"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Dicembre 2023 Pagina 8 di 18

La riflessione. Benedizione delle coppie omosessuali, solo Gesù ci può salvare tutti


Don Maurizio Patriciello – Avvenire martedì 19 dicembre 2023

Complice l’influenza che mi costringe a casa, trovo più tempo per leggere e riflettere. Questione “benedizione fratelli e sorelle omosessuali”. C’è chi la prende alla leggera, chi tira un sospiro di sollievo e chi ne fa un dramma. Il dolore – palpabile, sincero, vero – di tanti credenti che temono e tremano per questa decisione, mi stringe il cuore.

Cerco di capire. Passo in rassegna ricordi e incontri fatti. Gino è mio vecchio amico. Una sera arriva in parrocchia. È disperato. Marco, suo figlio, il giorno prima, gli ha confessato di essere omosessuale. Da quel momento, in casa, il sole si è spento. Capisco. Taccio. Sono lacerato tra il mio essere uomo e il mio essere prete.

Guardo quest’uomo ancora giovane, distrutto, poi, come attingendo a un deposito nascosto: « Mi ha i fatto impaurire, Gino; dimmi, ma tu, a Marco, il mese scorso, gli volevi bene? Si? E continua a volergli bene. Ha bisogno di te e tu di lui». Gino, però, è un credente. « Ma la Chiesa? Che cosa dice la Chiesa?» Ci sono momenti in cui devi prendere in mano la situazione e lasciarti guidare dallo Spirito. Come un chirurgo che su un campo di battaglia deve agire senza consultare i vecchi libri di medicina. «Gesù e la Chiesa sono più grandi dei nostri striminziti cuori, Gino».

Mi ritorna in mente Viola. Egidio, suo figlio, 29 anni, è colto, ricco ma depresso. Lei gli sta accanto. Esce sul balcone a stendere la biancheria. Un attimo. Ed Egidio ha già messo fine alla sua vita. Il terrore della credente Viola per la sorte eterna del figlio supera il dolore della mamma. Non fa che chiedermi:« Il Signore lo avrà perdonato?» L’omelia a volte pesa più di uno zaino trascinato da un vecchio claudicante. Prego. La luce arriva: « Viola, tu a Egidio da quando gli vuoi bene? Da 30 anni? Bene, ricorda che Dio gli vuole bene da sempre di un amore che supera di gran lunga quello di tutti noi messo insieme». Di certo non ho risolto il problema della depressione, non ho cancellato il dolore di questa donna straziata, le ho però dato un pizzico di consolazione. Suo figlio è nelle mani misericordiose del Padre, che meglio e più di noi, sa pesare e giudicare i cuori. Che il Signore ci ami di un amore folle non sono certo io a dirlo.

Ritorniamo alle persone omosessuali. Ci sono. Come tutti hanno pregi e difetti, diritti di cui godere e doveri cui far fronte. Qualche domanda, senza l’ ipocrito timore di essere blasfemi, a riguardo, potremmo rivolgerla a Dio stesso: «Perché, Signore, tanti nostri fratelli e sorelle vivono questa situazione?» La scienza ha le sue risposte, le varie società le loro. Le religioni un po’ si difendono, un po’ si aprono, un po’ temono.

Ma la Chiesa, la nostra Santa Madre Chiesa che cosa dovrà fare? Certo, può fingere di non vederli e tirare avanti. La cosa non le farebbe onore. Può vederli e condannarli. Peggio che andar di notte. Può accoglierli e mettersi in ascolto. Bene, rispetto, ascolto, accoglienza, ma poi? Quando spezziamo il Pane e la Parola? Continueremo a trattarli come ospiti – più o meno graditi, ma pur sempre ospiti – o come commensali a tutti gli effetti? Al banchetto della vita e della fede c’è spazio per tutti. Finanche i cagnolini, disse la donna Cananea a Gesù che fingeva di ignorarla, mangiano le briciole che cadono dalla tavola del padrone. Attenzione, il “cagnolino” posso essere io, tu, chiunque. Dio, ricco di misericordia, ha solo figli, non figliastri.

