BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

🙏✝️ Dalla nostra Cappella🙏P.LIVIO-Benedizione: COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI✝️

Guerra e Castigo della Russia in Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 2 Novembre 2025

Ripercorrendo nel suo nuovo libro attraverso una galleria di personaggi gli ultimi trent’anni dell’Unione Sovietica, lo scrittore Mikhail Zygar aiuta a leggere il presente di Mosca a partire dall’idea che nessuna dittatura è eterna e che il futuro offre sempre una chance per cambiare.

La casa editrice russa Meduza, uno dei principali punti di riferimento dell’opposizione russa all’estero, ha annunciato la prossima uscita del nuovo libro di Mikhail Zygar, La parte oscura della Terra. Storia di come il popolo sovietico sconfisse l’Unione Sovietica, dedicata agli ultimi trent’anni dell’esistenza dell’Urss, dal massimo sviluppo dell’impero sovietico fino al suo crollo rovinoso all’inizio degli anni Novanta. Proprio in questi giorni si celebrano infatti gli anniversari delle Dichiarazioni di Sovranità approvate da quasi tutte le repubbliche sovietiche nel 1990, a partire dalla Russia di Eltsin fino alle regioni uraliche del Tatarstan e del Baškortostan, che ambivano a diventare a loro volta degli Stati indipendenti.

Prima ancora quindi della fine dell’Unione, l’impero si era sgretolato dopo un quinquennio di perestrojka di Mikhail Gorbačëv, tanto promettente dal punto di vista delle libertà e dei diritti, quanto inefficace nelle riforme economiche e politiche. Questi ricordi permettono di paragonare gli sviluppi odierni della Russia putiniana con le varie fasi della storia sovietica, essendo i due periodi legati tra loro in modo inestricabile, al di là delle tante rievocazioni della storia antica della Rus’ di Kiev, della Moscovia che ambiva alla “Terza Roma” o dell’impero occidentalista di San Pietroburgo, da Pietro il Grande a Nicola II.

Zygar è un giornalista politico, scrittore e documentarista tra i più brillanti delle ultime generazioni, essendo nato nel 1981 e avendo visto la decadenza del sistema sovietico con occhi di bambino. Già capo redattore del canale televisivo Dožd, è autore di diversi libri che hanno commentato con grande profondità questi passaggi storici come Tutta la schiera del CremlinoL’impero deve morireTutti liberi e soprattutto quello dal titolo più efficace, Guerra e Castigo, unendo la Guerra e Pace di Lev Tolstoj con il Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij, la riflessione sulla guerra di Napoleone con l’illusione del superuomo Raskolnikov. Il sottotitolo di questo libro, pubblicato nel 2023, è Come la Russia ha distrutto l’Ucraina, non solo nella guerra attuale, ma nel corso dei secoli passati.

Quello a cui stiamo assistendo ormai da un quarto di secolo è infatti una riedizione piuttosto grottesca del trentennio staliniano che costruì di fatto l’impero sovietico tra il 1924 e il 1953, dopo il periodo convulso delle rivoluzioni, guerre civili, repressioni e liberalizzazioni degli anni di Vladimir Lenin. Ad esso seguì il decennio del “disgelo” khruscioviano tra il 1954 e il 1964, che in varie dimensioni può essere paragonato al decennio di Gorbačëv e Boris Eltsin tra il 1986, con la glasnost in conseguenza dell’esplosione della centrale di Černobyl, fino alla rielezione di Eltsin nel 1996, dopo la quale iniziarono a scatenarsi le forze restauratrici e sovraniste dei comunisti di Gennadij Zjuganov, che aprirono la strada all’avvento di Vladimir Putin. Il regno del nuovo zar, che si avvia a superare la durata di quello del georgiano “Padre dei Popoli”, è da confrontare anche con il ventennio della “stagnazione” di Leonid Brežnev tra il 1965 e il 1985, che alla repressione dei dissidenti associava l’escalation del confronto con l’America nella “guerra fredda” senza fine, lo schema mentale prima ancora che militare in cui sono cresciuti gli attuali leader della Russia, il presidente Putin e il patriarca ortodosso Kirill (Gundjaev), in una Russia che si sta avviando a una nuova stagnazione economica.

