diFederico Rampini| 5 ottobre 2026 – Coriere della Sera
L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace. Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento
Respinta sul fronte convenzionale, Mosca sposta la battaglia dove l’Europa è più debole. Perché la sua difesa è calibrata sulla guerra sbagliata. L’Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace.
Per diversi giorni consecutivi i droni russi hanno colpito i ponti di Kiev sul Dnepr. Il Ponte Nord, una delle arterie che uniscono le due rive della capitale, è stato centrato di nuovo: traffico sospeso, code interminabili. Nelle stesse ore bombe plananti e droni hanno ucciso cinque persone nella regione di Kharkiv, un mercantile battente bandiera liberiana è stato colpito nella regione di Odessa uccidendo un marinaio, e cinque fra missili e droni russi sono esplosi in territorio moldavo, come ha denunciato la presidente Maia Sandu. Il ministero degli Esteri russo annuncia nuove «rappresaglie di massa» contro Kiev e invita diplomatici e stranieri a lasciare il paese. Le Nazioni Unite hanno documentato almeno 15.000 vittime civili, tra morti e feriti, nei primi otto mesi del 2026.
È la cronaca di un fine settimana qualsiasi nel quinto anno della guerra.
Per decifrarla serve però un’altra chiave. La forniscono tre testi usciti in questi giorni: un saggio di Alina Frolova sulla rivista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra; un’analisi di Alina Polyakova e Christopher Walker, ai vertici del Center for European Policy Analysis di Washington; un reportage del Wall Street Journal sul primo missile balistico made in Ukraine.
Frolova, ex viceministra della Difesa ucraina e oggi al Centre for Defence Strategies di Kiev, scrive che la Russia sta perdendo la guerra convenzionale. Un anno fa a Bruxelles le chiedevano come Kiev avrebbe compensato l’inferiorità numerica; lei rispondeva che contava la rivoluzione dei droni. I dati che cita, dell’Institute for the Study of War, sono eloquenti: fra dicembre 2025 e maggio 2026 le forze russe hanno guadagnato circa 40 chilometri quadrati netti e ne hanno persi oltre 280. Il fronte è rimasto quasi immobile nonostante la superiorità di Mosca in uomini e mezzi.
Ecco il punto cruciale.
Una potenza eversiva a cui viene negata la vittoria convenzionale non accetta la sconfitta: cerca un altro campo di battaglia.
E il più promettente, visto dal Cremlino, è l’Europa.
Non un’invasione, che richiederebbe anni di preparazione, ma attacchi rapidi e spettacolari: sciami di droni su infrastrutture critiche, incursioni di piccole unità, guerra elettronica e cyber contro uno o più paesi europei, con ogni probabilità i Baltici o la Polonia.
Lo scopo non è conquistare territorio, ma dimostrare agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev non si misura più in euro e munizioni, bensì nella sicurezza delle loro città. Nella logica russa l’obiettivo non è sconfiggere l’Europa; è costringerla all’acquiescenza.
Qui sta l’errore dei governi. La difesa europea, dai bilanci agli acquisti, è calibrata su un’ipotesi condivisa: che la Russia ricostituisca entro il 2029 una capacità convenzionale sufficiente a minacciare la Nato. L’Europa si prepara alla guerra del 2029 mentre quella del 2026 è già cominciata.
Polyakova e Walker mettono in fila episodi apparentemente sparsi: droni sulle ferrovie dell’Ucraina occidentale che hanno sfiorato ex leader come Carl Bildt e Boris Johnson; un drone armato abbattuto da caccia Nato sopra la Lituania; un incendio doloso contro un fornitore estone; un rogo sospetto in un impianto polacco di componenti missilistici; sabotaggi alle reti elettriche ad alta tensione in Germania. Esplosioni misteriose in uno stabilimento italiano della difesa. L’Europa non è spettatrice: è sulla mappa dei bersagli.
Per gli autori del Cepa sono elementi di un’unica campagna.
Il Cremlino sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l’Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo, una economia sommersa del sabotaggio che va dalla criminalità comune ai giovani radicalizzati e che consente a Mosca di negare ogni coinvolgimento. Il tutto accompagnato da campagne di disinformazione potenziate dall’AI per logorare il consenso all’Ucraina, con la Cina nel ruolo di retrovia indispensabile. Le nostre democrazie rispondono con gli strumenti del tempo di pace: il sabotaggio diventa un incendio doloso qualunque, il cavo sottomarino tranciato un incidente di navigazione, il cyberattacco un guasto tecnico. Ogni episodio finisce sul tavolo di una procura locale, mentre il disegno complessivo resta senza risposta. Frolova dice lo stesso: l’Europa vede benissimo sabotaggi e incursioni, ne discute, ma non li concepisce come parte di una campagna già in corso.
