di Massimo Franco- Corriere della Sera -15 Ottobre 2026
Monsignor Broglio, dal 2022 al 2025 presidente della conferenza dei vescovi americani: dopo Francesco ha unito i vescovi Usa

«Quando ho incontrato papa Leone XIV lunedì, l’ho trovato molto sereno. Pensavo che annullasse l’udienza che mi aveva fissato. Invece non solo l’ha confermata ma mi ha ricevuto in anticipo. È un uomo rassicurante, e qui al Collegio abbiamo pregato per lui…».
Monsignor Timothy Broglio abbozza un sorriso, in un salottino al pianterreno del Pontificio Collegio Nord-Americano, sotto ai ritratti di Pio XII e dei primi rettori: un’enorme e sconosciuta isola yankee piantata in cima al Gianicolo, con campo di calcio e, all’interno, perfino due piste di bowling, regalate da un originale benefattore americano al bergamasco Giovanni XXIII, che non trovò di meglio che regalarle al Collegio. È stato la fucina della classe ecclesiastica statunitense per quasi due secoli: anche monsignor Broglio studiò lì. La sede attuale fu costruita grazie a un’operazione finanziaria condotta dall’allora cardinale di New York, Francis Spellman, e dal sottosegretario di Alcide De Gasperi: un certo Giulio Andreotti, che fece sbloccare i fondi per la cinematografia congelati durante la Seconda Guerra Mondiale.
Monsignor Broglio è l’ordinario militare delle forze armate statunitensi dal 2007. E dal 2022 al 2025 è stato presidente della conferenza dei vescovi americani. «Ho avuto notizia della malattia del santo Padre mentre mi trovavo in Germania», racconta. «E il fatto che l’abbia resa pubblica personalmente, più che sorprendermi mi ha rallegrato. È positivo che abbia scelto di parlare con i fedeli, evitando tutte le speculazioni e le congetture del passato». Di più non dice sulle condizioni di salute di Leone XIV. Ma parla del rapporto tra il primo pontefice statunitense e il suo Paese.
C’è orgoglio negli Stati Uniti e tra di voi per l’elezione di Robert Prevost?
«L’orgoglio è grande. Ma mi verrebbe da dire che è più da parte nostra che da parte del Papa».
In che senso?
«Lui è il pastore della Chiesa universale. Il fatto che sia nato negli Stati Uniti è piuttosto secondario. Direi che è un pontefice che viene dagli Stati Uniti più che un papa statunitense».
Com’è cambiato con lui il rapporto tra episcopato americano e Vaticano? Con Francesco ci sono state tensioni.
«Beh, papa Leone conosce molto bene gli Stati Uniti. L’idea che in Vaticano non ci capiscano oggi non ha più senso. Francesco aveva una visione degli Usa mediata e forse un po’ distorta dal punto di osservazione di Buenos Aires. Non aveva viaggiato molto, e non era mai stato nel nostro Paese. Oggi è tutto cambiato. Leone XIV ha viaggiato molto, ha vissuto a Roma, è stato alla guida degli Agostiniani. Ha uno sguardo davvero globale, e questo aiuta enormemente il dialogo».
Ha aiutato anche a superare le divisioni nell’episcopato, che negli ultimi anni sono apparse marcate?
«In realtà i vescovi da noi sono sempre stati molto uniti. Forse c’era un piccolo gruppo che cercava di marcare le differenze».
Un gruppo di tradizionalisti o di liberal?
«Di liberal, che appariva più numeroso perché aveva sponde di peso in Vaticano durante il papato di Francesco. Oggi questa divisione non si nota più, anche perché Leone è un grande pacificatore».
Descriverebbe l’opinione pubblica cattolica statunitense preoccupata da quanto succede in questa fase?
«È preoccupante la spaccatura che ha rischiato di prodursi tra l’episcopato e l’opinione pubblica. Da presidente della Conferenza episcopale, negli ultimi undici mesi del 2025 mi ha sorpreso la facilità con la quale molti accettavano la tesi dell’Amministrazione: quella secondo la quale noi protestavamo per i tagli agli aiuti ai poveri di Us Aid solo per questioni di soldi. La verità è che si poneva un problema di giustizia e di fondi che di colpo venivano meno dopo che li avevamo spesi».
Secondo lei il 58 per cento dei cattolici che hanno votato per Trump nel 2024 lo rivoteranno?
«Non saprei dirlo. Ma molti sono delusi. Sa, da noi si vota molto con un occhio all’economia. E il fatto che oggi serva un patrimonio per fare il pieno di benzina colpisce. Vedremo».
Conta più quello che le guerre iniziate da Trump?
«Contano anche quelle. La dissonanza nei confronti del presidente Trump è cominciata con l’attacco all’Iran; molto meno con il blitz in Venezuela per catturare il dittatore Nicolàs Maduro. La gente non ne poteva più».
Lei è considerato tutt’altro che ostile ai Repubblicani. Eppure, ha fatto scalpore sostenendo che i soldati cattolici possono rifiutare di ubbidire a ordini che ritengano immorali. Lo conferma?
«Lo confermo. E ho detto ai nostri soldati cattolici che chiedano di essere esentati dal plotone di esecuzione di fronte alla fucilazione spettacolare che si prepara per l’ex maggiore Hasan».
Non teme di creare loro un problema?
«Forse, ma esiste anche la libertà di coscienza, negli Stati Uniti. E c’è un limite da non superare, per coerenza con la nostra dottrina».
L’ha colpita che il ministero della Difesa sia diventato ministero della Guerra?
«Certo non sono stato contento. È un ritorno preoccupante a prima della II Guerra Mondiale. L’ideale è difendere i diritti umani dagli oppressori. La parola “guerra” è negativa perché tradisce una volontà di aggressione. Non è il messaggio che vogliamo dare».
Che volete dare voi o gli Stati Uniti?
«La nostra America nel suo insieme. Non dobbiamo dimenticare le alleanze storiche. Non dobbiamo rinunciare a quella con i nostri alleati dell’Europa occidentale. E spero che non accada».
Come definirebbe i rapporti con la Casa Bianca e con i Democratici?
«Noi partiamo dai principi. Distinguiamo tra ciò che va d’accordo con i nostri valori morali, e quanto li contraddice. La difficoltà con i Democratici è che quasi sempre per essere eletti bisogna essere per l’aborto e l’eutanasia. E questo complica oggettivamente i rapporti. Dagli Anni Ottanta del secolo scorso, quando per i cattolici era naturale votare per i Democratici, oggi quel partito non è più un referente: anche se sull’ultima enciclica papale sull’intelligenza artificiale ho notato una consonanza positiva tra Democratici e Repubblicani».
Quale sarà la sfida più difficile per Leone XIV?
«Ricentrare la Chiesa su Cristo e il Vangelo. Una volta, da noi essere un buon cattolico e un buon cittadino coincideva. Ora non più: bisogna scegliere, uscendo da logiche politiche e concentrandosi sulla dimensione religiosa».
Non sembra un’operazione facile.
«Forse. Ma vedo che nella gioventù si cerca qualcosa di diverso dai falsi valori che circolano. E la Chiesa può dare loro una risposta. D’altronde, sta succedendo anche in Europa».