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La citazione del giorno – “Senza Dio non c’è futuro” – n°34

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🟢IN RADIOVISIONE: IL FALSARIO: LA LOTTA QUOTIDIANA CONTRO SATANA – PUNTATA 77


Tre esperti Usa: senza cambio di regime in Iran, Trump non vince

di Federico Rampini| 2 giugno 2026

Gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza

La situazione nel Golfo resta fluida, i bilanci sono impossibili finché non viene firmato un accordo tra Stati Uniti e Iran. Poi, una volta conosciuti i dettagli, il pezzo di carta firmato dalle parti non basterà: bisognerà vedere quanto sarà rispettato e applicato. In attesa che giunga quel giorno, un bilancio ipotetico della guerra finora guardava a due indicatori chiave: Hormuz e nucleare. Senza una riapertura totale e incondizionata dello Stretto (senza pedaggi), senza una rinuncia all’arricchimento dell’uranio, non si potrà parlare di una vittoria americana. Ora tre esperti americani intervengono con una condizione aggiuntiva, «ripescando» in extremis la questione del cambio di regime. Finché questa Repubblica islamica sopravvive, sia pure decapitata di un’intera generazione di leader, il problema Iran resterà e il Golfo non potrà dirsi pacificato.

Secondo Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh — tre autorevoli esponenti dell’establishment strategico americano, rispettivamente ex sottosegretario alla Difesa, ex responsabile CIA per il dossier Iran e senior fellow del Council on Foreign Relations — gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale della guerra con l’Iran: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza.

Gli autori partono da una constatazione: negli ultimi vent’anni la politica americana verso l’Iran è oscillata fra due illusioni opposte. La prima è stata quella dell’amministrazione Obama, convinta che un accordo nucleare accompagnato dalla revoca delle sanzioni avrebbe incentivato Teheran a comportarsi come una potenza responsabile. La seconda è stata la convinzione, diffusa in parte della destra americana, che una forte pressione economica e militare potesse rapidamente piegare il regime.

Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh entrambe le strategie hanno fallito. L’accordo nucleare del 2015 non ha moderato la Repubblica islamica. Al contrario, le nuove risorse finanziarie fornite da Obama hanno consentito a Teheran di rafforzare i propri alleati regionali e la propria rete di milizie jihadiste (Hamas Hezbollah Houthi) con le conseguenze che sappiamo in Israele e in Libano. Anche per la ricchezza degli arsenali missilistici e di droni la teocrazia degli ayatollah può «ringraziare» Obama. Allo stesso tempo, neppure la pressione militare più recente ha prodotto il risultato sperato di destabilizzare il sistema di potere iraniano.

Gli autori osservano che l’attuale accordo negoziato da Donald Trump, volto a ridurre la militarizzazione dello stretto di Hormuz e a contenere l’escalation, nasce da una situazione di sostanziale stallo. L’Iran ha subito colpi pesanti, ma è riuscito a dimostrare che può ancora minacciare un punto nevralgico dell’economia mondiale.

Questa consapevolezza ha prodotto un cambiamento all’interno del regime. Per decenni il programma nucleare è stato il pilastro della strategia iraniana. Oggi, sostengono gli autori, una parte crescente dell’élite rivoluzionaria considera Hormuz uno strumento ancora più efficace. Le infrastrutture nucleari possono essere bombardate. Le centrifughe possono essere distrutte. Lo stretto invece resta dov’è sempre stato: sotto gli occhi dell’Iran.

Non a caso alcuni dirigenti vicini ai Guardiani della Rivoluzione hanno iniziato a descrivere Hormuz come una sorta di equivalente funzionale della bomba atomica. Se Teheran riesce a minacciare o limitare il traffico commerciale in quella regione, può provocare conseguenze economiche globali immediate senza possedere armi nucleari.

Da questo punto di vista la guerra avrebbe generato una conseguenza inattesa. I bombardamenti israeliani e americani hanno insegnato al regime che la sua arma più preziosa non si trova nei laboratori nucleari ma nella geografia.

Gli autori ritengono inoltre che la leadership iraniana sia oggi diversa da quella che governava prima della guerra. Le perdite subite, gli assassinii mirati e le operazioni israeliane hanno accelerato una redistribuzione del potere all’interno del sistema. Figure più legate ai Guardiani della Rivoluzione avrebbero acquisito un peso crescente. Si tratta di dirigenti meno inclini alla prudenza e più favorevoli a una strategia offensiva.

