IL MIO PELLEGRINAGGIO A Ars ( P. Livio)

“ Io ti insegnerò la strada del cielo”
“La Francia non solo ha saputo valorizzare le apparizioni mariane ma anche i suoi santi, tanto che alcuni di loro sono diventate figure di valore universale. Basti pensare, per fare soltanto qualche esempio, a S. Luigi Maria Grignion da Monfort, a S. Teresa di Gesù Bambino, a Santa Bernadetta Soubiroux, a Santa Giovanna d’Arco e a S. Giovanni Maria Vianney. Di questi ultimi due ci accingiamo a visitare i luoghi resi famosi nel mondo dalla loro presenza e dalla loro straordinaria irradiazione spirituale. Ciò che differenzia profondamente i pellegrinaggi dello spirito dal turismo sia pure religioso è la capacità di cogliere la presenza di una grazia che, anche dopo secoli, non cessa di dare i suoi frutti. Per questo è necessario mettersi in viaggio col cuore aperto, spinti dal desiderio di abbeverarsi a quelle fonti che la Provvidenza ha fatto sgorgare qua e là, secondo i suoi disegni, per irrorare le nostre anime stanche e inaridite.
Per un sacerdote il pellegrinaggio ad Ars ha un significato particolare. Il Santo Curato è stato proclamato “celeste patrono di tutti i parroci dell’universo” (1929) e un’immersione in quel frammento di cielo che, grazie a lui, è divenuto un anonimo villaggio di campagna, è una medicina corroborante di straordinaria efficacia. In un tempo in cui si discute sull’identità del sacerdote e sul significato della sua missione, che cosa di meglio che vedere questo sublime ideale incarnato nella vita di un parroco il quale, senza inventare nulla di straordinario, ha fatto quello che ogni sacerdote è chiamato a fare ( S. Messa, Catechismo, Confessioni) con una tale forza di fede e di convinzione da attirare pellegrini anche dai paesi più lontani, mentre, dispiace dirlo, montava l’insofferenza e l’ostilità nei suoi confronti dei sacerdoti della regione.
Un pellegrinaggio ad Ars –sur – Formans è piuttosto agevole per chi proviene dall’Italia. Sia che si passi dal Frejus che dal traforo del Monte Bianco, basta puntare su Lione e poi uscire a Villefranche sur Saone per approdarvi felicemente. Infatti il paesino, ben evidenziato all’uscita dall’autostrada, si trova a soli 8 Km inforcando la strada D 904. Se, percorrendola, ti imbatti un cappellino blu, formato sportivo e dall’ampia visiera come si conviene a chi sta al volante, fammelo sapere. Infatti l’ho smarrito quando sono sceso dalla macchina per consultare la carta geografica e, avendolo appoggiato momentaneamente sul tetto col proposito di rimettermelo quanto prima, sono ripartito dimenticandolo sopra. Peccato, vi ero affezionato e neanche il santo curato mi ha aiutato a ritrovarlo.
Puoi concepire il pellegrinaggio ad Ars come un viaggio a se stante, da programmare in un paio di giorni o più se vuoi, tenendo conto che la parrocchia è tuttora ben viva e non mancano affatto le possibilità di una confortevole accoglienza per i pellegrini. Oppure puoi concepirlo come una tappa di un itinerario più lungo. Personalmente sono approdato ad Ars in diverse occasioni. La prima volta provenendo da La Salette, passando per Grenoble. Tuttavia hai la possibilità di visitare Ars tutte le volte che ti trovi sull’autostrada che da Lione porta verso il Nord della Francia. La sua posizione è tale che è agevole abbinarlo a molte altre località di grande richiamo spirituale. Il nostro tragitto sarà piuttosto lungo, perché ci condurrà all’estremo Nord della Francia, in quella splendida città di Rouen dove Santa Giovanna d’Arco ha consumato il suo sacrificio, passando però prima dai luoghi della sua infanzia dove è maturata la sua straordinaria vocazione. Le ampie e comode autostrade francesi sono d’altra parte un invito a nozze per una pia quattroruote vogliosa di viaggiare.
