Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l’indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre vistando una chiesa (non necessariamente una parrocchia) e ivi recitando il Credo e il Padre Nostro.
Sono inoltre da adempiere le tre condizioni che occorrono per qualsiasi indulgenza plenaria:
confessione sacramentale Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Con una confessione si possono acquistare più indulgenze plenarie, purché permanga in noi l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato, anche veniale.
comunione eucaristica.
preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre.
distacco da ogni affetto al peccato, anche veniale.
La stessa facoltà è concessa nei giorni dal 1° all’ 8 novembre al fedele che devotamente visita il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti, sempre rispettando le medesime condizioni generali (confessione, comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa e distacco dal peccato) .
1020Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:
« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». 604
1021La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. 605 Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro 606 e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone 607 così come altri testi del Nuovo Testamento 608 parlano di una sorte ultima dell’anima 609 che può essere diversa per le une e per le altre.
1022Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, 610 o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, 611 oppure si dannerà immediatamente per sempre. 612
« Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore ». 613
1023Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12): 614
« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo […] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, […] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». 615
1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.
1025 Vivere in cielo è « essere con Cristo ». 616 Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: 617
« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno ». 618
1026 Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.
1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).
1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:
« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, […] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta ». 619
1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). 620
1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.
1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze 621 e di Trento. 622 La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, 623 parla di un fuoco purificatore:
« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ». 624
1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, 625 affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:
« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, 626 perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? […] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». 627
1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. 628 Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».
1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », 629 che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo. 630 Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno […] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).
1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, « il fuoco eterno ». 631 La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.
1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).
« Siccome non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». 632
1037 Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; 633 questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):
« Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». 634
1038 La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell’uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli […]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. […] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46).
1039 Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. 635 Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:
« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) […] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». 636
1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. 637
1041 Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).
1042 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:
Allora la Chiesa « avrà il suo compimento […] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». 638
1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). 639 Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).
1044 In questo nuovo universo, 640 la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). 641
1045Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». 642 Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell’Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, 643 dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.
1046Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo:
« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio […] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione […]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23).
1047 Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », 644 partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.
1048 « Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». 645
1049 « Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza ». 646
1050 « Infatti i beni della dignità dell’uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». 647 Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:
« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la su
Nella solennità di Tutti i Santi e durante il Giubileo del mondo educativo papa Leone XIV proclama Newman Dottore della Chiesa. Le parole dell’omelia
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, sabato 1 novembre 2025, 11:19 (ACI Stampa).
“In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere San John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a San Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo”, queste le parole d’esordio di papa Leone XIV nell’omelia di oggi, solennità di Tutti i Santi.
Auspica papa Leone XIV che la figura di Newman sia “d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle”. E poi, il pontefice si concentra sulla testimonianza dei santi: la loro vita, infatti, ci insegna che “è possibile vivere appassionatamente in mezzo alla complessità del presente, senza lasciare da parte il mandato apostolico: «Risplendete come astri nel mondo»”. Cita san Paolo, la Lettera ai Filippesi.
Ed è lo stesso invito che il pontefice esprime agli educatori e alle istituzioni educative che sono chiamate oggi a vivere il loro Giubileo: “Risplendete oggi come astri nel mondo”, grazie all’autenticità del vostro impegno nella ricerca corale della verità condivisione, nella sua coerente e generosa, attraverso il servizio ai giovani, in particolare ai poveri, e nella esperienza quotidiana”.
Parla delle scuole e delle università “come laboratori di profezia, dove la speranza viene vissuta e continuamente raccontata e riproposta” dice il pontefice. Prende spunto dal Vangelo di oggi, quello delle Beatitudini: “Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fama e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio”. E definisce le Beatitudini come “l’insegnamento per eccellenza” in quanto viene da Gesù che “non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza”.
Certamente, il mondo di oggi potrebbe dare a tutti l’impressione di vivere nell’oscurità. Sembra non esserci luce. Ed è alla luce che papa Leone XIV fa riferimento parlando del nuovo Dottore della Chiesa Newman: di lui ricorda il famoso inno Lead, kindly light (“Guidami, luce gentile”): “In quella bellissima preghiera – continua papa Leone – ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte. Ma niente di tutto questo ci blocca, perché abbiamo trovato la Guida: «Guidami Tu, Luce gentile, attraverso il buio che mi circonda, sii Tu a condurmi!»”. Papa Leone XIV recita alcuni versi, in inglese, della bellissima poesia del nuovo Dottore della Chiesa.
