
Programma di Padre Livio – Lunedì 29 Giugno 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – Diretta video su blogdipadrelivio.it – su Facebook – su Digitale terrestre can 789 delle Tv Smart – su YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 9.00 – 9.15: MEDJUGORJE MAI AVUTO DUBBI
Risposta a una lettera di una ascoltatrice
h. 9.15: LA CITAZIONE DEL GIORNO (14)
Tratta dal Libro: Siate le mie mani di pace
h. 9.15: ATTUALITA’
+La Parola di Papa Leone all’Angelus
+ Venezuela: Tra le macerie del terremoto
+ Clessidra per Radio Maria Venezuela
h. 9.35 – 9.45: VIATICO QUOTIDIANO
Pensiero sulla grandezza dell’umiltà
h. 9.40 – 10.00: I MESSAGGI DELLA MADONNA A MIRJANA
I Messaggi a Mirjana capolavoro di spiritualità
Il silenzio eloquente della Veggente Mirjana
La cessazione delle apparizioni quotidiane col dono del rotolo profetico
Le apparizioni annuale il 18 di ogni mese
La testimonianza del primo Segreto il 26 Ottobre 1985
Il messaggio straordinario del 28 Gennaio 1987
I Messaggi una o più volte all’anno il 2 del mese
L’inizio mensile dei messaggi ogni “due del mese” da luglio 2005 a Marzo 2020
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: CATECHESI DI PADRE LIVIO
Siate le mie mani di pace
BLOG: blogdipadrelivio.it
4,5 milioni utenti attivi nel 2025
2,6 milioni dal 1° gennaio 2026 ad oggi

Non ho dubbi né sulle apparizioni né sui messaggi
Carissimo Padre Livio,
Io ho sempre avuto un grande stima di lei perché dice pane al pane e vino al vino, anche davanti al microfono.
Allora mi dica con chiarezza se crede alle apparizioni della Madonna a Marija e ai messaggi che le vengono dati.
Mi è sembrato che sul messaggio di Giovedì 18 Giugno avesse qualche dubbio. È così?
Quali sono i motivi e come li ha risolti?
Angela da Milano
Cara Angela,
conosco troppo bene la Veggente Marija (ormai sono 40 anni) per avere dei dubbi. In diretta su Radio Maria fra l’altro ho commentato con Lei i messaggi del 25 del mese per 13 anni.
Ribadisco la mia ferma convinzione che i Veggenti sono sinceri e credibili quando affermano di vedere la Madonna e di ricevere i suoi Messaggi.
Per quanto riguarda il Messaggio in questione (che io conosco solo nella versione italiana) non ho capito perché non è stato inviato all’Autorità ecclesiastica per la consueta approvazione.
Ho dovuto farlo io, anche perché non pochi nostri ascoltatori lo hanno giustamente richiesto, essendo un messaggio piuttosto particolare.
Ho sentito dire che la Novena sul Podbrdo, con eventuali messaggi, non comportava un controllo dell’Autorità ecclesiastica. Non so quanto questo sia vero.
Sono molto grato a sua Eminenza il Card Fernandez per avere preso a cuore la questione e avere espresso il suo autorevole pensiero.
Concludendo: mi sono fatto la convinzione che, nonostante il Nulla Osta, il diavolo è più che mai al lavoro e non sarà facile scovarlo.
Dobbiamo vegliare e pregare perché, come ci ha ammonito la Regina della pace, satana “non dorme” mentre noi siamo “addormentati”.
Ave Maria
Padre Livio

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Sudefuturi.it – 28-6-2026
LA RISPOSTA DEL VESCOVO ANTONIO STAGLIANO’ AL FILOSOFO GALIMBERTI