Ars – sur – Formans, benché conosciuto in tutto il mondo cattolico ovunque vi sia un prete, è rimasto un piccolo paese di neppure mille abitanti. Vi arrivo una mattinata d’estate, quando il sole e i fiori, così tipici dei villaggi francesi, lo presentano festoso e attraente. Avanzo lungo quella che deve essere l’unica via, sulla quale si affacciano le case, intervallate dai negozi di prima necessità e da qualche locanda. L’afflusso dei pellegrini non ha mutato la vocazione agricola degli abitanti, figli di quei contadini per i quali il santo curato ha consumato la sua vita. Giovanni Maria Vianney è arrivato qui il 13 febbraio 1818, quando l’inverno stava per allentare la sua morsa e la primavera lanciava i primi segnali. Il suo giorno di ingresso nella parrocchia è festeggiato solennemente la seconda domenica di febbraio, come pure il 4 Agosto, l’anniversario della sua morte. Prima di entrare in paese un monumento tramanda ai posteri l’incontro del santo curato con un pastorello, Antonio Givre, al quale egli aveva chiesto dove si trovasse la nuova parrocchia: “Amico mio –gli dice – tu mi hai indicato la strada per Ars, io ti insegnerò la strada del cielo”.
Quando il giovane prete è arrivato ad Ars era poco più che trentenne e ricopriva il suo primo posto di responsabilità come parroco. Nato a Dardilly l’8 Maggio 1786, battezzato nello stesso giorno, aveva fatto la sua prima confessione nella cucina di casa sua (1797) e la sua prima comunione in una casa privata presso Ecully (1799). Erano gli anni della rivoluzione francese, della persecuzione alla Chiesa e della riduzione allo stato civile del clero. Molti sacerdoti, i più fervorosi, si erano ribellati al diktat dei rivoluzionari ed esercitavano il ministero di nascosto. Il piccolo Giovanni Maria aveva imparato a conoscere il lato eroico del sacerdozio da questi preti cosiddetti “refrattari”. Compiuti faticosamente gli studi come seminarista a Verrières e poi a Lione, superate le vicende della sua renitenza alla leva, fu ordinato sacerdote a 29 anni a Grenoble. Dopo una breve esperienza come vice-parroco a Ecully, presso don Balley, che l’aveva iniziato agli studi, viene finalmente inviato ad Ars.
La Provvidenza aveva tessuto la sua tela proprio in quegli anni in cui il furore anticristiano si stava abbattendo sulla Francia e sull’Europa, prendendo di mira proprio il sacerdozio. La stessa cosa accadrà in Italia, con la figura di Don Bosco, quando gli epigoni italiani della rivoluzione scateneranno il loro attacco alla Chiesa. “Le forze dell’inferno non prevarranno”, aveva promesso Gesù. Alle ondate limacciose del potere delle tenebre Dio oppone sempre la tranquilla fortezza dei suoi santi.
“Sembrava avesse scelto la Chiesa come domicilio”
Entrando in Ars sei subito colpito dall’imponente edificio della chiesa che si eleva solenne sopra le abitazioni, come a volerle proteggere. Non è raro, viaggiando per le strade d’Europa, imbattersi nella suggestiva visione di paesi le cui case si assiepavano intorno alla chiesa, come i pulcini sotto le ali della chioccia. E’ un segno eloquente del “Dio con noi”, che ha costruito la sua casa in mezzo alle nostre, per portare il cielo sulla terra e la luce dell’eternità fra le tenebre dei nostri giorni che passano. Il Santo Curato ha compreso come pochi l’importanza della chiesa parrocchiale come centro propulsore della vita cristiana. Essa è il cuore che batte incessantemente e che tiene viva la fede a coloro che la frequentano, mentre richiama con la sua sola presenza quelli che la disertano. E’ strano, ma entrando in Ars ho avuto questa grazia di cogliere improvvisamente l’importanza della chiesa come dimora di Dio in mezzo a noi. Questo pensiero non mi era venuto neppure a Medjugorje, dove per altro la Madonna al riguardo aveva dato un messaggio particolare, nel quale diceva che “la Chiesa è la casa di Dio…dove Dio, che si è fatto uomo, sta dentro di essa giorno e notte”.