La Chiesa, che sgorga dal costato di Cristo, deve continuamente sforzarsi di imitarlo. A noi, figli di Dio e della Chiesa, bisognosi continuamente di comprensione e di perdono non è dato alcun diritto di giudicare e condannare. La Chiesa cammina con il Vangelo in mano e i piedi nel fango di questo mondo bello e drammatico. Attraversa i secoli e le culture. Ma avendo sempre a cuore l’uomo. Se una sua parola, un suo gesto, una sua benedizione può portare un pizzico di serenità e di gioia in qualche cuore, che ben venga. Senza che nessuno ne abbia paura. Non sono entrati i ladri in casa. Nessuno sta svendendo il deposito immenso che le fu lasciato in dono ma solo tentando di tirare a lucido vecchi gioielli anneriti dal tempo e dall’ incuria. E, non dimentichiamolo mai, in quello scrigno, la pietra più brillante, più preziosa, l’unica di un valore inestimabile, incommensurabile, capace di salvare tutti gli uomini, di tutti i luoghi, di tutti i tempi si chiama Gesù. Il quale di se stesso ha detto: « lo sono la verità». La Verità dell’amore.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

: GRAZIE: Dio attraverso la Mamma celeste benedica Lei in eterno e tutta la famiglia di Radio Maria

Caro padre Livio, le scrivo un breve pensiero

La seguo e invito a seguire le sue parole che sono un balsamo in questi tempi di confusione dove tanti vogliono tirare la barca di Pietro al porticciolo comodo delle proprie verità. Ho appena sentito la sua trasmissione. E con affetto e stima profonda le dico tutto il mio GRAZIE.

Continui così, Dio attraverso la Mamma Celeste benedica in eterno lei e tutta la famiglia di Radio Maria.

Con il Papa uniti per il bene della Santa Chiesa che tanti vorrebbero cambiare con un poco di comodo zucchero dal sapore di zolfo.

La saluto cordialmente con tanta umiltà e auguro un Natale del Signore Gesù sereno e davvero SANTO.

Andrea da Aosta 

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 21″

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

LA CONFESSIONE: IL DONO DELLA PACE

Cari amici, la Confessione, che ci riconcilia con Dio, con noi stessi e col prossimo, lascia nel cuore la pace, che è il bene più prezioso che si possa avere qui sulla terra. E’ la pace del Cielo che ha preso dimora in te e che nessuno ti può rubare se tu non vuoi. E’ quella pace che gli angeli hanno annunciato nella notte di Betlemme e che annunciano anche ora a tutti gli uomini che Dio ama. Quando senti in cuore questa pace non cerchi più nulla, perché hai avuto in dono ciò che il cuore umano desidera.

Vostro Padre Livio

Gli effetti del sacramento della confessione sono straordinari. La Chiesa raccomanda la confessione anche quando non si è in stato di peccato mortale. Infatti ogni volta che ci si confessa si ricevono grazie che rafforzano la vita spirituale e la crescita nelle virtù cristiane. L’esame di conoscenza affina il discernimento, la sincerità dell’accusa mantiene nell’umiltà,  il consiglio del sacerdote indica la strada,  le tentazioni si indeboliscono e il fervore nel cammino spirituale si ravviva. Sono numerosi i santi che hanno trovato nella pratica della confessione frequente un efficace aiuto nel loro cammino di perfezione. La confessione annuale nel tempo pasquale è un minimo al di sotto del quale l’anima rischia la paralisi spirituale. Per la vita cristiana ordinaria la confessione deve essere molti più frequente, almeno una volta al mese, e poi ogni volta che se ne ha la necessità, specie quando si commettano dei peccati gravi.