Il nuovo libro di Zygar, secondo le presentazioni, non cerca di ricostruire i modelli economici e le caratteristiche politiche dei vari regimi, ma ripercorre quei periodi attraverso le figure che li hanno segnati, “criminali e vittime, eroi e burocrati, poeti e soldati”. Si narra di Mikhail Gorbačëv e della moglie Raisa, simbolo femminile della nuova apertura della Russia all’Occidente, il “sommo poeta” dell’ultima era sovietica Evgenij Evtušenko, che fu anche il primo a interpretare le aspirazioni del dissenso in era brezneviana, fino a ispirare la stessa perestrojka, il primo astronauta Jurij Gagarin che in cielo “non aveva visto Dio”, per poi morire giovane consumato dai fumi dell’alcol, e il cantautore ribelle e popolare Vladimir Vysotskij. Ci sono attori e scrittori come Marina Vlady, Alla Pugačeva, Aleksandr Solženitsyn e la moglie Natalia, il campione di scacchi Garri Kasparov, uno dei principali politici di opposizione oggi in esilio, il premio Nobel per la pace Andrei Sakharov con la moglie Elena Bonner, il regista Sergej Paradžanov, i cantanti Boris Grebenšikov e Viktor Tsoj, lo stesso Eltsin e tanti altri.

Si raccontano gli eventi che si susseguirono nel trentennio finale a tutte le latitudini dell’impero sovietico, a Mosca e a Kiev, a Černobyl e Tbilisi, a Erevan e Špitak, Baku, Vilnius, Riga, Chişinău (allora Kišinev), Alma-Ata (oggi Almaty), Taškent, Varsavia, Praga, fino a Berlino con la caduta del muro, a Washington e nel resto del mondo. La “Parte oscura della Terra”, rappresentata per settant’anni dall’Unione Sovietica, riguarda la scelta che milioni di abitanti dell’impero del male dovevano fare in condizioni drammatiche di cambiamenti epocali, e vuole affermare che nessuna dittatura è eterna, che il futuro offre sempre una chance per cambiare, e che bisogna guardare in avanti con speranza, e non soltanto con timore.

Le conclusioni di Zygar si associano ai messaggi dei politici russi all’estero come Vladimir Kara-Murza, che invita a “tenersi pronti al prossimo repentino cambiamento della Russia”, e come Julia Naval’naja, la vedova del martire Aleksej, che ha lodato il nuovo libro affermando che “amo moltissimo le storie di un intero Paese attraverso le semplici vicende di famiglia di tante persone, famose o no”. Ella esprime la sua ammirazione per Zygar, “uno dei più profondi scrittori russi contemporanei, e in ogni pagina si vede un lavoro molto scrupoloso e intenso… ti sembra di sapere come va a finire, ma non puoi fare a meno di leggerlo fino alla fine”. Libri come questo permettono di tornare a riflettere sulle ragioni delle crisi e delle evoluzioni più imprevedibili e drammatiche, come anche quella dell’attuale guerra di Putin contro l’Ucraina, che nessuno si aspettava e che sembra non possa mai finire.

Il conflitto tra Mosca e Kiev è uno dei temi su cui Zygar si è concentrato in diverse pubblicazioni, e soprattutto nella Guerra e Castigo, scritto in risposta all’invasione del 2022. Egli descrive i tanti “miti dell’Ucraina” che la Russia ha elaborato nel corso dei secoli, e che oggi fungono da giustificazione per l’aggressione “difensiva” che dall’Ucraina si estende al mondo intero. Lo scrittore definisce questo libro “una confessione”, simile a quanto scriveva Solženitsyn riguardo al rapporto tra russi e ucraini, che riguarda le profondità dell’animo degli uomini del “mondo russo”.  Questa idea che oggi definisce l’ideologia imperiale di Putin e Kirill nacque infatti a metà del Seicento con le rivolte dei cosacchi di Bogdan Khmel’nitskij contro il regno di Polonia, che portarono gli abitanti delle terre del Don a chiedere di essere integrati nei vasti territori dell’impero dello zar Aleksej Romanov. Il termine “ucraini” definisce quindi gli “uomini di confine” che vogliono rimanere liberi nella vastità del “mondo russo”, inteso come una dimensione territoriale non costretta nei confini dei padroni feudali e delle potenze militari.