S. Giovanni Maria Vianney attribuiva una grande importanza a tutto quello che si riferiva al culto divino e ben presto la piccola chiesa malandata della sua nuova parrocchia diviene l’oggetto di una ricostruzione energica. Il campanile, che era stato raso al suolo negli anni della furia rivoluzionaria, viene ricostruito in mattoni. Opera una profonda trasformazione dell’edificio, facendolo ingrandire con l’aggiunta di 5 cappelle laterali, che diverranno altrettanti avamposti della sua strenua battaglia contro il demonio. Fa rifare la facciata e, prima ancora che la Chiesa proclami il dogma dell’Immacolata (1854), vi fa sistemare la statua di Maria concepita senza peccato, alla quale consacra la parrocchia il 1 Maggio 1836. Scopro con mia grande meraviglia che anche la grandiosa costruzione, che è stata innestata sull’antica chiesa parrocchiale, è un’idea concepita dallo stesso Curato, il quale già nel 1859 aveva progettato di edificare una grande basilica in onore di santa Filomena, di cui era devotissimo. La realizzazione si concretizzerà alcuni decenni dopo, ma l’iniziativa è partita dal suo cuore sacerdotale, tutto dedito alla gloria di Dio e alla salvezza della anime, che sembrava aver scelto la chiesa come suo domicilio permanente.
Salgo lungo la scalinata che porta all’ingresso, ma giunto all’ultimo gradino, metto inaspettatamente un piede in fallo e precipito rotolando fino in fondo. Sono sorpreso di essere ancora in grado di rialzarmi, benché claudicante, e ringrazio il Santo Curato per il suo fulmineo intervento. Mi viene il sospetto che da queste parti il demonio sia particolarmente furioso. Ne ho la conferma entrando in chiesa che, nella sua raccolta essenzialità, sembra una fortezza concepita appositamente per strappare le anime al maligno. L’altar maggiore è là in fondo, sotto l’ampia e luminosa cupola della basilica costruita successivamente. Prima di arrivarvi vi è il tratto della chiesetta vecchia, con le sue cappelle laterali. Qui si trova il campo di battaglia dove l’uomo di Dio, con una sapiente strategia, ha disposto le postazioni dalle quali lanciare i suoi strali micidiali contro la serpe infernale.
Infatti le cappelle laterali sono per lo più concepite in funzione del sacramento della penitenza che, per lo zelante sacerdote, era il momento della liberazione e della rinascita delle anime. I fedeli si preparavano alla confessione nella cappella dell’”Ecce Homo”, che il Curato aveva fatto ristrutturare nel 1834 per questo scopo, abbellendola con decorazioni che ricordano la passione di Gesù. Le donne venivano confessate nella cappella di S. Giovanni Battista, il profeta che richiama alla conversione e al cambiamento di vita, nella quale il curato aveva fatto collocare il vecchio altar maggiore in marmo, il tabernacolo e i candelieri che erano stati offerti dal visconte di Ars. Curiosamente, mentre mi trovo in questa cappella, mi si avvicina un’anima devota che mi chiede se la posso confessare. Gli uomini invece li confessava generalmente in sacristia. E’ questo il luogo più suggestivo, dove puoi ancora vedere il vecchio confessionale che da solo parla più di qualsiasi trattato sul sacramento della riconciliazione. Guardo con emozione quelle assi di legno sgualcito, dove un’antica stola color viola è lì ancora a testimoniare la presenza viva di quel guerriero di Dio. Il Cielo solo conosce le grandi battaglie dello spirito che lì sono state combattute e il numero delle anime strappate dagli fauci famelica del dragone infernale.
Quasi a sostenerlo in questo epico duello ecco la cappella di S. Filomena, la santa che egli prediligeva e che era solito chiamare “la sua incaricata d’affari presso Dio”, e quella dedicata ai Santi Angeli, con le statue egli Arcangeli Michele e Gabriele e dell’Angelo custode che accompagna un’anima rappresentata da un bambino. L’aiuto più efficace egli lo aspetta però dalla Santa Vergine, nella cui cappella si trova il quadro che fece dipingere in occasione della consacrazione della parrocchia alla sua Immacolata Concezione. Successivamente, dopo l’apparizione della Medaglia Miracolosa nel 1830, compera una statua della Vergine di legno dorato e fa cesellare un cuore in argento dorato sul quale sono incisi tutti i nomi dei suoi parrocchiani. La Madonna, afferma il Santo Curato “è la mia più vecchia passione” e “l’ho amata prima ancora di conoscerla”.