Ancora più mirabili sono gli effetti di questo sacramento quando l’anima si trova in stato di peccato mortale e si è privata della grazia santificante. In questo caso la confessione rappresenta il passaggio dalla morte alla vita. L’anima in stato di peccato mortale è staccata da Dio, come il tralcio dalla vite. La sua prospettiva è quella del “fuoco eterno”, evocato più volte da Gesù stesso. L’anima che geme sotto la schiavitù del peccato è come un ramo secco, che non è più in grado di produrre frutti. Questo significa che non è più capace di porre azioni meritevoli per la vita eterna. Con l’assoluzione del sacerdote l’anima risorge perché in essa ricomincia a fluire la vita divina. Essendo di nuovo innestata in Cristo che è la vera vite, produce frutti di vita eterna in tutto quello che compie. Se i cristiani avessero presente l’abisso che separa un’anima in grazia di Dio da una che è in peccato mortale, non indugerebbero un solo istante nell’accostarsi alla confessione.

Tuttavia vi è un effetto della confessione che ha un valore esistenziale particolare ed è la pace che si sperimenta quando scende nel cuore il perdono di Dio. Gesù stesso ha voluto sottolineare che il frutto primo della remissione dei peccati è la pace. Apparendo agli apostoli rinchiusi nel cenacolo, il Risorto così li saluta: “ Pace e voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver  detto questo, alitò su di loro e disse: “ Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete , resteranno non rimessi” (Gv 20, 21-23). Il dono della redenzione è lo Spirito Santo, che rimette i peccati e infonde la vita nuova della grazia. L’effetto di questa nuova situazione esistenziale è l’esperienza della pace. La conoscono tutti coloro che, tormentati dal rimorso della coscienza e angosciati dal timore del giudizio di Dio, hanno deciso di cambiare vita. E’ questo l’effetto della confessione che la rende particolarmente desiderabile e che dissipa quelle false paure e quei pregiudizi che tengono lontano tante anime dal confessionale.

Chi è in peccato mortale non potrà mai essere in pace. La coscienza infatti lo accusa e, benché faccia di tutto per soffocarla, tuttavia non è in pace. Anche se afferma di esserlo, si tratta di una falsa pace. Come si potrebbe godere la pace del cuore sotto la schiavitù del demonio? La letteratura spirituale ci ha lasciato pagine memorabili (S. Caterina da Siena, S. Alfonso Maria dei Liguori) sulla situazione di angoscia, di disperazione e di terrore con la quale i peccatori impenitenti entrano in agonia circondati dalle schiere fameliche dell’inferno, che vogliono a tutti i costi trascinare con sé un’anima nella perdizione eterna. Lontani da Dio e sotto il potere delle tenebre, l’uomo sperimenta l’inferno già su questa terra. Satana lo illude di vivere, ma in realtà è un morto che cammina. Potremmo descrivere l’itinerario esistenziale che porta alla confessione come in tragitto dal tormento alla pace.

La pace che subentra con l’assoluzione del sacerdote viene da Dio. E’ un dono della sua infinita misericordia che l’uomo non potrebbe mai darsi da solo. L’uomo è stato creato per Dio e il suo cuore non può trovare la pace lontano dal suo Creatore. “Ci hai fatti per Te, Signore, esclamava S. Agostino, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Nel sacramento della confessione l’uomo chiede perdono a Dio. Gli presenta il suo cuore umile e contrito. Si impegna sinceramente di non allontanarsi più nell’infedeltà e nell’oblio. Dio non attende che questo passo e concede il suo perdono totale e incondizionato.  Ciò che Dio desidera non è la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Se ci si accosta al sacramento con fiducia e si crede che il Padre celeste  ci accoglie di nuovo nella sua casa come figli, il cuore viene liberato dal peso opprimente della colpa e dall’intimo incomincia a zampillare la sorgente viva della gioia.

