Sotto l’egida dell’accordo sino-vaticano, delineato nel 2018, sono state effettuate varie nomine episcopali. Ma l’accordo stenta a decollare

Fedeli cinesi | Un gruppo di fedeli cinesi in udienza generale | EWTN
Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano , martedì, 18. agosto, 2026 16:00 (ACI Stampa).
Nel 2018, mentre Papa Francesco era in volo verso Vilnius, l’allora monsignor Antoine Camilleri, all’epoca “viceministro” del Vaticano per i Rapporti con gli Stati, volava in Cina per firmare l’accordo sino-vaticano per la nomina dei vescovi. Dal 2018 ad oggi, sono state compiute alcune nomine episcopali, ma ci sono state anche battute di arresto. Si è pensato di cambiare l’accordo, ma poi si è mantenuto nel modo in cui è. Lo stesso Leone XIV, nel libro Cittadino del Mondo. Missionario del XXI secolo aveva detto che non avrebbe cambiato l’accordo, almeno per il momento.
Ma l’accordo sino-vaticano racconta anche molto delle difficoltà che vive il Vaticano in Cina.
Per quanto riguarda i dettagli dell’accordo, ci sono alcuni temi specifici che la Santa Sede vuole affrontare.
Il primo: la Santa Sede vuole chiarire che la nomina di un vescovo spetta solo al Papa. Negli ultimi tempi le autorità cinesi hanno persino anticipato l’annuncio di nuovi vescovi, prima ancora che il Vaticano avesse comunicato ufficialmente. È successo, tra l’altro, durante la sede vacante, ovvero nel periodo in cui Papa Francesco era morto e non c’era un nuovo pontefice. Il Cardinale Parolin ha poi fatto sapere che c’era già un accordo sulla nomina di questi vescovi. Tuttavia, nessun vescovo può essere nominato quando non c’è il Papa, perché la nomina spetta sempre e solo al Papa.
Secondo punto su cui si potrebbe cambiare l’accordo: la Santa Sede vuole chiarire che, anche quando si tratta di vescovi già ordinati, ogni nomina spetta esclusivamente al Papa.
Nella Chiesa non esistono trasferimenti da una diocesi all’altra. Il Papa nomina un vescovo, e decide se è un sacerdote che sarà ordinato vescovo, o se è un vescovo che si trova in un’altra sede. La Santa Sede vuole evitare che si ripeta quanto accaduto con la nomina dell’arcivescovo Shen Bin a Shanghai –poi sanata da Papa Francesco, ma resta una ferita di cui tutti discutono.
La terza richiesta della Santa Sede riguarda la nomina e selezione dei vescovi. L’accordo sino-vaticano, mai reso pubblico, dovrebbe funzionare così: la Santa Sede sottopone alle autorità una terna di possibili vescovi graditi, e si trova un nome su cui c’è una convergenza e si propone al Papa. Il modello è l’accordo con il Vietnam, che è stato meno pubblicizzato ma che ha luogo sottotraccia dall’inizio degli Anni Duemila. In questo modo, ci si trova con una serie di vescovi che hanno la doppia approvazione del Papa e del governo, e che però sono nominati direttamente dal Papa.
Per la Cina, c’è bisogno di trovare comunque un modus operandi differente. In generale, la scelta dei vescovi avviene così: il nunzio raccoglie informazioni, presenta alcuni possibili candidati e presenta una relazione al Dicastero dei Vescovi a Roma. Questo dicastero svolge ulteriori verifiche e presenta poi la terna, così com’è o modificata, al Papa. La terna segnala una prima, una seconda e una terza scelta. Il Papa può accettare il suggerimento, decidere di “pescare” la seconda o la terza scelta, o addirittura nominare un vescovo che non è contemplato in nessuna terna.
Nel caso della Cina, la procedura di raccolta delle informazioni per i nuovi vescovi è diversa. La Cina non ha relazioni diplomatiche formali con la Santa Sede, e dunque non c’è un nunzio sul territorio che coordina la raccolta di informazioni.
Inoltre, essendo la Cina considerata una “terra di missione” (vale a dire, una terra dove la fede cattolica non si è ancora radicata), la competenza della proposta dei vescovi non spetta al dicastero dei Vescovi, ma al Dicastero per l’Evangelizzazione, conosciuto anche come Propaganda Fide.
La Santa Sede raccoglie le informazioni sui possibili nuovi vescovi soprattutto attraverso la rete dei missionari e dei vescovi già presenti sul territorio.
Con l’accordo sino-vaticano e la politica di Papa Francesco a favore della Cina, c’è stato un passaggio interessante nella scelta dei vescovi, come mi ha rivelato un officiale vaticano: l’opinione dei vescovi della Chiesa ufficiale, cioè legata a Pechino, è contata di più di quella dei missionari o dei vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea.
Questo è successo soprattutto dopo la firma dell’accordo sino-vaticano. Leone XIV ha un approccio diverso. Come capo degli Agostiniani, è stato una volta in Cina e ha avuto contatti con i sacerdoti missionari lì. Il Papa ha chiesto di prestare maggiore attenzione anche alle istanze della Chiesa sotterranea e, dunque, di rendere il processo di selezione dei nuovi vescovi più aderente alla “tradizione” della Santa Sede. Questo, ovviamente, può essere considerato un passo indietro dalla Cina. La strategia vaticana consisterà nel chiedere un processo trasparente, con caratteristiche precise e un regolamento.
Perché il processo sia trasparente, è necessario che questo processo sia reso pubblico. Da qui, la proposta della Santa Sede di rendere pubblico l’accordo confidenziale sulla nomina dei vescovi. La pubblicità di un accordo, per la Santa Sede, è una garanzia di trasparenza o di controllo delle procedure. In pratica, la Santa Sede accetta di mostrare una concessione di sovranità con la pubblicazione dell’accordo, ma in cambio ottiene che qualunque violazione dell’accordo diventa pubblica e può essere denunciata.
Questo è un principio classico della diplomazia vaticana. In generale, l’accordo con la Cina è un accordo che parte da una questione di sfiducia: la Santa Sede non crede che la Cina sia un partner affidabile, e questo è stato confermato dall’atteggiamento della Cina dopo l’accordo.
Ci sono stati, ovviamente, segnali di distensione cinese e di buona volontà. Per esempio, la Santa Sede ha apprezzato che nel dicembre 2025 la Cina ha riconosciuto civilmente il vescovo Zhang Weizhou, e questo è stato reso noto con una nota della Sala Stampa della Santa Sede.
Allo stesso tempo, però, la Santa Sede guarda con preoccupazione ad altre notizie provenienti dalla Cina: l’impedimento alla partecipazione alla Messa dei bambini e gli ostacoli all’educazione cattolica sono temi che bruciano nelle relazioni. Senza contare poi la questione della libertà religiosa e anche della libertà di espressione, che non possono essere accettate da parte cattolica.