BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Il Papa: la fede non risparmia dal peccato, ma Dio non si scandalizza delle fragilità

All’udienza generale il Pontefice sviluppa la sua catechesi sul tradimento di Giuda che Gesù annuncia nell’ultima cena senza fare il nome del discepolo e spiega che Cristo “non denuncia per umiliare. Dice la verità perché vuole salvare”. “Noi siamo abituati a giudicare. Dio, invece, accetta di soffrire – dice Leone -. Non rinuncia a spezzare il pane anche per chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano 13 Agosto 2025

“Sono forse io?”. È la domanda che si pongono i discepoli quando Gesù, durante l’ultima cena, “rivela” che uno di loro “sta per tradirlo”, ma non per “condannare” bensì per “mostrare quanto l’amore, quando è vero, non può fare a meno della verità”. Quell’interrogativo possiamo rivolgerlo a noi stessi, dice Leone XIV nella catechesi dell’udienza generale, “per aprire uno spazio alla verità nel nostro cuore”. Il consueto appuntamento del mercoledì con i fedeli si svolge nell’Aula Paolo VI, anziché in Piazza San Pietro, per le elevate temperature previste oggi, 13 agosto, e prima di entrare il Papa saluta quanti sono radunati fuori, nel cortile del Petriano: “Buongiorno a tutti, buenos dias, bom dia, ci vediamo dopo l’udienza, passeremo di nuovo di qua. Dio vi benedica”.

Leone XIV: supplicate Dio di donare la pace ai popoli che vivono la tragedia della guerra

Il cammino della salvezza

Proseguendo le catechesi su “La Pasqua di Gesù”, nell’ambito del ciclo giubilare “Gesù Cristo nostra speranza”, Leone si sofferma sul tradimento avvenuto nella cena pasquale e invita a riflettere tutti sulla propria fragilità, sul fatto che, “pur volendo amare” si può anche “ferire”.  Ma è da “questa consapevolezza che inizia il cammino della salvezza”, dalla presa di coscienza che “potremmo essere noi a spezzare la fiducia in Dio”, la quale può essere però raccolta, custodita e rinnovata.

In fondo, questa è la speranza: sapere che, anche se noi possiamo fallire, Dio non viene mai meno. Anche se possiamo tradire, Lui non smette di amarci. E se ci lasciamo raggiungere da questo amore – umile, ferito, ma sempre fedele – allora possiamo davvero rinascere. E iniziare a vivere non più da traditori, ma da figli sempre amati.

Un momento dell'udienza generale

Un momento dell’udienza generale   (@VATICAN MEDIA)

Il male è reale ma non ha l’ultima parola

È in particolare “sul modo in cui Gesù parla” che il Pontefice richiama l’attenzione: “non alza la voce, non punta il dito, non pronuncia il nome di Giuda” e induce ciascuno ad un esame di coscienza. Insomma “non denuncia per umiliare. Dice la verità perché vuole salvare”. Ma per essere salvati, aggiunge Leone, occorre “sentire che si è coinvolti”, “amati nonostante tutto”, e ancora “che il male è reale ma non ha l’ultima parola” e che “solo chi ha conosciuto la verità di un amore profondo può accettare anche la ferita del tradimento”.

Il Vangelo non ci insegna a negare il male, ma a riconoscerlo come occasione dolorosa per rinascere.

Il Papa tra i fedeli in Aula Paolo VI

Il Papa tra i fedeli in Aula Paolo VI   (@Vatican Media)

Dio accetta di soffrire

E non devono inquietare le ulteriori parole di Gesù: “Guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”, “vanno intese bene”, chiarisce il Papa, perché “non si tratta di una maledizione” ma di “un grido di dolore”.

Noi siamo abituati a giudicare. Dio, invece, accetta di soffrire. Quando vede il male, non si vendica, ma si addolora.

Il Papa accolto da alcuni pellegrini prima di arrivare nell'Aula Paolo VI

Il Papa accolto da alcuni pellegrini prima di arrivare nell’Aula Paolo VI   (@Vatican Media)

Gesù continua a fidarsi di noi

E in effetti “quel ‘guai’” in greco è “un ‘ahimè’, un’esclamazione di compassione sincera e profonda” di fronte al fatto che “se rinneghiamo l’amore che ci ha generati, se tradendo diventiamo infedeli a noi stessi”, in pratica “smarriamo il senso del nostro essere venuti al mondo e ci autoescludiamo dalla salvezza”.

