
disponibile su tutti gli store online e
-messaggi WhatsApp 348 6822721
-segreteria 031 610600
[email protected]
diFederico Rampini| 5 ottobre 2026 – Coriere della Sera
L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace. Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento
Respinta sul fronte convenzionale, Mosca sposta la battaglia dove l’Europa è più debole. Perché la sua difesa è calibrata sulla guerra sbagliata. L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace.
Per diversi giorni consecutivi i droni russi hanno colpito i ponti di Kiev sul Dnepr. Il Ponte Nord, una delle arterie che uniscono le due rive della capitale, è stato centrato di nuovo: traffico sospeso, code interminabili. Nelle stesse ore bombe plananti e droni hanno ucciso cinque persone nella regione di Kharkiv, un mercantile battente bandiera liberiana è stato colpito nella regione di Odessa uccidendo un marinaio, e cinque fra missili e droni russi sono esplosi in territorio moldavo, come ha denunciato la presidente Maia Sandu. Il ministero degli Esteri russo annuncia nuove «rappresaglie di massa» contro Kiev e invita diplomatici e stranieri a lasciare il paese. Le Nazioni Unite hanno documentato almeno 15.000 vittime civili, tra morti e feriti, nei primi otto mesi del 2026.
È la cronaca di un fine settimana qualsiasi nel quinto anno della guerra.
Per decifrarla serve però un’altra chiave. La forniscono tre testi usciti in questi giorni: un saggio di Alina Frolova sulla rivista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra; un’analisi di Alina Polyakova e Christopher Walker, ai vertici del Center for European Policy Analysis di Washington; un reportage del Wall Street Journal sul primo missile balistico made in Ukraine.
Frolova, ex viceministra della Difesa ucraina e oggi al Centre for Defence Strategies di Kiev, scrive che la Russia sta perdendo la guerra convenzionale. Un anno fa a Bruxelles le chiedevano come Kiev avrebbe compensato l’inferiorità numerica; lei rispondeva che contava la rivoluzione dei droni. I dati che cita, dell’Institute for the Study of War, sono eloquenti: fra dicembre 2025 e maggio 2026 le forze russe hanno guadagnato circa 40 chilometri quadrati netti e ne hanno persi oltre 280. Il fronte è rimasto quasi immobile nonostante la superiorità di Mosca in uomini e mezzi.
Ecco il punto cruciale.
Una potenza eversiva a cui viene negata la vittoria convenzionale non accetta la sconfitta: cerca un altro campo di battaglia.
E il più promettente, visto dal Cremlino, è l’Europa.
Non un’invasione, che richiederebbe anni di preparazione, ma attacchi rapidi e spettacolari: sciami di droni su infrastrutture critiche, incursioni di piccole unità, guerra elettronica e cyber contro uno o più paesi europei, con ogni probabilità i Baltici o la Polonia.
Lo scopo non è conquistare territorio, ma dimostrare agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev non si misura più in euro e munizioni, bensì nella sicurezza delle loro città. Nella logica russa l’obiettivo non è sconfiggere l’Europa; è costringerla all’acquiescenza.
Qui sta l’errore dei governi. La difesa europea, dai bilanci agli acquisti, è calibrata su un’ipotesi condivisa: che la Russia ricostituisca entro il 2029 una capacità convenzionale sufficiente a minacciare la Nato. L’Europa si prepara alla guerra del 2029 mentre quella del 2026 è già cominciata.
Polyakova e Walker mettono in fila episodi apparentemente sparsi: droni sulle ferrovie dell’Ucraina occidentale che hanno sfiorato ex leader come Carl Bildt e Boris Johnson; un drone armato abbattuto da caccia Nato sopra la Lituania; un incendio doloso contro un fornitore estone; un rogo sospetto in un impianto polacco di componenti missilistici; sabotaggi alle reti elettriche ad alta tensione in Germania. Esplosioni misteriose in uno stabilimento italiano della difesa. L’Europa non è spettatrice: è sulla mappa dei bersagli.
