di Marta Serafini – Corriere della Sera, 2 Agosto 2026

Raid sulla capitale, 9 morti. «Ci servono nuove difese»

KIEV – La luna piena più grande dell’estate ha appena iniziato la sua discesa sull’orizzonte. È l’una e mezzo. Non fa nemmeno in tempo a suonare la sirena che i missili di Putin già bucano il cielo. Un’esplosione e poi un’altra, avanti così fino all’alba mentre il buio si fa rosso di lampi di fuoco e i vetri tremano. Un’altra notte di morte, l’ennesima per la capitale ucraina che da mesi è tornata a essere campo di battaglia di una guerra sempre più sporca.

«Le persone sono ancora in trappola», scrive su Telegram il sindaco Vitaly Klitschko. Il sole non è ancora sorto che già il Servizio statale di emergenza ucraino dichiara nove morti accertati e 28 feriti, tra cui quattro bambini, aggiungendo che un totale di 105 persone sono state tratte in salvo dagli edifici danneggiati. Il fumo nero e acre avvolge la città. Respirare è già di per sé un gesto di coraggio.

Cinque distretti, diciotto edifici residenziali, una scuola, l’ambasciata lituana vengono danneggiate. «Questo è l’ennesimo promemoria che il terrore della Russia non conosce limiti», scandisce il presidente lituano Gitanas Nauseda condannando l’attacco mentre Vilnius convoca l’ambasciatore russo.

Il più colpito è il quartiere di Darnytskyi, con sette vittime. Colonne di fumo nero si alzano da un deposito di logistica. Ci chiedono di andare via, non è sicuro e la stampa non è ammessa. Stessa scena vicino a un altro capannone. Mosca elenca, abbiamo colpito l’azienda statale di assemblaggio e componenti elettronici (Radiozmeritel), lo stabilimento di assemblaggio elettronico Kyiv Burevestnik, che produce componenti elettronici e varie parti per droni a lungo e medio raggio, l’impianto industriale Fire Point, che produce componenti e testate per i missili da crociera terrestri Fp-5 Flamingo, l’impianto industriale Pv Grupp Ukraine, che produce e immagazzina software e hardware per i sistemi di guerra elettronica Lima, l’impianto di assemblaggio e stoccaggio di droni Kyiv-21 che assembla e immagazzina i droni Dead Fly, Osa Kamikaze, Link Drone e Thunder. Poi il centro logistico di Vyshneve, che riceve, immagazzina, assembla e distribuisce singoli componenti per la produzione di droni.

A Solomianskyi la gente è stanca. Davanti a una palazzina di 5 piani sventrata Olga sibila: «Sono settimane che bombardano qui intorno». Il quartiere è ormai una gruviera. Depositi, capannoni, uffici vuoti. C’è rabbia anche per i rifugi che ancora mancano — molti sono puri e semplici parcheggi dove la protezione è pressoché nulla — e perché, di recente, è stato aumentato il prezzo del biglietto della metro, unico luogo rimasto ormai davvero sicuro. L’ingresso è gratuito quando suonano le sirene, ma spesso le bombe cadono prima che arrivi l’allarme. «Da due mesi ormai ogni weekend è così. Chi non ha i soldi per andare fuori città rischia la vita», dice ancora Olga mentre si mette in fila per il compensato da mettere sulle finestre distrutte.

È denso di rabbia e dolore il cielo dell’estate di Kiev dove le manifestazioni di protesta contro il governo sono entrate nella loro seconda settimana. Venerdì sera un fiume di giovani si è riversato sulla Khreshchaty, la via principale di Kiev gridando che «la corruzione uccide». Per terra intanto gli esperti raccolgono frammenti. Trentacinque missili, di cui 27 balistici, e 185 droni di tipo Shahed, la stragrande maggioranza dei quali diretti verso Kiev. Solo due ordigni sono stati intercettati, mentre 154 droni sono stati abbattuti. Poche le armi in grado di colpire i velocissimi Zircon e Iskander russi. I Patriot, appunto, quelli su cui Trump ha fatto marcia indietro poche ore prima e che da settimane sono esauriti. «Non abbiamo dato il nostro consenso», ha detto il tycoon dopo aver promesso a Kiev le licenze davanti al mondo intero. «Stasera è stato abbattuto un solo missile balistico, semplicemente perché i Patriot non hanno batterie», gli risponde Zelensky. «Ed è proprio questa carenza di intercettori a incoraggiare la Russia a lanciare simili attacchi contro vite umane».

A sollevare il morale degli ucraini, i raid sulla raffineria Ufaneftekhim della Rosneft a Ufa, in Baschiria, a 1.500 chilometri dal confine, e contro due ponti ferroviari in Crimea usati dalla logistica militare russa per rifornire la penisola sul mar Nero. E a 130 miglia da Novorossiysk affonda una portacontainer da 100 mila tonnellate della Rosatom soggetta a sanzioni. Sono colpi che fanno male. Ma non abbastanza da convincere lo zar che è ora di finire questa maledetta guerra.