Se riconosciamo il nostro limite, se ci lasciamo toccare dal dolore di Cristo, allora possiamo finalmente nascere di nuovo. La fede non ci risparmia la possibilità del peccato, ma ci offre sempre una via per uscirne: quella della misericordia. Gesù non si scandalizza davanti alla nostra fragilità. Sa bene che nessuna amicizia è immune dal rischio del tradimento. Ma Gesù continua a fidarsi.

Così Cristo “non rinuncia a spezzare il pane anche per chi lo tradirà”, conclude il Papa, sottolineando che “la forza silenziosa di Dio” è non abbandonare mai “il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo”.

Terminata la catechesi e i saluti nelle varie lingue, il Pontefice, dopo essersi soffermato con alcuni gruppi, malati, giovani e sposi, si è spostato all’esterno dell’Aula, dove ha rivolto alcune parole ai pellegrini accolti nel cortile del Petriano. Leone ha poi raggiunto la Basilica di San Pietro per salutare gli altri fedeli.

Alcune suore donano al Papa un pupazzo con le sue sembianze

Alcune suore donano al Papa un pupazzo con le sue sembianze   (@Vatican Media)

Nel pomeriggio il Papa si trasferisce in auto a Castel Gandolfo, nella residenza di Villa Barberini, all’interno delle Ville Pontificie, per un secondo periodo di riposo. Durante il soggiorno, venerdì 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, alle 10, il Pontefice celebrerà la Messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, e alle 12 reciterà l’Angelus dall’ingresso del Palazzo Pontificio, in piazza della Libertà, sempre a Castel Gandolfo. Domenica 17 agosto, poi, Leone XIV presiederà la Messa nel Santuario di Santa Maria della Rotonda, ad Albano Laziale, con i poveri assistiti dalla Caritas diocesana e gli operatori. Seguirà alle 12 la recita dell’Angelus in piazza della Libertà, a Castel Gandolfo. Al termine il Papa condividerà il pranzo con i poveri e gli assistiti della Caritas nel Borgo Laudato si’, all’interno delle Ville Pontificie. 

La devozione di Leone XIV alla Beata Vergine Maria

13 Agosto 2025 

di Cristina Siccardi CR1911

Nel presente pontificato è emerso finora un sentito richiamo alla Beata Vergine Maria, che dimostra la profonda devozione mariana di Leone XIV. Questa sensibilità del Papa proviene anche dalla sua intima formazione agostiniana, dettata, quindi, dalla mariologia del Vescovo d’Ippona non solo conosciuta, ma spiritualmente elaborata e interiorizzata.

Il 15 di agosto viene celebrata la solennità di Maria Assunta in Cielo e attendiamo le parole del Pontefice su questo dogma di fede, che racchiude l’eccezionalità della natura divinizzata della Madonna, preservata dal peccato originale, quindi dalla corruzione dell’anima (il peccato, anche veniale) come del corpo (rimasto integro e salito al Cielo).

Da sempre unito all’amore per la Vergine Maria, durante la malattia terminale di papa Francesco, il cardinale Prevost, allora prefetto del Dicastero per i Vescovi, aveva già guidato una preghiera pubblica in piazza San Pietro con la recita del Rosario e delle Litanie Lauretane, davanti all’immagine di “Maria Madre della Chiesa”.

Il neo Pontefice, per volontà provvidenziale, è salito al soglio di san Pietro sotto il segno di Maria Santissima, l’8 maggio, che è il giorno in cui l’Ordine agostiniano la celebra, fin dal XIII secolo, con il titolo di Madonna delle Grazie; ma è anche il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, che Leone XIV ha ricordato nel suo primo discorso di ingresso come Pontefice al momento dell’affaccio da San Pietro e, prima della benedizione urbi et orbi, affidando il suo ministero e tutta la Chiesa all’intercessione di Maria: «La nostra Madre Maria vuole sempre camminare al nostro fianco… Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo, e chiediamo a Maria, nostra Madre, questa grazia speciale».

