Esteri | CR 1924 12 Novembre 2025
di Roberto de Mattei
L’elezione di Zohran Mamdani, a sindaco di New York è un evento di rilevanza internazionale, che merita alcune considerazioni.
L’elezione di un candidato di estrema sinistra nella più influente città americana conferma prima di tutto l’esistenza di una forte polarizzazione all’interno degli Stati Uniti. L’uccisione di Charlie Kirk, lo scorso 10 settembre, l’aveva già messa in luce. Tyler Robinson, assassino del giovane leader conservatore, rappresenta infatti una radicale espressione di quel mondo ultra-progressista americano che odia visceralmente l’ordine sociale tradizionale e che è pronto ad usare anche la violenza per distruggerlo. Donald Trump, anch’egli scampato ad un attentato il 13 luglio dello scorso anno, è considerato il nemico per eccellenza di questo mondo.
New York, pur non rappresentando l’America profonda, è una vetrina dell’America sul mondo e chi oggi la guida è un social-comunista, nemico giurato del presidente degli Stati Uniti. Mamdani ha presentato la propria vittoria come una sfida diretta a Donald Trump, insistendo sul fatto che la sua battaglia politica non si esaurisce entro i confini municipali. «New York sarà l’avanguardia della resistenza», ha affermato nel suo discorso da nuovo sindaco di New York al Brooklyn Paramount, poco dopo la sua vittoria elettorale.
La città di New York si trova a fronteggiare gravi problemi, come l’aumento della criminalità, la crisi del mercato immobiliare, la precarietà delle infrastrutture, la bassa qualità dell’istruzione e il degrado urbano. Le ricette proposte da Mamdani, «più attivista che amministratore», come sottolinea il New York Post del 24 ottobre, sono utopiche e rischiano di aggravarla. Le sue priorità sembrano riguardare la mobilitazione ideologica più che la gestione pragmatica. New York diviene così la piattaforma di una battaglia planetaria. Non a caso, in un’intervista del 16 giugno 2025, Mamdani ha usato l’espressione «Globalize the Intifada», per indicare l’orizzonte globale di una lotta che ha le sue fondamenta nel teatro medio-orientale.
Mamdani è il primo sindaco musulmano di New York, di origine sud-asiatica, nato in Africa e da pochi anni cittadino americano, ma il padre Mahmood Mamdani, è professore di antropologia alla Columbia University e la madre, Mira Nair, è una famosa regista cinematografica. Nella biografia, e nel programma di Mamdani, confluiscono dunque due identità apparentemente antitetiche: da una parte la cultura woke – figlia delle università progressiste americane – dall’altra il filo-islamismo sempre più diffuso, come in Europa, tra gli immigrati musulmani di seconda e terza generazione. Di questi due mondi, uno celebra il relativismo e la fluidità identitaria, l’altro si richiama alla legge della Shari’a.
Il paradigma woke interpreta l’Occidente come una struttura di potere da decostruire metodicamente. In essa vede l’origine di ogni “oppressione”: il colonialismo, il patriarcato, il capitalismo, l’etero-normatività. L’obiettivo finale non è riformare, ma dissolvere identità, confini, tradizioni.
L’islamismo politico legge l’Occidente in una chiave opposta ma speculare: non come una costruzione culturale ingiusta, bensì come una civiltà in declino, segnata dalla corruzione dei costumi, dalla secolarizzazione forzata e da un’espansione geopolitica percepita come aggressiva o ostile verso il mondo musulmano.
Il lessico politico di Mamdani attinge dunque al serbatoio retorico di movimenti islamisti e di ultra-sinistra, che dividono il mondo in oppressori e oppressi e considerano l’Occidente un blocco moralmente delegittimato. Come ha titolato il New York Post: «Non è islamofobia notare che Mamdani odia l’Occidente». L’articolo non giudica le sue idee: constata la sua ostilità verso i pilastri della cultura occidentale.
La convergenza tra islamismo radicale e attivismo woke non è costruita su di un progetto, ma su una coalizione essenzialmente negativa, caratterizzata più dal rifiuto che da una proposta costruttiva. In questo senso, la strategia che unisce elementi dell’ideologia islamista con pratiche tipiche dei movimenti di ultra-sinistra può essere definita “anarco-islamismo”.
L’idea di fondo non è di creare reti internazionali con le istituzioni e la società, ma di sostenere esperienze di protesta radicale e di opposizione permanente, per creare un clima di conflittualità sociale e culturale, soprattutto nelle grandi città, facendo percepire la società occidentale come in “crisi”.
Lo spazio urbano, dove le tensioni emergono più facilmente, diventa il teatro privilegiato dell’azione: manifestazioni che spesso sfociano nella violenza, occupazioni, contro-narrazioni sui social media. E’ la logica rivoluzionaria: quando la Verità cessa di essere il principio ordinatore di riferimento, il vuoto viene riempito dai suoi negatori, anche se in maniera caotica e frammentata.
New York ha rappresentato per decenni la tribuna della cultura liberaldemocratica mondiale. Era la città in cui le Nazioni Unite hanno trovato sede, dove si sperimentavano le forme più avanzate di pluralismo culturale, dove la libertà individuale – economica, politica, artistica – veniva innalzata a paradigma universale.
La città incarnava ciò che Francis Fukuyama, nel 1992, definì «la fine della storia»: il trionfo della democrazia liberale come modello definitivo dell’organizzazione politica mondiale. Questo progetto è fallito e dobbiamo prenderne atto.
L’elezione di Zohran Mamdani non è solo un cambio di amministrazione, ma attesta l’autodissoluzione di una cultura liberale, che non solo si è dimostrata incapace di fronteggiare i nemici dell’Occidente, ma che spiana loro la strada.
L’Occidente, non può più identificarsi con la civiltà moderna, figlia delle Rivoluzione francese, ma con la civiltà cristiana, che ha le sue radici nel Medioevo e nella cultura greco-romana. Lottiamo per difendere questa civiltà e Zohran Mamdani, che vuole distruggerla, è un nostro nemico culturale.