In alcuni ambienti vicini al regime si parla apertamente di una nuova dottrina della deterrenza. Se in passato l’obiettivo era evitare uno scontro diretto mantenendo le tensioni sotto una certa soglia, oggi la nuova generazione di dirigenti sembra convinta che l’Iran debba espandere il campo della crisi e sfruttare la propria posizione geografica per esercitare pressione sugli avversari. Anche se verrà raggiunto un accordo che consenta la ripresa del traffico commerciale, la libertà di navigazione nel Golfo Persico non sarebbe più garantita come in passato. Ogni compagnia marittima, ogni assicuratore e ogni investitore saprebbero che Teheran possiede la capacità di interrompere o ostacolare quel traffico in qualsiasi momento.

Washington potrebbe mantenere aperto Hormuz solo attraverso una presenza militare permanente e massiccia. Sarebbe necessario garantire nel tempo la sicurezza delle rotte commerciali, proteggere i convogli, sminare le acque, sorvegliare continuamente l’area e dissuadere nuove iniziative iraniane. Una missione che richiederebbe portaerei, sottomarini, cacciatorpediniere, aerei da ricognizione, droni, velivoli radar, forze anfibie e una rete di basi militari distribuite in tutto il Golfo. In sostanza, ciò che l’America ha cercato di evitare negli ultimi quindici anni: una presenza militare permanente e costosa in Medio Oriente.

Questo entra in collisione con una delle priorità strategiche sia dei democratici sia dei repubblicani: concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina. Da Barack Obama fino a Donald Trump, passando per Joe Biden, la strategia americana è stata quella di ridurre gradualmente il peso del Medio Oriente per dedicare maggiori energie all’Indo-Pacifico. Una crisi permanente nello stretto di Hormuz renderebbe molto più difficile questo spostamento.

Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh, la guerra ha inoltre dimostrato i limiti degli alleati regionali degli Stati Uniti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito enormemente nelle proprie forze armate, ma la deterrenza verso l’Iran continua a dipendere in larga misura dalla presenza americana. Solo Washington possiede la combinazione di intelligence, sorveglianza, comando operativo e potenza di fuoco necessaria per contenere efficacemente la Repubblica islamica.

La sfida non riguarda soltanto il piano militare. Anche dopo i bombardamenti, gli Stati Uniti dovranno continuare a monitorare il programma nucleare iraniano, le fabbriche di missili, la produzione di droni, le attività dei Guardiani della Rivoluzione e gli eventuali aiuti provenienti da Russia e Cina.

Di fronte a questo scenario, gli autori arrivano alla conclusione più controversa. A loro giudizio nessuna strategia di contenimento può risolvere definitivamente il problema iraniano. Né i negoziati, né le sanzioni, né i bombardamenti possono eliminare alla radice la minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica. L’unica soluzione definitiva sarebbe un cambiamento di regime. Edelman, Gerecht e Takeyh non immaginano però una rivoluzione imposta dall’esterno. Al contrario, insistono sul fatto che solo gli iraniani possono rovesciare il sistema creato da Khomeini nel 1979. Gli Stati Uniti e Israele possono indebolire il regime, raccogliere intelligence, sostenere forme di opposizione, creare opportunità. Ma la trasformazione politica dovrà nascere dall’interno.

Le rivoluzioni, ricordano, sono prima di tutto fenomeni psicologici. Affinché una popolazione si sollevi, deve percepire che il potere sta vacillando e che la repressione non è più invincibile. Finora la Repubblica islamica ha mostrato segni di fragilità, ma non di disintegrazione.

Al confine tra Israele e Libano, nascondendosi dai droni invisibili di Hezbollah: «Se scappi ti seguono, sembra proprio che ti guardino»

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 2 Giugno 2026

I filo-iraniani hanno iniziato a usare gli Fpv a fibra ottica, simili a quelli che Mosca impiega sul fronte ucraino

DALLA NOSTRA INVIATA 
SHOMERA (confine tra Israele e Libano) – «Il problema è che non te ne accorgi. Sei lì seduto e all’improvviso lo senti sulla tua testa». Fino al mese scorso Sami Zanetti, capo del consiglio di Shomera, non sapeva nemmeno cosa fosse un drone. Ora mentre ne parla, sgrana gli occhi. «Se scappi, ti segue, sembra proprio che ti guarda.