Vergine, Madre di Dio, Corredentrice con il Figlio del genere umano, la Madonna, secondo la tradizione della Chiesa, è protagonista nella Storia della Salvezza. Ella è Madre del Verbo, ma è anche modello della Chiesa, in grado di intercedere attivamente al cospetto di Dio in favore delle anime in terra e per il loro destino eterno. Secondo sant’Agostino, la maternità e la verginità della Madonna sono mirabilmente unite per professare nella fede la realtà che Cristo è vero uomo e divinamente è stato concepito perché vero Dio. Il Padre e Dottore della Chiesa disse in una omelia di Natale: «Questo giorno per noi venne reso sacro non dall’astro solare che vediamo, ma dal Suo Creatore invisibile quando, divenuto visibile per noi, Lo partorì la Vergine Madre, feconda pur rimanendo integra, anche Lei creata dal Creatore invisibile. Vergine nel concepirLo, vergine nel generarLo, vergine nel portarLo in grembo, vergine dopo averLo partorito, vergine per sempre. Perché ti meravigli di questo, uomo? Era conveniente che nascesse così Dio, quando si degnò di diventare uomo» (Sermone 186, 1).

Al suo primo Regina Caeli, l’11 maggio scorso, Leone XIV ha invocato la Madonna, descrivendola come colei che «ci accompagna nel seguire Gesù», per poi concludere cantando in prima persona e con solennità la preghiera con cui i fedeli chiedono alla madre del Risorto di intercedere per loro presso Dio.

Leone XIV ha chiaramente fatto intendere di aver posto la sua missione sotto la protezione e intercessione di Maria Vergine, Madre della Chiesa, anche durante la sua omelia del 25 maggio scorso, durante la santa Messa celebrata nella Basilica di San Giovanni in Laterano per l’insediamento sulla Cathedra Romana. Inoltre, nel suo primo sabato, giorno tradizionalmente dedicato a Maria Santissima, ha visitato il Santuario della Madre del Buon Consiglio a Genazzano, in provincia di Roma, amministrato dagli Agostiniani e, in questo luogo venerato anche da Leone XIII, il Papa che istituì la festa della Regina del Santissimo Rosario nel 1883, ha guidato la preghiera composta da Giovanni Paolo II alla Madre del Buon Consiglio, esortando tutti quanti con queste parole: «Come la Madre non abbandona mai i suoi figli, anche voi siate fedeli alla Madre». Nello stesso giorno si è recato nella basilica di Santa Maria Maggiore, pregando davanti alla statua dell’Ave Regina Pacis.

La tradizione attribuisce l’introduzione del titolo mariano di Mater Boni Consilii a papa Marco, che evangelizzò il territorio di Genazzano nel IV secolo, città in cui papa Sisto III, nel V secolo, dedicò una chiesa a Maria Mater Boni Consilii, che fu affidata ai Frati eremitani di sant’Agostino.

Proprio da Genazzano giunsero i finanziamenti della erezione della Basilica di Santa Maria Maggiore (eretta per volere di Maria Santissima, apparsa in sogno a papa Liberio, il quale segnò all’Esquilino, il più alto ed esteso dei sette colli romani, il perimetro del sacro edificio nella neve, miracolosamente caduta il 5 di agosto), edificata durante il pontificato di Liberio nel IV secolo, solennizzando così la divina maternità della Madonna, da poco riconosciuta ufficialmente dal Concilio di Efeso, nel 431.

Il 25 aprile 1467, festa di san Marco, su una parete della chiesa mariana di Genazzano apparve, miracolosamente sospeso su di un sottilissimo strato di intonaco, un dipinto raffigurante la Vergine con il Bambino Gesù. L’immagine, venerata con il titolo di Madre del Buon Consiglio, divenne subito oggetto di grande devozione popolare perché essa, secondo tradizione, venne trasportata dagli angeli dalla cittadina di Scutari, in Albania, fino a Genazzano, per sottrarla ai turchi, i quali stavano invadendo il Paese. 

