
28 Agosto 2024 ore 09:34
di Bruno Fanucchi – Corrispondeza Romana 1862
Il 12 giugno 1990, sotto la presidenza di Boris Eltsin, la Duma di Stato adottò la Dichiarazione di sovranità dello Stato, che segnava l’inizio della Russia moderna, e rese il 12 giugno Giornata nazionale, che da allora viene tradizionalmente celebrata con grandi eventi artistici e popolari in tutto il Paese e in particolare sulla Piazza Rossa, davanti alle mura del Cremlino, nel cuore di Mosca. «Nel 2024 – sottolineava un comunicato stampa ufficiale del Cremlino in vista dell’evento di quest’anno – la Russia celebrerà questa festa di fronte a una guerra ibrida senza precedenti scatenata dall’Occidente contro Mosca». La propaganda di Putin ha così continuato: «La situazione attuale non è una novità, è una conseguenza diretta del confronto storico tra la Russia e l’Occidente, dell’ambizione dei Paesi della NATO di sconfiggere Mosca dal punto di vista strategico, di cancellare la Russia dalla mappa politica mondiale come Stato indipendente».
Quindi è la Russia ad essere attaccata e circondata, e si sta semplicemente difendendo dalle forze della NATO e dell’Occidente decadente. Questo discorso immaginario, trasmesso notte e giorno sui social network di tutto il mondo, è purtroppo fiorente. In vari Paesi europei, molti politici, esperti e giornalisti stanno mettendo in evidenza la “minaccia nucleare” regolarmente sollevata dallo stesso Vladimir Putin, per alleggerirsi la coscienza e soprattutto per non fare nulla per contrastare l’aggressione russa e le sue terribili conseguenze per la stabilità dell’Europa. Chiedono inoltre al Presidente Volodymyr Zelenski di negoziare alle condizioni di Mosca per «evitare una terza guerra mondiale», che in realtà è già iniziata, ma in una forma finora totalmente sconosciuta.
Nella stessa Russia, le voci che denunciano la guerra di Putin sono sempre meno, visto che questo atto di coraggio può valere fino a 15 anni di carcere. «Ci sono persone che soffrono per questa situazione, che esprimono il loro dissenso, che sono uscite a manifestare o hanno partecipato al funerale di Alexei Navalny, che vanno in prigione per le loro convinzioni. Tanto di cappello per il loro coraggio», ha dichiarato lo storico russo Sergei Medvedev in una recente intervista a Laure Mandeville del Figaro. Medvedev ha lasciato Mosca all’indomani del 24 febbraio 2022 e ora insegna alla Charles University di Praga.
Medvedev aggiungeva: «Ma, se si ha una visione d’insieme, si ha comunque la sensazione che i russi abbiano costruito nella loro testa una comoda spiegazione psicologica. Hanno accettato la teoria di Stato secondo cui l’Ucraina è occupata dai fascisti, che l’Occidente ce l’ha con la Russia e utilizza l’Ucraina a questo scopo, mentre noi russi stiamo proteggendo i nostri interessi e il nostro Paese contro i fascisti. È una storia per bambini di 3 anni, ma decine di milioni di russi vivono comodamente immersi in questa favola. Dicono: Putin vede le cose meglio, dipende da lui. Se abbiamo iniziato la guerra, dobbiamo finirla»… e questo significa andare fino in fondo, cioè fino alla scomparsa totale dell’Ucraina. Perché la Russia non può perdere!
Per comprendere meglio la cecità di gran parte della società russa e la colpevole cecità delle élite occidentali, che da quasi un quarto di secolo arretrano davanti a Putin, vale la pena leggere l’eccellente libro dello stesso Medvedev da poco pubblicato: A War made in Russia (John Wiley and Sons Ltd, 2023, 192 pagine). È un testo fondamentale in cui l’autore analizza e dimostra con talento la posta in gioco in Russia e nel nostro Vecchio Continente dall’inizio di questa guerra di aggressione pianificata da tempo.
«In vista della guerra che verrà – ci ricorda giustamente Medvedev – la Russia ha lanciato un impressionante programma di riarmo per gli anni 2011-2020, per un costo di 700 miliardi di dollari. Nel 2013 è stata elaborata la Dottrina Gerasimov, dal nome del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate (tuttora in carica): essa propugnava il concetto di guerra ibrida, che – accanto ai tradizionali strumenti militari – poneva l’accento su azioni non militari: pressioni politiche e diplomatiche, guerra dell’informazione, attività sovversive, sostituzione dei leader dei Paesi avversari, ecc.».