Non vi è gioia più grande sulla terra di quella di sentirsi accolti, perdonati e amati da Dio. Senza di essa  le altre gioie della vita vengono offuscate. Sapere che sopra di noi splende il sole dell’amore divino che ci protegge, che veglia sui nostri passi, che ci tiene per mano, guidandoci verso il golfo di luce dell’eternità, dona una gioia che il mondo non conosce. Anche se la maggior parte degli uomini non ne è consapevole, ciò che rende triste e inquieta la loro vita è la lontananza da Dio. Anche chi non crede in Lui e lo nega, nel suo inconscio teme la sua esistenza e il suo giudizio. I progenitori che si nascondono dopo il peccato, sono l’immagine della vita vagabonda e clandestina lontana dal Creatore.  Il peccato provoca una paura di Dio che invano si tenterebbe di esorcizzare. O siamo nelle mani della sua misericordia e in quelle della sua giustizia, faceva notare S. Caterina da Siena. Non vi  è nulla di più dolce che sentirsi afferrati da una mano misericordiosa che non ci abbandonerà mai se noi non vogliamo.

La grazia del perdono rassicura la coscienza che cessa di rimordere. La pace della coscienza è uno dei più grandi doni che si possano avere nella vita. La coscienza è in pace quando sente su di sé l’approvazione di Dio.  La paura del giudizio si dissolve come la nebbia al sole e tanto più si cresce in fiducia nella divina misericordia, tanto più il cuore si placa e si rasserena. La vita spirituale compie un passo decisivo. Si esce dalle nebbie del timore e si entra nella luce dell’amore. Il figliol prodigo forse aveva  qualche timore prima di decidere il ritorno alla casa paterna. Ma poi, quando vede il Padre che lo attende, che gli corre incontro, che lo abbraccia e che dispone una grande festa, comprende la grandezza del perdono e si apre  all’amore filiale.

La pace con Dio, che tuttavia è una conquista quotidiana, genera la pace con se stessi.  Nella confessione abbiamo sperimentato la divina misericordia. Dio ci ha perdonato e ci ha accolti. Questo significa che anche noi dobbiamo accettare noi stessi e, pur desiderando di amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo accettare i nostri limiti e le inevitabili fragilità della nostra natura ferita.  L’esperienza del perdono di Dio aiuta l’uomo a guardare a se stesso con i medesimi occhi con cui lo guarda il suo Creatore e Redentore. Dio ci insegna ad accettarci, a perdonarci e aver pietà di noi stessi, pur esigendo un deciso rifiuto del peccato che è il nostro nemico mortale.

La pace con Dio e con se stessi genera la pace con i fratelli. Come Dio ha perdonato a te, così tu sei invitato a perdonare a loro. Ora sei capace di guardarli con occhi nuovi e ti rendi conto che sono amati dal Signore come tu sei amato. Scopri che la pace con Dio genera la pace fra gli uomini.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Dichiarazione dottrinale: “Fiducia supplicans”

Caro Padre, rispetto alla lettera pubblicata sul blog riguardo la benedizione delle coppie irregolari o dello stesso sesso, immagino ne abbia ricevute molte altre e molto meno pacate, mi pare che la spiegazione dottrinale non faccia una piega, non si tratta di un riconoscimento del matrimonio omosessuale o delle coppie risposate, ma di un accompagnamento pastorale di queste persone che non vanno lasciate fuori dal recinto ecclesiastico sempre che loro desiderino appartenervi.

Inoltre questo documento lo vedo come un rafforzamento del matrimonio cristiano perché chiarisce, al tempo stesso fissando dei paletti, il tipo di benedizione da dare, in che contesto e con quali presupposti, quando in passato abbiamo visto sacerdoti impartire benedizioni di altro tipo e altro intendimento sicuramente sbagliate.

Credo il Papa abbia avvallato questa decisione perché il suo pontificato è aperto a tutti soprattutto in un contesto mariano particolare dove presto tutti gli uomini saranno chiamati a fare scelte decisive per il futuro dell’umanità. Credo pertanto che il Papa e la Chiesa stiano assecondando l’azione dello Spirito Santo, nulla di più.