La settimana scorsa, alla fermata dell’autobus di Shomera — lo scuolabus era partito da pochi minuti —, un drone si è abbattuto sulla tettoia di cemento sgretolandola in parte. «Dopo l’attacco, a terra, abbiamo trovato questi strani filamenti», dice Zanetti. In mano ha un fascio di filamenti sottili e quasi invisibili, come filo da pesca. Da marzo anche Hezbollah ha iniziato a usare i droni a fibra ottica. Piccoli — rientrano nella categoria Fpv, first-person view, gli stessi che si usano ai matrimoni — questi quadricotteri sono molto più difficili da individuare e intercettare rispetto ai razzi e ai proiettili di mortaio. Caricati con esplosivo, volano a bassa quota e sono collegati ai loro operatori tramite un sottile filo ottico lungo tra i 10 e i 30 chilometri, che permette ai piloti di vedere e inseguire i bersagli a terra da remoto. Il tutto senza che se ne possa disturbare il segnale con le tecniche di jamming perché la fibra aggira il problema. 

Resti di fibra ottica lasciata da un drone  (M.Serafini)

Sono gli stessi droni che abbiamo visto decine di volte sul fronte ucraino e che vengono impiegati dai russi contro obiettivi civili e militari. Costano poco, tra i 300 e i 400 dollari l’uno, fanno danni contenuti, ma hanno un impatto psicologico sui civili devastante. «Con i razzi ho 15 secondi per rifugiarmi in un bunker. Con i droni, non hai modo di sapere quando cadranno», spiega Zanetti.

A Netu’a, pochi chilometri più a est, arriva un segnale sullo smartphone. «C’è un’allerta, bisogna andare nel rifugio», avverte Yoav Cohen, capo del consiglio della cittadina. Il bunker pubblico è in realtà un piccolo gabbiotto di cemento. Dall’interno scrutiamo il cielo. L’esercito israeliano a volte intercetta i droni che oltrepassano il confine, ma spesso perde anche il contatto con questi piccoli dispositivi che volano a bassa quota. Non succede niente. «Tre giorni fa mio fratello ne ha tirato giù uno con il suo fucile», racconta Yoav che a sua volta porta a tracolla un M4.

La barriera costruita per proteggere il confine vista da una torretta di osservazione (M.Seraf

Per anni, Hezbollah ha costruito il suo arsenale grazie al sostegno finanziario e tecnologico dell’Iran. Prima della guerra di Gaza, le autorità israeliane stimavano che Hezbollah possedesse circa 150.000 razzi, tra cui munizioni a lungo raggio e di precisione. Tuttavia, a seguito degli attacchi israeliani contro l’arsenale e dei lanci di razzi contro il Nord d’Israele si stima che oggi alle milizie del partito di Dio sia rimasto solo il 10 per cento dei razzi. Non essendo in grado di eguagliare la potenza o la tecnologia dell’esercito israeliano, Hezbollah ha dato il via alla guerra asimmetrica. E ora, dei 13 soldati dell’Idf caduti da marzo, almeno 4 sono stati uccisi da un drone.

Lungo il confine regna il silenzio. I monumenti ai caduti del 2006 sono nascosti ormai dalla vegetazione. Nuove barriere di cemento sono state costruite per proteggere il territorio da possibili attacchi. Le postazioni dei militari dell’Idf sono protette da reti da pesca, proprio come succede in Ucraina. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha offerto i suoi intercettori come protezione da Hezbollah, ma Israele ha preferito fare da sé. In un progetto sviluppato dall’azienda Smart Shooter, un sensore scansiona continuamente l’ambiente circostante, inviando informazioni a un computer montato sull’arma personale di un soldato, che può analizzare la minaccia, agganciare un bersaglio e poi sparare. 