È questo il compito dell’educazione – sottolinea il pontefice – e cioè “offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura”. Non c’è spazio allora per “le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza”. L’incoraggiamento del pontefice è quello di “fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace”.
Incoraggia, poi, a essere quella “moltitudine immensa” di cui parla la liturgia odierna: il Libro dell’Apocalisse. Lo sguardo del pontefice si posa sui “meno dotati” e si chiede: “Non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro”, così papa Leone XIV citando la sua recente Esortazione apostolica “Dilexi te”. Il pontefice, allora risponde: “Aggiungiamo: da questa risposta dipende anche la qualità evangelica della nostra educazione. Tra le eredità durature di San John Henry vi sono, in tal senso, alcuni contributi molto significativi alla teoria e alla pratica dell’educazione”.
Cita Newman che aveva nel cuore “il mistero della dignità di ogni persona umana e anche quello della varietà dei doni distribuiti da Dio”. E aggiunge: “La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo”.
E, infine, ricorda le parole che papa Benedetto XVI – in occasione del Viaggio Apostolico in Gran Bretagna, nel settembre 2010, durante il quale beatificò John Henry Newman – espresse ai giovani invitandoli a diventare santi: “Ciò che Dio desidera più di ogni altra cosa per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto possiate immaginare e vuole il meglio per voi”.
La luce del sole risplende su tutta la piazza. La luce di Newman sembra davvero risplendere, oggi, su tutta la Chiesa. E’ la luce della sapienza. E’ la luce di tutti i Santi.
L’arcivescovo della capitale iraniana parla della decisione di dedicare una stazione della metropolitana cittadina alla Madonna, raffigurata in un bassorilievo: è un segnale di apertura e di dialogo “che desta interesse”
Federico Piana – Città del Vaticano – Vatican News 31 Ottobre 2025
Vedere l’immagine della Vergine con le mani giunte in preghiera collocata in un bassorilievo in una stazione della metropolitana di Teheran non è una cosa di tutti i giorni. Ed è molto sorprendente venire a sapere che, pochi giorni fa, quella stazione della capitale della Repubblica islamica dell’Iran è stata dedicata alla Madonna con il titolo di Maryam-e Moghaddas, che in sostanza significa “Santa Maria”.
Aperture positive
Anche il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan — arcidiocesi che si prende cura dei cattolici di rito latino di tutto il Paese — è positivamente sorpreso. Quando lo incontriamo a Roma, non esita a mettere in evidenza che in questo evento si celano due dimensioni, quella del dialogo e quella della pace: «C’è sicuramente l’interesse di mostrare, alla comunità nazionale e al mondo intero, l’apertura di un Paese nel quale non c’è libertà religiosa ma una libertà di culto che si concretizza dentro il quadro di leggi che vanno rispettate».
Atmosfera di raccogliemento
Chi, come il cardinale, ha avuto modo di visionare le foto e le informazioni che hanno fatto rapidamente il giro del web, racconta che i binari della stazione si trovano ad oltre 30 metri di profondità e che per raggiungerli, utilizzando le scale o le scale mobili, ci si imbatte in una prima scritta di augurio, benedizione, a Dio. «È molto interessante perché non è solo in persiano, la lingua ufficiale, ma anche in arabo, armeno ed inglese. Mentre si scende, alle pareti dei livelli intermedi si notano degli archi sopra i quali è stato posto un cielo bianco ed azzurro, colori usati anche per la Madonna. Ne viene fuori un’atmosfera che sa proprio di raccoglimento, di chiesa». Scendendo ancora, gli altri testi vergati sulle pareti sono quelli della Guida suprema e frasi che presentano Gesù principalmente come un profeta e come un rivoluzionario. «C’è una placca in metallo — aggiunge il cardinale — che fa riferimento al brano coranico sulla gente del Libro nel quale si dice che bisogna considerare in questo modo Gesù mentre Maria viene definita madre del profeta».