Poi i giornaloni e i nuovi dottori della legge dicano ciò che gli pare, lasciano il tempo che trovano..

Buone feste

Andrea 


Caro Andrea,

 purtroppo molti cattolici non sanno più guadare alla Chiesa con uno sguardo di fede e, in particolare, hanno completamente dimenticato il carisma di Pietro, la pietra sulla quale Gesù l’ha fondata.

Fra questi non pochi sono seguaci della “Gospa”, ma hanno dimenticate le sue innumerevoli esortazioni: ”Amate i vostri Pastori e pregate per loro, perché mio Figlio li ha scelti”.

Temo che, a forza di criticare il  Vicario di Cristo, finiscano per seguire qualche anticristo, che magari parla cirillico.

Ave Maria

Padre Livio

IL CARISMA DI PIETRO: PASCERE IL GREGGE

Cari amici, in questi giorni la Santa Sede ha pubblicato un Documento del Sommo Pontefice, “Fiducia Supplians”  che ha un grado magisteriale paragonabile al celebre “Dominus Jesus”, col quale la Chiesa poneva una netta distinzione fra “La Divina Rivelazione” e le “Credenze religiose” delle altre religioni. Si tratta di insegnamenti importanti e vincolanti che impegnano il Carisma di Pietro e che non possono essere degradati a opinioni da discutere. Questo avviene perché nella nostra società mass-mediatica, dove domina la dittatura del relativismo, non esiste più la Verità e l’ Autorità che la custodisce. Tuttavia la Chiesa di Gesù Cristo è tutt’altra cosa ed è bene che ce ne rendiamo conto.

Vostro Padre Livio


Il Collegio episcopale e  il suo Capo, il Papa

La struttura gerarchica della Chiesa è ben visibile nei Vangeli, laddove appare con chiarezza che Gesù Cristo ha scelto i “Dodici” “sotto forma di un collegio  o di un gruppo stabile, del quale mise ha capo Pietro, scelto di mezzo a loro….Come San Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il Romano Pontefice, Successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli Apostoli, sono fra loro uniti” (Lumen Gentium, 19; 22).

A questo riguardo è fondamentale il passo del Vangelo nel quale appare evidente la volontà di Cristo di fare di Simone, al quale diede il nome di Pietro, la pietra su cui costruire la sua Chiesa ( Matteo, 16,18). A lui ne ha affidato le chiavi (Matteo, 16,19). Lui ha costituito pastore di tutto il gregge (Giovanni, 21,15-17). Tuttavia l’incarico di legare e sciogliere, che è stato dato al solo Pietro, è stato pure concesso al collegio apostolico, unito al suo capo (Matteo, 18,18).

Da questa precisa volontà di Cristo la Chiesa ha tratto la consapevolezza della sua costituzione gerarchica, comprendendo sempre più profondamente, lungo il corso dei secoli, il ministero petrino proprio del sommo Pontefice, e quello del Collegio dei Vescovi con il loro capo, il Papa.

Il Papa, Vescovo di Roma e Successore di San Pietro, “ è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Lumen gentium ,23).  Infatti “ il Romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” (Lumen gentium, 22).

Il Collegio o Corpo dei Vescovi “non ha autorità, se non lo si concepisce  insieme con il Romano Pontefice…quale suo capo. Come tale questo Collegio è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del Romano Pontefice” (Lumen gentium, 22). Tale potestà è esercitata in modo solenne sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico. Tuttavia bisogna sottolineare che “mai si ha Concilio Ecumenico che come tale non sia confermato o almeno accettato dal Successore di Pietro” (Lumen gentium, 22).

I Vescovi presi singolarmente sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari. Nel medesimo tempo , in quanto membri del Collegio episcopale, “ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese” (Christus Dominus, 3) e la esercita innanzi tutto reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale “ (Lumen gentium, 23).

