di Marta Serafini – Corriere della  Sera -27 – 8 – 26

Le indiscrezioni su nuovi attacchi russi più pesanti contro Kiev, la missione del capo della Cia per scongiurare un allargamento del conflitto alla Nato, le rassicurazioni di Peskov e l’iniziativa diplomatica del Vaticano: tutti i segnali che spiegano perché la guerra sia entrata in una fase di nuova tensione

Torna a salire la tensione attorno alla guerra in Ucraina e, nelle ultime ore, la parola che circola con più insistenza è una: escalation. A riaccendere l’allarme sono state le indiscrezioni rilanciate da Bloomberg, secondo cui il Cremlino starebbe valutando di intensificare gli attacchi con missili balistici convenzionali contro Kiev, incluso il centro della capitale, e contro altre infrastrutture ucraine.

Il punto, però, non è soltanto militare. A rendere più credibile il timore di una nuova escalation è il fatto che questi segnali arrivano mentre il quadro negoziale appare fermo e mentre cresce, in parallelo, la preoccupazione occidentale che il conflitto possa allargarsi oltre i confini ucraini.

Secondo le fonti vicine al Cremlino citate da Bloomberg, Mosca considera ormai falliti i tentativi di negoziato e starebbe ragionando su una nuova fase di pressione militare. Nel mirino ci sarebbero attacchi più pesanti su Kiev e su infrastrutture in altre città ucraine. Le stesse fonti sostengono che la fase attuale della guerra non rappresenti ancora il livello massimo dello scontro.

È questo passaggio che suscita maggiori timori: non solo per la possibile intensificazione dei raid, ma perché nella ricostruzione attribuita a fonti russe si affaccia l’idea che il Cremlino veda sempre meno alternative all’inasprimento militare per raggiungere i propri obiettivi e non esclude l’utilizzo di armi nucleari tattiche.

A questo quadro si contrappone, almeno sul piano pubblico, la posizione ufficiale russa. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha minimizzato i timori, sostenendo che Mosca non è interessata a un’escalation e respingendo l’idea che la recente missione del capo della Cia John Ratcliffe a Mosca fosse legata al rischio di un allargamento del conflitto contro la Nato.

È un doppio binario ormai noto: da una parte il Cremlino continua a negare di voler alzare ulteriormente il livello dello scontro, dall’altra si moltiplicano indiscrezioni, dichiarazioni e segnali militari che vengono letti in senso opposto.

Secondo diverse ricostruzioni rilanciate dalla stampa americana, il viaggio di Ratcliffe avrebbe avuto un obiettivo molto preciso: avvertire la Russia a non compiere passi che possano colpire il territorio NATO o provocare una pericolosa estensione del conflitto. Il dato politico, al di là dei dettagli non ufficiali, è già di per sé significativo: se Washington decide di inviare il capo della Cia a Mosca in questa fase, significa che il rischio di uno scivolamento ulteriore della crisi viene considerato serio.

Va letta in questo senso anche la missione vaticana a Mosca dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, che ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Il messaggio della Santa Sede è netto: la guerra deve finire.

Il contesto è quello di una trattativa sostanzialmente bloccata. Le fonti citate da Bloomberg descrivono i colloqui come tornati al punto di partenza, senza progressi concreti verso un accordo. Una lettura ripresa anche da altre analisi, secondo cui l’assenza di sbocchi diplomatici starebbe spingendo il Cremlino a considerare l’opzione militare come leva principale.

In questo quadro, le speranze riposte in una nuova iniziativa americana appaiono ridotte. Mosca attende eventuali nuove proposte da Jared Kushner e Steve Witkoff, ma nel Cremlino le aspettative di una svolta sarebbero molto basse.

Sul clima pesa anche il tema di una possibile nuova mobilitazione russa. Fonti di intelligence ucraina sostengono di aver rilevato segnali di preparativi per una chiamata molto ampia, fino a 500 mila uomini, dopo le elezioni della Duma di settembre. E se ancora tutta vedere cosa farà il Cremlino, il solo riemergere di questo scenario rafforza l’idea di una guerra che Mosca si preparerebbe a combattere ancora a lungo, e con maggiore intensità.

La ragione per cui in queste ore si parla tanto di escalation sta quindi nella convergenza di più fattori: le indiscrezioni su nuovi attacchi russi più pesanti su Kiev, la sostanziale paralisi diplomatica, il timore americano di un allargamento al fronte Nato e, sullo sfondo, la prospettiva che Putin si prepari a una guerra ancora più lunga. Non c’è al momento una prova definitiva di una svolta imminente. Ma il combinarsi di questi segnali basta a spiegare perché il conflitto venga percepito come entrato in una fase più instabile e potenzialmente più pericolosa di prima.