Vari livelli
La grande hall, la cui volta ricorda anche in questo caso un cielo illuminato da molte lampadine, si trova al termine della discesa e porta ad alcune scale che conducono ai binari. È a questo livello, e a quello successivo dei binari, che sono stati installati alcuni bassorilievi che l’arcivescovo di Teheran descrive in modo minuzioso: «Uno di questi, riprendendo un brano coranico, ovviamente differente da quello del Vangelo, mostra un Gesù molto bello che cammina sulle acque. Di fronte a lui, però, non ci sono delle persone ma è stato posto il testo di una poesia che parla delle difficoltà della vita. Anche se Gesù viene messo in relazione con la poesia persiana questa immagine può essere ben riconosciuta dai cristiani».
Palpebre chiuse
Il bassorilievo con l’immagine di Maria si trova, invece, nel lato opposto. «A destra e a sinistra della sua figura si vedono dei tulipani, che solo ora ho scoperto essere dei fiori iraniani che si offrono a persone importanti. Maria ha le mani giunte e un’aureola discreta, che non prende nessun colore». Quello che ha colpito particolarmente il cardinale Mathieu è il fatto che sia Gesù che la Vergine sono raffigurati con le palpebre chiuse: lo sguardo con il viaggiatore c’è ma manca quel contatto diretto, intimo, che si sprigionerebbe se le pupille potessero incontrarsi. «È una visione molto chiara dell’Islam su Maria, su Gesù, ma rimane pur sempre un simbolo di dialogo che desta interesse». La stazione della metropolitana si trova esattamente al centro della linea 6 e sorge in un parco già dedicato alla Madonna e nel quale sono situati la cattedrale dei cristiani armeni apostolici, san Sarkis, ed il loro centro culturale
Osteggiato, calunniato e dimenticato, fu riscoperto dal Concilio Vaticano II, che però non lo citò mai. Oggi Leone XIV lo proclama Doctor Ecclesiae
Matteo Matzuzzi – 01 novembre 2025
“L’attualità di Newman? I santi sono spesso profeti. Studiando la sua vita drammatica, ci si accorge che ha anticipato molte sfide del nostro tempo”, dice il prof. Hermann Geissler, direttore del Centro internazionale degli Amici di Newman a Roma
Oggi, festa di Ognissanti, in occasione della messa per il Giubileo del mondo educativo, il Papa proclamerà John Henry Newman dottore della Chiesa e co-patrono della missione educativa della Chiesa stessa. Beatificato da Benedetto XVI e canonizzato da Francesco, ora è Leone XIV a mettere il supremo sigillo su questo studioso d’epoca vittoriana dalla vita travagliata, dotto tra i più dotti, passato al cattolicesimo quando era il nome più in vista della Chiesa d’Inghilterra, e per questo abbandonato da tutti, ritenuto essere pietra dello scandalo. La sua influenza fu decisiva per generazioni di intellettuali, direttamente o indirettamente: Tolkien e Chesterton i più celebri. Ma se nell’antica famiglia anglicana il risentimento nei suoi confronti fu inscalfibile, non è che nel mondo cattolico sia andata meglio, nonostante la porpora che Leone XIII gli conferì nel 1879, con buona parte della Chiesa romana che dubitava circa l’opportunità di tale creazione cardinalizia. Solo in pieno Novecento, e con il Vaticano II, il suo nome tornò alla ribalta. E con il suo nome pure le sue idee, dimostrando che il vecchio animatore del Movimento di Oxford fu un novello precursore, cambiando l’esistenza di tanti che lo incontrarono nei suoi scritti o nello studiarne la vicenda umana. Disse Benedetto XVI nella veglia di preghiera per la sua beatificazione, il 18 settembre del 2010 a Hyde Park, che “Newman ha avuto da tanto tempo un influsso importante nella mia vita e nel mio pensiero, come lo è stato per moltissime persone al di là di queste isole. Il dramma della vita di Newman ci invita a esaminare le nostre vite, a vederle nel contesto del vasto orizzonte del piano di Dio, e a crescere in comunione con la Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: la Chiesa degli apostoli, la Chiesa dei martiri, la Chiesa dei santi, la Chiesa che Newman amò e alla cui missione consacrò la propria intera esistenza”. John Henry Newman che, per dirla con Papa Prevost, “contribuì in maniera decisiva al rinnovamento della teologia e alla comprensione della dottrina cristiana nel suo sviluppo”.