“Ma i Vescovi non devono essere considerati come i vicari del Papa, la cui autorità ordinaria e immediata su tutta la Chiesa non annulla quella dei Vescovi, ma anzi la conferma e la difende.  Tale autorità deve esercitarsi in comunione con tutta la Chiesa sotto la guida del Papa” (Catechismo C. C. 895).

Il carisma dell’infallibilità dato da Gesù Cristo alla Chiesa

Il Collegio episcopale con il suo Capo, il Papa, svolge il triplice ufficio di insegnare, di santificare e di governare la Chiesa.  In questo modo adempie al compito  affidatogli  da Cristo Buon Pastore.

Al dovere di annunziare il Vangelo in tutto il mondo, secondo il comando del Signore (Marco 16,11), si connette il tema di grande importanza che riguarda l’infallibilità del Magistero ecclesiastico. L’infallibilità è propria di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, la Verità e la Luce del mondo. Egli ha voluto rendere partecipe la Chiesa della sua infallibilità. L’intero Popolo di Dio infatti ne partecipa  in quanto,  mediante il senso soprannaturale della fede , aderisce indefettibilmente alle verità rivelate, sotto la guida del Magistero vivente della Chiesa, (cfr Lumen gentium, 25).

Gesù Cristo però, al fine di salvaguardare dalle deviazioni e dai tradimenti della verità e per garantire la possibilità oggettiva di professare senza errore l’autentica fede, “ha dotato i Pastori del carisma dell’infallibilità in materia di fede e di costumi” (Catechismo C. C. 890).  Si tratta di un dono e nel medesimo tempo di un compito pastorale del Magistero affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità e cammini in essa.

 “L’esercizio di questo carisma può avere parecchie modalità” (Catechismo C. C. 890):

 Essa riguarda in primo luogo il Romano Pontefice, il quale è infallibile quando “quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale”  (Lumen gentium, 25).

 L’infallibilità “risiede pure nel Corpo episcopale quando questi esercita il supremo Magistero col Successore di Pietro, soprattutto in un Concilio Ecumenico” (Lumen gentium, 25).

Anche il Magistero ordinario della Chiesa tuttavia gode di una speciale assistenza divina, in particolare il Vescovo di Roma, Pastore di tutta la Chiesa, quando “ pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in maniera definitiva, propone, nell’esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta a una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi”  (Catechismo C,. C. 892). 

Quando il Magistero della Chiesa si esprime in modo infallibile, è necessaria in tutti i fedeli “l’obbedienza della fede”.  Tuttavia anche al Magistero ordinario si deve “aderire col religioso ossequio dello Spirito” ( Lumen gentium 26). E’ agli Apostoli e ai loro successori infatti che Cristo ha detto: “ Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato” ( Luca, 10,16).

(P. Livio – Il Credo – Edizioni Sugarco)

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 20″

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sul peccato, peggiore forma di schiavitù

Cari amici, il giorno di Natale del 2012 la Madonna è apparsa a Medjugorje con il Bambino tra le braccia. In quel giorno fu Gesù stesso a dare il Messaggio: «Io sono la vostra pace, vivete i miei Comandamenti», questo è senza dubbio un punto fondamentale per vivere il Natale. In questi giorni ho fatto diverse meditazioni che prospettano un cammino spirituale proprio per vivere la grazia della conversione, di una santa Confessione e di una vita nuova in Cristo. Questa è la migliore preparazione a una serie di prove che dovremo certamente affrontare perché il mondo possa uscire dal pantano nel quale sta affogando.

Gesù ci ha svelato la natura del peccato che è una forma di schiavitù e non di libertà, come invece si proclama nel mondo d’oggi. Chi fa il peccato è schiavo del peccato. È bene considerare la condizione di inquietudine e di illusoria libertà in cui ci si trova a causa della schiavitù dei peccati. Attraverso di essi, satana tiene in catene e trascina verso la perdizione eterna. Chiediamo a Gesù la luce per uscire dall’inganno e, con la Confessione, cambiare radicalmente la tua vita. Con l’assoluzione del sacerdote ci si sente creature nuove.