Russia e Ucraina sono “un unico popolo” secondo l’interpretazione putiniana, che non va attribuita alle follie personali di Vladimir Putin, ma si è formata nella coscienza dei russi anche grazie all’intelligentsija liberale dell’Ottocento, a cominciare dal vate Aleksandr Puškin che allevava il giovane ucraino Nikolaj Gogol, persuadendolo che la Malorossija delle rive del Don avrebbe potuto prosperare soltanto sotto la guida della Grande Russia, motivo per cui gli ucraini di oggi ripudiano il più grande scrittore ucraino della storia. Oppure quando scrittori e filosofi slavofili di Mosca e San Pietroburgo disprezzavano il sogno del grande poeta ucraino Taras Ševčenko, anch’egli nel circolo degli intellettuali della capitale russa, e fu costretto a scrivere i primi grandi testi in lingua ucraina nel confino della Siberia, dopo l’unica visita a Kiev in cui s’incontrò con i rappresentanti del movimento “Cirillo e Metodio” per la nascita della nazione ucraina. Si ricorda una delle accuse più ricorrenti che Putin rivolge al capo della rivoluzione Vladimir Lenin, quello di “avere inventato la repubblica ucraina” invece di combatterla e annientarla, per rimetterla al suo posto nel ventre della Russia sovietica; nel 1918 in effetti era nata l’Ucraina socialista indipendente e anche la repubblica autonoma di Crimea, poi reintegrate nell’Unione Sovietica con livelli di particolare autonomia.

Zygar racconta nei suoi libri anche dell’ascesa di tanti uomini di potere nella Russia post-sovietica, che nell’ultima fase dell’Urss erano solo dei grigi burocrati di secondo piano come lo stesso Putin e il suo delfino Dmitrij Medvedev, o l’ex-autista e venditore di aranciate Igor Sečin, scrittore e traduttore dal portoghese e dallo spagnolo, poi diventato uno degli autocrati e oligarchi più influenti del putinismo. Si ricorda la visita all’Avana di Sečin insieme a Nikolaj Patrušev, il “guardiano di Putin”, e altri ministri e funzionari nel 2008, alla vigilia della guerra con la Georgia che ha inaugurato la fase bellica del putinismo. Allora la Russia scelse di rispondere all’aggressività della presidenza di George W. Bush e ai suoi piani di rinforzare lo scudo antimissilistico della Nato in Europa, inteso come il segnale di una nuova guerra mondiale, che arriva fino alla minaccia di Putin con l’uso del nuovo missile Burevestnik, “il “tornado inarrestabile” che può distruggere qualunque nemico, o del sottomarino nucleare Pozeidon, che “nessuno al mondo possiede”. La storia del presente e le prospettive del futuro si comprendono rileggendo il passato che ancora agisce nel pensiero degli uomini, liberandosi dai miti e ritrovando i motivi per sperare in un mondo diverso.

Forze speciali ucraine lanciate dagli elicotteri e i generali sul campo a Pokrovsk: così Kiev prova a resistere

di Marta Serafini – Corriere della Sea – 2 Novembre 2025

Il via al blitz dopo lo stop alle linee di rifornimento. Da venerdì è in corso la battaglia che potrebbe decidere le sorti del conflitto in Ucraina

Una decina di uomini che si lanciano a terra senza paracadute. Un Black Hawk che li lascia sul campo di battaglia mentre la polvere copre la loro discesa e il pilota dell’elicottero li guarda, forse, per l’ultima volta. A pochi chilometri di distanza, chiusi in un bunker, il comandante del Hur, l’intelligence militare, Kyrylo Budanov, l’uomo delle operazioni speciali in territorio russo, e il capo di stato maggiore Oleksander Syrskyi, l’eroe della resistenza di Kiev, li osservano e trattengono il respiro. 