Ma cosa ha da dire, questo teologo e filosofo ottocentesco, a noi uomini del 2025? La domanda provocatoria la poniamo al professor Hermann Geissler, direttore del Centro internazionale degli Amici di Newman a Roma, docente in vari istituti teologici, massimo esperto del nuovo dottore della Chiesa (“Coscienza e verità negli scritti del cardinale John Henry Newman” è il tema della sua tesi di dottorato in teologia, tanto per capire il contesto). Ha scritto per Cantagalli John Henry Newman. Un nuovo dottore della Chiesa?, una sorta di guida alla scoperta del santo inglese accessibile anche a chi non ha tutti gli strumenti a disposizione per entrare nella sua non facile grammatica. La risposta è immediata: “I santi sono spesso profeti. Quando uno legge e studia un po’ la vita di Newman si accorge subito che lui ha davvero vissuto una vita traumatica e ha anticipato molte delle sfide del nostro tempo. E’ stato un grande ricercatore della Verità. Dopo la sua prima conversione all’età di quindici anni, quando ha capito che Dio veramente esiste, ha compreso che Dio è la realtà più importante che c’è. Aveva questa forte percezione della realtà di Dio e l’ha cercato con tutto il cuore, incontrandolo dentro di sé, nella sua coscienza. Questo, secondo me, mostra che lui in qualche modo ha superato la sfida della modernità”. In che senso? “Cosa fa la modernità? La modernità mette al centro il proprio io e l’uomo si chiude in sé stesso. Perde il contatto con Dio ma anche con l’altro. Un segno della modernità è proprio l’individualismo. Newman supera questa dialettica, questa opposizione tra io e Dio, tra io e tu, scoprendo Dio nel suo cuore, ‘nella sua coscienza’, come dirà più tardi. E’ molto interessante: lui interpreta la coscienza, che non è la voce del proprio io, come per l’uomo di oggi. Ai nostri tempi, se uno dice ‘scelgo la mia coscienza’, intende la volontà di fare ciò che vuole. Newman dice che questo è l’opposto della coscienza; la coscienza dice all’uomo non ciò che vuoi tu, ma ciò che vuole Dio. La coscienza è l’eco della voce di Dio, perché lui stesso ha fatto questa esperienza, ha sentito questa voce. Anche con tanta sofferenza”. Da qui, spiega Geissler, “ha cercato di seguire questa voce, diventando pastore anglicano e nella preparazione all’ordinazione diaconale ha compiuto una seconda conversione che potremmo definire ‘ecclesiale’. Ha capito che se si vuole seguire questo Dio scoperto nel proprio cuore, bisogna servire l’altro. Solo se amo l’altro posso amare anche Dio, solo se servo l’altro posso servire Dio. Newman ha scoperto la dimensione ecclesiale e pastorale della sua vocazione e scrive nel suo diario queste parole forti: ‘D’ora in poi ho responsabilità per le anime, fino al giorno della mia morte’. Si può dire che abbia capito l’importanza della paternità spirituale, un’altra dimensione molto importante oggi. La gente cerca nella Chiesa un padre spirituale, qualcuno che la guidi nel suo cammino, nelle difficoltà, nelle sfide. Newman voleva essere un padre spirituale, l’ha fatto in tanti modi, con gli studenti, con i suoi parrocchiani, con i semplici operai che seguiva”. Poi? “Poi ha scoperto i Padri della Chiesa, quando aveva meno di trent’anni. Ha cominciato a leggere i Padri in modo sistematico, li ha letti proprio tutti. Conosceva già buona parte della Scrittura a memoria, quindi passò ai Padri della Chiesa: più tardi dirà che sono stati loro a farlo cattolico”. In seguito fondò con alcuni amici il Movimento di Oxford: “Sì, e disse che l’anglicanesimo e la Chiesa d’Inghilterra avevano perso la fede”. Anche qui il discorso non sembra troppo distante da certi ragionamenti a noi contemporanei. “Newman – dice il prof. Geissler, che dal 1993 al 2019 ha lavorato presso l’allora congregazione per la Dottrina della fede – sosteneva che ci volesse una seconda Riforma che partisse dai Padri, dalla Chiesa degli inizi, dalla freschezza della fede dei primi secoli. Su questo si diede a un’intesa attività di predicazione con i suoi amici, pubblicando i Tracts for the Times, piccoli trattati su temi di attualità: ha cercato di riportare dentro l’anglicanesimo il patrimonio cattolico che ha scoperto nei Padri della Chiesa, ha voluto ‘cattolicizzare’ la Chiesa anglicana, se vogliamo dire così. Poi però ha capito che ciò non era possibile, ha tentato anche di porre l’anglicanesimo su un fondamento un po’ più sicuro, perché lui era convinto che mentre i protestanti avevano perso per strada alcuni elementi del patrimonio originale e i cattolici avevano aggiunto altri elementi quali ad esempio la devozione mariana, i santi, la preghiera per i defunti, la devozione al Papa, gli anglicani avessero invece trovato la ‘via media’, una posizione per così dire di equilibrio”. Però… “Però, da grande studioso della Storia, scoprì che nel quarto secolo c’era già stata una via media tra i cattolici e gli ariani: c’erano i semi ariani, per esempio. Si è molto spaventato, e per la prima volta che ha capito che forse i cattolici, alla fine, avevano ragione”.
