
Pubblichiamo un brano tratto dal XVII capitolo del libro Maria SS.ma nel Vangelo del teologo e servo di Dio mons. Pier Carlo Landucci (1900-1986), di cui è in corso la causa di beatificazione
Il materno «Fiat»
Ma la nota più tenera di dolore e di amore, la più mirabile delle mirabili circostanze, si può cogliere solo considerando Gesù nell’atteggiamento e nelle parole della grande proclamazione, e Maria nella interiore risposta.
Gesù non poteva fare alcun gesto, altro che col Divino Capo trafitto, sanguinante, tutto pesto e insozzato, altro che con i suoi occhi coperti di lacrime e di sangue.
Volse dunque il suo volto, mirò con lo sguardo divinamente amoroso, ma dolorosamente sfinito la Immacolata Madre, quei teneri occhi spossati dal lacrimare: «E Gesù VEDENDO la madre…» (Gv 19,26). Fu l’ultimo loro sguardo d’amore e di dolore.
Gli occhi di Gesù erano supplichevoli; quelli di Maria ardenti di offerta. Le divine livide labbra si mossero allora per pronunciare una parola.
Oh! avesse detto: «Mamma!». Disse invece una espressione piena di grandezza, ma estranea alla dolcezza della intimità familiare: poiché non era il momento del conforto, ma del sacrificio. Disse: «Donna!».
Era l’appellativo che Gesù conveniva desse alla Madre, mentre stava per proclamarne l’universale missione. Fin dalla prima parola il discorso del Salvatore s’elevava all’alto livello della Redenzione. La straziata Vergine non poteva attendersi altro in quel solenne momento. Con l’animo proteso a cogliere ogni sfumatura di espressione e di pensiero del morente Gesù – con l’opportuna luce dall’alto, che certo non le mancò, ora che doveva associarsi al compimento della divina missione, come non le mancò quando fu chiamata, nell’Annunciazione, ad associarsi al suo inizio – penetrò tutto il significato di questa espressione.
Le si ripresentò alla mente il «donna» delle nozze di Cana, quando Ella pienamente consapevole, fortemente e fiduciosamente, sospinse il Divin Redentore a iniziare il grande cammino pubblico del nostro riscatto, che ora aveva il suo tragico compimento. E attese, vibrante di sacrificio e di amore, una grande parola di Redenzione.
Ed essa venne. Gesù, infatti, volto lentamente lo sguardo a Giovanni – che era lì, ad essa «accanto» – proseguì e completò la frase, diretta a Maria: «ecco il figlio tuo». Il significato intimo della universale funzione rappresentativa di Giovanni le brillò certo in pieno. Le si prospettava il dolcissimo vincolo che l’avrebbe stretta a Giovanni e, in Giovanni, a tutti noi; ma insieme la spada dolorosissima che avrebbe spezzato – sulla terra – l’altro divinamente dolce vincolo con Gesù.
La maternità per noi si sarebbe dovuta compiere a tale prezzo. Non potevamo essere accolti nel suo materno cuore – osserva sant’Agostino – se non a condizione che le fosse strappato Gesù con la morte di Croce, a condizione, cioè, che avvenisse una specie di sostituzione di noi al suo Divino Figliolo.
Le parole di Gesù, mentre le richiamarono vivamente la tragica realtà della sua imminente morte e le presentarono tutta la famiglia dei nuovi figli, le dilatarono pure – con l’efficacia divina che si congiunge sempre alle divine parole – il Cuore Immacolato, reso supremamente sensibile dal dolore, in un supremo «fiat» d’offerta e in un tenerissimo palpito di amore materno per noi. Per noi Maria offerse Gesù – unendosi a Gesù che si offriva – «facendo olocausto di ogni diritto materno e del suo materno amore» (Enc. Mystici Corporis, l. c.).
La sconfinata grandezza del suo amore fu pari all’immenso dolore, che Ella abbracciò per i nuovi figli suoi.
Tale interiore palpito, perfettamente manifesto allo sguardo divino di Gesù, fu l’immediata risposta di Maria alle parole rivoltele dal morente Redentore.