È iniziata venerdì pomeriggio la battaglia delle battaglie del conflitto ucraino, quella che potrebbe decidere le sorti della guerra dopo uno degli assedi più lunghi, che Putin vuole vincere a tutti i costi per tentare di ribaltare il tavolo negoziale e prendersi tutto il Donbass pur senza aver chiuso la cintura di Donetsk che corre da Sloviansk a Pokrovsk. Dalla cittadina porta di Donetsk non arrivano più voci ormai da settimane, sulle macerie è calato il silenzio di ogni battaglia decisiva. I pochi civili, per lo più anziani, sono intrappolati nelle cantine. Anche i comandanti più blasonati stanno attenti a sbottonarsi e parlano a condizione solo di stretto anonimato. Non è dato sapere se gli uomini del 7° corpo delle forze aeree d’assalto siano ancora vivi o siano morti come dicono i russi. «Quello che sappiamo con certezza è che sono degli eroi», ci dicono fonti dell’intelligence militare.

E non solo. «Hanno condotto un’operazione unica nel suo genere: un lancio senza l’uso di paracadute». Putin spinge, insiste nel dire che gli ucraini sono accerchiati. Si fida di quello che gli ha detto il generale Valery Gerasimov già la settimana scorsa: gli ucraini sono circondati, non ce la fanno. Addirittura lo zar ha invitato i giornalisti a vedere sul campo coi loro occhi. Ma sono gli stessi blogger russi ad accusare Gerasimov di aver mentito per non indispettire il capo. La propaganda russa mostra video di prigionieri ucraini che raccontano di essere rimasti intrappolati senza acqua. In realtà, l’operazione speciale di Kiev è stata lanciata su Pokrovsk proprio per evitare che la linea di rifornimento da Myrnohrad venga chiusa, dopo giorni di forte pioggia che hanno permesso ai russi di aumentare le infiltrazioni e di dichiarare conquiste non verificabili. Ma le polemiche non sono mancate anche sul fronte di Kiev. Rotazioni sbagliate e decisioni prese in ritardo potrebbero aver reso la caduta di Pokrovsk inevitabile e l’operazione di Budanov e Syrskyi più che una controffensiva sarebbe una mossa per consentire ai militari ucraini di evacuare prima che sia troppo tardi. 

Il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov secondo da destra vicino a Pokrovsk

Lo stesso DeepState, gruppo di monitoraggio open source ucraino, stima che circa metà di Pokrovsk sia «zona grigia» di cui nessuna delle due parti ha il pieno controllo. Una fonte militare conferma che le forze ucraine non sono circondate, ma che le loro linee di rifornimento sono rimaste sotto il fuoco delle truppe russe. «La situazione in città è cambiata così tanto che Syrskyi sta ora inviando unità d’élite nella città per stabilizzarla», spiega. Tra queste, le forze speciali e le unità d’assalto dell’intelligence militare. «Sono in corso combattimenti per la stazione ferroviaria e la zona industriale a ovest. Gli scontri sempre più intensi hanno costretto ad evitare movimenti logistici coi mezzi, con soli spostamenti a piedi». Il risultato è che «le forze armate ucraine non sono in una situazione di accerchiamento fisico, ma operativo: ciò significa che tutta la logistica è resa impossibile». Tradotto, significa che negli ultimi giorni non erano più possibili rifornimenti, cambi ed evacuazioni dei feriti. A confermare il quadro è l’Isw, l’Institute of Study of War che basa i suoi report sulle informazioni di intelligence occidentale. 

