Al ritorno da Fatima  mi imbatto in Teresa di Gesù

Con Fatima il pellegrinaggio sarebbe terminato e non resta che progettare un ritorno il più spedito possibile. Decido di attraversare il centro della Spagna senza tuttavia fermarmi. Mi basterà ammirare il paesaggio, opera di Dio anche quando si tratta dell’altipiano della Castiglia sferzato dal vento e bruciato dal sole. La Spagna è ricchissima di testimonianze religiose e artistiche e il pellegrino europeo non può che riservarle un posto pari all’Italia e alla Francia. La quattroruote, di nuovo in grande eccitazione dopo due giorni di riposo, è pronta per la lunga cavalcata attraverso statali appena tollerabili, rassegnata a ingoiare solo qualche boccone di autostrada disseminato qua e là. Decido infatti di risalire in autostrada da Fatima a Coimbra e lì immettermi nella statale che porta a Salamanca e quindi, passando da Avila e Madrid, puntare su Saragoza-Barcellona, per poi costeggiare la riviera francese e italiana.  So già in anticipo che lungo questo tragitto dovrò rinunciare a molte visite. Tuttavia il colpo d’occhio mi servirà per ideare nel prossimo futuro nuovi pellegrinaggi, come infatti potrai constatare nei capitoli successivi.

Non resisto tuttavia al desiderio di fare una sosta a Salamanca, città rinascimentale di straordinaria eleganza e di grandi tradizioni culturali, la cui università ha per molti secoli illuminato la cristianità e presso la quale hanno studiato uomini della statura di S. Ignazio di Loyola e S. Giovanni della Croce, per citarne solo qualcuno fra i più noti. La visita richiederebbe almeno una giornata. Mi accontento di dare uno sguardo alla Plaza Mayor, una delle più imponenti di Spagna, alla Catedral Vieja  col suo magnifico retablo (pala d’altare), alla Catedral Nueva, dove trionfa il barocco, e naturalmente all’Università del sec XIII, uno delle più rinomate d’Europa, col suo sontuoso portale e il medaglione al centro della facciata principale, raffigurante i “Re cattolicissimi”.  Come siamo lontani oggi da quella civiltà cristiana che animava la politica, la cultura e la vita sociale! Si discute se una società senza fede sia progredita o regredita. Se si tratta di una degradazione, come io penso, verranno tempi nuovi quando la fede farà da lievito per nuove realizzazioni e per un progresso umano vero.

Mentre la quattroruote ansima sotto la canicola pomeridiana, attraversando uno dei paesaggi più lunari della penisola iberica, con la coda dell’occhio scorgo un segnale stradale  con scritto “Alba de Tormes”. E’ un nome che ho già letto da qualche parte e istintivamente lo collego con la figura di S. Teresa d’Avila. Proseguire o deviare? Resto un momento soprapensiero poi inchiodo e improvviso una curva a “U”. Un desiderio insopprimibile mi spinge a dare un’occhiata a questa località a 20 Km da Salamanca. Fiancheggio un torrente ricco d’acqua che, in quella distesa desolata, sembra sgorgato da qualche sorgente miracolosa. L’agglomerato si profila addossato a un colle ed è congiunto alla strada da un antico ponte dalle possenti arcate. Una volta al di là del rio Tormes, raggiungo facilmente il monastero teresiano, senza tuttavia incontrare lungo le strade un’anima viva, come spesso accade nei paesi iberici durante i pomeriggi assolati.

            Entro nella chiesa, dove vi è già un gruppo di pellegrini e un frate carmelitano che fa da Cicerone. Mi accodo volentieri al gruppo e scopro che la mia conoscenza dello spagnolo, acquisita in passato a tappe forzate, ha solo bisogno di qualche spolverata. Vengo dunque a sapere che Alba de Tormes è  una delle numerose fondazioni di Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo, la quale dopo aver trascorso una ventina d’anni nel monastero della Incarnazione di Avila, aveva intrapreso un’attività volta al rinnovamento dei monasteri carmelitani, dando così inizio al ramo dei “Carmelitani scalzi” che riguardava sia i monasteri femminili che quelli maschili. In quest’opera era stata affiancata da S. Giovanni della Croce, carmelitano molto più giovane di lei, ma non inferiore quanto a profondità di dottrina spirituale. Per la verità non mi sento personalmente toccato dalle notizie sull’attività riformatrice di Teresa, per quanto importantissima per la Chiesa. Mi ha sempre invece affascinato la sua straordinaria esperienza mistica, tanto che  le sue Opere sono state proposte per intero a Radio Maria.

            La mia attenzione si riaccende quando il Padre ci parla di ciò che rende veramente prezioso questo monastero di Alba de Tormes e cioè la presenza della tomba di Santa Teresa, che qui ha trascorso le ultime due settimane della sua vita. Mi ha sempre attratto il modo di morire dei santi. Ho notato che le esperienze al riguardo sono le più varie e molto diverse fra loro. Mi chiedo quale sarà la mia, ma alla fine mi rimetto alla volontà di Dio, il quale non si ripete mai e governa ogni vita umana come una realtà unica. Teresa si era recata in questa cittadina per obbedienza al padre Provinciale, ma, sentendo la morte vicina, era sua ferma volontà arrivare fino ad Avila. Il Signore non l’ha esaudita, chiedendole anche quest’ultima rinuncia.

