di Redazione Online

Ha votato il 77,7% degli israeliani, la partecipazione più alta dal 1999. La diretta di mercoledì 28 ottobre

  • Martedì 27 ottobre Israele è stato chiamato a eleggere la 26esima Knesset per la prima volta dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023
  • Le elezioni rappresentano un «referendum sulla» gestione della sicurezza dopo l’attacco e sul futuro di Netanyahu, il primo ministro più longevo nella storia del Paese, governando per circa 19 anni in tre periodi diversi
  • A spoglio ancora in corso, Netanyahu è in testa: il Likud è il primo partito, e la sua coalizione ha superato quella dell’opposizione. Ma al momento non c’è maggioranza
  • Chi è Benjamin Netanyahu? Il premier più longevo (e divisivo) di Israele: il soprannome, la laurea all’MIT, l’amicizia con Trump e Putin
  • Chi è Gadi Eisenkot? Le origini «mizrahi», il figlio morto a Gaza e la promessa: «Farò di tutto per essere degno del suo sacrificio»

7:25 | 28 Ottobre -Corriere della Sera –

Israele, la «rivoluzione» è rimandata: i possibili scenari

Una versione di questo articolo è stato pubblicato in Prima Ora, la rassegna stampa del Corriere della Sera

(di Gianluca Mercuri) Il mondo attendeva la fine dell’era Netanyahu in Israele. Probabilmente, dovrà aspettare ancora una volta. Con circa la metà delle schede ancora da scruitinare, il totale delle opposizioni supererebbe la coalizione governativa (65 a 55), ma un’alleanza tra il blocco di Eisenkot e gli arabi, già da lui esclusa in partenza, è a questo punto ancora più difficile. Prima del voto, uno scenario prevedeva che lo sfidante potesse guidare un governo di minoranza con l’appoggio esterno degli arabi, ma la condizione minima era che sopravanzasse il blocco di Netanyahu e gli mancassero pochi seggi per la maggioranza.

Invece, se queste proiezioni fossero confermate dal prosieguo dello scrutinio, quella di Eisenkot sarebbe una sconfitta se non una disfatta. Va notato che il conteggio potrebbe durare fino a domani, se non fino a venerdì, in modo da includere i voti per corrispondenza e quelli dei seggi speciali – basi militari, ospedali, carceri e ambasciate – che in passato si sono sempre orientati in gran parte verso Netanyahu. La rimonta del premier rappresenta comunque un esito clamoroso, che nella notte si è palesato a poco a poco.

Lo scenario delineato inizialmente dagli exit poll vedeva il blocco di Eisenkot in vantaggio di un paio di seggi, con gli arabi proiettati verso un risultato storico, tra i 18 e i 20. Per Netanyahu, il cui partito restava comunque primo, si sarebbe trattato di una sconfitta notevole, con il totale delle opposizioni avviate a conquistare una settantina di seggi, contro la cinquantina dei partiti di governo. Ma la notte ha ribaltato gli scenari, e consegnato al premier più longevo della storia dello Stato ebraico – che ha governato per 19 degli ultimi 30 anni – l’ennesima rimonta.

Quando si profilava un testa a testa, Netanyahu aveva invitato settori dell’opposizione ad allearsi con lui in un «forte governo di destra», alla luce del fatto che la destra godeva di una «grande maggioranza» tra il «pubblico sionista», ovvero con l’esclusione degli arabi. Eisenkot, da parte sua, si era sbilanciato dopo i primi exit poll che, aveva detto, «indicano una totale sfiducia nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggioranza dei cittadini israeliani».

Lo sfidante aveva promesso di fare «tutto il possibile per soddisfare la volontà del popolo» – frase che sembrava alludere a una possibile apertura verso gli arabi – affermando che indire nuove elezioni sarebbe «un errore» e intimando a Netanyahu di evitare di attaccare l’Iran in queste ore e giorni decisivi: «Non osi usare la sicurezza di Israele per il proprio tornaconto politico». Invece, la situazione si è rovesciata al punto da fare esultare Donald Trump, che com’è nel suo stile si è attribuito il merito della svolta: «Quando il presidente Trump ha espresso il proprio sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione si è completamente ribaltata e ora, anziché una sconfitta decisiva per un grande primo ministro, sembra che si sia arrivati a un grande pareggio in rimonta, o addirittura a una VITTORIA per Netanyahu», ha scritto Trump sul suo social Truth. «Tutto ciò è avvenuto DOPO l’appoggio del presidente Trump, che vuole solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Stati Uniti d’America!».

