stati Uniti e Germania, dove studiano i figli (Dasha, 23 anni; Zakhar, 15). Da luglio 2024 è oggetto di un mandato d’arresto in Russia. «Da anni non ho una casa». 

Un’intervista con lei è stata finora un’occasione rara. Facilita il compito la pubblicazione di Patriot, il memoir postumo del marito Aleksei (in Italia esce martedì, edito da Mondadori). E forse il ruolo di guida dell’opposizione russa che Navalnaya ha preso su di sé. 
L’ha rifiutato per anni, sostenendo che «il consenso non è un pacchetto che ci si passa di mano in mano». E preferendo la parte di «far sì che casa resti casa, i bambini restino bambini» (così in un’intervista del 2021). A febbraio, però, ha cambiato idea. «Continuerò il lavoro di Aleksei Navalny, e vi chiedo di stare al mio fianco», ha detto in un video nel suo primo giorno da vedova. Poco prima aveva parlato con Kamala Harris, che ha dedicato un profilo su Time alla sua «straordinaria generosità».  

Patriot è stato scritto in parte durante la detenzione da Aleksei Navalny, che racconta anche le condizioni in cui l’ha scritto. All’inizio poteva scrivere e rispondere a tutte le lettere, poi in isolamento è passato a poter scrivere per 90 minuti al giorno, poi mezz’ora, poi più nulla. Come ci avete lavorato? 
«Per fortuna lo ha iniziato prima di finire in prigione. Per lui non è stato facile: scriversi l’autobiografia gli sembrava prematuro e vanesio. Penso sia stato il Novichok (l’agente nervino con cui è stato avvelenato nel 2020, ndr) a fargli cambiare idea. Ha iniziato a scrivere queste memorie praticamente appena uscito dall’ospedale, in Germania. Ha continuato in prigione, e dalle varie carceri in cui era recluso è stato sempre più difficile per me ricevere i suoi appunti. Nell’ultimo anno non ha potuto scrivere quasi più, se non brevi lettere». 

Nel finale delle sue memorie, Aleksei ricorda un vostro ultimo colloquio, ben prima della sua morte, in cui entrambi concordate che probabilmente lui non uscirà mai più di prigione. Che ricordo ha lei di questo colloquio? 
«Che non è stata una rivelazione. Non sono verità che io ho capito lì. Da dieci anni sapevo bene quanto fossero pericolosi i nemici di mio marito. Quanto fossero disposti a qualsiasi cosa per silenziarlo. Era così ovvio che tra noi non ne avevamo mai parlato in modo serio. In uno dei nostri ultimi incontri lui iniziò questa conversazione molto diretta, in cui disse: penso ci sia un’alta probabilità che da qui non uscirò mai, accettiamolo. Io risposi solo: lo so». 

Da allora lei lo ha visto poche altre volte. Ha appreso della sua morte dai notiziari, mentre era a Monaco, alla Conferenza sulla sicurezza, dove poi è comunque intervenuta. Ha tenuto discorsi pubblici, lottato perché la sua salma venisse resa a voi e poi seppellita, incontrato i grandi del pianeta, preso aerei. Che spazio si è data per vivere il suo lutto? 
«Vorrei saperle rispondere, vorrebbe dire che ce la sto facendo. Ma le dirò invece che qualche volta uno fa solo quel che deve fare, e si chiede solo se è giusto o no. E anche questo è un modo di elaborare un lutto. Sono stata fortunata perché mio marito è stato una spalla molto solida, un esempio, una fonte di forza. Continua a darmene. Quindi, ecco, non c’è un momento in cui riesco a sedermi e meditare, far defluire i pensieri, per poi stare bene. Comunque per ora non ne avrei il tempo. Un giorno ci proverò» (ride). 

Il senso di morte di cui parlava prima non vi ha trattenuto dal ritornare in Russia, dopo l’avvelenamento e la convalescenza in Germania. Nelle sue memorie Navalny scrive di aver pensato che Putin non si sarebbe spinto al punto di farlo arrestare agli arrivi, e invece è andata proprio così. Cosa non avete capito? 
«Guardi, non funziona così. Non è che avremmo mai deciso di non tornare in Russia. Mio marito è stato un politico russo. Voleva stare coi suoi, nel suo Paese. Anche dare un esempio: ha passato tutta la vita a dire alla gente di non aver paura e quindi ha solo agito coerentemente. E poi io non parlavo solo con mio marito, ma col capo dell’opposizione. Un capo dell’opposizione che amavo molto, ma che doveva fare quel che doveva fare». 

Una scena lunga del libro è il viaggio aziendale in Turchia in cui vi siete incontrati. Che ricordo ne ha lei? 
(ride molto, getta indietro la testa, si schermisce). «Questa storia a me piace tanto come la racconta lui (parla al presente, ndr) perché io ne esco benissimo! Dice che mi ha visto e ha subito capito che ci saremmo sposati, e io lo so che è vero. Mentre io mi ricordo molto bene il nostro primo incontro, e a me lui era piaciuto molto, ma non ho pensato subito che sarebbe diventato mio marito. A 24 anni ci siamo sposati, lui era un giovane avvocato. Non avevo idea che le cose sarebbero poi andate così». 

