39. MARIA MADRE DEI FIDANZATI

            L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” ( Lc 1,26-27). Nel momento dell’annuncio celeste, che avrebbe cambiato la sua vita personale e la storia del mondo, la Madonna era “promessa sposa”, cioè era fidanzata e si preparava al matrimonio. Maria e Giuseppe erano due giovani che una regia nascosta aveva guidato all’appuntamento della loro vita.  Apparentemente il loro incontro era stata casuale, come accade in tante vicende del pellegrinaggio terreno, dove l’occhio carnale non vede la mano nascosta che tira le fila degli avvenimenti. In realtà tutto era stato preparato fin dai secoli eterni e Dio attuava i suoi disegni attraverso la trama della vita quotidiana. Maria e Giuseppe erano veri fidanzati e i loro cuori si erano aperti l’uno all’altro in un amore casto e fedele.

Tuttavia  lo Spirito, che guidava la giovinetta di Nazareth, le aveva interiormente dischiuso la grazia  della verginità nel dono totale di sé a Dio. “Come è possibile? Non conosco uomo” è l’interrogativo che Maria rivolge all’angelo, mentre le rivela la chiamata  ad essere la Madre del Figlio di Dio. I due giovani si erano promessi amore reciproco, ma accogliendo nel medesimo tempo il dono della verginità e della consacrazione della loro vita alla volontà del Signore. Quella di Maria e Giuseppe è una chiamata speciale, ma insegna ai fidanzati che il loro incontro non è un progetto umano, ma una vocazione  a cooperare al progetto divino della creazione e della redenzione. E’ infatti attraverso l’amore umano, che l’Onnipotente realizza la sua opera di infinita misericordia, con la quale chiama delle creature, tratte dal nulla, a partecipare al mistero della sua gloria.

Maria e Giuseppe insegnano ai fidanzati a vivere il loro tempo di preparazione al matrimonio nella luce di una divina chiamata, alla quale corrispondere nella fede e nella preghiera. Se è vero che, secondo una logica umana, l’uomo e la donna si scelgono e si uniscono per loro libera decisione, è anche vero che, nella prospettiva soprannaturale, è Gesù che li unisce in matrimonio dopo averli fatti incontrare nel cammino della vita. Il tempo di fidanzamento è un tempo di grazia e di discernimento, durante il quale scoprire il disegno di Dio a proprio riguardo e prendere coscienza delle responsabilità che si assumono con la vocazione alla maternità e alla paternità, in un patto di amore fedele e indissolubile. L’Onnipotente, che ha creato l’uomo e la donna, perché fossero “una sola carne”, guida, nel tempo di grazia del fidanzamento, alla comprensione della bellezza della persona umana, nel suo duplice aspetto di “maschio e femmina”, nei  quali si riflette lo splendore della divina immagine e somiglianza ( Gn 1,27).

Il tempo di fidanzamento è un tempo in cui imparare “l’arte di amare” ( E. Fromm). E’ un arte difficile e per questo trascurata. E’ l’arte con la quale lo scultore trae una statua di grande perfezione da un blocco di   marmo grezzo. E’ l’arte con la quale  i fidanzati si aiutano nella crescita intellettuale e morale di se stessi, imparando il rispetto vicendevole e la reciproca sottomissione. Il cuore umano, inquinato dall’egoismo, è il terreno sul quale facilmente prolificano i vizi che distruggono l’amore. Esercitandosi nella sincerità e nella fiducia, nel sacrificio e nella pazienza, nella castità e nel dominio di sé, nella semplicità e nella sobrietà, nella misericordia e nel perdono, i futuri sposi preparano la roccia sulla quale costruire la loro casa: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti  e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia”( Mt 7, 25). Così è stato il cammino di Maria e Giuseppe che la bontà dell’Onnipotente ha voluto donare come modello ai giovani di tutti i tempi che si preparano al momento decisivo della loro vita.