Per gli autori del Cepa sono elementi di un’unica campagna.
Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento. Il tutto accompagnato da campagne di disinformazione potenziate dall’AI per logorare il consenso all’Ucraina, con la Cina nel ruolo di retrovia indispensabile. Le nostre democrazie rispondono con gli strumenti del tempo di pace: il sabotaggio diventa un incendio doloso qualunque, il cavo sottomarino tranciato un incidente di navigazione, il cyberattacco un guasto tecnico. Ogni episodio finisce sul tavolo di una procura locale, mentre il disegno complessivo resta senza risposta. Frolova dice lo stesso: l’Europa vede benissimo sabotaggi e incursioni, ne discute, ma non li concepisce come parte di una campagna già in corso.
Perché questa cecità? L’Unione europea è nata come progetto di pace, e le sue istituzioni ne portano il marchio genetico: consenso, procedure pesanti affidate a burocrazie pletoriche, mediazione tra interessi nazionali. Virtù preziose in tempo di pace, che in guerra diventano un costo. Ogni soglia superata nelle forniture a Kiev, dai carri armati agli F-16, ha richiesto mesi di negoziati su chi dovesse muoversi per primo. La domanda non è mai stata che cosa serve sul campo, ma che cosa si riesce ad approvare e come gestirne le ricadute elettorali. Le decisioni che a Bruxelles si misurano in mesi, al fronte si misurano in vite umane e chilometri.
La stessa logica distorce il riarmo. I bilanci militari crescono, ma il denaro affluisce soprattutto verso piattaforme tradizionali, carri armati, artiglieria, grandi programmi aeronautici, con le loro filiere consolidate e le loro lobby industriali. Non che i mezzi pesanti siano obsoleti; ma la loro sopravvivenza dipende ormai dall’integrazione con droni, sensori e guerra elettronica, proprio i settori in cui gli ucraini hanno imparato più in fretta. In Italia il dibattito sul riarmo è ancora ingabbiato nelle percentuali di Pil; la domanda vera è che cosa comprare, e per difendersi in quale guerra. Senza contare il vuoto al centro dell’edificio: con un ridimensionamento americano diventato plausibile, la deterrenza nucleare franco-britannica resta un cantiere aperto.
La proposta più audace riguarda l’Ucraina stessa. Da dodici anni l’Europa si chiede come aiutare Kiev: una relazione tra fornitore e destinatario che produce pacchetti di aiuti, non una strategia. Eppure l’esercito ucraino è il più esperto e collaudato del continente, l’unico ad aver combattuto per oltre quattro anni una guerra ad alta intensità contro il nemico che i nostri stessi pianificatori indicano come minaccia principale. Un comandante onesto lo considererebbe la componente centrale delle forze disponibili, non un beneficiario di assistenza.
Da qui l’idea di un quadro operativo congiunto, persino un quartier generale comune Europa-Ucraina, che integri difesa aerea, intelligence e logistica europee con la potenza di combattimento ucraina, portando i tempi decisionali dalla velocità della diplomazia a quella militare. Nessun soldato europeo andrebbe a combattere in Ucraina, ma la separazione tra chi combatte e chi aiuta verrebbe superata. Il precedente evocato è il comando alleato della Seconda guerra mondiale, che trattava l’Unione Sovietica di Stalin, alleato scomodo, come parte della strategia comune perché la logica militare lo imponeva.
Qualcosa esiste già in embrione: la Joint Expeditionary Force a guida britannica ha fatto dell’Ucraina il suo primo partner potenziato esterno alla Nato, e la Polonia discute se intercettare i missili russi già nello spazio aereo ucraino. Il Cepa arriva a conclusioni parallele: rispondere alla campagna e non al singolo episodio, fissare linee rosse esplicite lasciando ambigua la rappresaglia perché Mosca associ ogni sabotaggio a una perdita tangibile.