28/06/2026
Perché un filosofo che critica il cristianesimo dovrebbe almeno studiare il lessico che usa
«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe». Questi celebri versi di Eugenio Montale, tratti da Ossi di seppia, ci mettono in guardia contro una delle tentazioni più antiche e pericolose dell’intelletto umano: quella di credere di poter imprigionare la complessità della vita – e dell’animo umano – in una definizione unica, netta, geometrica. La realtà, soprattutto quella spirituale e culturale, è informe, sfuggente, contraddittoria. Eppure, guardando i video di Umberto Galimberti che impazzano sui social e sui reel dei festival filosofici, viene spontaneo chiedersi: il filosofo ha forse dimenticato questo monito?
Con la consueta sicurezza che lo rende amatissimo dal pubblico, Galimberti sentenzia, in una di queste apparizioni pubbliche: «Tutti pensiamo all’individuo prima che alla comunità. Questo è un lascito cristiano». La frase è perfetta per diventare virale: è breve, è provocatoria, e sembra smascherare una presunta ipocrisia di duemila anni di storia. Peccato che dal punto di vista storico, filosofico e teologico, sia vero esattamente l’opposto. Non si tratta di una disputa da sacrestia o di una difesa d’ufficio del cristianesimo. Si tratta, molto più semplicemente, di onestà filologica. Se un intellettuale pubblico critica una cultura millenaria che ha plasmato l’Occidente, ha il dovere deontologico di conoscerne il lessico. Altrimenti, come in questo caso, non fa critica: costruisce un fantoccio di cartapesta per poi abbatterlo con facilità, raccogliendo l’applauso di chi quel lessico non lo conosce.
Vediamo, punto per punto, perché l’affermazione di Galimberti regge solo se si ignorano le fonti.
L’anacronismo di partenza:
l’“individuo” non è un concetto cristiano
Partiamo dal lessico. La parola individuum, in latino, è il neutro sostantivato di individuus, che significa letteralmente «ciò che non può essere diviso», «ciò che è uno e chiuso in sé». Nell’antropologia filosofica moderna, questo termine indica un’entità atomizzata, autosufficiente, titolare di diritti e di doveri in quanto soggetto separato dagli altri. È il protagonista del contrattualismo di Hobbes, del giusnaturalismo di Locke, dell’autocoscienza di Cartesio e, infine, dell’individualismo possessivo del liberalismo borghese e del capitalismo.
Ora, questa accezione – che Galimberti dà per scontata e universalmente valida – è un prodotto storicamente tardivo della cultura occidentale. Nasce con il nominalismo di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo, che dissolve le essenze universali in singolarità separate, e viene consacrata dall’Illuminismo. Ma non appartiene né alla Bibbia, né ai Padri della Chiesa, né alla grande Scolastica medievale. Quando Galimberti afferma che il cristianesimo ci ha lasciato in eredità l’individuo, compie un clamoroso anacronismo: proietta sul mondo giudaico-ellenistico del I secolo una categoria che è tutta moderna e borghese. È come se uno storico della scienza attribuisse a Galileo le teorie della relatività di Einstein: non è un’interpretazione, è un errore di datazione.
Il lessico autentico del cristianesimo:
la “persona” come relazione
Se Galimberti avesse aperto i testi dei grandi Concili ecumenici o le opere dei Padri della Chiesa, avrebbe scoperto che il cristianesimo delle origini non parla affatto di individui, ma di persone. E la persona, nella riflessione cristiana, è l’esatto opposto dell’individuo autocentrato.
Il termine persona (dal greco pròsopon, che indicava la maschera dell’attore ma anche il volto che si mostra nella relazione) viene forgiato nei dibattiti cristologici e trinitari del IV e V secolo. I Padri Cappadoci – Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno – lo utilizzano per parlare della Trinità: le tre Persone divine non sono tre individui separati e isolati, ma tre modi di essere-in-relazione (il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito che procede). L’essere persona, per il cristianesimo, è ontologicamente legato all’essere-con e all’essere-per. Non esiste persona senza relazione.
Tommaso d’Aquino, nel Medioevo, definirà la persona come «ciò che è più perfetto in tutta la natura», proprio perché capace di aprirsi all’altro e a Dio, superando la chiusura della mera sostanza individuale. Rosmini ne parlava come “relazione amativa capace di inaltrarsi”, cioè di immedesimazione ed empatia. E il Concilio Vaticano II, nel secolo scorso, ha ribadito con forza un principio che dovrebbe far riflettere il filosofo: «L’uomo, sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per sé stesso, non può ritrovare pienamente sé stesso se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes, 24). Tradotto: l’umano si realizza non chiudendosi nella propria individualità, ma donandosi. Non c’è traccia, qui, dell’individuo solipsista e autocentrato descritto da Galimberti. La persona cristiana è, per sua natura, comunione.
Una salvezza che non è mai privata
Dal primo equivoco lessicale deriva il secondo, altrettanto grave. Galimberti, nei suoi interventi, dipinge il cristiano come un egoista spirituale: uno che pensa unicamente alla salvezza della propria anima, disinteressandosi totalmente della comunità. Chiunque però abbia una minima conoscenza del cattolicesimo sa che la salvezza, in questa tradizione, non è mai una faccenda “fai da te”.