Dalle nebbie della battaglia ad un certo punto emergerà un risultato. Ma Pokrovsk non vive più dall’agosto del 2024, quando sulla stessa banchina della stazione vicino cui ora si combatte abbiamo salutato i convogli con le donne e i bambini, mentre gli altoparlanti avvertivano i civili di lasciare la città e i mortai rombavano. Le forze dell’Armata allora non sfondarono, nonostante le trincee fuori dalla città fossero rimaste vuote. In quelle stesse settimane Kiev era entrata nel Kursk, lasciando sguarnito l’Est. Un rischio calcolato, secondo molti analisti, che ha permesso alle forze ucraine di fare prigionieri da scambiare salvando uomini. «Pokrovsk non è il tritacarne di Bakhmut», ci ha sempre ripetuto un comandante di un’unità di carristi, dispiegato sia a Kherson che in Donbass. Se Pokrovsk sarà un azzardo di Zelensky o un bluff di Putin, sarà il campo a dirlo. Di sicuro è che un’altra città che è morta. Per un anno intero, la Russia ha cercato di conquistare una città con una popolazione prebellica di appena 60 mila abitanti. Nel tentativo, ha perso circa 120 mila soldati per prenderne appena la metà. E per le sue strade i bambini non torneranno a correre e ridere per molto tempo.

IL CRISTIANO NON HA PAURA DELLA MORTE

Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:

« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». 604

(CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – 1020)

INDULGENZA PLENARIA PER I FEDELI DEFUNTI

Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l’indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre vistando una chiesa (non necessariamente una parrocchia) e ivi recitando il Credo e il Padre Nostro.

Sono inoltre da adempiere le tre condizioni che occorrono per qualsiasi indulgenza plenaria:

  • confessione sacramentale Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Con una confessione si possono acquistare più indulgenze plenarie, purché permanga in noi l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato, anche veniale.
  • comunione eucaristica.
  • preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre.
  • distacco da ogni affetto al peccato, anche veniale.

La stessa facoltà è concessa nei giorni dal 1° all’ 8 novembre al fedele che devotamente visita il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti, sempre rispettando le medesime condizioni generali (confessione, comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa e distacco dal peccato) .

CREDO LA VITA ETERNA

CATECHISMO DELLLA CHIESA CATTOLICA

CREDO LA VITA ETERNA

1020Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:

« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». 604

I. Il giudizio particolare

1021La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. 605 Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro 606 e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone 607 così come altri testi del Nuovo Testamento 608 parlano di una sorte ultima dell’anima 609 che può essere diversa per le une e per le altre.

1022Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, 610 o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, 611 oppure si dannerà immediatamente per sempre. 612

« Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore ». 613

II. Il cielo

1023Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12): 614

« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo […] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, […] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». 615

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

1025 Vivere in cielo è « essere con Cristo ». 616 Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: 617

« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno ». 618

1026 Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:

« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, […] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta ». 619

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). 620

III. La purificazione finale o purgatorio

1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze 621 e di Trento. 622 La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, 623 parla di un fuoco purificatore:

« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ». 624

1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, 625 affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:

« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, 626 perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? […] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». 627

IV. L’inferno

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. 628 Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », 629 che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo. 630 Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno […] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, « il fuoco eterno ». 631 La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).

« Siccome non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». 632

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; 633 questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):

« Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». 634

V. Il giudizio finale

1038 La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell’uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli […]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. […] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46).

1039 Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. 635 Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:

« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) […] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». 636

1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. 637

1041 Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

1042 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:

Allora la Chiesa « avrà il suo compimento […] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». 638

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). 639 Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).

1044 In questo nuovo universo, 640 la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). 641

1045 Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». 642 Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell’Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, 643 dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo:

« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio […] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione […]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23).

1047 Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », 644 partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.

1048 « Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». 645

1049 « Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza ». 646

1050 « Infatti i beni della dignità dell’uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». 647 Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:

« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la su

🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio Puntata 71 – Satana si nasconde

Loading the player...

Newman è Dottore della Chiesa. Papa Leone XIV al mondo educativo: Risplendete come astri nel mondo!

Nella solennità di Tutti i Santi e durante il Giubileo del mondo educativo papa Leone XIV proclama Newman Dottore della Chiesa. Le parole dell’omelia

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, sabato 1 novembre 2025, 11:19 (ACI Stampa).