Nell’Annunciazione, quando Maria SS., divenendo Madre del Verbo Eterno Incarnato, ci concepì alla vita della grazia, vi fu un colloquio con l’inviato celeste: vi fu prima una celeste proposta, poi una sua risposta affermativa e quindi subito l’avveramento del fatto. Qualcosa di simile si ebbe anche ora, ai piedi della Croce, quando Ella ci fece nascere a tale vita di grazia. Vi fu anche qui una specie di colloquio, in tre tempi.
Allora le fu prospettata la Divina Maternità: «Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio… e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo…». Ella, antivedendo la passione di Lui e il proprio strazio, diede eroicamente il suo assenso. Quindi l’Incarnazione avvenne: «E il Verbo si è fatto carne».
Ora le fu prospettato il compimento della sua Maternità mistica, da un altro inviato del Cielo, che era lo stesso Redentore. Il suo cuore, non già solo antivedendo la passione di Gesù e il proprio strazio, ma attualmente vivendoli nella loro tragica pienezza, con sconfinato slancio aderì. E il fatto avvenne. Tale libero incontro ai divini disegni, per associarla ai meriti di Gesù, non poteva anche questa volta mancare: tanto più ora, al coronamento del grande cammino compiuto. E Gesù poté proseguire e rivolgere reciprocamente la parola a Giovanni e – in lui – a tutti noi: «Ecco la madre tua».
C’era stato il divino annuncio a Maria. C’era stato il finale assenso. Quindi la mistica nascita avvenne e fu proclamata a Giovanni: la Madre Celeste era Lei.
È sempre il medesimo stile degli incontri divini: pochissime dense parole, in una sublime trilogia. L’annuncio; l’attuazione; in mezzo, la risposta di Maria, detta col cuore, senza parole, ma espressa chiaramente col suo contegno. Quel restar lì fortissima, ai piedi della Croce, significava il suo eroico assenso.
Ella era abituata a parlare al suo Divin Figlio più con i fatti che con le parole: così com’era avvenuto quando insisté alle nozze di Cana.
La risposta di Giovanni
In un incontro caratterizzato da così profonde risonanze interiori è difficile pensare che anche il cuore di Giovanni non fosse opportunamente preparato ed illuminato e non desse anch’esso la propria intima e consapevole risposta.
L’ipotesi che egli soggettivamente intendesse lì per lì le parole di Gesù non nel loro vero e universale significato, ma in senso puramente temporale di affettuosa assistenza della Vergine Madre, non è assurda, ma è ben poco probabile, anche in base alle caratteristiche dell’Evangelista. Come la Vergine, nel rappresentare l’umanità e nel dare il suo assenso nell’Annunciazione, fu bene consapevole, così dovette esserlo Giovanni nel rappresentare l’umanità presso Maria e nel dare il suo assenso. Una sua risposta, un suo assenso interiore dovette esserci, per diventare spiritualmente figlio di Lei.
Il segno esterno di tale interiore, filiale intesa con la Madre di grazia, fu il prenderla nella sua dimora: «E da quel momento il discepolo la prese con sé». Ed è naturale che, almeno quando egli scrisse queste parole, l’ovvio significato anche spirituale di esse gli fosse ben presente: il prendere, cioè con sé Maria interiormente, conformandosi ai sentimenti del suo cuore.
E non gli sarà certo sfuggita nemmeno la grande legge del sacrificio, per cui questa figliolanza doveva essere acquistata ai piedi di Gesù crocifisso, e stando lì, accanto a Lei.
Questa divina proclamazione non potremo – per dir così – udirla anche noi, se non, moralmente, salendo con Giovanni il Calvario. Bisogna ascoltarla tra i gemiti del Signore e i singhiozzi di Maria, bisogna che i suoi divini occhi sfiniti ci mirino ai piedi della sua Croce e vicini alla Madre sua: poiché si tratta della soprannaturale figliolanza che è caparra del Cielo, ossia partecipazione della gloria di Gesù.
Si tratta, cioè, d’una partecipazione che esige prima la congiunzione a Gesù e a Maria nel dolore: «E se (siamo) figli, (siamo) anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se però patiamo con lui, per essere con lui glorificati» (Rm 8, 17).