Tra i complimenti che lui le indirizza nel libro c’è anche molta ammirazione politica. «È più radicale di me», scrive. È così? 
Ride. «Grazie, Aleksei. Mi mette in una posizione difficile ogni volta che lo dice. Sa, è facile essere molto radicali quando chiacchieri di politica in cucina con tuo marito, e più difficile quando sei una personalità pubblica. Ora io non lo so più se sono più o meno radicale di lui. Penso certamente che in Russia abbiamo bisogno di un cambiamento il prima possibile. Penso anche che moltissimi, e certo il potere, si aspettassero che io a un certo punto avrei detto: basta, hai una famiglia, possiamo fare una bella vita, lascia perdere, qui avvelenano gli oppositori. Noi siamo stati fortunati, siamo stati una famiglia anche felice, e avremmo potuto risparmiarci l’opposizione, le condanne, la prigione. Ma non è così che funziona. Basta non glielo avrei detto mai. Proprio perché eravamo in un Paese che avvelena i suoi oppositori».

Da dove deve partire, secondo lei, il cambiamento? Quale delle battaglie dell’opposizione, di cui lei ha preso la guida, ora è più importante per il movimento? Fare implementare le sanzioni? Informare l’opinione pubblica russa della corruzione del regime, come fate coi vostri canali? La pace in Ucraina? 
«Nessuno sa cosa dovremmo fare, lo dico sempre. Non sono in grado, da sola, di far implementare le sanzioni. Questo possono farlo i Paesi occidentali, le istituzioni europee. L’informazione in Russia certo mi è più facile passarla, però le persone devono sapere che noi non abbiamo da qualche parte un mago che farà sparire Putin o finire la guerra. Noi possiamo incoraggiare i russi comuni a non fermarsi, a non rinunciare a far sentire la propria insoddisfazione». 

Ma oltre che con i russi comuni lei parla anche con capi di Stato, con persone straordinarie, persone di potere. Di cosa parla più spesso con loro?
«Di queste stesse cose. Molti di noi sono in esilio, ma molti in Russia vivono con la repressione. Possono finire in galera per un like sui social, per essere andati a manifestare con un foglio di carta bianco, per ragioni senza senso. Persone che hanno paura di ogni cosa, ed è necessario che sappiano che il resto del mondo, fuori dalla Russia, è dalla loro. Con la propaganda, e il controllo dei media e la narrazione vittimista della Russia esclusa dall’Occidente, Putin se la cava bene. E per questo ci siamo noi. Che cerchiamo di dare informazioni indipendenti. I nostri canali YouTube sono molto visti soprattutto in Russia. Io incontro capi di Stato e spiego loro questo, che i russi comuni non sono con Putin solo perché stanno zitti». 

Tra i prigionieri rilasciati il 1 agosto c’era un giornalista russo-spagnolo, Pablo Gonzalez. Col pretesto di scrivere di Russia, spiava voi. Come è cambiata ora la sua vita in termini di sicurezza? 
«Beh come vede questa intervista ha luogo su Zoom (ride). Ho saputo in un secondo momento, dalle notizie, che questa persona seguiva Aleksei. Ma in generale, Aleksei veniva seguito sempre: da quando ancora vivevamo tutti e quattro a Mosca, e Aleksei ha iniziato a essere una figura importante nel movimento dell’opposizione, avevamo regolarmente perquisizioni in casa, ci requisivano sempre tutto, e non è che ci fossimo mai davvero abituati. Ogni volta era spiacevole: vengono i poliziotti, passano tutto il tempo a casa tua, cercano dovunque e non trovano niente ma nel dubbio si portano via il tuo computer, le tue carte e tutto. Noi abbiamo sempre vissuto così: che apri la porta e puoi trovarti un poliziotto sul pianerottolo. Che ci puoi fare?» 

Come stanno i suoi figli?
«Stanno bene. Sono molto forti, e sono anche loro a supportare me. So che per loro quella del padre è stata una grande tragedia. Una grande tragedia. Da fuori sembrano più o meno ok. Non posso dire che tutto andrà bene. Niente sarà mai come prima. So che sono forti, ecco. E cerco di mantenere un senso di famiglia tra noi anche se viviamo sparpagliati, e non ci troveremo prima di Natale. Manca ancora un sacco di tempo». 