“In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere San John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a San Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo”, queste le parole d’esordio di papa Leone XIV nell’omelia di oggi, solennità di Tutti i Santi. 

Auspica papa Leone XIV che la figura di Newman sia “d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle”. E poi, il pontefice si concentra sulla testimonianza dei santi: la loro vita, infatti, ci insegna che “è possibile vivere appassionatamente in mezzo alla complessità del presente, senza lasciare da parte il mandato apostolico: «Risplendete come astri nel mondo»”. Cita san Paolo, la Lettera ai Filippesi. 

Ed è lo stesso invito che il pontefice esprime agli educatori e alle istituzioni educative che sono chiamate oggi a vivere il loro Giubileo: “Risplendete oggi come astri nel mondo”, grazie all’autenticità del vostro impegno nella ricerca corale della verità condivisione, nella sua coerente e generosa, attraverso il servizio ai giovani, in particolare ai poveri, e nella esperienza quotidiana”. 

Parla delle scuole e delle università “come laboratori di profezia, dove la speranza viene vissuta e continuamente raccontata e riproposta” dice il pontefice. Prende spunto dal Vangelo di oggi, quello delle Beatitudini: “Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fama e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio”. E definisce le Beatitudini come “l’insegnamento per eccellenza” in quanto viene da Gesù che “non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza”. 

Certamente, il mondo di oggi potrebbe dare a tutti l’impressione di vivere nell’oscurità. Sembra non esserci luce. Ed è alla luce che papa Leone XIV fa riferimento parlando del nuovo Dottore della Chiesa Newman: di lui ricorda il famoso inno Lead, kindly light (“Guidami, luce gentile”): “In quella bellissima preghiera – continua papa Leone – ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte. Ma niente di tutto questo ci blocca, perché abbiamo trovato la Guida: «Guidami Tu, Luce gentile, attraverso il buio che mi circonda, sii Tu a condurmi!»”.  Papa Leone XIV recita alcuni versi, in inglese, della bellissima poesia del nuovo Dottore della Chiesa. 

È questo il compito dell’educazione – sottolinea il pontefice – e cioè “offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura”. Non c’è spazio allora per “le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza”. L’incoraggiamento del pontefice è quello di “fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace”. 

Incoraggia, poi, a essere quella “moltitudine immensa” di cui parla la liturgia odierna: il Libro dell’Apocalisse. Lo sguardo del pontefice si posa sui “meno dotati” e si chiede: “Non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore  delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro”, così papa Leone XIV citando la sua recente Esortazione apostolica “Dilexi te”. Il pontefice, allora risponde: “Aggiungiamo: da questa risposta dipende anche la qualità evangelica della nostra educazione. Tra le eredità durature di San John Henry vi sono, in tal senso, alcuni contributi molto significativi alla teoria e alla pratica dell’educazione”. 

Cita Newman che aveva nel cuore “il mistero della dignità di ogni persona umana e anche quello della varietà dei doni distribuiti da Dio”. E aggiunge: “La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo”.  

E, infine, ricorda le parole che papa Benedetto XVI – in occasione del Viaggio Apostolico in Gran Bretagna, nel settembre 2010, durante il quale beatificò John Henry Newman – espresse ai giovani invitandoli a diventare santi: “Ciò che Dio desidera più di ogni altra cosa per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto possiate immaginare e vuole il meglio per voi”.

La luce del sole risplende su tutta la piazza. La luce di Newman sembra davvero risplendere, oggi, su tutta la Chiesa. E’ la luce della sapienza. E’ la luce di tutti i Santi.  