Il ministero della Difesa sta inoltre promuovendo lo sviluppo e l’acquisto di armi a microonde ad alta potenza, progettate per bruciare i circuiti interni di un drone indipendentemente dalla frequenza. Ma, secondo gli analisti militari, l’Idf è ancora indietro sulle tecnologie di difesa e lo stesso premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto ammettere che «ci vorrà del tempo». Cedri e nuvolette

Yoav Cohen e Sami Zanetti, responsabili delle comunità sul confine a Shomera (M.Serafini)

Al kibbutz di Sasa è quasi ora di pranzo. Dal belvedere si vede a occhio nudo il Libano. Anche due cedri se ne stanno lì fermi immobili a guardare verso nord. «Noi siamo gente di frontiera. Siamo abituati al pericolo», racconta Luciano Assin che a Sasa vive con i suoi figli e i suoi nipoti. «Dopo il 7 ottobre avevamo fatto evacuare donne e bambini ma ora è diverso». Non fa in tempo a finire la frase che un boato squarcia l’aria. Tutti alzano lo sguardo verso l’alto. Due piccole nuvolette e delle scie a spirale galleggiano nel cielo. «Non è suonato l’allarme, forse è un drone», spiega Assin. Ma invece di andare nei bunker tutti si avviano verso la mensa lentamente. Per un Fpv non è il caso di agitarsi troppo.


PS:

Un drone FPV (dall’inglese First Person View, “visuale in prima persona”), noto anche come drone da corsa, è un velivolo a pilotaggio remoto dotato di videocamera e sistema di trasmissione video in tempo reale. Il pilota può, grazie ad un modulo di ricezione video appositamente progettato, indossare un visore o un paio di occhiali in grado di mostrare in tempo reale la visuale del drone, permettendo movimenti più precisi e dinamici.

I Segreti di Medjugorje

54.I Sacri Cuori di Gesù e di Maria nel tempo dei Segreti

Nel mese di giugno la Chiesa celebra la festa dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Il primo gennaio 2001 in un Messaggio speciale sul Podbrdo, la Madonna disse: «In modo speciale adesso in cui Satana è libero dalle catene. Io vi invito a consacrarvi al mio Cuore e al Cuore di mio Figlio». Vi è un invito esplicito alla consacrazione dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

Bisogna sottolineare l’interconnessione di questi due Cuori. Siamo abituati a celebrare separatamente il Sacro Cuore di Gesù al venerdì e il Cuore Immacolato di Maria al sabato. Tuttavia, da tempo si è creata una corrente spirituale, in Francia, dove si è unita la consacrazione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria come fosse un’unica consacrazione. Secondo l’impostazione teologica classica, si arriva al Cuore di Gesù attraverso il Cuore di Maria: ad Jesum per Mariam. Questo comporta che la nostra consacrazione avvenga insieme. Quindi, la Madonna sembra aver appoggiato questo filone di spiritualità, in cui si uniscono i due Sacri Cuori. Proprio perché satana è sciolto dalle catene, in un periodo particolare della salvezza dove il diavolo tenta il suo assalto più forte all’opera della Redenzione, cercando di distruggere la fede, la Chiesa e il mondo, Maria ci chiede di consacrarci ad ambedue i Cuori.

La stessa dinamica della storia della salvezza prevede due combattimenti spirituali. Il primo è quello fra la Donna vestita di sole e il grande drago rosso che è satana. Dopo il tempo di pace, ci sarà il secondo combattimento spirituale che è l’ultimo assalto di satana all’opera della redenzione e della Creazione e che avverrà direttamente per opera del diavolo e Gesù verrà in persona a sconfiggere satana, con il suo Sacratissimo Cuore. Mentre il primo avviene per mano delle due bestie che sono il potere umano assoluto e la falsa religione.

L’unione dei due Cuori corrisponde ai due grandi combattimenti spirituali nella storia della salvezza nei quali siamo entrati. Questa stretta connessione dei due cuori avviene all’interno del contesto apocalittico che è tri ripartito: primo combattimento spirituale; tempo di pace; ultimo combattimento spirituale.

La parola “consacrazione” è densa e significa tantissime cose. Significa amare Cristo sopra ogni cosa, aprirsi totalmente al suo amore, fare di Gesù il fine e l’obiettivo della nostra vita. San Giovanni Paolo II, tuttavia, ha dato un’altra espressione che forse riusciamo a comprendere maggiormente: affidamento. Significa affidare la propria vita, il cuore, i dolori, le paure, le debolezze e i peccati, al Sacro Cuore di Maria che lo offre al Sacro Cuore di Gesù. Nella parola affidamento comprendiamo il termine consacrazione, che significa totale appartenenza di noi stessi a Cristo.