Mi rendo conto, mentre che mi muovo in quegli spazi ristretti, di leggere un trattato scritto dallo stesso dito di Dio sulla dignità e la missione del sacerdote. In particolare mi colpisce il rilievo dato alla confessione, dove S. Giovanni Maria Vianney vedeva la manifestazione della divina misericordia, che guarisce l’uomo da quel male assoluto che è il peccato. “Se non fossi stato prete, non avrei mai saputo che cos’è il peccato…Non c’è che Dio che sappia che cos’è il peccato”, affermava; poi precisava: “ Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo a ritornare a lui”. “ Il Buon Dio – soleva ripetere – vuol farci felici e noi non lo vogliamo…Una persona che è nel peccato è sempre triste. Ha un bel darsi da fare, è disgustata, annoiata da tutto. Questi poveri peccatori saranno dunque sempre infelici, in questo mondo e nell’altro”. E tuttavia è l’infinito amore di Dio per le anime che non si stanca di sottolineare: “ Quando il prete dà l’assoluzione – spiega – non bisogna pensare che a una sola cosa: che il sangue del Buon Dio scorre sulla nostra anima per lavarla e renderla bella com’era dopo il battesimo…Non si parlerà più di peccati perdonati. Sono cancellati, non esistono più…Non c’è niente che offenda tanto il Buon Dio come la mancanza di speranza nella sua misericordia”.
Mi chiedo se l’uomo d’oggi, apparentemente così evoluto rispetto a quei semplici contadini dell’ottocento, voglia sentire parole diverse da queste. Il vangelo, quando è autentico, è eterno, dico a me stesso mentre guardo i due modesti ma efficacissimi pulpiti dai quali il Santo Curato si rivolgeva alla gente. Da quello più alto ogni domenica rivolgeva la parola ai fedeli, prendendo lo spunto per l’omelia dal vangelo del giorno. A quella gente che lavorava la campagna amava parlare della bellezza della natura, invitandola a benedire e a amare Dio creatore. Usava per i suoi uditori un linguaggio comprensibile, semplice e concreto, con immagini tratte dalla vita quotidiana, come quello delle parabole evangeliche. “ Colui che non prega – disse una volta – è come una gallina o un tacchino che non può innalzarsi nell’aria. Se volano un po’, ricadono subito e, razzolando nella terra, vi affondano, vi si coprono e sembrano trarre piacere solo da questo”. Dall’altra parte del pulpito, sotto la nicchia della Vergine col Bambino, vi è la “cattedra del catechismo delle ore 11,00”, attorno alla quale ogni giorno facevano ressa i bambini della “Provvidenza” e i pellegrini.
Il confessionale e il pulpito dunque, ma soprattutto l’altare e il tabernacolo. E’ questa la triade entro la quale S. Giovanni Maria spendeva gran parte della sua giornata. Non si stancava di parlare della santa Eucaristia e ne faceva accenno in tutte le lezioni di catechismo. “Egli è là e vi ascolta”, diceva mentre si voltava verso il tabernacolo, con un’espressione che era ancora più eloquente delle sue parole. Quando recitava il breviario di tanto in tanto lo vedevano guardare il tabernacolo col volto inondato di una gioia misteriosa. “Invece da fare chiasso sui giornali, fatene alla porta del tabernacolo” affermò in un occasione e mi chiedo se questa raccomandazione non sia sufficiente a guarire la Chiesa da tutti i mali che la affliggono in questi tempi travagliati.
