di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 6 Giugno 2026
Il Papa incontrerà oggi i Reali di Spagna, lunedì sarà il primo pontefice a rivolgersi al Congresso. E il 10 inaugurerà la Torre di Cristo che porterà a compimento l’opera geniale di Gaudì

CITTÀ DEL VATICANO – Barcellona, 7 giugno 1926, poco dopo le sei del pomeriggio. Un uomo è stato appena investito dal tram numero 30 mentre attraversava, con passo stanco e incerto, la Gran Via de les Corts Catalanes. È ridotto male, una guarda civile ferma una macchina, lo portano al pronto soccorso e riesce appena ad articolare un nome che non viene compreso, l’annotazione sul registro riporta un assurdo «Antònia Samdi», del paziente 1121 non vengono trascritti altri dati e del resto è un uomo anziano, senza documenti, ha la barba lunga e bianca ed è vestito poveramente, i pantaloni sformati tenuti su con spille da balia, le scarpe logore, dev’essere un clochard: lo portano all’ospedale dei poveri, la Santa Croce, dove morirà di lì a tre giorni.
La notte dell’incidente, un fratello laico che lavorava come infermiere aveva guardato perplesso i due uomini che lo cercavano da ore, «se Antoni Gaudí fosse qui, lo saprebbero tutti». L’architetto della Sagrada Familia era già in agonia, «Dio mio, Dio mio», mormorava nei momenti di lucidità, da cinque mesi viveva in una stanzetta ricavata nel cantiere dell’opera di tutta una vita. Sapeva di non poter vivere abbastanza a lungo da vederla finita ma non poteva immaginare che sarebbe stato un Papa, il 10 giugno 2026, a cento anni esatti dalla sua morte, a inaugurare la torre di Gesù Cristo che porta a compimento la più celebre e straordinaria delle chiese contemporanee, il capolavoro destinato a fare di Antoni Gaudí i Cornet il primo beato, e più oltre santo, nella storia dell’architettura: è stato dichiarato Venerabile il 14 aprile 2025 e alle Cause dei Santi è in corso l’esame di un presunto miracolo ottenuto per la sua intercessione, l’ultimo passo prima della beatificazione.
Il Papa in aereo: «Ai Mondiali tiferò Stati Uniti»
Leone XIV arriva oggi in Spagna, sette giorni e duemilacinquecento chilometri di viaggio tra Madrid, Barcellona e le Canarie, come un ritorno del Papa nella Vecchia Europa. Francesco prediligeva le periferie, a Strasburgo precisò che visitava le situazioni europee e non la Francia, anche le visite a Marsiglia e in Corsica erano motivate da eventi particolari. A bordo dell’aereo Ita che lo porta a Madrid, Leone, parlando con i giornalisti ha annunciato: «Farò sicuramente il tifo per gli Usa ai Mondiali di calcio ma non so quante partite avrò modo di vedere». C’è anche spazio per una battuta sul Clásico del calcio, Real Madrid- Barcellona: «È semplice… Il Papa tifa per tutte le squadre, ma Prevost tifa per il Real Madrid!»
Quale messaggio sente di rivolgere a Putin, che ha rifiutato l’incontro con Zelensky?
«Il messaggio dell’enciclica: promuovere i negoziati che almeno si stavano facendo. Veramente bisogna spingere per arrivare a una conclusione della violenza e della guerra, e trovare una soluzione. Troppe vite ormai stanno morendo». Leone XIV raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo, saluta ciascuno e risponde a qualche domanda. «Sono preoccupato per l’Ucraina. Ogni volta la situazione peggiora. Adesso anche negli Stati Uniti alcuni vogliono dare il loro appoggio. Sono già quattro anni e mezzo. Occorre trovare una soluzione».
Prevost torna anche a parlare di Iran, gli ricordano che il vicepresidente Usa J.D. Vance ha sostenuto si tratti di una guerra giusta e il Papa replica tranquillo: «Credo sia stato già dichiarato con molta chiarezza: viene meno, lì, una guerra giusta… Il problema è che la teoria della guerra giusta viene da secoli passati, non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi. È tutto come dico nell’enciclica…».
Un giornalista americano gli chiede dell’aumento delle conversioni negli Stati Uniti: «Sono molto soddisfatto delle notizie che mi giungono. I giovani che sono alla ricerca di qualcosa di più, essendo cresciuti in molti casi senza, per così dire, una dimensione spirituale nella loro vita, si rendono conto che c’è un vuoto e una mancanza di senso, e forse la mia visita contribuisce a risvegliare ancora di più qualcosa che loro stessi non sanno bene come definire».
Quindi sorride ironico, citando un celebre rapper: «Se si trovassero di fronte alla domanda: vogliono vedere Bad Bunny o vogliono vedere il Papa, penso che molti andrebbero a vedere Bad Bunny. Ma penso che ci saranno anche alcuni qui per vedere il Papa. E questo la dice lunga, sapete».
Ora invece Prevost, dopo la Spagna, andrà a fine settembre pure in Francia, tra Parigi e Lourdes: un riconoscimento del ruolo che il Vecchio Continente, e i Paesi di antica tradizione cristiana, possono avere in un mondo ridotto alla legge del più forte. Mentre altrove multipolarismo e democrazie sono in crisi, l’Unione europea può essere un modello, se non dimentica la propria storia.
Di recente Leone ha citato l’opera di Cirillo e Metodio, santi del IX secolo e compatroni d’Europa, invocando «la costruzione di una nuova unità del continente europeo, per superare tensioni, divisioni e antagonismi – religiosi e politici».
Certo il clima politico in Spagna non è dei più favorevoli ai discorsi unitari, tra le inchieste sui socialisti del premier Sánchez, gli scontri all’arma bianca con i popolari e i risentimenti che si avvertono contro la stessa Chiesa, polemiche mai sopite sugli abusi pedofili, vecchie pulsioni anticlericali all’estrema sinistra e il risentimento all’estrema destra per l’impegno in favore dei migranti: la tappa finale alle Canarie era l’ultimo viaggio immaginato da Francesco, l’ultima stazione della via Crucis da Lampedusa a Lesbo, Cipro, Malta, le isole dei disperati che cercano di raggiungere l’Europa, tanto che Leone chiuderà il cerchio tornando a Lampedusa il 4 luglio.
Oggi Leone incontrerà a Madrid i reali e la società civile, lunedì sarà il primo Papa a rivolgersi al Congresso dei deputati. Non sarà un viaggio facile, la già «cattolicissima» Spagna è divenuto un Paese sempre più scristianizzato, un’epitome dell’Europa. Per questo la celebrazione alla Sagrada Família di Barcellona racchiude il senso più profondo del viaggio di Leone, il Papa che si è proposto di «sparire perché rimanga Cristo».
Gaudí aveva appena trentun anni quando nel 1883 gli fu affidato il progetto, dal 1914 non si dedicò ad altro. Negli ultimi otto mesi, dal novembre 1925, si era trasferito nel cantiere: viveva in una stanzetta con un letto, ricavata da un tramezzo e occupata dai modelli in gesso e le piantine che occupavano anche il resto del laboratorio.
Ogni mattina, racconta Armand Puig i Tàrrech nella più accurata delle biografie («Antoni Gaudí. Vita e opere», San Paolo), assisteva a due messe, faceva la comunione e pregava prima di cominciare il lavoro quotidiano, «la vita è amore e l’amore è sacrificio». Aveva grande fede nella Provvidenza, la sua chiesa avrebbe richiesto tutto il tempo necessario: «Il padrone di quest’opera non ha fretta».