Dopo la sua conversione, a seguito di una malattia che l’aveva condotta al limite estremo, il desiderio della morte l’aveva sempre accompagnata. Era il richiamo irresistibile di Gesù, l’Amico e lo Sposo della sua anima. Al padre Antonio, che l’esortava a chiedere al Signore di lasciarla ancora fra le sue figlie, Teresa rispose: “ Taci, padre. Proprio tu dici queste parole? Io non sono più utile in questo mondo”. Dopo aver ricevuto il viatico chiese che fosse portato nella sua cella il Santissimo Sacramento. Seduta sul letto, con indicibile fervore così pregò: “ Oh mio Signore e mio Sposo! Finalmente è giunta l’ora di vederci! E’ giunta l’ora di partire; andiamocene in pace. Sia fatta la vostra volontà. Sì, è giunta l’ora che io esca da questo esilio e che goda di voi che ho tanto desiderato. Vi ringrazio mille volte per avermi fatta figlia della Chiesa e di finire in essa la mia vita”. Poi, come se sul suo cuore pesassero tutti i peccati della sua esistenza, ne chiedeva ripetutamente perdono a Dio, recitando i versetti del Miserere : “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi…Crea in me, o Dio, un cuore puro….Non respingermi dalla tua presenza”.

Queste furono le sue ultime parole, che ripeté per tutta la notte. Poi, giunta l’alba, si raccolse in un profondo silenzio, immersa nella pace di Dio, fino  alle nove di sera quando spirò. Era il 4 ottobre del 1582. Aveva solo 67 anni. Il padre carmelitano che ci fa da Cicerone ci mostra, attraverso una grata, la camera dove questa donna eccezionale, dagli “alti pensieri” e dai “grandi desideri”, era volata all’incontro con l’Assoluto. Tutto è ricostruito minuziosamente, come nella stanzetta dove era spirato S. Luigi Maria Grignion da Monfort.  Anche qui una statua di Teresa, nell’immobilità della morte, è distesa sul letto con il crocifisso in mano. Oggi nascondiamo la morte, ma in passato non si aveva paura di raffigurarla. Per la fede la morte è una “sorella” che ci conduce all’incontro con Dio. L’importante è arrivarci col cuore contrito e con lo sguardo rivolto all’eternità.

Finalmente il gruppo si scioglie e io posso raccogliermi in preghiera davanti all’altare, sovrastato da un magnifico retablo (pala d’altare) in cui è inserito il sepolcro della santa. Ai lati dell’altare ci sono due porte di legno dove sono rinchiusi i reliquiari del cuore ( a destra) e del braccio ( a sinistra). Mi sembrano un segno di come nella vita di Santa Teresa contemplazione ed azione siano sempre state intimamente unite. Che cosa chiedere in questo luogo a questa grande Serva di Dio? Chiedo la grazia di “praticare” Gesù Cristo, come lei si esprime, cioè mettersi in relazione personale con lui che è vivo, presente e operante nella nostra vita.  “”Cristo – scrive nell’autobiografia – è un uomo come noi, non si meraviglia delle debolezze degli uomini e capisce la nostra miserabile natura umana”. Sono parole che valgono quanto un trattato sulla divina Misericordia.

Esco sotto il sole impietoso della meseta . Osservo con malinconica meraviglia l’imponente tracciato della basilica teresiana iniziata sulle sponde del Tormes e rimasta largamente incompiuta. “La Spagna non hanno saputo dare a Teresa la Grande quello che la Francia ha regalato a Teresa la Piccola”, commento fra me.  “Come mai – mi chiedo – la Provvidenza ha voluto che santa Teresa fosse sepolta in questo borgo anonimo, invece che ad Avila?”

Effettivamente mi prende meno due ore per arrivarvi e il colpo d’occhio è di quelli indimenticabili. Infatti la città (50.000 ab.), collocata su una collina, è circondata da possenti mura medioevali, le meglio conservate d’Europa (accessibili al pubblico). Posta a oltre mille metri di altezza, è il capoluogo spagnolo più elevato. A questa quota il clima castigliano è particolarmente aspro: l’inverno è freddo e lungo e le strade di accesso sono spesso bloccate da abbondanti nevicate. Vista da lontano sembra un immenso castello. ll mio pensiero va spontaneamente ad Assisi, anch’essa “città di pietre e di santi” a cui assomiglia. Varco le mura (2500 m di perimetro con 88 torri rotonde) per una delle 9 porte e mi rendo conto che la città-castello è in realtà una città-salotto, fra le più graziose e piacevoli che abbia mai visitato. Contemplo il panorama generale dai Cuatro Postes (quatro pilastri), sulla strada per Salamanca, il punto dove la giovane Teresa, fuggita da casa, fu ripresa dalla zio. E’ ormai vicina la sera e decido di passare la notte a ridosso delle mura esterne, a bordo della fida quattroruote,  più ospitale e discreta della cella di un convento.