Uno potrebbe sostare anche un giorno intero nello spazio angusto della vecchia chiesa di Ars senza affatto stancarsi e lì apprenderebbe assai più che durante un anno presso una facoltà di teologia. Così infatti avviene quando è lo Spirito che istruisce le anime. Proseguo oltre ed entro nella parte nuova dell’edificio sacro dove troneggia una grandiosa cupola dalla quale il sole infuocato di Agosto sparge i suoi raggi luminosi. Passando dalla chiesa vecchia a quella nuova hai come la sensazione di uscire dal campo di battaglia per entrare in quello della vittoria e della gloria. Un gruppo di sacerdoti sta concelebrando la santa Messa nella cappella posta sulla destra, dove si vede il corpo del santo Curato chiuso in una cassa reliquiario in bronzo dorato. Mi rallegro per questo pellegrinaggio sacerdotale, vera sorgente di rinnovamento spirituale per i ministri di Cristo. Con mia sorpresa leggo su una lapide che il corpo del santo, posto qui nel 1925 in occasione della sua beatificazione, è rimasto intatto. Esso è là, rivestito della sua veste nera, la cotta e la stola, come un segno di divina predilezione. Le braccia sono distese, quasi irrigidite e il volto incavato dalle penitenze e reso diafano dalla lunga preghiera è leggermente piegato sulla sinistra, verso chi lo guarda. Lo fisso a lungo, ma non vi colgo la serena dolcezza di Bernadette. Vi vedo piuttosto il riposo meritato dell’atleta di Dio dopo l’estenuante battaglia contro il potere delle tenebre.
La canonica museo
La canonica nella quale ha vissuto il Santo Curato è divenuta un museo e nessun altro sacerdote dopo di lui vi ha abitato. E’ un complesso abbastanza ampio, dove tutto è stato salvaguardato com’era allora anche nei minimi particolari e il pellegrino ha l’impressione di fare un salto all’indietro di due secoli. I francesi sono maestri in quest’arte particolare come si può costatare a Lourdes dove sono perfettamente conservate le abitazioni dove ha dimorato Bernadette, o a Lisieux e Alencon nelle case dove ha abitato S. Teresa di Gesù Bambino, o a Pontmain, dove è stato lasciato intatto il fienile da dove i ragazzi hanno visto la Madonna, come pure il caseggiato di fronte, sul tetto del quale si è mostrata l’apparizione.
La canonica di Ars comprende cinque vani: la cucina e la sala da pranzo al pianterreno e tre stanze al primo piano. Oltre a ciò vi sono anche un forno, un orto, un cortile e altri locali. La cucina, il cui cuore, come in tutte le case del tempo, è il camino, appare ampia e accogliente. Così come l’ha trovata al suo arrivo S. Giovanni Maria l’ha lasciata alla sua morte. Essa è meritevole di citazione perché anche questo posto, dove noi mortali coltiviamo il vizio della gola, è stato un’occasione di combattimento spirituale e di santificazione.
Mi consolo pensando che, nei primi sette anni della sua permanenza in parrocchia, il santo curato si preparava e si consumava da solo il suo pasto, fatto di frittelle o di patate bollite in una pentola sospesa a una catena. E’ ancora lì quella pentola, nera come la pece, ricolma fino a traboccare di mortificazioni e di penitenze, a ricordare la necessità della sobrietà alla nostra generazione che si ammala per il troppo mangiare. Sul tavolo una candela, a ricordarci che allora non c’era l’elettricità, un piatto, una scodella, una brocca e infine una cesta, dove conservava delle croste di pane che comperava dai poveri. Mi vengono in mente i Padri del deserto che godevano di un’ottima salute nutrendosi di pane e acqua tutta la settimana, e concedendosi un po’ di legumi e un sorso di vino alla domenica. “ Oh, figli miei, – diceva ai suoi parrocchiani- com’è triste! Tre quarti dei cristiani lavorano solo per soddisfare questo cadavere che presto marcirà sotto terra. Mancano di spirito e di buon senso!” Filosofia estremamente realistica, che persino un ateo potrebbe sottoscrivere.