Ma chi era Newman? Qualcuno lo definisce un tradizionalista, altri dicono che fosse un uomo aperto alle idee nuove. Per diversi osservatori è stato precursore addirittura del Concilio Vaticano II. “Per capirlo bisogna raccontare la sua storia. Il suo ultimo trattato è un tentativo di interpretare i trentanove articoli del fondamento dell’anglicanesimo in chiave cattolica. Questo trattato è stato condannato dall’Università di Oxford che tollerava tutto, ma non che qualcuno potesse avere pensieri cattolici. Questo era proibito. Anche i vescovi anglicani lo abbandonarono. Quindi si ritirò a Littlemore dedicandosi solo allo studio, alla preghiera, al digiuno e alla ricerca della verità. E vengo alla domanda, perché è qui, in questa fase della sua vita, che scrive sullo sviluppo della dottrina. Si interroga se le aggiunte cattoliche siano veramente deviazioni e corruzioni – come lui stesso inizialmente pensava – del patrimonio originale. Come spiegarle? Forse, si disse, si tratta di sviluppi organici che come un albero con i suoi rami cresce e matura nel tempo. Alla fine di questo periodo di studio comprende che è davvero così: non si tratta di corruzioni, ma di sviluppi organici. Chiariamo una cosa: Newman sa che bisogna discernere fra sviluppi veri e sviluppi falsi, e a questo scopo propose i sette criteri di discernimento fra sviluppi autentici e corruzioni. Lui ha riportato all’interno della Chiesa anglicana la dimensione della Storia, una novità assoluta. Newman fu un pensatore assolutamente moderno, assolutamente all’avanguardia, un precursore della nouvelle theologie, se si vuole. Non fu un pensatore scolastico, benché naturalmente avesse stima per san Tommaso. Lui partiva sempre dalla Scrittura, dai Padri della Chiesa. Era moderno fino al punto che a Roma i sui scritti sullo sviluppo della dottrina finivano all’Indice, in modo da silenziarlo”.
