Giulio Meotti – 16 novembre 2025 – il foglio
Gli ostaggi israeliani hanno tenuta viva la memoria che nessuna catena può piegare. Anche quando la violenza lacerava il corpo e la fame scavava le ossa e la volontà, loro pregavano. In silenzio. In segreto. Custodivano la loro identità ebraica
Ogni giorno, nei tunnel di Gaza a quaranta metri nel sottosuolo, dove la luce è un ricordo e che per due anni hanno avvolto il passo degli uomini e delle donne israeliani ridotti a ostaggi da Hamas, Omer Shem Tov recitava i versetti del Salmo venti: “Il Signore ti risponda nel giorno dell’angoscia”. Shem Tov aveva vent’anni quando i terroristi palestinesi lo hanno preso durante l’attacco del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. Era cresciuto in una famiglia laica. Dopo pochi giorni di prigionia, Shem Tov ha iniziato a benedire qualsiasi cibo gli venisse dato dai terroristi e in quel momento il tunnel diventò un tempio. “La fede mi ha spinto ad andare avanti”, ha raccontato al New York Times. E’ stato rilasciato a fine febbraio nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco temporaneo dopo 505 giorni a Gaza.
Dentro i tunnel di Gaza, dove il respiro stesso poteva tradire, tra pareti umide di prigionie senza tempo, si è consumata una battaglia spirituale fra i terroristi di Hamas e gli ostaggi, uomini e donne diventati custodi di qualcosa che nessuna catena poteva piegare. Li hanno portati via con la forza, li hanno relegati in ambienti senza orizzonte, domati con la violenza, la tortura e la fame. Ma anche quando la violenza lacerava il corpo e la fame scavava le ossa e la volontà, loro pregavano. In silenzio. In segreto. Custodivano l’identità ebraica che Hamas vuole distruggere in una profondità che pareva isolare il corpo dal mondo. Uno di loro recitava lo Shemà Yisrael, la dichiarazione dell’unico Dio: “Ascolta, Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno”. Quel suono diventava un’eco nei muri del tunnel. Ogni festa che la tradizione ebraica stabiliva – Pesach, Shavuot, Kippur – diventava una sfida all’oblio del terrorismo. E nei tunnel montavano altari d’ombra.
Una stanza angusta diventa Bet HaKnesset, un fazzoletto su una cassa diventa un talith. Con briciole di pane, raccolte nella fame condivisa, ricordavano l’uscita dall’Egitto. E per Kippur, il digiuno non era una scelta ma una condizione, eppure lo abbracciavano. E così, mentre l’occidente scivola nella secolarizzazione fluida, dove la fede è abito da festa, loro resistevano. In un appartamento fatiscente nel cuore di Gaza, un giovane ebreo è seduto sul pavimento polveroso. Si mette un pezzo di carta igienica sulla testa come una kippah improvvisata e sussurra la benedizione che recita al tavolo dello Shabbat in famiglia fin dall’infanzia. Molti ostaggi rilasciati hanno raccontato esperienze simili a quella di Shem Tov, trovando conforto e la forza di sopravvivere nel contatto o nel riconnettersi con rituali ebraici spesso dimenticati. Tra questi ostaggi c’è Eli Sharabi, che è emerso emaciato dopo 491 giorni di prigionia per scoprire che sua moglie e le sue due figlie adolescenti erano state uccise nell’attacco del 7 ottobre 2023. Racconta di aver recitato lo Shemà, la preghiera ebraica più importante, ogni giorno nel buio del tunnel che condivideva con altri ostaggi e di aver provato ogni vigilia di Shabbat a recitare il Kiddush, la benedizione sul vino, sebbene avessero solo acqua.