I monaci agostiniani, soprattutto a partire dal XVIII secolo, diffusero in Europa l’immagine e il culto della Madre del Buon Consiglio in maniera così capillare che, proprio di fronte all’effigie della Madre del Buon Consiglio presente nella chiesa del Collegio Imperiale dei gesuiti di Madrid, nel giorno dell’Assunzione, il 15 agosto 1583, san Luigi Gonzaga maturò la decisione di entrare nella Compagnia di Gesù.

Oltre alla Madonna del Buon Consiglio, Leone XIV, legato alle devozioni mariane degli Agostiniani, nutre un culto speciale per la Madonna della Consolazione. Proprio alla Madre della Consolazione era intitolata una confraternita della chiesa di San Giacomo Maggiore a Bologna, alla quale nel 1575 il frate agostiniano Simpliciano da Linara unì la Società dei Cinturati, laici legati al suo Ordine. Gregorio XIII, il 16 giugno 1576, elevò il sodalizio ad arciconfraternita, dando al Priore generale degli Agostiniani la facoltà di aggregarvi tutte le confraternite e le società che ne avessero fatto richiesta.

La tradizione vuole che l’abito agostiniano con la sua lunga cintura sia d’impronta mariana e sia legato a santa Monica, madre di sant’Agostino: dopo la morte del marito Patrizio, la santa chiese alla Madonna come si fosse vestita dopo la morte di san Giuseppe, fu così che Maria «le apparve poco dopo coperta di un’ampia veste che dal collo le andava ai piedi, ma di stoffa così dozzinale, di taglio così semplice, di colore oscuro che non saprebbe immaginare abito più dimesso e penitenziale. Ai lombi era stretta da una rozza cintura di pelle che scendeva fin quasi a terra, al lato sinistro della fibbia che la rinfrancava. Indi slacciandosi di propria mano la cintura, la porse a santa Monica, raccomandandole di portarla costantemente, e di insinuare tale pratica a tutti i fedeli bramosi del suo speciale patrocinio. Il primo ad approfittarne fu il figlio sant’Agostino» (Don Giuseppe Riva, Manuale di Filotea, Serafino Majocchi, Milano 1871).

Nell’arte sacra la Madre della Consolazione è generalmente rappresentata nell’atto di consegnare una lunga cintura a santa Monica e a sant’Agostino; in virtù di tale attributo iconografico, la Beata Vergine è anche chiamata «Nostra Signora della Cintura» e gli Agostiniani celebrano la sua memoria la prima domenica dopo la festa di sant’Agostino, che cade il 28 agosto: quest’anno tali giorni liturgici saranno particolarmente speciali per il primo Pontefice agostiniano della storia.

Trump, Putin e la festa dell’Assunzione di Maria

Martin Knoller, Assunzione della Beata Vergine al cielo (particolare), olio su tela, ante 1788 - ca 1788

 13 Agosto 2025 

di Roberto de Mattei . CR 1911

Il 15 agosto 2025, giorno della festa dell’Assunzione, si svolgerà uno storico vertice in Alaska, tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente della Federazione russa Vladimir Putin. È il loro primo incontro, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca e da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Ancora non si sa in quale modo sarà coinvolto nelle trattative il presidente ucraino Vladimir Zelenski, ma è certo che dietro Trump e Putin aleggia l’ombra del presidente cinese Xi Jinping.

La partita si gioca dunque tra almeno quattro attori, con l’Europa a margine. L’Ucraina non può resistere alla potenza militare russa senza il sostegno americano, ma d’altra parte Trump non può concludere il conflitto, senza il consenso di un popolo, come quello ucraino, che ha dimostrato di non volersi piegare a un’ingiusta aggressione. Il rapporto tra Putin e Xi Jinping è inverso a quello tra Trump e Zelenski. La Russia è infatti uno Stato vassallo della Cina, ma il mondo ignora quali siano i reali progetti del presidente cinese sul fronte occidentale, e sarà difficile per Putin negoziare la pace in Ucraina senza il suo consenso. Apparentemente la leadership di Trump, che si avvicina alle elezioni “midterm” del novembre 2026, è più incerta di quella di Putin, ma gli analisti politici più informati sostengono che il potere di Putin è vacillante all’interno del suo paese. Le ragioni della precarietà dei due leader non sono però solo di ordine politico, interno o internazionale.  