Ma a Roma c’era anche chi lo capiva, però. “Certamente, ebbe una lunga corrispondenza con padre Giovanni Perrone, teologo di Pio IX. Padre Perrone anche se non condivideva ogni pensiero di Newman, lo comprendeva. Soprattutto sul tema dello sviluppo della dottrina. Dopotutto, Perrone fu l’uomo incaricato di lavorare alla preparazione del dogma dell’Immacolata concezione e nel suo lavoro attinse non poco a Newman. Che era moderno anche per quanto scrisse sulla coscienza, cose che ai suoi tempi nessuno diceva. Pensiamo al celebre detto “io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa”: talvolta questa frase è stata interpretata come il fatto che si potrebbe pure dissentire dal Papa. In realtà, Newman intendeva dire solo che Dio ha messo dentro di noi la coscienza che ci spinge a scindere tra il bene e il male, sapendo che poi bisogna formare questa facoltà da noi ricevuta seguendo i genitori, i santi, la Chiesa, il Papa. Per lui il primato della coscienza e il primato del Papa non si oppongono. Lui ha superato l’opposizione della modernità tra io e Dio, tra coscienza e Chiesa, coscienza e autorità. E sì, è stato un precursore del Concilio Vaticano II. Pensiamo a ciò che il Concilio afferma sullo sviluppo della dottrina: siamo perfettamente dentro Dei Verbum, 8. Ma anche a ciò che viene detto sulla coscienza nella Gaudium et spes, 16… questi sono pensieri di Newman. Che è stato ben presente al Vaticano II, nonostante non sia stato mai citato. Era presente attraverso i grandi teologi che l’hanno riscoperto. Dopo la sua morte non è stato capito bene. Essendo all’avanguardia, non di rado i modernisti all’inizio del Novecento si richiamavano a lui. E’ stato scritto che il modernismo aveva le sue radici in Newman, con tutto quel che ne è conseguito. Ma era sbagliato affermare ciò, semplicemente perché non era vero”. Ma attraverso chi è stato riscoperto? “Finita la stagione dell’antimodernismo, il merito della sua riscoperta è stato di Guardini, Przywara, de Lubac, Congar, Ratzinger. Tutti questi teologi hanno capito che Newman era un genio del pensiero. L’hanno accolto e attraverso di loro è entrato nel Magistero della Chiesa”. Non a caso Ian Ker, considerato il più grande esperto del pensiero newmaniano, lo definì “padre del Concilio Vaticano II”. Già nel 1959, dopotutto, Giovanni XIII lo aveva citato nella sua prima enciclica, Ad Petri cathedram, evidenziandone il ruolo nella ricerca dell’unità dei cristiani. Il primo Papa a parlarne in maniera continua fu Paolo VI. In uno storico discorso del 1975 ai partecipanti del primo simposio sul cardinale Newman, Montini sottolineò che il filosofo e teologo inglese “diventa oggi un faro sempre più luminoso per tutti quelli che sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione sicura attraverso le incertezze del mondo moderno, un mondo che egli stesso profeticamente aveva preveduto. Molti dei problemi che Newman affrontò con saggezza – anche se fu spesso mal compreso e male interpretato – sono stati l’oggetto del Concilio Vaticano II. Non solo il Concilio, ma anche il tempo presente può essere considerato in modo speciale l’ora di Newman”.
Newman è stato sicuramente un grande campione dell’alleanza tra fede e ragione, un binomio inscindibile che però in quest’epoca, la nostra, appare un po’ sfumato. Nella grande discussione pubblica contemporanea sembra che fede e ragione non possano stare assieme, anzi spesso si pensa che la ragione determini tutto e che la fede sia una superstizione o, nella migliore delle ipotesi, una consolazione. “Quello tra fede e ragione – dice Geissler – è un altro grande ponte che Newman ha costruito. Abbiamo già menzionato l’io e Dio, la coscienza e l’autorità, e bisogna citare anche fede e ragione. Newman ne ha parlato già nei suoi sermoni universitari, ma il suo capolavoro su questo tema è La grammatica dell’assenso, dove lui mostra come l’uomo dà un assenso alla verità. E’ un libro molto complesso ma al contempo molto interessante. Newman mostra che anche in ciò che noi chiamiamo ragione c’è la dimensione della fede. Nella ragione c’è una dimensione della fede e nella fede c’è la dimensione della ragione: la fede è ragionevole, è più difficile spiegare il mondo senza fede che con la fede. Come si può dire che il mondo ha inizio senza avere un creatore? E’ molto difficile. Io mi sono posto tante volte questa domanda, però è un interrogativo continuo, non c’è risposta. Newman direbbe che alla fine ci sono solo due opzioni: o c’è all’inizio un Creatore ragionevole che ha messo la ragione dentro la realtà, oppure tutto è irrazionale. Ma allora nulla avrebbe senso”.