Dice Gesù: «In verità in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8,34). La parola di Gesù smaschera il sottile inganno del maligno di presentare il peccato come la realizzazione della propria libertà, mentre i comandamenti di Dio sarebbero una imposizione restrittiva. Già nella madre di tutte le tentazioni, quella del Paradiso terrestre, è presente il veleno satanico della falsa autonomia: “Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,5).        

L’astuzia di satana sta nell’incitare alla ribellione presentando l’obbedienza come una rinuncia alla propria capacità di pensare e di decidere. Il maligno insinua che chi crede e obbedisce a Dio avrebbe gli occhi chiusi, cioè sarebbe incapace di intendere e di volere, come si usa dire oggi. L’accoglienza della verità rivelata paralizzerebbe l’intelligenza e impedirebbe all’uomo di scalare le vette del libero pensiero. Nel medesimo tempo la sottomissione alla divina volontà priverebbe l’uomo della propria libertà e della possibilità di decidere autonomamente della propria vita.

In questi sofismi il maligno immette molto di suo. Non bisogna dimenticare che il male ha un’origine angelica. Il primo peccato non è quello dei progenitori, ma degli angeli ribelli. Nello scenario del paradiso terrestre, quando la prima coppia è ancora rivestita di grazia e di santità, il male è già presente nella figura ambigua e contorta del serpente. Le sue parole sono frecce avvelenate che spingono l’uomo alla diffidenza e alla ribellione. In quel “diventerete come Dio”, vi è tutta l’arsura satanica di essere dio al posto di Dio. In che modo l’angelo ribelle e i suoi seguaci hanno pervertito se stessi, compiendo quel peccato che è la radice di ogni altro? Domanda fondamentale che ci consente, sulla scia della divina rivelazione, di risalire alla sorgente originaria del male e, per quanto possibile, di coglierlo nella sua essenza.

Quando Dio ha creato gli angeli e li ha costituiti in grazia, essi non hanno sopportato di essere “creature”, cioè dipendenti da Dio e a Lui sottomesse. Hanno pensato che il fatto di “dipendere” e di “obbedire” fosse un limite insopportabile per la loro intelligenza e la loro libertà. Hanno perciò negato la dipendenza e l’obbedienza, illudendosi così di “diventare come Dio”. In questo modo si sono pervertiti e, da angeli buoni che erano, si sono da se stessi trasformati in malvagi (Catechismo della Chiesa Cattolica 391). Il male è dunque nato come illusione della creatura di non dipendere dal suo Creatore e come rifiuto di accettare la volontà di Dio nell’orientamento del proprio essere. Alla radice del peccato degli uomini vi è il sofisma di satana che prospetta l’esistenza di Dio e della legge morale come un ostacolo alla realizzazione di sé.

L’uomo, ferito dal peccato originale, porta nella sua carne il virus primordiale del male. Egli fa fatica ad accettare che è una creatura e che il suo status esistenziale è quello della dipendenza. Eppure, non è difficile rendersi conto che non ci diamo il nostro essere da noi stessi. Lo riceviamo istante dopo istante come un dono immeritato. Gesù ce lo ricorda con parole che non passeranno mai: “E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?” (Mt 6, 27). Proprio perché è una creatura, e quindi un essere finito, l’uomo non può godere di una libertà assoluta. Non è lui a decidere che cosa è bene e che cosa è male. Le due strade sono già state fissate davanti ai suoi occhi. Lui può scegliere l’una e l’altra, ma di questa sua scelta deve accettare le conseguenze positive o negative.