Siamo arrivati a questo punto con il recente tour africano di Sergei Lavrov in alcuni Paesi francofoni (Mali, Burkina Faso, Niger, Guinea, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo Brazzaville) e il dispiegamento dell’Africa Corps – il successore del gruppo Wagner – in diverse delle ex colonie francesi che sono state o stanno per essere regolarmente sfruttate.
«La guerra è diventata il linguaggio della vita quotidiana. È diventata attraente e persino desiderabile», e Putin ha ripreso e messo in pratica l’idea suggeritagli da Vladislas Surkov, uno dei suoi consiglieri più influenti e ascoltati, che all’inizio degli anni Duemila affermava che «la Russia sarebbe dovuta diventare esportatrice di caos» e – di fatto – ora è diventata «la principale esportatrice di guerre al mondo».
Vero e proprio ideologo del Cremlino e cofondatore del partito Russia Unita, Surkov è stato persino vice primo ministro della Federazione Russa negli anni 2012-2013 e, all’indomani della “Rivoluzione arancione” del 2004 a Kiev, è stato il fondatore del movimento Nachi (Nostro), che ha guidato il movimento giovanile pro-Putin sostenendo una guerra totale contro i «nazisti ucraini».
Nelle primissime pagine del suo libro, Medvedev osserva che i russi e gran parte dei giovani che ne sono stati attratti «sono stati sedotti dallo slogan revanscista di Putin e dalla sua promessa di risollevare la Russia messa in ginocchio». L’autore ci ricorda che Vladimir Žirinovskij parlava già così: «Risolleverò la Russia messa in ginocchio», come recitava il suo manifesto elettorale del 1993, ben quindici anni prima di uno dei principali slogan di Putin. Nel 2005, Putin ha descritto il crollo dell’URSS come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».
«Il nemico numero 1 è diventato l’Ucraina. Gli ucraini sono diventati per lui quello che gli ebrei erano per Hitler», aggiunge Medvedev, sottolineando che «Putin sta semplicemente seguendo i precetti del suo padre spirituale Žirinovskij, prontissimo nel lanciare bombe atomiche in discorsi incendiari».
Avendolo intervistato nel suo ufficio alla Duma di Mosca nei primi anni 2000, posso testimoniare che Žirinovskij parlava con la stessa verve e paranoia che Putin – ahimè – imita così bene oggi. E Medvedev spiega: «Tutti i suoi recenti articoli pseudo-storici, tutte queste dichiarazioni piene di disprezzo e odio nei confronti dell’Ucraina, testimoniano il fatto che ha deciso di passare alla ‘soluzione finale della questione ucraina’». «Man mano che venivano alla luce sempre più prove delle atrocità commesse dall’esercito russo nei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina –prosegue – diventava chiaro che non si trattava di un’orgia di ubriachi o di eccessi commessi da carnefici, ma di un terrore pianificato in cui erano coinvolte la compagnia militare privata Wagner e unità punitive appositamente addestrate, e che la distruzione con bombardamenti di intere città ucraine e dei loro abitanti (come a Marioupol) non era dovuta a una confusione di obiettivi, ma a un intento criminale».
Il presidente del Partito liberaldemocratico, Vladimir Žirinovskij, che è stato richiamato a Dio il 6 aprile 2022 all’età di 75 anni, si è rallegrato dell’invasione dell’Ucraina e ha invocato un confronto finale con l’Occidente. Sognava una terza guerra mondiale, nella quale poter «bruciare Parigi» e «atomizzare Berlino»… Proprio come Putin oggi. Alla fine di dicembre 2021, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, ha persino implorato di «bombardare Kiev» a Capodanno.
«Soffocare la macchina da guerra di Putin è essenziale per la sicurezza globale. Ogni arma che la Russia non può produrre è una vita salvata», ha sottolineato il capo della diplomazia ucraina, Dmytro Kuleba, accogliendo con favore le nuove sanzioni contro il settore industriale della difesa russo e il suo accesso alla tecnologia e alle risorse all’estero. Ciò che è in gioco è la sopravvivenza del popolo ucraino.