In effetti c’è molto da visitare in questa città, dove Teresa di Cepeda e Y Ahumada è nata nel 1515 e dove ha trascorso gran parte della sua vita (eccetto il periodo dei leggendari viaggi da una parte all’altra della Spagna per le nuove fondazioni) e dove ha lasciato un’impronta indelebile. Persino alcuni dolciumi locali, gli Yemas de Santa Teresa, portano il suo nome. Splendida è la cattedrale di stile gotico fiammeggiante, la cui abside fortificata fa parte delle mura., mentre gli interni sono caratterizzati da particolare pietra a venature bianche e rosse. Da vedere anche la chiesa di S. Vincente, appena fuori dalle mura orientali, di classico stile romanico e caratterizzata da un campanile molto elaborato. Qui S. Vincenzo e le sue sorelle Sabina e Cristeta avrebbero subito il martirio nel 4° sec. Non molto lontano dal centro si trova anche il Real monasterio de Santo Tomàs, sede dell’inquisizione. Visitati i tre chiostri e la chiesa, mi imbatto in sacristia nella tomba di Tomàs de Torquemada, capo supremo dell’inquisizione. Un brivido mi scende dalla schiena, consapevole che mi muovo in luoghi non solo di massicce mura, ma anche e soprattutto di granitiche personalità.

Infatti, nonostante la nobiltà e la bellezza del volto e la signorilità del portamento, Teresa era una donna d’acciaio forgiata nel fuoco. Di lei una consorella ha scritto: “Era un grande piacere guardarla e ascoltarla, perché era rasserenante e piacevole nelle parole e nel gesto. Era perfetta in tutto”. Eppure, per realizzare quello che questa donna straordinaria ha realizzato, percorrendo sui dei traballanti carretti l’intera Spagna, in mezzo a difficoltà di ogni genere e a nemici potenti, era necessario un carattere “avilano”, forte e duro come le pietre della sua città. E’ in questa prospettiva che si possono visitare i due luoghi teresiani per eccellenza di Avila: il Monastero dell’Incarnazione e il Monastero di S. Giuseppe.

Il primo, appena fuori delle mura della città,  ha visto Teresa dimorare nei primi venti anni della sua vita, prima della sua conversione, e poi successivamente come priora (le suore presenti erano 180). Ora è sede di un museo teresiano che vale la pena visitare, in particolare la cella priorale della santa. Mi soffermo invece a lungo a pregare nella Chiesa del monastero di S. Giuseppe, dove ho visto con piacere molte persone d’Avila partecipare alla Santa Messa. Questa è la prima delle fondazioni progettate da Teresa, la quale volle riportare la vita carmelitana al rigore primitivo. Lei aveva qui realizzato la sua idea di monastero, che doveva essere più piccolo, più povero, dove le suore potessero fare famiglia e dedicarsi alla preghiera, senza essere continuamente disturbate da interferenze esterne. Questa idea di monastero come casa-focolare, improntata al silenzio, all’amore, all’orazione e a una sana allegria, era nuova e trovò ostilità incredibili. Tuttavia  la volontà di Teresa,  fortissima in Dio, anche con l’aiuto del giovanile entusiasmo di S. Giovanni della Croce, ha trionfato su ogni ostacolo e ha infuso nella vita religiosa una nuova vitalità.

Visito il monastero di S. Giuseppe con una particolare curiosità. Teresa era molto devota dello Sposo purissimo della Vergine Maria, al quale affidava le imprese più disperate. Nella cella della santa, dove ella visse dal 1962 sia pure con prolungate interruzioni, noto in un angolo la minuscola scrivania sulla quale scriveva: un muretto alto mezzo metro, sormontato da un pezzo di legno. Doveva scrivere accovacciata per terra. Non molto diverso era lo scrittoio dell’altra Teresa, quella “piccola” di Lisieux. Eppure ambedue scrissero opere immortali, per le quali sono “Dottori” della Chiesa, senza computer, senza internet e senza biblioteche a disposizione. Ritorno per un’ultima preghiera nella Chiesa di S. Giuseppe e mi soffermo nella cappella di S. Teresa, costruito sul luogo della camera dei genitori della santa.  Qui nacque Teresa il 28 Marzo 1515 e la sua presenza è più che mai viva e operante nella Chiesa.

( Padre Livio – Pellegrino a quattro ruote per le strade d’Europa – cap. 10 – Sugarco edizioni)

❤️‍🔥Si narra che mentre Teresa d’ Avila scendeva giù per le scale del convento dell’Incarnazione di Avila, trovò un bambino lì seduto.
Sorpresa di trovare un bambino in convento, gli chiese: “E tu chi sei?”.
II bambino la fissò e le disse:”Tu, chi sei?”
Teresa rispose: “lo sono Teresa di Gesù”.
II Bambino allora, con un sorriso puro, rispose:
“E io sono Gesù di Teresa!”