Nel suo discorso in morte di Aleksei ha detto: è stata uccisa metà di me, metà del mio cuore. Cosa resta nell’altra metà? 
Fa una pausa molto lunga, di almeno quindici secondi. «È molto difficile dirlo. Se n’è davvero andato un pezzo grande di me. Siamo stati molto, molto fortunati e molto felici. Era un mio grande amico, per 25 anni non mi sono mai sentita sola. Potevamo sempre fare le nostre vacanze insieme, esserci per le difficoltà. Non ci siamo annoiati mai. Mi manca tantissimo, mi manca parlargli, dirgli cosa penso, sentire cosa pensa lui». 

In questi giorni sono uscite molte piccole ricostruzioni sulla sua morte. Gli oggetti sequestrati, le ferite riportate. Cosa non sappiamo? 
«Molte cose. Stiamo facendo una grande inchiesta, e spero tanto che avremo risposte complete un giorno. Come è stato per il suo avvelenamento. Qui è molto più complicato perché Aleksei è morto in carcere. Era da solo, circondato da polizia politica, e tutto è avvenuto sottocoperta e in segreto. Inoltre sanno che noi indaghiamo, quindi insabbiano tutto. Ma un giorno sapremo la verità». 

Le pagine del libro che Aleksei ha scritto in carcere sono piene di ironia, ma raggelanti. Com’è stato per lei leggerle, man mano che arrivavano? 
«Io ho letto anche di peggio, nelle lettere che mi scriveva. Certo, non si lamentava mai ma… Ci sono stati episodi tremendi. È stato detenuto in condizioni tremende. Per me è stato facile leggere il libro, nel senso che era anche lavoro. Molto più difficile è stato in questi due anni sapere come stava, pensarlo là, solo, in quelle condizioni». 

È vero che sarebbe dovuto uscire nello scambio di prigionieri, e che poi all’ultimo è stato Putin a decidere di no? 
«Abbiamo solo teorie, per ora, e penso sia così».  

Che effetto le ha fatto sapere che poi lo scambio di prigionieri c’è stato lo stesso? 
«È stato un momento dolceamaro. Sono contenta che questi innocenti siano stati scarcerati. Ma è molto triste che mio marito non sia tra loro». 

In Patriot Aleksei cita Guerra e pace, un romanzo che, dice, “nega il ruolo dell’individuo nella storia”. Secondo Tolstoj la campagna di Russia ci sarebbe stata anche senza Napoleone; secondo Aleksei Navalny, invece, gli individui fanno la storia. Lo scrive riferendosi a Gorbaciov, che secondo lui ha accorciato la vita dell’Urss di dieci anni. Pensa che parlasse anche di sé? 
«Non saprei se parlasse di sé. Ma so che lui un ruolo l’ha avuto. Lo conosco da quando avevamo ventidue anni e ho visto quest’uomo giovane, molto ordinario, diventare un leader dell’opposizione. Un magnete per milioni di persone, un motivatore per milioni di sostenitori, uno che ha portato generazioni intere a pensare alla politica. Putin per anni ha tentato di far credere alla gente che la politica fosse qualcosa di cui non occuparsi, e che standone alla larga ti lascerà stare. Mio marito ha contribuito a demolire questa credenza. Ha cambiato dei cuori, ha fatto sentire del malcontento, un desiderio di democrazia, di cambiamento. Penso che il suo ruolo nella storia della Russia sia stato grande, e che in retrospettiva si capirà che è stato cruciale». 

Eppure è morto in carcere. A marzo 2023 lei e i suoi figli avete ritirato l’Oscar per il documentario Navalny. A giugno 2024 ha ritirato per lui il premio per i diritti umani del Freedom Forum di Oslo. In questi anni è successo spesso che i premi per i dissidenti – come i Nobel per la Pace – li ritirassero le loro famiglie, perché loro erano in carcere. Nel libro, Aleksei Navalny scrive proprio: «Abbiamo sottovalutato il potere delle autocrazie». I tiranni stanno vincendo? 
«Spero di no. Spero, spero, che alla fine non vincano. Non vinceranno mai alla fine. Sono solo bravi a spaventare la gente, e questo dà loro un vantaggio nel breve termine. Ma quando i regimi cadono, in quei Paesi torna la felicità. Più siamo a protestare, prima cadrà il regime. Succederà come con l’Urss». 

Quali sono le somiglianze tra l’Urss e la Russia di oggi? 
«Sono moltissime. La gente sta male ed è oppressa da una dittatura. Come allora, le persone non possono parlare senza rischiare la prigione. Come allora, la propaganda è forte. Il potere fa credere ai russi, come allora, che il mondo occidentale sia contro di loro. La Russia sovietica è del resto il mondo in cui Putin si è formato. Di cui ha nostalgia». 

L’Urss è caduta. Cosa succederebbe domani se cadesse Putin? 
«Nessuno lo sa. Certo, per prima cosa finirà la guerra in Ucraina. Poi cadrà questo regime personalistico fondato sul terrore». 

Lei è alla guida dell’opposizione. Avete un programma, per quel momento?
 
«Ci stiamo lavorando ed è importante. Quel momento arriverà».

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