Al primo piano ecco la camera, rimasta tale e quale dal giorno della sua morte nel 1859. Mi pare più un ripostiglio che una dimora abituale. Noto qualche suppellettile pregevole, ma scopro che si tratta del mobilio datogli dalla “signorina d’Ars”, del quale egli si tenne lo stretto necessario. Vedo con piacere che la stanza, oltre alle cose ordinarie che si trovano ovunque, è ornata da quadri, statue e altri oggetti religiosi che le conferiscono un tocco soprannaturale. Evidentemente anche il santo sacerdote riteneva utili questi segni esteriori per richiamare l’anima alla preghiera ed alla contemplazione della cose celesti. Qui però vi abitava poco. Infatti lasciava la sua stanza poco prima di mezzanotte per recarsi in chiesa; vi tornava dopo l’Angelus di mezzogiorno, per un pranzo rapido, consumato in piedi. Dopo aver confessato tutto il pomeriggio, verso le 21 ritornava in camera e lì si dedicava ancora alla preghiera e alla lettura spirituale, in modo particolare alle vite dei santi. Andato finalmente a letto, continuava a leggere e a meditare fin quando non era vinto dal sonno. E’ interessante sottolineare al riguardo che il Santo Curato non era affatto un prete ignorante, come a volte si pensa, a causa delle difficoltà incontrate in seminario, soprattutto a causa del latino. Lo dimostra la sua notevole biblioteca ricca di 246 monumentali volumi, per metà ereditati da Don Balley, suo maestro. Egli aveva un grande interesse per la lettura e lo studio vi dedicava tutto il tempo necessario per la preparazione delle sue omelie e per meditare sugli esempi dei santi.
Dalla camera alla chiesa e viceversa la sua giornata era tutta protesa alla ricerca della comunione con Dio e al suo servizio. In evidenza su un tavolo il breviario e il rosario con i quali alimentava la sua vita spirituale. Oggi le esigenze della vita moderna e la molteplicità degli impegni sembrano dettare ai sacerdoti altri ritmi e una diversa distribuzione del tempo. In realtà S. Giovanni Maria Vianney ricorda a tutti i sacerdoti del mondo che senza preghiera rischiano di essere dei cembali squillanti. Essa è l’anima di ogni apostolato. “L’anima che smette di pregare muore di fame”, ammoniva. “Se all’inferno si potesse pregare – affermava – l’inferno non esisterebbe più”.
Ma questo uomo di preghiera era anche santo dalle iniziative sociali. Lo dimostra, accanto alla canonica, un edificio sulla facciata del quale ancora oggi si legge l’iscrizione “La providence”. Lo aveva acquistato, senza nemmeno avere il denaro per pagarlo, per accogliere le ragazze orfane, affidandone la direzione a una giovane di Ars, Caterina Lasagne, fin dalla fondazione nel 1824. Quando poi il convitto nel 1848 venne dato alle suore di S. Giuseppe di Bourg, Caterina Lasagne si trasferì in un alloggio vicino alla cucina. Ella divenne così la persona di fiducia e la sua aiutante. Guardo con curiosità questa cucina dove la zelante parrocchiana gli preparava i pasti. E’ pulita, ordinata e attrezzata di tutto ciò che è necessario. Anche il santo curato alla fine ha dovuto arrendersi alla missione che la sapienza di Gesù ha assegnato alla stirpe inestinguibile delle “pie donne”.
Prima di risalire sull’impaziente quattroruote che cuoce sotto la canicola estiva, non mi resta che dare un ultimo saluto visitando la Cappella del Cuore, costruita nel 1930 per custodire il cuore del santo dopo la canonizzazione avvenuta il 31 maggio 1925. Mi soffermo in un’ultima preghiera davanti alla statua in marmo bianco del Santo Curato in ginocchio, fatta venire dall’Italia. Era stata ordinata nel 1863 allo scultore Emiliano Cabuchet. Questi per una settimana si era mimetizzato fra i pellegrini durante il catechismo delle 11,00 e modellò un busto in cera che gli servì come modello per la scultura di marmo. Questa statua ascetica parla assai più di una fotografia che allora non esisteva. In quel volto diafano, in quelle mani strette al cuore e in quello sguardo rivolto al tabernacolo, scorgiamo un’anima completamente infiammata dall’amore di Dio. E’ questo che rende i santi sempre attuali e una fonte d’acqua viva e perenne la loro vita.”
(Tratto dal libro di Padre Livio “Pellegrino a quattro ruote” – Cap 6 – Sugarco Edizioni)