La libertà creata, sia quella degli angeli come quella degli uomini, ha una caratteristica fondamentale, che invano cercheremmo di modificare. Essa è strutturata in modo tale per cui si realizza quando sceglie il bene e distrugge se stessa quando sceglie il male. Gli uomini concepiscono il libero arbitrio come la facoltà di fare ciò che si vuole. Si tratta però di una rappresentazione non solo parziale ma anche pericolosa. È vero che noi siamo liberi di scegliere e non solo fra i prodotti del supermercato. Tuttavia, specie nell’ambito morale, le scelte hanno una conseguenza che pesa sullo stesso esercizio della libertà. Se infatti noi scegliamo per il bene, sentiamo che il libero arbitrio si rafforza e che la volontà tiene saldamente in mano il timone della nostra vita. L’esperienza esistenziale ci dice che l’uomo si realizza nell’osservanza di quella legge morale che Dio ha impresso nella sua ragione. Gesù a questo riguardo ha pronunciato una sentenza inappellabile: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

La ragione di fondo per cui l’uomo diviene libero facendo il bene, risiede nel fatto che la libertà umana, anche se limitata, è immagine di quella divina. Dio, per quanto onnipotente, non può fare il male. Se lo facesse negherebbe se stesso come Dio. L’impossibilità di fare il male non limita affatto la libertà divina, che per sua natura è una sola cosa con il bene e la verità. La libertà umana, in quanto immagine di quella divina, è orientata al vero e al bene e in essi si realizza. Più uno avanza sulla via della verità e della santità e più è un uomo libero. Gli uomini più liberi in assoluto sono i santi. Nella loro vita si riflette la bellezza e la grandezza della libertà divina. Non si tratta di affermazioni astratte, in quanto ognuno può verificarne la solidità incontrando persone di questo genere.

Se avanzando lungo la via del bene l’uomo si sente sempre più libero, percorrendo quella del male si ritrova sempre più schiavo. Il male diviene un tiranno che lo domina. L’apostolo Paolo, quando parla di “schiavitù del peccato” (Rm 6,8), fa riferimento a una condizione esistenziale che gli uomini conoscono fin troppo bene. Mentre nell’esercizio delle virtù uno diviene padrone di se stesso, nel cedimento ai vizi e ai desideri dell’io egoistico uno perde la capacità di decidere. Il libero arbitrio viene pian piano risucchiato nella palude del vizio, dalla quale è impossibile uscire senza l’aiuto soprannaturale della grazia. Il peccato toglie la libertà e schiavizza persone. Se i santi fanno l’esperienza della libertà dei figli di Dio, i peccatori al contrario provano sulla loro pelle quanto sia spietata la tirannia dell’inferno.

Tuttavia, è sempre possibile la liberazione. Il peccato riduce il libero arbitrio in uno stato agonico. Chi è prigioniero del male non riuscirà mai a liberarsi da solo, anche se lo volesse. La sua è la fatica di Sisifo. San Paolo ha descritto questa situazione in una pagina immortale della lettera ai Romani: “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti, non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio…Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7, 18-25). Solo la grazia può richiamare il libero arbitrio in vita e, attraverso la fatica dell’applicazione quotidiana al bene, ridargli la capacità di guidare la vita.

In questa prospettiva la confessione è un momento di grazia che ridona all’uomo la libertà perduta. Infatti, vengono spezzate le catene del peccato con le quali satana ci teneva legati a sé. Dopo l’assoluzione del sacerdote il cuore si sente leggero e in pace. È come se una macina da mulino ci fosse tolta dalle spalle. Allora ci si rende conto di quanto fosse illusoria la libertà di fare quello che si vuole. Nel medesimo tempo, sulla via della conversione, si comprende che la libertà, quella vera, che permette all’uomo di guidare se stesso, è una conquista quotidiana. Si comprende anche che l’umile obbedienza eleva la persona ad altezze celesti e che il compimento della volontà di Dio permette di realizzare la propria vita come un capolavoro per l’eternità.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”  

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