diFederico Rampini| 6 marzo 2026
Colpendo in rapida successione Venezuela e Iran, Trump si è intromesso nella questione energetica (e di sicurezza) della Cina. La cui economia attraversa un periodo di fatica sempre più intensa. E in questo quadro entra anche la questione di Taiwan
Geopolitica, attenzione ai simboli, galateo diplomatico e cerimoniale. Tutto si mescola quando una fonte autorevole da Pechino suggerisce questo calendario: l’annuncio o previsione di Donald Trump che la guerra potrà durare quattro settimane, la farebbe concludere subito prima che il presidente americano arrivi alla corte di Xi Jinping.
Previsione? Auspicio? «Intelligence»?
L’attacco americano contro l’Iran non può essere compreso se lo si guarda soltanto attraverso la lente mediorientale, o quella europea, oppure la politica interna americana. C’è una quarta angolatura: vista dall’Estremo Oriente, questa guerra assume un significato diverso. In un certo senso, diventa più razionale.
Prendo a prestito le analisi che circolano sui media asiatici, come quella di un esperto osservatore giapponese della Cina, Katsuji Nakazawa; sul Nikkei Asia ha scritto un articolo che cattura l’attenzione fin dal titolo e sottotitolo: «Perché Xi Jinping non può cancellare la visita di Trump dopo l’attacco all’Iran. I guai economici e politici interni della Cina limitano le sue critiche all’America».
Fra le ragioni d’interesse di questa analisi c’è il calendario che lega le operazioni militari a un summit molto atteso: la visita di Trump da Xi a fine mese.
Venezuela e Iran – ricorda l’esperto giapponese – rappresentano da anni due pilastri della strategia energetica e geopolitica di Pechino: regimi ostili agli Stati Uniti e contemporaneamente preziosi fornitori di petrolio. Colpire uno e destabilizzare l’altro significa intervenire direttamente su una delle vulnerabilità strutturali della potenza cinese.
La tempistica della crisi è rivelatrice. L’operazione militare contro Teheran è arrivata mentre la Casa Bianca prepara il viaggio di Trump a Pechino. Il presidente americano dovrebbe essere ospite in Cina dal 31 marzo al 2 aprile. Tre giorni appena: pochi per una classica visita di Stato ricca di cerimonie e incontri, abbastanza però per suggerire che Washington abbia voluto accelerare i tempi in vista dell’offensiva contro l’Iran.
Trump sembra aver calcolato che Xi non può permettersi di annullare o rinviare quell’incontro, neppure dopo un attacco americano che ha eliminato la guida suprema iraniana Ali Khamenei. In altre parole, la Casa Bianca ritiene di aver individuato un punto di debolezza della leadership cinese.
Per Xi quella visita ha un valore simbolico e politico enorme. Il leader cinese attende da tempo l’occasione di rilanciare la propria dottrina di «diplomazia tra grandi potenze», una formula con cui Pechino ambisce a trattare con gli Stati Uniti alla pari in un duopolio globale. L’immagine di Xi come interlocutore indispensabile sulla scena mondiale conta quasi quanto i risultati concreti della diplomazia. Si direbbe che Putin non è l’unico a sentirsi bisognoso di legittimazione…
Quando Trump ha evocato una sorta di G-2 con la Cina, un direttorio per regolare gli affari globali, ha fatto risuonare una musica soave alle orecchie del leader comunista.
La convinzione americana che Pechino difficilmente reagirà con durezza non nasce oggi. Già all’inizio dell’anno Trump aveva messo alla prova la pazienza cinese con l’operazione spettacolare in Venezuela. Il 3 gennaio forze speciali americane effettuarono un raid a Caracas catturando il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores, trasferiti poi a New York per affrontare accuse legate al narcotraffico.
L’episodio fu umiliante per Pechino perché avvenne poche ore dopo che Maduro aveva ricevuto una delegazione ministeriale di alto livello inviata dal governo cinese. Eppure la reazione ufficiale della Cina rimase moderata. Un segnale che a Washington è stato interpretato come la prova che Pechino preferisce evitare uno scontro frontale con l’amministrazione Trump.
La posta in gioco è soprattutto energetica. La Cina è oggi il primo importatore mondiale di petrolio e dipende per circa il settanta per cento da forniture esterne. Iran e Venezuela figurano tra i suoi partner più importanti. Se Washington riesce a influenzare la politica interna di quei due paesi – o a controllarne in parte le esportazioni – può incidere sulla sicurezza energetica cinese. Nel caso venezuelano questo meccanismo è già in funzione.