Il reportage del Wall Street Journal aggiunge un tassello e insieme un’avvertenza. Giovedì Kiev ha lanciato per la prima volta in combattimento un missile balistico interamente ucraino, l’FP-7 di Fire Point, contro un obiettivo nei territori occupati. Secondo il costruttore colpisce a circa 250 chilometri con una testata di oltre 200 chili. Kiev entra così in un club di una dozzina di paesi capaci di costruirli. «Ora la produzione», ha commentato Zelensky. Michael Kofman del Carnegie Endowment ricorda che tutto dipende dalla cadenza produttiva, e i missili da crociera Neptune e Flamingo si usano di rado proprio perché se ne fabbricano pochi. La Russia non ha questi vincoli: a luglio ha lanciato 195 missili balistici e ipersonici, un record. Kiev è a corto di intercettori Patriot, e Zelensky ammette di dover impiegare i caccia contro i droni a reazione russi, con munizioni anch’esse in esaurimento.
I missili caduti in Moldavia, i droni sopra la Polonia e la Lituania, le esplosioni negli impianti europei sono fatti, non ipotesi. E la storia recente insegna. Dopo la Georgia nel 2008 la Russia si è riorganizzata per sei anni prima di prendersi la Crimea; tra il 2014 e il 2022 ha usato il conflitto congelato per riarmarsi. Ogni volta l’Europa, passato lo shock, è tornata a cercare la normalizzazione. Se domani un cessate il fuoco congelasse il fronte, la tentazione di dichiarare chiusa la partita sarebbe fortissima. Per Mosca sarebbe soltanto un intervallo.
Trump ha perso la pazienza con il Cremlino, anche se il Pentagono continua a fornire un supporto essenziale contro i russi; le capitali europee hanno di fatto sostituito Washington come principali sostenitori finanziari di Kiev. È un ruolo che hanno ereditato senza sceglierlo, e che continuano a interpretare con la mentalità del donatore anziché con quella del bersaglio. Frolova la chiama una forma sofisticata di impreparazione.
5 ottobre 2026, 16:11 – modifica il 5 ottobre 2026 | 16:58
Miriana: La Madonna era molto triste. Per tutto il tempo aveva le lacrime negli occhi.
«Cari figli, mentre guardo nei vostri cuori, il mio cuore si riempie di dolore e fremito. Figli miei fermatevi per un attimo e guardate nei vostri cuori. Il Mio Figlio, vostro Dio è veramente al primo posto? Sono veramente le sue leggi la misura della vostra vita? Vi avverto di nuovo: senza fede non c’è la vicinanza di Dio, non c’è la parola di Dio che è la luce della salvezza e la luce del buon senso».
Mirjana ha aggiunto: io con dolore ho pregato la Madonna di non lasciarci, di non togliere le mani da noi. Alla mia richiesta, Lei ha fatto un sorriso doloroso e se ne è andata. Questa volta non ha detto “Vi ringrazio”. Ha benedetto tutti noi e tutti gli oggetti sacri. (Messaggio del 2 dicembre 2017)
Questo Messaggio è molto drammatico. La veggente Mirjana ha specificato che la Madonna era molto triste. La Regina della pace già in altri Messaggi ha espresso il suo dispiacere per le anime che si perdono dicendo «non permettete che il mio Cuore pianga lacrime di sangue per le anime che si perdono nel peccato» (Messaggio del 24 maggio 1984). La Madonna guarda nella profondità dei nostri cuori e il suo sguardo legge gli orientamenti a Dio, legge chi è ospitato nel nostro cuore e cioè se c’è Cristo o il diavolo. La Madonna va all’essenziale, vede che nei nostri cuori c’è il peccato, vede che nei nostri cuori si è insediato satana.
