di Nadav Eyal – Corriere della sera – 7 Marzo 2026
«Anche Shimon Peres attribuiva a Teheran la responsabilità della mancata pace con i palestinesi». «Attaccando le infrastrutture petrolifere il regime degli ayatollah non potrebbe sopravvivere»
Per tutti gli israeliani, l’Iran rappresenta qualcosa di profondamente personale. Sono cresciuto in Israele negli anni Ottanta e Novanta. Molti ricorderanno gli accordi di pace di Oslo, che accesero le più grandi speranze per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Molti ricorderanno l’assassinio di Yitzhak Rabin. Ma pochi ricordano le feroci contestazioni di cui fu oggetto, il fallimento degli accordi di Oslo, e il motivo per cui Benjamin Netanyahu sconfisse Shimon Peres, succeduto a Rabin. La risposta palese sta nella catena di attentati suicidi messa in atto da Hamas, che destabilizzarono l’opinione pubblica israeliana. Israele aveva firmato un accordo di pace, e ricevette in cambio una valanga di attentati come non si erano mai visti fino ad allora nel corso del conflitto.
Shimon Peres dava la colpa a Teheran
Fu un colpo mortale a ogni iniziativa di pace. Si comprese, a posteriori, grazie a una serie di indagini che suscitò enorme scalpore all’epoca, che Hamas aveva stretto alleanza con Teheran, e che l’Iran finanziava e incoraggiava simili operazioni. Ebbi modo di conoscere bene Shimon Peres nei suoi ultimi anni, dopo la presidenza di Israele. Fino alla fine della sua vita, Peres addossò la colpa agli iraniani. E questo è soltanto uno dei tanti esempi dei gravissimi danni inflitti da Teheran a tutta la regione. Ed è per questo che oggi la guerra riscuote ampi consensi tra la popolazione israeliana. Ma le guerre, si sa come cominciano e non si sa come finiscono. Una valutazione prudente lascia ipotizzare quale sia il duplice obiettivo della campagna militare israelo-americana contro l’Iran. Il primo è dinamico: uccisioni mirate, erosione sistematica delle capacità militari, raid sugli impianti nucleari, specie le basi missilistiche e le infrastrutture del regime.
Il messaggio di Natanyahu in lingua farsi
Oltre ad eliminare le principali figure della leadership iraniana, Khamenei compreso, l’aviazione israeliana ha colpito e distrutto la sede dei servizi segreti iraniani fin dalle prime ore dell’attacco. Dal Mediterraneo fino alla penisola coreana, a migliaia di chilometri di distanza, pochi governi sono riusciti a sopprimere un così gran numero dei propri concittadini come il regime di Khamenei. È probabile, inoltre, che verranno intensificati gli attacchi contro altri regimi repressivi. Con il discorso in lingua farsi del primo ministro Netanyahu, generato grazie all’IA e rivolto direttamente al popolo iraniano, Israele ha aperto ufficialmente un canale verso il cambio di regime a Teheran. Nulla di simile era stato tentato dalla prima guerra del Libano ad oggi. In base alle valutazioni in corso, la traccia indicata prevede, come prima fase, la neutralizzazione delle capacità militari.
I piani secondo Eisenhower
La seconda riguarda la trasformazione politica. È difficile immaginare che Washington e Gerusalemme si siano lanciate in una simile impresa senza un’attenta programmazione per il dopo. Il presidente Eisenhower ebbe a dire, «I piani non servono, ma la pianificazione è indispensabile». Il senso è lampante: i piani ben di rado si svolgono esattamente come previsto, ma il processo stesso di pianificazione è decisivo. Nella seconda fase della guerra, vedremo l’introduzione di misure tese a produrre una ristrutturazione interna del regime o addirittura un cambiamento più profondo e sistemico. Non me la sento di azzardare ipotesi più precise, ma ieri il presidente degli Stati Uniti si è espresso con grande franchezza, indicando di avere già in mente chi potrebbe essere il candidato destinato a guidare l’Iran dopo Khamenei. Le incursioni mirate, decise in base a informazioni di alto livello, sono operazioni complesse e pericolose, e ancora più rischiosi sono i tentativi di provocare un cambio di regime. Ma gli Usa e Israele hanno saputo costruire, di comune accordo, un quadro eccezionale di fiducia, scambio di informazioni e coordinamento operativo.
Dettagli tattici
Il presidente americano non agisce esclusivamente in senso astratto, ma sa calarsi nei dettagli tattici – quali saranno gli sviluppi, che cosa potrebbe non funzionare, e quali sono i piani alternativi. Se Trump non fosse stato pienamente convinto sia delle possibilità di successo che dei vantaggi potenziali per gli interessi nazionali statunitensi, non se ne sarebbe fatto nulla. Quel calcolo, incentrato sugli interessi dei cittadini americani, determinerà la durata e la portata della campagna militare.
La rappresaglia indiscriminata contro gli stati arabi, in primo luogo gli Emirati e il Bahrain, rappresenta un grave errore strategico da parte dell’Iran. Si è trattato di una violazione fondamentale del codice regionale, una sorta di «dopo di me, il diluvio». Il risultato prevedibile è stato in rafforzamento del già formidabile spiegamento difensivo tra Stati Uniti, Israele, e stati arabi come Giordania, Emirati, Bahrain e Arabia Saudita. Negli ultimi giorni, il capo di Stato maggiore Zamir si è consultato con le controparti militari di diversi stati arabi.
Dove puntare oggi la nostra attenzione? Innanzitutto, sulle defezioni. Gli organismi di sicurezza iraniani – dall’esercito alla Guardia rivoluzionaria, dalla polizia al Basij – si presentano in servizio? Come reagiscono davanti alle manifestazioni?
Ultimo obiettivo, le infrastrutture petrolifere
L’Occidente spera di vedere segnali di «armi che cambiano direzione», quando le forze ufficiali del regime si uniscono all’opposizione. Ieri è stato diffuso il filmato di un drone che attacca le forze del Basij a Teheran. Si presume che proseguiranno gli attacchi di questo tipo. Altra questione cruciale riguarda una decisione che spetta a Washington, se attaccare – anche solo simbolicamente – le infrastrutture iraniane del gas e del petrolio, che finora sono state rispettate. L’attacco alle infrastrutture energetiche, anche l’accenno a un futuro attacco, sarà il segnale inequivocabile per Teheran che i suoi giorni sono contati.
Senza le entrate petrolifere, lo Stato iraniano non può sopravvivere. Impossibile pagare gli stipendi. Se gli Stati Uniti sceglieranno questa opzione, ciò significa che è stato deciso di abbattere il regime senza altri indugi, o di inviare un ultimo messaggio: riformate il regime, o sarete annientati.
Tra le possibilità di cui si discute oggi – continuazione dell’ordinamento attuale, riforma interna sotto il vessillo della Repubblica Islamica, colpo di stato o rivoluzione – i governi occidentali propendono decisamente per quest’ultima. La preferenza, tuttavia, non è garanzia di successo.
*Nadav Eyal è un giornalista, vincitore del Sokolov Award, il premio Pulitzer israeliano. In Italia il suo libro «Revolt, la ribellione nel mondo contro la globalizzazione» è stato pubblicato da La Nave di Teseo. Eyal è Senior Scholar and adjunct professor alla Columbia University’s School of International and Public Affairs (SIPA)
(traduzione di Rita Baldassarre)