La pace è un dono che, come ogni bene, viene da Dio, sommo bene e fonte di tutto ciò che di vero, buono e giusto esiste nel mondo. Per ottenere questo dono è necessario il rispetto dell’ordine naturale e l’osservanza della Legge di Cristo, custodita dalla Chiesa cattolica. Tutti i mali della terra vengono invece dagli uomini, che possono auto-distruggersi, ma non sono in grado di costruire alcunché di buono senza l’aiuto della grazia divina. Sotto questo aspetto, la capacità di Trump e di Putin di assicurare una pace vera e duratura al mondo è nulla, mentre enorme e reale è la forza distruttiva di cui dispongono. 

A oggi, secondo i più accreditati istituti di ricerca internazionali, le testate nucleari strategiche esistenti nel mondo sono circa 12.500, possedute per il 90% da Mosca e da Washington, anche se altri Paesi tra i quali la Cina, l’India, il Pakistan,la Corea del Nord, la Francia il Regno Unito e Israele, detengono, in misura diversa, micidiali ordigni nucleari  (https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/world-entering-new-era-nuclear-powers-build-up-arsenals-sipri-think-tank-says-2025-06-15/?utm_source=chatgpt.com). 

Il 31 luglio, inoltre, il presidente russo Putin ha minacciato l’Ucraina e l’Occidente, con lo schieramento in Bielorussia dei suoi più recenti missili ipersonici “Oreshnik”, quasi impossibili da intercettare e capaci di seminare in pochi minuti una pioggia di bombe – atomiche o convenzionali – su tutte le capitali europee. Lo stesso giorno, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Dmitryj Medvedev, ha minacciosamente evocato l’uso di “Perimetr” (“Dead Hand”), un sistema automatico di comando in grado di ordinare il lancio di tutte le forze nucleari disponibili contro obiettivi pre-programmati. 

Sulla base di queste dichiarazioni, Trump ha annunciato di aver ordinato il posizionamento di due sottomarini nucleari americani «nelle regioni appropriate» vicino alla Russia. «Le parole sono molte importanti e spesso possono condurre a conseguenze indesiderate», ha affermato Trump, che non si distingue certo per sobrietà di linguaggio, ma ha sottolineato un principio importante: una frase può valere quanto un’azione, perché può innescare reazioni imprevedibili, capaci di far deflagrare la crisi politica internazionale.

Il summit dei due potenti della terra in Alaska, e il successivo che dovrebbe tenersi in Russia, scongiureranno questa ipotesi? Assicureranno la pace al mondo o aggraveranno le tensioni internazionali? Mai come oggi, la situazione del mondo è apparsa vicina a un’ecatombe planetaria, che, per il fatto solo di essere ritenuta possibile, segna il definitivo crollo dell’utopia del progresso. Nel 1792, Immanuel Kant nel suo saggio Se il genere umano sia in continuo progresso verso il meglio, escluse a priori l’ipotesi di una decadenza, o regresso, dell’umanità, proprio perché ciò avrebbe comportato la possibilità dell’auto-annientamento, allora considerata impensabile. L’ipotesi esclusa dal filosofo tedesco è ora reale e costituisce l’esito di un processo rivoluzionario plurisecolare, che è nella sua essenza autodistruttivo, perché la sua essenza è la negazione dell’ordine divino delle cose create. Ma la Rivoluzione non può totalmente distruggere la realtà esistente, perché, come spiega san Tommaso d’Aquino, così come solo Dio può creare e conservare, Dio solo può annichilire ciò che Egli ha creato (Summa Theologiae, I, q. I04, a. 3.). Se nessuno può sostituirsi alla divina causalità nell’opera creatrice, Dio non può essere surrogato neppure nell’opera annichilatrice. 