Sull’Osservatore Romano, in un articolo firmato dal professor Luca Tuninetti, si è di recente scritto che l’eredità di Newman e la sua testimonianza sono ancora oggi materia di dibattito tra gli studiosi. Un Newman “continuamente costretto a difendersi dalle stesse accuse che tornano ripetutamente a ogni generazione”. Ma quali sono queste accuse? “Un passo indietro”, premette Hermann Geissler: “Personalità come Charles Kingsley – il grande accusatore di Newman, ndr – non capivano come una persona intelligente potesse diventare cattolica. I cattolici, in quell’Inghilterra, erano considerati infatti ai margini della società. Quindi Newman fu disprezzato anche pubblicamente. Vent’anni dopo la sua conversione, Kingsley scrisse un articolo sostenendo en passant che i preti cattolici sono bugiardi e l’esempio più noto è il dottor Newman. Quest’ultimo prese carta e penna, convinto che bisognasse sì difendersi da un’accusa così grave, ma che soprattutto si dovesse difendere il clero cattolico e la stessa Chiesa cattolica. Quindi in sole otto settimane stilò la Apologia pro vita sua. Ogni settimana veniva pubblicano un capitolo di questo testo, con un’eco straordinaria in Inghilterra. Era il primo libro scritto da un cattolico dai tempi di Enrico VIII che veniva letto dappertutto. Il risultato fu che i cattolici compresero che non c’era miglior difensore della propria causa di John Henry Newman e anche non pochi anglicani che con lui avevano rotto ogni rapporto iniziarono a comprenderlo. Non tanto la sua conversione, ma la sua onestà nel seguire la propria coscienza. E poi, tra l’altro, non potevano fare a meno di ammirare il suo splendido inglese”. In questo testo, “Newman racconta come si è sviluppato il suo pensiero, chi l’ha influenzato, cosa ha letto e cosa gli è rimasto da queste letture. In sostanza, rivela come è maturato il suo pensiero fino alla decisione in coscienza di dover diventare cattolico. E’, se vogliamo, una difesa della Chiesa cattolica in forma di testimonianza”. Ma ci sono davvero ancora discussioni su Newman? “A mio parere, no. Gli stessi anglicani hanno oggi una grande ammirazione per lui. Si pensi che l’ex arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, scrisse una lettera formale a Papa Francesco perorando la richiesta che Newman fosse proclamato dottore della Chiesa. E altrettanto fece l’arcivescovo di York”. In effetti, la notizia della sua proclamazione è stata accolta bene in ogni campo anche cattolico, e non è poco considerato che di questi tempi la Chiesa si divide fra tifoserie su ogni cosa… “Essendo un pensatore molto moderno ma totalmente inserito nella grande tradizione del cristianesimo, Newman ha la forza di unire. Lui riesce a tenere insieme poli diversi: in un mondo dove si tende a dividere, Newman dice che bisogna unire perché la fede è una”.
Tuttavia, al di là delle mere questioni teologiche, quando si parla del nuovo dottore della Chiesa e se ne ripercorre la biografia, si ricorda sempre il suo impegno per il laicato. Parlava cioè di laici impegnati e bene educati quanto a morale e fede. Il che era una cosa sorprendente per una società rigida come quella vittoriana. Anche oggi si parla molto di laicato, i Sinodi pubblicano continuamente documenti sul cosiddetto “laicato impegnato”. Ma oggi intendiamo il laicato alla stessa maniera di come l’intendeva Newman? “No. Newman aveva un grande rispetto per i laici e anche qui si dimostrava all’avanguardia, visto che ai suoi tempi la Chiesa era essenzialmente la Chiesa gerarchica. Dopo la conversione, scrisse molto sui laici, fino al punto da sostenere che andavano consultati in materia di dottrina. Passò qualche guaio, per questo: a Roma fu accusato sostanzialmente di essere eretico, ed è rimasto sotto questo sospetto per tre-quattro anni. In realtà, le sue idee sono di una ortodossia indiscutibile. Newman sostiene solo che la fede viene trasmessa non solo dai vescovi o dai teologi, ma anche dai fedeli laici. Una cosa che oggi nessuno contesterebbe. Portava l’esempio del Quarto secolo, quando la fede nella divinità di Gesù fu trasmessa più dai fedeli laici che dai vescovi, che in buona parte erano ariani. Stiamo parlando di un fatto storico. In sostanza, Newman riteneva che i laici fossero semplicemente i battezzati, cresimati e chiamati a vivere la fede nel contesto in cui si trovavano. Noi oggi per laicato intendiamo più gruppi organizzati, ma Newman non aveva in mente nulla di tutto ciò. Non pensava, per fare un esempio, all’Azione cattolica…”.
