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Quanto può durare ancora la guerra in Iran? Ipotesi e scenari, dalle truppe di terra Usa a Hormuz all’ira (contro Israele) dei Paesi del Golfo

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 20 Marzo 2026

Da Washington si fa più insistente la possibilità dell’invio di truppe per presidiare la fascia costiera attorno a Hormuz e occupare l’isola di Kharg. L’Arabia Saudita minaccia di intervenire, ma a quale prezzo?

Il conflitto continua ad espandersi coinvolgendo sempre di più il settore energia mentre da Washington trapelano segnali di ulteriori mosse, compreso il ricorso a forze di terra.

L’offensiva

Israele e Stati Uniti, a volte con distinguo, perseguono nella campagna per neutralizzare basi missilistiche, depositi, fabbriche belliche, bunker. Sono migliaia i raid condotti con cruise delle navi, ordigni ad alto potenziale dei bombardieri B 1 e B 52, missili dei caccia e droni. 

Gli ultimi strike nella zona di Hormuz sono considerati dagli esperti come una fase preparatoria per cercare di tenere aperto lo Stretto. La sola aviazione, però, non basta. Ed ecco i presunti piani per l’impiego di unità terrestri. Non solo il contingente dei Marines in trasferimento via nave dall’Asia ma anche truppe oggi ancora negli Usa. Fonti citate dalla Reuters rilanciano le ipotesi di azioni per presidiare la fascia costiera attorno allo Stretto, per occupare l’isola di Kharg o tre isolotti Abu Musa, Piccola e Grande Tumb, per assumere il controllo di impianti nucleari.

Quanto sia vicino questo scenario è difficile dirlo: c’è chi mette in guardia sui rischi e chi, invece, ritiene esistano possibilità di raggiungere gli obiettivi anche se sono da calcolare perdite pesanti. Il presidente ha affermato che non è sua intenzione schierare truppe ma ha poi ha subito aggiunto: «Se lo facessi non ve lo direi».  Le incognite principali però restano immutate: nessuno ha idea di quale sia lo sbocco «politico» o il progetto pensato dalla Casa Bianca. Cambio di regime? Soluzione pragmatica con un accordo? Ma soprattutto quanto durerà? The Donald ha cambiato registro tante volte e non è detto che il co-pilota Bibi Netanyahu condivida la stessa rotta. 

Il segretario del Pentagono ha dichiarato giovedì che sarà il presidente a decidere la fine. Resta la prospettiva di una crisi senza termine mentre gli esperti fanno stime sulla disponibilità di munizioni antimissile necessarie per contrastare gli attacchi dei guardiani. Anche qui c’è il solito balletto di versioni su quanto siano sufficienti le scorte. Domanda che riguarda, però, anche l’arsenale pasdaran. Il Capo di Stato Maggiore statunitense Caine ha osservato che i guardiani «hanno ancora capacità». Lo confermano le fiamme nella raffinerie di Haifa e, su un livello diverso, l’ F 35 «raggiunto» dalla contraerea e costretto ad un atterraggio di emergenza: prima volta che accade.

La difesa

Gli iraniani affermano di essere pronti e, del resto, è da anni che si preparano. Ritengono di poter sfruttare a loro vantaggio la geografia, il territorio, le difficoltà logistiche. Il Pentagono confida sulla potenza del dispositivo, sull’efficacia del martellamento delle posizioni, sul progressivo fiaccamento delle difese. I pasdaran, come previsto, si affidano a missili e droni lanciati in numero ridotto rispetto ai primi giorni però piuttosto precisi. 

La manovra non cambia: allargare i confini della guerra, far saltare la stabilità delle monarchie del Golfotenere in ostaggio il mercato petrolifero usando Hormuz e magari anche il Mar Rosso, resistere il più possibile sperando che The Donald, senza risultati immediati, si stanchi. 

Ma c’è anche un obiettivo più ambizioso: vogliono creare condizioni diverse per la regione per evitare che vi siano in futuro nuove Epic Fury. Le ostilità si fermano – è la loro parola d’ordine – solo in cambio di garanzie precise stipulate con tutti i protagonisti dello scacchiere. Naturalmente devono prima sopravvivere al micidiale taglia-erba, all’eliminazione in serie dei loro leader, allo smantellamento progressivo degli equipaggiamenti, ad un eventuale danneggiamento massiccio delle infrastrutture civili. C’è la possibilità che si apra un fronte interno animato dagli oppositori? Il regime ha agito in modo preventivo con retate massicce e impiccagioni per chiudere gli spazi alla sua maniera.

Le monarchie

Le monarchie del Golfo sono ostaggio di un conflitto che non hanno voluto. Oppure pensavano che sarebbe stato limitato. L’incursione israeliana sul sito qatarino di South Pars ha portato ad una rappresaglia ampia dell’Iran. Il Qatar ha parlato di linea rossa violata e ha ordinato l’espulsione dell’addetto militare iraniano insieme al suo staff. L’Arabia Saudita ha minacciato di intervenire mentre una fonte non ha escluso che Riad possa invocare il patto di difesa con il Pakistan, accordo che le permette di avere un ombrello atomico e missilistico.