Ogni volta che, dopo aver commesso un peccato mortale non ci pentiamo e rimaniamo al guinzaglio del demonio, siamo rami secchi staccati dalla vite, buoni per essere gettati nel fuoco. La Madonna ci invita a fermarci e a guardare dentro di noi, nella luce di Dio, magari davanti al Crocifisso. Troviamo momenti della giornata in cui raccoglierci, da soli, per guardare dentro di noi e vedere che cosa c’è nel nostro cuore. Chiediamoci chi abita nel nostro cuore. Se siamo in peccato mortale nel nostro cuore abitano il maligno, la schiavitù del peccato, la tenebra e la morte; morendo in peccato mortale, senza pentimento, andiamo all’inferno. Sono parole della Divina Rivelazione, sono parole che non si possono cambiare a nostro piacimento altrimenti facciamo il gioco del diavolo che ci avviluppa con un altro giro di catene.
Chiediamoci se al primo posto nei nostri desideri, nei nostri interessi, nelle nostre costruzioni di vita, nei nostri obiettivi c’è veramente Gesù. Chiediamoci se siamo i suoi servitori, i suoi apostoli, i suoi amici. Gesù è veramente al primo posto oppure di Lui non ci importa niente? Gesù è per noi il Signore oppure, benché ci diciamo cristiani, ne neghiamo la signoria e la divinità? Quanti cristiani, infatti, hanno perso la fede con il modernismo che ha ridotto Gesù a un uomo, a un semplice profeta e magari sono anche ministri di Dio?
Chiediamoci chi è per noi Gesù Cristo. È il Figlio di Dio Redentore del mondo? È l’Agnello di Dio che ha espiato i peccati del mondo per nostro amore e al nostro posto? Chiediamoci, inoltre, se la nostra vita è impostata sull’amore per Dio e per il prossimo, ovvero su quei due mandati di Dio che racchiudono tutti i Comandamenti. La Madonna poi ci avverte di nuovo a stare attenti a quello che facciamo perché senza fede non c’è la vicinanza di Dio. Se non abbiamo la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio e Redentore del mondo siamo lontani da Dio. Se non crediamo nella divinità di Gesù, la Parola di Dio diventa parola umana. La Parola di Dio è luce di salvezza e orienta la coscienza sul bene da fare e il male da evitare; senza Dio non abbiamo questa luce che ci guida sulla vita della salvezza. Senza Dio ci manca l’obiettivo della vita che è il raggiungimento del Paradiso, è il raggiungimento di Dio. Mediante la fede e l’osservanza dei Comandamenti percorriamo la strada che ci porta in Paradiso.
Più di una volta la Madonna ha minacciato di lasciarci o di non dare più Messaggi, ma poi i suoi ammonimenti hanno avuto effetto e quindi ci ha riconfermato la sua presenza e i suoi Messaggi. La Regina della pace all’inizio della Quaresima del 1984 aveva deciso di non dare più Messaggi. Padre Slavko si è reso conto che la Madonna aveva in mente di fare qualcosa di molto severo e ha suscitato un rinnovamento spirituale della Parrocchia. È stata una Quaresima molto applicata e vissuta dal punto di vista spirituale tanto che la Madonna il Giovedì Santo ha detto: «Cari figli, vi ringrazio perché nei vostri cuori avete cominciato a pensare di più alla gloria di Dio. Oggi è il giorno in cui volevo cessare di darvi dei Messaggi, perché alcuni non mi hanno accolto. La parrocchia comunque ha fatto progressi, e desidero darvi dei messaggi come mai è avvenuto in nessun luogo nella storia dall’inizio del mondo. Grazie per aver risposto alla mia chiamata» (4 aprile 1985).
Il nostro comportamento ha un effetto su Maria, se andiamo dalla parte del diavolo ovviamente il suo cuore si riempie di dolore e di fremito e versa lacrime di sangue; sorride ed è piena di gioia per tutte le volte che, invece, la seguiamo sulla via della salvezza. Al termine di questo Messaggio la Madonna non ha ringraziato. Anche una parola detta o non detta dalla Madonna ha valore. Facciamo in modo che le nostre giornate termino con la certezza che la Madonna possa dire: «Grazie perché avete risposto alla mia chiamata».