Ma al di là dei toni di Trump, con questi numeri, con ogni probabilità, sarà a Netanyahu che il presidente israeliano Herzog affiderà l’incarico di formare il nuovo governo. La legge assegna al leader designato 28 giorni di tempo, più un’eventuale proroga di due settimane. In questo lasso di tempo, Netanyahu resterà comunque al timone e proverà in ogni modo a staccare pezzi dell’opposizione e attrarli a sé. A questo proposito, poche ore prima della chiusura dei seggi il leader dei Democratici Yair Golan aveva espresso sfiducia negli alleati: «Siamo in una situazione di emergenza; stiamo perdendo voti. Siamo gli unici che sicuramente non si siederanno al tavolo con Netanyahu». Il tavolo di Netanyahu non è mai vuoto. «Re Bibi» non muore mai. 

7:19 | 28 Ottobre

Lo spoglio in diretta: Netanyahu a quota 55 seggi

A scrutinio del 57,3% delle schede completato, i risultati parziali delle legislative israeliane pubblicati dalla Commissione elettorale centrale assegnano 55 seggi al blocco favorevole a Benjamin Netanyahu e 49 a quello a lui contrario. I partiti attualmente al di sotto della soglia di sbarramento del 3,25% sono: Riservisti (2,6%), Popolo d’Israele (1,7%) e Charedi Public (0,2%). I voti espressi tramite «doppia busta» – inclusi quelli dei militari – verranno conteggiati in una fase successiva. Lo riporta il Times of Israel.

7:17 | 28 Ottobre

Trump: “Con il mio sostegno Netanyahu passato dal ko alla vittoria”

«Quando il presidente Trump ha espresso il suo sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione è completamente cambiata, e ora quella che sembrava una sconfitta per un Grande Primo Ministro, appare essere un’insperata rimonta che ha portato a una fase di stallo, se non una vittoria per Netanyahu». Lo scrive su Truth il presidente Usa, Donald Trump. «Tutto è successo dopo il sostegno del presidente Trump – conclude – che vuole solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Stati Uniti d’America».

7:09 | 28 Ottobre

Il punto della situazione, ad ora

Prosegue in Israele lo spoglio dei voti dopo l’elezione per la ventiseiesima Knesset, tenutasi ieri, 27 ottobre. Con il 39,18 per cento delle schede scrutinate alle ore 05:58 di stamattina (le 04:58 ora italiana), i dati parziali ufficiali resi noti dalla Commissione elettorale centrale (Cec) delineano un quadro politico incerto, segnato da un precario equilibrio tra le forze politiche.

Il blocco di destra e religioso guidato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu si attesta in questa fase a 57 seggi su 120, trainato dal Likud (28 seggi) e sostenuto da Giudaismo Unito nella Torah (8), Otzma Yehudit (7), Shas (7) e dal Partito Sionista Religioso (7). Di fronte all’aggiornamento dei primi dati parziali a lui favorevoli, Netanyahu si è rivolto ai propri sostenitori festeggiando l’andamento del voto, pur astenendosi dal proclamare formalmente la vittoria.

Lo schieramento di opposizione al governo uscente sale provvisoriamente a 47 seggi, guidato dal partito Yashar dell’ex generale Gadi Eisenkot con 21 seggi. Seguono la coalizione Beyachad guidata da Yair Lapid e Naftali Bennett (11 seggi), i nazionalisti laici di Yisrael Beytenu con Avigdor Lieberman (8) e i socialdemocratici del partito I Democratici (7).

Restano separate le due principali formazioni della minoranza araba, che contano complessivamente su 16 seggi: la Lista Comune (Joint List) è accreditata di 12 seggi e la Lista Araba Unita (Ra’am) di quattro.

Restano attualmente al di sotto della soglia di sbarramento del 3,25% le formazioni The Reservists (2,70%) e Amcha Yisrael (1,76%).

La formalizzazione dei risultati definitivi è prevista per il 4 novembre.

Dallo scrutinio parziale emerge tuttavia una forte polarizzazione e una frammentazione del panorama parlamentare che preannuncia negoziati complessi e un percorso irto di ostacoli per la formazione di una maggioranza solida e di un esecutivo stabile.