Un eventuale intervento saudita ha comunque un prezzo
1) Riad ha già subito nel 2019 le incursioni sui suoi impianti da parte degli Houthi. 
2) Rischia di trovarsi in una morsa con «proiettili» in arrivo dall’Iran e altri dallo Yemen, sparati proprio dalla milizia sciita che, stando ad un’interpretazione diffusa, aspetta solo questo momento per unirsi alla lotta. 
3) Il restare passivi, però, non ha indotto la Repubblica islamica ad abbassare il tiro. 
4) Alla vigilia della crisi erano uscite indiscrezioni sul «doppio linguaggio» saudita con gli inviti pubblici alla Casa Bianca ad evitare l’assalto e l’incoraggiamento in segreto a scatenarlo per farla finita con la Repubblica islamica.

Ci sono però anche altri messaggi trasmessi dagli emiri. Uno insiste su un punto: la guerra – affermano – non è nell’interesse degli Usa ma risponde alle esigenze israeliane. Il Qatar ha espresso tutta la sua rabbia a Trump in persona dopo lo strike israeliano a South Pars. Un secondo messaggio raccoglie l’idea di avere Iran debolesenza però aprire le porte al caos di una seconda rivoluzione. Un terzo auspica il negoziato: il mediatore Oman se ne è fatto portavoce trovando consenso anche nel mondo degli affari degli Emirati. Che oscillano tra la volontà di preservare gli interessi economici e l’ipotesi di aderire ad una missione multinazionale per una libera navigazione attraverso Hormuz.

🔴LIVE🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA – 20/03/2026

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TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO – Catechesi a cura di P. Livio – Puntata 27

CAPPELLA DELLA REGINA DI RADIO MARIA

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Venerdì 20 Marzo 2026

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE

h. 9.00: EDITORIALE: Radio Maria: Un dono di Maria per la Chiesa

h. 10.oo: “Tutti i Segreti si realizzeranno” (27)

🔴LIVE🔴 NON PRAEVALEBUNT – PUNTATA 14: Il più grande combattimento dell’umanità – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


Zelensky contro l’Iran

Sui droni l’aiuto dell’Ucraina è prezioso per l’America

Federico Rampini / CorriereTv – Giovedì 19 Marzo 2026

Zelensky ha messo a disposizione degli americani circa 200 esperti di droni per aiutare l’offensiva degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e aiutare, soprattutto, la difesa di tutta la zona che viene colpita dalle rappresaglie iraniane. 

Questa notizia è interessante per tante ragioni. Intanto ci ricorda quanto l’Ucraina è diventata una potenza nella tecnologia della sicurezza, della difesa. È un Paese che ha ormai un’industria molto avanzata nei droni per la difesa. E quindi, nonostante sia un paese sotto attacco in guerra, che deve pensare soprattutto a proteggersi dall’offensiva della Russia, l’Ucraina riesce comunque a fornire un aiuto a Stati Uniti e Israele nell’altro conflitto, quello del Medioriente. 
È una mossa che ha anche una valenza tattica, politica; Zelensky in questo modo vuole accumulare dei crediti nei confronti dell’amministrazione Trump e spera che questi poi gli servano in futuro, al tavolo del negoziato con la Russia che per il momento sembra completamente impantanato. 
È anche però – da parte di Zelensky – una scelta di campo che corrisponde al fatto che si stanno delineando di nuovo due schieramenti molto precisi: cioè nella guerra in Iran rinasce il cosiddetto asse della Resistenza, l’asse anti occidentale.
La Russia di Putin sta aiutando i Pasdaran, sta aiutando le forze iraniane nella scelta di obiettivi da colpire. La Russia di Putin fornisce intelligence aerea, satellitare. Insomma, c’è un ruolo molto attivo della Russia a sostegno del suo alleato di sempre, che è l’Iran. E lo stesso fa, sia pure in forme più discrete, la Cina

Quindi questa è anche quella dell’Iran, una guerra per procura. Da una parte ci sono gli Stati Uniti, Israele, il mondo arabo molto compatto perché l’Iran ha ricostituito la coalizione araba colpendo un po’ tutti Arabia Saudita, Emirati, Qatar. E quindi c’è da una parte questo schieramento di Stati Uniti, Israele e mondo arabo. Dall’altra ci sono dietro l’Iran, la Russia e la Cina. È la classica guerra per procura in questa guerra.

Gli europei per adesso si sono chiamati fuori, ma bisogna constatare che oltre che una scelta politica, in certi casi per certi paesi europei questa è semplicemente una constatazione di fatto che non hanno molto da offrire. 
Un esempio clamoroso è quello della Germania: se l’Ucraina scende in campo a favore degli Stati Uniti, aiuta gli Stati Uniti e Israele con le proprie tecnologie di droni può fare la differenza. La Germania invece, dal punto di vista strettamente militare, in quella parte del mondo, non ha niente da offrire. Che ci sia o non ci sia, in sostanza non se ne accorge nessuno.

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