Perché questa cecità? L’Unione europea è nata come progetto di pace, e le sue istituzioni ne portano il marchio genetico: consenso, procedure pesanti affidate a burocrazie pletoriche, mediazione tra interessi nazionali. Virtù preziose in tempo di pace, che in guerra diventano un costo. Ogni soglia superata nelle forniture a Kiev, dai carri armati agli F-16, ha richiesto mesi di negoziati su chi dovesse muoversi per primo. La domanda non è mai stata che cosa serve sul campo, ma che cosa si riesce ad approvare e come gestirne le ricadute elettorali. Le decisioni che a Bruxelles si misurano in mesi, al fronte si misurano in vite umane e chilometri.
La stessa logica distorce il riarmo. I bilanci militari crescono, ma il denaro affluisce soprattutto verso piattaforme tradizionali, carri armati, artiglieria, grandi programmi aeronautici, con le loro filiere consolidate e le loro lobby industriali. Non che i mezzi pesanti siano obsoleti; ma la loro sopravvivenza dipende ormai dall’integrazione con droni, sensori e guerra elettronica, proprio i settori in cui gli ucraini hanno imparato più in fretta. In Italia il dibattito sul riarmo è ancora ingabbiato nelle percentuali di Pil; la domanda vera è che cosa comprare, e per difendersi in quale guerra. Senza contare il vuoto al centro dell’edificio: con un ridimensionamento americano diventato plausibile, la deterrenza nucleare franco-britannica resta un cantiere aperto.
La proposta più audace riguarda l’Ucraina stessa. Da dodici anni l’Europa si chiede come aiutare Kiev: una relazione tra fornitore e destinatario che produce pacchetti di aiuti, non una strategia. Eppure l’esercito ucraino è il più esperto e collaudato del continente, l’unico ad aver combattuto per oltre quattro anni una guerra ad alta intensità contro il nemico che i nostri stessi pianificatori indicano come minaccia principale. Un comandante onesto lo considererebbe la componente centrale delle forze disponibili, non un beneficiario di assistenza.
Da qui l’idea di un quadro operativo congiunto, persino un quartier generale comune Europa-Ucraina, che integri difesa aerea, intelligence e logistica europee con la potenza di combattimento ucraina, portando i tempi decisionali dalla velocità della diplomazia a quella militare. Nessun soldato europeo andrebbe a combattere in Ucraina, ma la separazione tra chi combatte e chi aiuta verrebbe superata. Il precedente evocato è il comando alleato della Seconda guerra mondiale, che trattava l’Unione Sovietica di Stalin, alleato scomodo, come parte della strategia comune perché la logica militare lo imponeva.
Qualcosa esiste già in embrione: la Joint Expeditionary Force a guida britannica ha fatto dell’Ucraina il suo primo partner potenziato esterno alla Nato, e la Polonia discute se intercettare i missili russi già nello spazio aereo ucraino. Il Cepa arriva a conclusioni parallele: rispondere alla campagna e non al singolo episodio, fissare linee rosse esplicite lasciando ambigua la rappresaglia perché Mosca associ ogni sabotaggio a una perdita tangibile.
Il reportage del Wall Street Journal aggiunge un tassello e insieme un’avvertenza. Giovedì Kiev ha lanciato per la prima volta in combattimento un missile balistico interamente ucraino, l’FP-7 di Fire Point, contro un obiettivo nei territori occupati. Secondo il costruttore colpisce a circa 250 chilometri con una testata di oltre 200 chili. Kiev entra così in un club di una dozzina di paesi capaci di costruirli. «Ora la produzione», ha commentato Zelensky. Michael Kofman del Carnegie Endowment ricorda che tutto dipende dalla cadenza produttiva, e i missili da crociera Neptune e Flamingo si usano di rado proprio perché se ne fabbricano pochi. La Russia non ha questi vincoli: a luglio ha lanciato 195 missili balistici e ipersonici, un record. Kiev è a corto di intercettori Patriot, e Zelensky ammette di dover impiegare i caccia contro i droni a reazione russi, con munizioni anch’esse in esaurimento.
I missili caduti in Moldavia, i droni sopra la Polonia e la Lituania, le esplosioni negli impianti europei sono fatti, non ipotesi. E la storia recente insegna. Dopo la Georgia nel 2008 la Russia si è riorganizzata per sei anni prima di prendersi la Crimea; tra il 2014 e il 2022 ha usato il conflitto congelato per riarmarsi. Ogni volta l’Europa, passato lo shock, è tornata a cercare la normalizzazione. Se domani un cessate il fuoco congelasse il fronte, la tentazione di dichiarare chiusa la partita sarebbe fortissima. Per Mosca sarebbe soltanto un intervallo.
Trump ha perso la pazienza con il Cremlino, anche se il Pentagono continua a fornire un supporto essenziale contro i russi; le capitali europee hanno di fatto sostituito Washington come principali sostenitori finanziari di Kiev. È un ruolo che hanno ereditato senza sceglierlo, e che continuano a interpretare con la mentalità del donatore anziché con quella del bersaglio. Frolova la chiama una forma sofisticata di impreparazione.
5 ottobre 2026, 16:11 – modifica il 5 ottobre 2026 | 16:58