Il primo combattimento spirituale è un tempo nel quale satana è sciolto dalle catene, ovvero dispiega tutta la sua potenza di seduzione.  Nel Messaggio del 18 marzo 2026 la Madonna ha detto una triade che fa rabbrividire: «Felicità falsa, speranza falsa, splendore falso». La felicità falsa sono le felicità materiali che soddisfano i nostri vizi capitali, che il mondo ci dà e che poi ci avvelenano. Le felicità mondane sono tutte false e non durano per sempre. Lo splendore falso è quel tipo di vita dove sembra che la ricchezza, l’onore e la gloria siano tutto. In realtà sono gli uomini stessi che si scambiano la gloria gli uni gli altri. È uno splendore che non illumina. La speranza falsa, invece, fa credere di essere felici. Le false luci, attrazioni e glorie alle quali siamo molto sensibili, sono tutti piccoli inganni che non ci soddisfano e non riempiono la vita. Dopo essere stati sedotti dal male dobbiamo ricordarci dell’amarezza che abbiamo nell’anima, della vergogna, della prostrazione. Ogni volta che satana ci ripropone tali seduzioni dobbiamo essere in grado di rifiutarlo. È difficile rinunciare alla seduzione senza l’amore di Dio, perché se abbiamo gustato l’amore di Dio esso ci dà gioia, pienezza. Non ci faremo più ingannare dalle false luci e glorie.

Dobbiamo addestrarci a gustare le vere gioie, speranze e felicità che ci dà Dio interiormente. Nel momento in cui entriamo in contatto con Dio, comprendiamo la sua grandezza, il suo amore, la sua bellezza, la sua gioia, il suo amore per noi, vediamo che è un tesoro che tutto l’oro del mondo non potrebbe equivalere. Gli uomini di potere se non hanno Dio finiranno nel buco nero della dannazione eterna dove abita satana. Chi ha avuto veramente tutto nella vita è chi è povero, ma ha trovato Dio, si è nutrito del suo amore, della sua sapienza, della sua bontà, ed è una creatura felice.

Come si può resistere alla forza di seduzione del male? Nutrendoci dell’amore di Dio quotidianamente. Nel medesimo tempo, quando incomincerà quel tempo in cui noi cristiani saremo disprezzati, sottovalutati, irrisi, perseguitati, resisteremo con l’amore di Gesù e di Maria di cui siamo sicuri e che sperimenteremo nel nostro cuore. Saremo in grado di sopportare le persecuzioni delle leggi e le cattiverie del mondo, offrendole a Dio in espiazione dei nostri peccati e di quelli altrui. L’amore di Dio è la forza che ci fa vincere contro la seduzione del male e le angherie del male. Questo amore deve entrare nel nostro cuore, conquistare e diventare sempre più forte, coltivandolo giorno e notte. Trovando gocce dell’amore di Dio, sentiamo una pienezza di eternità e di gioia a cui tenderemo sempre, rinunciando a tutte le seduzioni vane che il mondo ci offre.

Questo è l’impegno che richiede il mese di giugno, attingere all’amore di Dio attraverso i Cuori di Gesù e di Maria, purificandoci dalla mondanità che è una vernice falsa che ci rende belli, ma marci dentro e mediocri. Se vogliamo essere di Dio coltiviamo la preghiera, l’amore, i Comandamenti, la vita semplice, gioiosa, la bontà verso le persone, coltiviamo l’amore di Dio in tutte le sue forme, per poter passare indenni nella valle della tribolazione che è questa vita.