Il Battesimo non è un atto privato: è l’ingresso in un Corpo Mistico, come insegna san Paolo nella lettera ai Romani (12,5): «Molti siamo un solo corpo in Cristo». L’Eucaristia è il sacramento della communio – comunione – che è, per definizione, un fatto ecclesiale, comunitario e pubblico. Se un cristiano si disinteressasse del prossimo e della comunità, non sarebbe un buon fedele, ma un peccatore, perché verrebbe meno al comandamento dell’amore che è il cuore stesso del Vangelo.
Gesù, nel celebre passo del giudizio finale (Matteo 25), non chiede quante preghiere abbiamo recitato, ma se abbiamo dato da mangiare all’affamato, se abbiamo visitato il carcerato, se abbiamo accolto lo straniero. La salvezza si costruisce qui, nelle relazioni concrete, ma non è mai privata: è, al contrario, l’antidoto più radicale contro l’isolamento individualista.
Il meccanismo del “fantoccio” (o straw man)
L’operazione retorica di Galimberti è, dunque, piuttosto trasparente, e corrisponde perfettamente a quella che in logica si chiama la fallacia dello straw man, ovvero dell’uomo di paglia. Il filosofo compie tre passaggi: prende un concetto – l’individuo – che appartiene alla filosofia moderna (da Hobbes al contrattualismo illuminista, fino al neoliberalismo); lo attribuisce abusivamente al cristianesimo, spacciandolo per un «lascito» di duemila anni; lo accusa di essere autoreferenziale, egoista e anti-comunitario, e conclude trionfante: «Vedete? Il cristianesimo è individualista!».
Il trucco però è sotto gli occhi di tutti: il cristianesimo cattolico storico e dottrinale non ha mai difeso l’individuo atomizzato. Lo ha sempre combattuto, in nome della persona e della comunità. Galimberti demolisce un bersaglio che non esiste nella tradizione che dice di voler criticare. È una semplificazione comoda, certo, e funziona benissimo sui social, dove la complessità non ha diritto di cittadinanza. Ma è intellettualmente disonesta.
Un invito al dialogo, non alla polemica
Il pubblico che segue Galimberti sui social, che condivide i suoi reel e lo applaude nei festival, ha diritto a una critica del cristianesimo che sia accurata, leale, informata. Non a una caricatura costruita su una parola fraintesa. Perché la verità, anche quando scomoda o spiazzante, merita rispetto. E il cristianesimo – checché se ne dica – è un fenomeno storico, culturale e antropologico di tale complessità che liquidarlo con un equivoco lessicale non è coraggio intellettuale. È, con tutto il rispetto, pigrizia.
Galimberti cerca la «parola che squadri da ogni lato» l’animo cristiano, come scriveva Montale. Ma forse, se riaprisse i testi con più attenzione e meno fretta, scoprirebbe che quella parola non è individuo. È persona.

“Fratelli e sorelle della famiglia di Radio Maria in Italia ,non siamo più in grado di trasmettere su radiofrequenza perché l’impianto elettrico della postazione AM che copre tutta la regione di Caracas è gravemente danneggiato.
Non abbiamo energia elettrica e ci servono il prima possibile generatori per tornare in trasmissione con il nostro popolo che ha bisogno di conforto preghiera vicinanza e aiuto spirituale.
La nostra torre tecnica che era già in precarie condizioni va sostituita ma in un secondo momento perché ora non e’ di primaria esigenza .
La nostra sede sembra non avere subito danni infrastrutturali. Stiamo facendo le verifiche.
Abbiamo necessità di essere accompagnati nel far funzionare tutte le attività quotidiane perché con l’emergenza nazionale non siamo più in grado di farci aiutare dalla nostra gente che ha perso tutto.
Dobbiamo tornare adesso più che mai, a comunicare la speranza cristiana.
Dobbiamo darci da fare e ripristinare tutto il più presto possibile
Grazie per quanto potrete fare per noi.
Preghiamo insieme, pregate per noi
Che il Signore con la sua e nostra santissima Madre ci benedicano.
Radio Maria Venezuela
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Per riattivare la AM di Radio Maria su Caracas
“Grazie perché siete venuti con questo caldo!”, dice il Papa
Papa Leone XIV | | Vatican Media /EWTN
Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano, domenica 28 giugno 2026, 12:10 (ACI Stampa).
Anche oggi alle ore 12, XIII Domenica del Tempo Ordinario, nonostante il grande caldo di questi giorni a Roma e in Italia, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con tutti i fedeli riuniti a Piazza San Pietro. A Roma oggi si arriverà a 38 gradi, ma questo non ha fermato i tanti che si sono radunati per ascoltare le parole del Papa. Il Pontefice ricorda subito che nel Vangelo di oggi “ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno”. “Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui”.
Il Papa inizia dal “distacco”, tema del Vangelo di oggi. Gesù dice: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. “Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame.
Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori per impegnarsi nella relazione coniugale”.
Oppure il Papa fa l’esempio dei figli: saranno felici solo educandoli a “camminare con le loro gambe”. “Solo perdendo quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire. In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere.
L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio”, commenta il Pontefice.
“Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni”, dice il Papa.
“Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete. Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli”, conclude infine il Papa la meditazione dell’Angelus di oggi.
Subito dopo la recita della preghiera mariana il Pontefice passa ai consueti saluti. Il primo saluto è in lingua spagnola. Il Papa ricorda la popolazione venezuelana, colpita da un violento terremoto che ha provocato numerose vittime, quasi mille morti, danni materiali incalcolabili ecc. Il Pontefice rinnova, in lingua spagnola, la sua vicinanza spirituale a chi è stato colpito da questa tragedia. E ringrazia chi sta aiutando e offrendo assistenza