I potenti di questo mondo, invidiati, ammirati o temuti da molti, con le ricchezze e gli eserciti di cui dispongono, sono nulla agli occhi di Dio, perché tutto ciò che siamo e possiamo fare, lo abbiamo ricevuto dalla bontà di Dio, l’Onnipotente, che ha tratto ogni cosa dalle profondità delle tenebre e dall’abisso del non-essere. Se Dio ritirasse anche solo per un istante il sostegno dell’essere che somministra alle creature, esse cadrebbero nel nulla e perirebbero all’istante, come un’ombra che passa. I potenti della terra cadranno improvvisamente e saranno ridotti al nulla, ma il suo regno durerà per sempre e tutti i suoi nemici saranno posti sotto i suoi piedi (Dan 2, 44; Lc 1, 52-53). 

Dio ha voluto affidare l’esercizio della sua potenza sulla terra alla sola creatura che ne riflette pienamente le infinite perfezioni, la Beatissima Vergine Maria. Lo ha fatto, incoronandola, nel giorno della Assunzione, regina del Cielo e della terra, come è raffigurata nel celebre dipinto del Beato Angelico al Museo del Louvre e in tante altre espressioni dell’arte cristiana. Basta un suo battito di ciglia perché i piani della Rivoluzione siano scompaginati, e chi per Lei combatte, gli Angeli in Cielo e gli uomini sulla terra, realizzino finalmente la sua promessa: il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

Ucraina, i retroscena del vertice. Trump netto: occorrerà rinunciare a dei territori. E i Volenterosi spingono per la «soluzione coreana»

di Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera – 14 Agosto 2025

Zelensky tra i primi a intervenire, i leader europei presentano un piano in 5 punti. Trump accoglie la richiesta «nessun negoziato sull’Ucraina, senza l’Ucraina». E si tratta già per un vertice-bis tra Putin, il leader Usa e quello Ucraino

Nella videoconferenza di ieri Donald Trump, stando alle indiscrezioni, avrebbe accolto le due richieste principali avanzate da Volodymyr Zelensky e dai leader europei. Primo: saranno gli ucraini a decidere sul destino dei loro territori occupati. Secondo: gli americani sono disponibili a fornire, insieme con gli europei, le garanzie di sicurezza per mettere l’Ucraina al riparo da attacchi futuri. 

Sono questi i risultati politici più importanti, che andranno ora verificati nei fatti, a partire proprio dall’atteso vertice di domani tra il presidente americano e Vladimir Putin

I leader europei hanno concordato un piano in cinque punti che hanno poi sottoposto al presidente degli Stati Uniti. Con una premessa di metodo: il ruolo degli americani resta fondamentale per sondare le reali intenzioni di Putin. Trump e gli europei, dunque, si sarebbero trovati d’accordo sul primo passaggio: «Nessun negoziato sull’Ucraina, senza l’Ucraina». Secondo: non si discute di confini se non con Zelensky al tavolo. Terzo: la trattativa deve partire dalla linea del fronte sul campo. Quarto: qualsiasi concessione alla Russia va bilanciata con robuste garanzie di protezione militare per Kiev. Quinto: occorre mantenere alta la pressione su Mosca con le sanzioni. 

Il leader ucraino è stato tra i primi a intervenire. Zelensky, con grande cautela, ha messo in guardia il presidente americano: Putin sta solo cercando di guadagnare tempo; non vuole davvero la pace, a meno che l’accordo non si risolva in una resa incondizionata per l’Ucraina. Un po’ tutti, dal presidente francese Emmanuel Macron a Giorgia Meloni, hanno insistito sulla necessità di programmare fin d’ora un altro vertice, questa volta con la presenza di Zelensky e, perché no, degli europei.

A margine della «call» sono anche circolate delle ipotesi. Il leader ucraino ha riproposto «Roma», senza specificare se si riferisse alla capitale italiana o al Vaticano. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha citato Ginevra. Ma la discussione è rimasta in superficie: intanto bisogna vedere come andrà il summit di Ferragosto. 

Gli sforzi delle diplomazie si stanno concentrando sulla questione territoriale. Anche ieri Trump è stato netto: Kiev deve prepararsi a rinunciare a una parte del suolo nazionale. È una prospettiva accettabile per Zelensky? La risposta ufficiale è «no». 