I Segreti di Medjugorje

53. Gli eventi nel tempo dei Segreti rivelati tre giorni prima

Il fatto che i Segreti saranno rivelati tre giorni prima è un’affermazione che i Veggenti hanno sempre fatto fin dalle origini. Non ci sono molti riferimenti biblici a riguardo. Ovviamente, ci sono delle profezie bibliche come la distruzione di Gerusalemme, ai cristiani venne detto di non tornare in città perché sarebbe stata circondata e tutti coloro che erano dentro sarebbero morti. Oppure, Sodoma e Gomorra la cui profezia ha fatto sì che sia Abramo sia Lot si potessero salvare. Anche per quanto riguarda la profezia delle dieci piaghe d’Egitto, non sono state preannunciate tre giorni prima, ma sono arrivate dopo che gli egiziani si sono rifiutati di lasciar partire gli ebrei.  
È un fatto unico quello degli eventi che vengono annunciati tre giorni prima ed è totalmente soprannaturale. Per quanto possiamo prevedere il futuro, non possiamo mai farlo con certezza, ma solo con delle ipotesi. Solo Dio conosce il futuro.       
Ipotizziamo che il primo Segreto sarà un terremoto a Medjugorje. Tre giorni prima verrà rivelato il luogo, la durata e l’ora precisi. Tre giorni dopo si avvera tale rivelazione, perciò le persone inizieranno a prendere sul serio tali eventi. Ovviamente, i duri di cuore penseranno che siano solo coincidenze. La seconda volta, ipotizziamo che viene preannunciata un’inondazione. Si inizierà a capire che non possono essere solo coincidenze, ma che effettivamente vi è la mano di Dio. Il terzo, invece, è il Segno sulla montagna, che viene dal Signore, imprevedibile, non ha causa umana, è durevole, indistruttibile. Di fronte a tale manifestazione, molti si inginocchieranno ma non crederanno, perché vi è una durezza di cuore rispetto al soprannaturale.        
Con il tempo dei Segreti che vedrà eventi provocati dalla natura, dalla guerra, da apostasie, la gente non indurita di cuore si apre al soprannaturale, è Dio che interviene. Questi eventi disastrosi, rivelati tre giorni prima, possono salvare numerose anime. Sono profezie salvifiche, che vengono da Dio, letti da un rappresentante della Chiesa sul rotolo che Mirjana ha ricevuto il 25 dicembre 1982 dalla Regina della pace. Con il tempo dei Segreti è Dio che interviene, perciò manderà in fumo gli interventi distruttivi degli uomini guidati dal diavolo.
È chiaro che la lotta sarà fra la Madonna e il diavolo. Gli eventi dei Segreti sono un fatto straordinario, vengono trasformati dalla profezia dei tre giorni prima in eventi che dimostrano la presenza di Dio. Dio fa questo perché il mondo contemporaneo è ateo: «L’uomo moderno non vuole Dio» (Messaggio del 25 gennaio 2023). Dio mostra la sua mano, manifesta la sua onniscienza, la sua onnipotenza e acceca coloro che pensano di essere illuminati. Tutto questo è stato rivelato più di quant’anni fa dalla Regina della pace. Quando verrà letto il rotolo sarà difficile negare la sua presenza. I potentati umani crolleranno e si rifugeranno nelle profondità infernali per tutti secoli dei secoli. 
La Madonna accostando i Segreti alle dieci piaghe d’Egitto, vuole dimostrare quello che ha sempre professato il popolo di Israele. Maria è intervenuta per sconfiggere i “faraoni” del nostro tempo. Sono certo che accadrà. 
I primi due Segreti sono catastrofi naturali che riguardano Medjugorje. Il terzo segreto è un segno soprannaturale che viene dal Signore. I Segreti dal quarto al decimo sono eventi drammatici: che riguardano sconvolgimenti naturali; che riguardano eventi di guerra; che riguardano la Chiesa. La loro rivelazione tre giorni prima offre la salvezza a chi crede.  
È mio dovere e di tanti altri, far conoscere alla gente questi Messaggi della Regina della pace. Invece, a Medjugorje c’è il silenzio assoluto su queste cose, ma la Madonna ha spronato con il Messaggio del 25 febbraio 2025: «Figlioli, Dio vi è vicino ed esaudisce le vostre preghiere ma voi siete addormentati ed è per questo che mi ha inviato a voi per svegliarvi».

I Segreti di Medjugorje – di P. Livio – Puntata 54 – I Sacri Cuori di Gesù e di Maria nel tempo dei Segreti di Medjugorje

🟢LIVE P. LIVIO🟢 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA ~ IN RADIOVISIONE SU DIGITALE TERRESTRE al CANALE 789 – 02/06/2026

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