di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Settembre 2026

Nel viaggio di quattro giorno il Pontefice farà la prima tappa a Parigi, dove incontrerà Macron e poi si recherà a Lourdes in Lorena

CITTÀ DEL VATICANO – Sull’altro lato della strada, nell’isolato che fa angolo con rue de Sèvres, brillano le vetrine del Bon Marché, il grande magazzino che ispirò «Il paradiso delle signore» di Émile Zola. Tutt’intorno palazzi e negozi mostrano l’eleganza classica ed esclusiva del VII arrondissement di Parigi. Il portone al 140 di rue du Bac quasi non si nota, né si direbbe che la sobria facciata in pietra e l’arco a tutto sesto del palazzo settecentesco custodiscano uno dei luoghi di pellegrinaggio più amati, non solo in Francia, la casa madre delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. In un piccolo negozio affacciato sul cortile interno, le sorelle vendono medagliette e rosari a pochi euro; più oltre si entra nella «Cappella della Madonna della Medaglia miracolosa», il luogo delle tre apparizioni mariane raccontate nel 1830 da suor Catherine Labouré; e in fondo, nell’abside, si mostra una statua della Vergine coronata di dodici stelle: non molti lo sanno e nei documenti ufficiali non se ne parla, ma l’immagine della Madonna di Labouré è il modello originale della bandiera europea.

I valori europei

Bisogna partire da qui, per capire il senso del viaggio di quattro giorni in Francia che Leone XIV compirà da venerdì e ha voluto concludere – dopo le celebrazioni e gli incontri con le autorità a Parigi e la preghiera a Lourdes – nella città di Metz, in Lorena, dove visse a lungo e morì Robert Schuman, padre fondatore dell’Unione europea e, per la Chiesa cattolica, prossimo beato. L’Europa unita non è mai stata così in crisi ed è un’ironia della storia che sia un Papa americano, seppure con radici familiari francesi, spagnole e italiane, a ricordarle come è nata: l’«orizzonte ideale» condiviso da laici e cattolici e nel quale anche l’ «eredità cristiana» ha avuto un ruolo fondamentale. Il presidente francese Emmanuel Macron accoglierà Leone XIV a Parigi, il primo incontro sarà all’Eliseo, e nel frattempo ha invitato tutti i capi di Stato europei a Metz per il discorso finale di Prevost, la mattina di lunedì. 

Dignità persona umana

Al di là delle questioni procedurali, la distinzione tra appuntamenti istituzionali e celebrazioni religiose, l’assenza di Macron alle messe, il viaggio del Papa sarà un invito al dialogo. Certo, il fine settimana a Lourdes, simbolo di accompagnamento e vicinanza ai malati, sarà una replica alla legge sul fine vita approvata in Francia. Ma già a Parigi, le riflessioni del Papa intorno alla dignità della persona umana, alla libertà e alla solidarietà si annunciano come un richiamo a valori condivisi, soprattutto in chiave europea. Prevost arriva in un Paese nel quale, in vista delle elezioni presidenziali di aprile, sembrano prevalere le pulsioni rossobrune di Le Pen e Mélenchon, i populismi opposti e convergenti nell’astio verso la Ue. Già a Madrid, tre mesi fa, il pontefice aveva parlato del processo di unione come di «un dono per l’intera famiglia umana» e della «vocazione specifica» dell’Europa, perché «il compito di chi ha una grande storia alle spalle» è mostrare che si può «abitare la complessità come una benedizione» e quindi rifuggire «quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici», la tentazione di «guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni». In un mondo che attraversa «una profonda crisi spirituale e culturale» il Vecchio Continente può ancora essere il modello di «una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra».

Tappa nella città di Robert Schuman

Nell’Europa che non si era ancora ripresa dalla Seconda guerra mondiale, la svolta avvenne con la «dichiarazione Schuman», firmata dall’allora ministro degli Esteri francese il 9 maggio 1950. Di padre lorenese e madre del Lussemburgo, Robert Schuman era nato cittadino tedesco e divenne francese quando l’Alsazia-Lorena, dopo la Grande Guerra, fu restituita alla Francia nel Trattato di Versailles del 1919. Nella sua dichiarazione, scriveva che «l’unione delle nazioni europee esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania» e proponeva di porre sotto il controllo di un’«Alta autorità» comune la produzione del carbone e dell’acciaio, i materiali essenziali per l’industria degli armamenti, per rendere «impensabile» e «materialmente possibile» una guerra. Il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer fu subito d’accordo come il presidente dl consiglio italiano Alcide De Gasperi, alla nuova organizzazione aderirono anche i governi di Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo: il 18 aprile del 1951, i sei Stati fondatori firmarono il Trattato di Parigi che istituiva la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e sei anni più tardi, il 25 marzo 1957, i Trattati di Roma che davano vita alla Comunità economica europea e alla Comunità europea dell’energia atomica.

I padri fondatori

Tutto questo Leone XIV lo sa bene. Rivolto ai parlamentari del partito popolare europeo, il 25 aprile, ricordò il contributo di Schuman, Adenauer e De Gasperi: «I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda guerra mondiale». Cristiani e insieme laici nell’agire politico, «essere cristiani in politica non significa essere confessionali», i «padri fondatori» hanno voluto «dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna». E in questo, ha fatto notare Prevost, l’«eredità cristiana» è stata essenziale: dal riconoscimento della «dignità inviolabile della persona umana» derivano «la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale, il bene comune».

La bandiera

Del resto, è simbolica la vicenda della bandiera: adottata nel 1985, era stata disegnata trent’anni prima per il Consiglio d’Europa, nato nel ‘49: il concorso fu vinto da Arsène Heitz, un pittore e disegnatore alsaziano che, devoto alla Madonna di Labouré, portava sempre indosso la medaglietta mariana. Che sia o meno un caso, nel 1955 il Consiglio adottò il simbolo a Parigi l’8 dicembre, giusto nel giorno dell’Immacolata Concezione. Fu lo stesso Heitz, anni dopo, a raccontare di aver pensato all’immagine di rue du Bac, ispirata all’iconografia tradizionale: nel capitolo 12 dell’Apocalisse di Giovanni di parla di una «donna vestita di sole» che ha sul capo «una corona di dodici stelle». Anche il blu dello sfondo è il colore mariano per eccellenza. Nella versione ufficiale, si dice laicamente che il numero 12 è simbolo universale di «pienezza («Gli apostoli, i figli di Giacobbe, le fatiche di Ercole, i mesi dell’anno…») e le stelle in cerchio su sfondo blu evocano unità, armonia e pace». Le due spiegazioni, del resto, convivono e non si escludono. Resta ciò che diceva Leone XIV a Madrid: «È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede?»