Ma diversi Paesi, tra i quali Germania, Polonia e in parte Italia, stanno esplorando un’altra strada. Il cancelliere Merz ne ha parlato per un’ora nel bilaterale con Zelensky. L’idea è di escludere in ogni caso il riconoscimento formale («de iure») del passaggio di regioni ucraine alla Russia. Senza eccezioni: né la Crimea, né la quota del Donbass occupata dall’armata putiniana, né, tantomeno, i distretti ancora sotto il controllo ucraino rivendicati da Putin. Si potrebbe arrivare, invece, al congelamento della linea del fronte, con una tregua stabile. La soluzione coreana, insomma, più volte evocata anche negli anni scorsi. A quel punto Zelensky non sarebbe obbligato, come prevede la Costituzione, a convocare un referendum per sancire la cessione dei territori e potrebbe coltivare la speranza, flebile in verità, di poterli recuperare un giorno, nell’era post-putiniana. Questo sacrificio, però, dovrà essere compensato da imponenti garanzie di sicurezza.

San Massimiliano Maria Kolbe


Nome: San Massimiliano Maria Kolbe

Titolo: Sacerdote e martire

Nome di battesimo: Rajmund Kolbe

Nascita: 8 gennaio 1894, Zduska Wola, Polonia

Morte: 14 agosto 1941, Campo di concentramento di Auschwitz, O?wi?cim, Polonia

Ricorrenza: 14 agosto

Beatificazione:
17 ottobre 1971, Roma, papa Paolo VI

Canonizzazione:
10 ottobre 1982, Roma, papa Giovanni Paolo II

Padre Kolbe è l’eroico frate francescano conventuale che nel campo di concentramento di Auschwitz offrì la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia, Francesco Gajowniczek, condannato a morire di fame come rappresaglia per la fuga di un detenuto.

Giovanni Paolo II, nell’elevarlo agli onori degli altari, il 10 ottobre 1982, lo ha proclamato «patrono del nostro difficile secolo», un esempio di pace e di fraternità in una società sconvolta dall’odio e dall’egoismo.

Kolbe nacque a Suduńszka Wola, una cittadina del centro industriale di Lodz, l’8 gennaio 1894. I suoi genitori erano operai tessili. Kolbe da ragazzo conobbe il senso liberatorio e insieme opprimente di povertà e lavoro. E quell’esperienza non fu estranea ad alcune scelte che lo portarono ad abbracciare la Regola di san Francesco tra i minori conventuali di Leopoli (1907) e poi a dar vita a una istituzione che aveva proprio, in povertà e lavoro, caratteristiche tipicamente francescane, un sicuro fondamento, e cioè le «Città dell’Immacolata»: „Niepokalanów” in Polonia, e „Mugenzai No Sono” in Giappone.

Nell’ideale francescano Kolbe innestò poi la propria fiducia nella possibilità offerta dai mezzi che la tecnica in quel tempo stava mettendo a disposizione. E a chi gli faceva osservare che su di essi già il diavolo aveva allungato le sue sordide zampacce, egli rispondeva: « Ragione di più per svegliarci e metterci all’opera per riconquistare le posizioni perdute ».

Quando ne ebbe l’opportunità, dimostrò la bontà e la lungimiranza dei propri progetti. E ciò avvenne in Polonia, dove ritornò nel 1919, dopo aver conseguito a Roma la laurea in teologia.

A pochi chilometri da Varsavia diede vita nel 1927 a „Niepokalanów” (Città dell’Immacolata) i cui cittadini, tutti frati, si dedicavano, vivendo in rigorosa povertà, all’apostolato per mezzo della stampa. E furono autori di un consistente boom editoriale che ancor oggi sorprende. Il „Cavaliere dell’Immacolata”, la prima di una catena di riviste, fondato nel 1922 dopo un periodo iniziale di stasi, decollò raggiungendo le cinquantamila copie. In seguito si affermò come settimanale con settecentocinquantamila copie (addirittura un milione nel 1938).