La prudenza di Pechino si vede anche nel linguaggio diplomatico. Il ministero degli Esteri cinese ha criticato l’operazione americana in Iran, ma evitando attacchi personali contro Trump. Anche il ministro degli Esteri Wang Yi ha mantenuto un tono misurato. Un atteggiamento che contrasta con la violenza verbale usata da Pechino contro altri interlocutori, per esempio il Giappone, quando il primo ministro Sanae Takaichi ha evocato la possibilità che una crisi su Taiwan costituisca una minaccia esistenziale per Tokyo (e quindi possa costringerlo a intervenire).
Dietro questa cautela si intravedono le difficoltà interne della Cina. L’economia continua a essere appesantita dalla lunga crisi immobiliare; i profitti delle imprese rallentano; i consumi restano deboli; la disoccupazione giovanile rimane elevata. In questo contesto una visita di Trump accompagnato da un folto gruppo di grandi imprenditori americani rappresenterebbe per Xi un segnale di fiducia internazionale. Se il viaggio saltasse, l’attenzione globale si concentrerebbe ancora di più sulle fragilità dell’economia cinese.
L’ultimo vertice tra Trump e Xi, avvenuto a Busan lo scorso ottobre, aveva prodotto una tregua temporanea nella guerra commerciale tra le due potenze. Ma si tratta di un equilibrio fragile. Oltre ai problemi economici, Pechino affronta anche tensioni all’interno dell’apparato militare. La recente epurazione del generale Zhang Youxia, per anni uno degli alleati più fidati di Xi e al vertice dell’Esercito popolare di liberazione, ha rivelato contrasti interni sulla gestione delle forze armate.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione di Taiwan. Washington sta preparando una massiccia vendita di armi all’isola, con un pacchetto annunciato da circa undici miliardi di dollari. Per Xi sarebbe un colpo politico delicato alla vigilia del congresso del Partito comunista del 2027, quando punta a ottenere un quarto mandato alla guida del paese.
Alcuni analisti americani leggono l’offensiva contro l’Iran come una mossa indiretta contro la Cina. Secondo un commento pubblicato dall’Hudson Institute, l’operazione Epic Fury punta a indebolire l’influenza cinese in Medio Oriente e permetterà agli Stati Uniti di concentrare più risorse strategiche nell’Indo-Pacifico.
In questa interpretazione l’attacco all’Iran non è il fine, ma l’inizio di una strategia più ampia: l’apertura di quello che alcuni definiscono il “secolo indo-pacifico”, il grande confronto tra Washington e Pechino.
La posta in gioco torna così a essere Taiwan. Trump vuole impedire che la Cina tenti contro
l’isola ciò che gli Stati Uniti hanno fatto prima in Venezuela e poi in Iran: un’azione rapida capace di rovesciare equilibri regionali. Colpendo il principale alleato mediorientale di Pechino, Washington manda un segnale preventivo.
Non è un caso che la Cina acquisti gran parte del petrolio iraniano a prezzi scontati. Per Pechino quelle forniture rappresentano una sorta di assicurazione strategica: una riserva energetica utile nel caso di sanzioni occidentali durante una crisi su Taiwan.
In questa triangolazione tra Washington, Pechino e Teheran si intrecciano curiosi parallelismi storici. Nel gennaio 1979 gli Stati Uniti e la Cina stabilirono relazioni diplomatiche ufficiali proprio mentre lo scià filoamericano veniva rovesciato dalla rivoluzione iraniana. Negli anni Ottanta Pechino divenne uno dei principali fornitori di armi di Teheran durante la guerra Iran-Iraq. E il 4 giugno 1989 – giorno della morte dell’ayatollah Khomeini – coincise con la repressione di Piazza Tiananmen.
Oggi la morte del suo successore Khamenei in un attacco americano riporta ancora una volta quei tre paesi dentro lo stesso scenario geopolitico.
Se il conflitto con l’Iran dovesse protrarsi, il viaggio di Trump a Pechino può ancora essere rinviato. Ma una cosa appare già chiara: l’offensiva americana non è soltanto una partita mediorientale. È un rischio calcolato in una competizione globale. E mentre il mondo osserva le conseguenze della crisi iraniana, c’è un punto di osservazione alternativo: nello stretto di Taiwan e nell’equilibrio di potenza nel Pacifico.