Alla fine della sua vita, san Newman descrisse il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione un fatto puramente privato e soggettivo. Una questione riconducibile alle opinioni personali. Elemento peraltro messo in evidenza dallo stesso Ratzinger alla vigilia della beatificazione. Oggi, a più d’un secolo di distanza, si può dire che questa lotta sia ancora ben visibile nella nostra società? A giudizio del professor Geissler, “senza dubbio. Quando ricevette il biglietto che gli annunciava la creazione cardinalizia, Newman ripercorse la propria vita e disse che per mezzo secolo aveva combattuto il male peggiore che ci sia, il liberalismo nella religione. Vale a dire l’idea che la religione non sia una questione di verità, bensì di opinioni, di gusti, di sentimenti. Un fatto privato. Ed è un po’ l’idea che tutte le religioni in sostanza siano uguali, che siano tutte vie per giungere a Dio. E questo pensiero è diffuso anche all’interno della Chiesa, purtroppo. Papa Benedetto XVI aveva la stessa visione di Newman: ha parlato della dittatura del relativismo. L’uomo di oggi pensa che affermare che una religione sia quella vera significhi discriminare tutte le altre. Ma non è discriminazione: è constatare un fatto. E’ chiaro che le religioni sono la ricerca del mistero di Dio da parte degli uomini, ma Gesù è l’unica via verso il Padre, come afferma la Dominus Iesus. Chi predica questo? Chi ha il coraggio di dirlo? Se non lo diciamo, non si capisce più perché fare missione. A mio avviso, la debolezza nella missione in molti paesi ha qui la sua vera ragione, anche in Europa. Il rispetto per la persona di un’altra religione ci deve sempre essere, e questo è ovvio. Ma ciò non deve impedire di farci annunciare ciò che per noi è la verità. Questo è un punto molto importante: il Vaticano II l’ha detto, proprio nella Dignitatis humanae. Anche se pochi lo sanno. Lì si afferma subito che la religione vera è quella della Chiesa cattolica. Noi non dobbiamo rinunciare al nostro patrimonio, anche perché la Chiesa cattolica è sempre pronta a tendere la mano, a compiere il primo passo”.
Nel messaggio di Benedetto XVI del 2010 in occasione del Simposio organizzato dal Centro internazionale Amici di Newman, si sosteneva che “dopo la conversione, egli si lasciò guidare da due criteri fondamentali che manifestano appieno il primato di Dio nella sua vita. Il primo, ‘la santità piuttosto che la pace’, documenta la sua ferma volontà di aderire al Maestro interiore con la propria coscienza, di abbandonarsi fiduciosamente al Padre e di vivere nella fedeltà alla verità riconosciuta. Spieghiamo meglio questo riferimento alla santità piuttosto che alla pace? “Questa è una frase presa dal libro ‘La forza della verità’, che stava all’origine della sua conversione a quindici anni. Newman era sempre un uomo di pace: non voleva mai mettere la pace in secondo ordine, ma aveva capito che esiste anche una finta pace, una pace superficiale. La pace per lui aveva bisogno di un solido fondamento che può essere solo la Verità, la giustizia, l’amore e la santità. Se io cerco di vivere una vita santa, sono veramente uomo di pace”.
Newman ci ricorda anche che il progresso scientifico, se separato dalla dimensione etica e spirituale, rischia di smarrire il senso ultimo della verità e della dignità umana. “E’ l’ultimo capitolo della Apologia pro vita sua: la ragione umana, con tutta la sua capacità ha anche una forza che può spaventare. Newman dice che l’uomo può annientare se stesso, il pericolo del suicidio. Afferma che l’uomo non è solo ragione, ma è anche cuore. E’ l’unione della facoltà conoscitiva e di quella morale che unisce l’uomo nella persona umana. E ciò è assolutamente attuale: con la tecnica possiamo aiutare le persone, ad esempio possiamo superare il problema della fame nel mondo, ma al contempo far cadere una bomba atomica. La scienza, da sola, è ambigua. Ha bisogno di forza morale per essere guidata. Papa Benedetto tante volte ha affermato che scienza e morale devono andare assieme per il bene dell’uomo e dell’umanità. Proprio sulla linea di Newman”