L’Immacolata, cui padre Kolbe ha intitolato gran parte delle sue riviste, era il suo chiodo fisso. In tempi non troppo felici per la chiesa e per il mondo, Kolbe vedeva nella Madonna l’ideale capace di scuotere le coscienze, di ridare fiato al cristianesimo; un ideale, comunque, per il quale combattere le sante battaglie della fede. Per questo, ancor prima di essere ordinato sacerdote, aveva istituito a Roma, il 16 ottobre 1917, la Milizia dell’Immacolata, uno strumento per far conoscere e vivere la devozione alla Madre di Cristo, ancor oggi vivo e prosperoso.

Nel 1930 partì missionario per il Giappone a fondarvi un’altra Città dell’Immacolata, animata dallo stesso spirito e dagli stessi ideali. Tornato definitivamente in Polonia, dopo un paio di altri viaggi «missionari» nello stesso Giappone e in altri paesi dell’oriente, padre Kolbe si dedicò interamente alla sua opera.

La seconda guerra mondiale lo sorprese a capo del più importante complesso editoriale della Polonia.

Il 19 settembre 1939 fu arrestato dalla Gestapo, che lo deportò prima a Lamsdorf (Germania), poi nel campo di concentramento di Amlitz. Rilasciato l’8 dicembre 1939, tornò a Niepokalanów, riprendendo l’attività interrotta. Arrestato di nuovo nel 1941 fu rinchiuso nel carcere di Pawiak a Varsavia, e poi deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove con uno straordinario atto d’amore chiuse una vita tutta spesa al servizio degli altri.

Nel campo viveva una legge secondo la quale, per la fuga di uno, dieci dello blocco, venivano condannati a morire di fame in un oscuro sotterraneo. Quando all’appello della sera risultò che uno mancava un grande timore invase l’animo di tutti i prigionieri…

Il Comandante scelse con un cenno della mano chi doveva morire e ad un tratto si sentì un grido: «Addio! addio! mia povera sposa, addio miei poveri figli…» era il sergente Francesco Gajowniczek.

Ma ad un tratto un uomo, anzi, un numero esce con passo deciso dalle file e va diritto verso il Comandante del campo. Chi è lei? Cosa vuole? Come osa infrangere la ferrea disciplina ed affrontare il terribile Capo?

«Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perché egli ha moglie e figli».

Il Comandante, meravigliato, parve non riuscire a trovare la forza per parlare e stranamente accettò quella proposta…

Padre Kolbe insieme agli altri condannati fu avviato verso il blocco 11. Qui le vittime furono denudate e rinchiuse in una piccola cella, in cui dovevano morire di fame e di sete. Ma da questo tetro luogo, invece di pianti e disperazione, questa volta si udirono preghiere e canti. Padre Kolbe li guidava, attraverso il cammino della croce, alla vita eterna.

Rimase nel bunker per due settimane, quando le SS decisero di svuotare la cella della morte. Erano rimasti in vita solo quattro uomini tra cui Padre Massimiliano.

Venne ucciso con un’iniezione di acido fenico, perché la cella, che egli aveva trasformato in cenacolo di preghiera e che condivideva con gli altri condannati, serviva per altre vittime. «Porse lui stesso, con la preghiera sulle labbra, il braccio al carnefice», raccontò un testimone.

Lo trovarono qualche ora dopo, «appoggiato al muro, con la testa inclinata sul fianco sinistro e il volto insolitamente raggiante. Aveva gli occhi aperti e concentrati in un punto. Lo si sarebbe detto in estasi». Era la vigilia dell’Assunta, di una festa della Madre di Dio, che egli aveva sempre amato, chiamandola con il nome di «dolce mamma».

Il suo corpo venne cremato e le ceneri disperse.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Giovedì 14 Agosto 2025

h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


+h. 9.oo – 10 : EDITORIALE

La Divina Provvidenza nella rivelazione dei Segreti


h. 10.00 LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO (17)


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“Sappiate che sono salita al Cielo prima della morte”

(In Ritagli di pagine inedite n.39)


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RITAGLI DI PAGINE INEDITE

“SAPPIATE CHE SONO SALITA AL CIELO PRIMA DELLA MORTE” (La rivelazione della Madonna a Medjugorje)

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Venerazione delle reliquie del Beato Carlo Acutis (Santo il prossimo 7 Settembre) nella Cappella di Radio Maria

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