🙏😇Dalla nostra Cappella🙏P. LIVIO – Benedizione: SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI


Teheran, il cardinale Mathieu: l’immagine della Vergine nella metro, segno di pace

L’arcivescovo della capitale iraniana parla della decisione di dedicare una stazione della metropolitana cittadina alla Madonna, raffigurata in un bassorilievo: è un segnale di apertura e di dialogo “che desta interesse”

Federico Piana – Città del Vaticano – Vatican News 31 Ottobre 2025

Vedere l’immagine della Vergine con le mani giunte in preghiera collocata in un bassorilievo in una stazione della metropolitana di Teheran non è una cosa di tutti i giorni. Ed è molto sorprendente venire a sapere che, pochi giorni fa, quella stazione della capitale della Repubblica islamica dell’Iran è stata dedicata alla Madonna con il titolo di Maryam-e Moghaddas, che in sostanza significa “Santa Maria”.

Aperture positive

Anche il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan — arcidiocesi che si prende cura dei cattolici di rito latino di tutto il Paese — è positivamente sorpreso. Quando lo incontriamo a Roma, non esita a mettere in evidenza che in questo evento si celano due dimensioni, quella del dialogo e quella della pace: «C’è sicuramente l’interesse di mostrare, alla comunità nazionale e al mondo intero, l’apertura di un Paese nel quale non c’è libertà religiosa ma una libertà di culto che si concretizza dentro il quadro di leggi che vanno rispettate».

Atmosfera di raccogliemento

Chi, come il cardinale, ha avuto modo di visionare le foto e le informazioni che hanno fatto rapidamente il giro del web, racconta che i binari della stazione si trovano ad oltre 30 metri di profondità e che per raggiungerli, utilizzando le scale o le scale mobili, ci si imbatte in una prima scritta di augurio, benedizione, a Dio. «È molto interessante perché non è solo in persiano, la lingua ufficiale, ma anche in arabo, armeno ed inglese. Mentre si scende, alle pareti dei livelli intermedi si notano degli archi sopra i quali è stato posto un cielo bianco ed azzurro, colori usati anche per la Madonna. Ne viene fuori un’atmosfera che sa proprio di raccoglimento, di chiesa». Scendendo ancora, gli altri testi vergati sulle pareti sono quelli della Guida suprema e frasi che presentano Gesù principalmente come un profeta e come un rivoluzionario. «C’è una placca in metallo — aggiunge il cardinale — che fa riferimento al brano coranico sulla gente del Libro nel quale si dice che bisogna considerare in questo modo Gesù mentre Maria viene definita madre del profeta».

Vari livelli

La grande hall, la cui volta ricorda anche in questo caso un cielo illuminato da molte lampadine, si trova al termine della discesa e porta ad alcune scale che conducono ai binari. È a questo livello, e a quello successivo dei binari, che sono stati installati alcuni bassorilievi che l’arcivescovo di Teheran descrive in modo minuzioso: «Uno di questi, riprendendo un brano coranico, ovviamente differente da quello del Vangelo, mostra un Gesù molto bello che cammina sulle acque. Di fronte a lui, però, non ci sono delle persone ma è stato posto il testo di una poesia che parla delle difficoltà della vita. Anche se Gesù viene messo in relazione con la poesia persiana questa immagine può essere ben riconosciuta dai cristiani».

Palpebre chiuse

Il bassorilievo con l’immagine di Maria si trova, invece, nel lato opposto. «A destra e a sinistra della sua figura si vedono dei tulipani, che solo ora ho scoperto essere dei fiori iraniani che si offrono a persone importanti. Maria ha le mani giunte e un’aureola discreta, che non prende nessun colore». Quello che ha colpito particolarmente il cardinale Mathieu è il fatto che sia Gesù che la Vergine sono raffigurati con le palpebre chiuse: lo sguardo con il viaggiatore c’è ma manca quel contatto diretto, intimo, che si sprigionerebbe se le pupille potessero incontrarsi. «È una visione molto chiara dell’Islam su Maria, su Gesù, ma rimane pur sempre un simbolo di dialogo che desta interesse». La stazione della metropolitana si trova esattamente al centro della linea 6 e sorge in un parco già dedicato alla Madonna e nel quale sono situati la cattedrale dei cristiani armeni apostolici, san Sarkis, ed il loro centro culturale

Pagina 353 di 1287

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy