diFederico Rampini| 28 ottobre 2025

Che cosa ha in serbo Xi Jinping per l’America e il resto del mondo?

Nella sua tournée asiatica Donald Trump sta visitando alcuni alleati storici dell’America – in testa Giappone e Corea del Sud – e giovedì incontra il leader del rivale numero uno, la Cina. È evidente che questo presidente americano esercita in Asia lo stesso impatto destabilizzante che ha in Europa. Mette in discussione le alleanze, al fine di riequilibrare i rapporti sul fronte militare e su quello commerciale. Può quindi aprire delle opportunità per un rivale come la Cina, anche se finora il teorema della sua «attrazione fatale» verso gli autocrati non si è tradotto in nulla di concreto. 

Poiché l’attenzione di tutti è smisuratamente focalizzata su quel che dice o fa Trump, è meno studiata e discussa la strategia della Cina. A parte le ovvie misure difensive per arrivare a un accordo con Trump limitando i danni del protezionismo americano, che cosa ha in serbo per l’America e per il resto del mondo Xi Jinping?

I suoi predecessori, da Deng Xiaoping fino a Hu Jintao, adottarono una politica estera dal profilo cauto e prudente. Per rassicurare i partner stranieri usarono espressioni seducenti: la globalizzazione come un «win-win game», gioco a somma positiva dove tutti raccolgono benefici; le relazioni internazionali come un sistema «armonioso»; la crescita cinese come «pacifica». 

*Ma Xi dalla sua ascesa al potere oltre dieci anni fa si è distinto per aver abbandonato la modestia, abbracciando un linguaggio più nazionalista.

Per aprire uno squarcio sull’autentica visione cinese oggi vi propongo la teoria di uno studioso autorevole e organico al regime: Jin Canron, autore di un saggio dal titolo esplicito: Perché l’ascesa della Cina potrebbe non essere pacifica. Appartiene alla scuola di quelli che nell’ambiente diplomatico cinese sono stati chiamati Guerrieri Lupo, una nuova generazione di ambasciatori addestrati a un piglio aggressivo

Jin Canron è un teorico dell’ala dei falchi in seno al partito comunista, spesso la più rappresentativa del pensiero di Xi. Questo intervento mi è segnalato da un trio di esperti della Cina contemporanea che seguo: Thomas des Garets Geddes, James Farquharson e William A. Callahan. Lo stesso Jin Canron in passato si è distinto per i suoi attacchi contro l’ala che lui definisce «pacifista» in seno al partito, la cui influenza vuole estirpare dall’élite.

I punti chiave del suo intervento sono questi:
1. Se la Cina vuole stabilire nuove norme e istituzioni globali, è probabile che la violenza sarà necessaria — la storia mostra che ciò avviene quasi sempre.
2. Da un punto di vista diplomatico, la scelta di Pechino di usare il termine «sviluppo pacifico» è pragmatica, per non suscitare apprensione negli altri Stati.
3. Tuttavia, un’enfasi esclusiva sulla pace non è coerente con la realtà di ciò che potrebbe essere necessario per l’ascesa della Cina.

Pur essendo la pace preferibile alla guerra, negare la possibilità di conflitto è auto-ingannarsi: vincola le opzioni strategiche future della Cina.

Qualche informazione sull’autore. Jin Canrong (62 anni), è docente con cattedra alla School of International Studies, Renmin University of China; Direttore del Centre for China’s Foreign Strategy Studies. Ma il suo ruolo più significativo è quello di consigliere dell’Assemblea del Popolo, il Parlamento cinese, nonché consulente per vari ministeri e dipartimenti governativi. È quindi una figura di spicco fra i cervelli del regime.

Eccovi alcuni estratti del suo saggio:
«Davvero, tra le grandi potenze odierne la Cina è quella che aderisce più fermamente al percorso dello sviluppo pacifico — è la sua politica nazionale di base. Eppure oggi ci troviamo di fronte a un problema: nella storia dell’umanità sono molto rari i casi di grandi potenze che emergono pacificamente.

La natura umana comprende un lato razionale e uno irrazionale. Nel corso della storia, la crescita di quasi tutte le grandi potenze è stata accompagnata dalla guerra: gli Stati Uniti non fanno eccezione. Nel 1898 gli Usa provocarono intenzionalmente un conflitto, dichiarando guerra alla Spagna e occupando Cuba, Guam, le Filippine e altri territori.

È sorprendente che la Spagna, a quel tempo, avesse in larga misura acconsentito alle richieste statunitensi e fosse disposta ad inginocchiarsi o prostrarsi su comando — completamente sottomessa, si può dire. Eppure gli Stati Uniti scelsero comunque di infliggerle una dura lezione. 
Dato tutto ciò, se la Cina riuscirà a realizzare la riunificazione nazionale e la grande rinascita della nazione cinese senza ricorrere alla guerra resta, francamente, una questione aperta. Su determinate questioni potremmo non avere scelta se non dimostrare la nostra forza.
La mia visione della storia è la seguente: la violenza costituisce la logica sottostante del moto storico. Ciò che distingue gli esseri umani dagli animali è il possesso di istituzioni, ma la creazione delle istituzioni è in ultima analisi inseparabile dalla violenza. L’attività economica si svolge entro il quadro delle istituzioni, e ogni comportamento economico deve aderire a norme politiche; altrimenti torna a forme economiche primitive.
Perché la Cina possa emergere, deve instaurare le proprie istituzioni e norme nella comunità internazionale. Tuttavia, la storia dimostra che l’instaurazione di nuove istituzioni e norme è quasi sempre accompagnata da misure violente. La Cina può davvero sfuggire a questo modello storico? Ho i miei dubbi. I cinesi sono anch’essi esseri umani e, per quanto capaci, non possono trascendere le leggi fondamentali della società umana. Ci sforzeremo naturalmente di fare affidamento sulla nostra diligenza e ingegno per raggiungere lo sviluppo, ma su questioni di fondamentale interesse nazionale dobbiamo anche essere pronti a “mostrare i muscoli” quando necessario.
Nella fase iniziale della riforma e apertura (“riforma e apertura” è la definizione delle politiche di Deng Xiaoping dopo la morte di Mao: transizione all’economia di mercato e aumento degli scambi con l’estero, ndr) abbiamo promosso il concetto di “sviluppo pacifico”. Successivamente, con i risultati dello sviluppo, almeno una porzione della comunità internazionale ha cominciato a riconoscere la realtà dell’ascesa cinese. Ma se avessimo continuato a enfatizzare puramente lo “sviluppo pacifico”, sarebbe divenuto sempre più difficile rispondere alle preoccupazioni esterne circa la crescita della potenza cinese.
Fu in questo contesto che alcuni studiosi nazionali proposero il concetto di “ascesa pacifica”. In termini semplici, nell’ambito generale del nostro “sviluppo pacifico” riconosciamo la realtà della “crescita” cinese enfatizzandone al contempo il carattere “pacifico”. All’epoca però molti diplomatici di alto rango si opposero, sostenendo che si trattava di una mossa poco saggia: il termine “ascesa” era troppo provocatorio e poteva facilmente aumentare tensione e vigilanza nella comunità internazionale. Perciò il governo centrale smise di usare questa espressione e ritornò alla formula del “sviluppo pacifico”.
In realtà sembra più un tentativo auto-ingannevole di evitare conflitti. Valutati i nostri reali interessi, non possiamo garantire in modo assoluto che la Cina possa crescere pacificamente. Dobbiamo prima riconoscere il fatto dell’ascesa cinese, chiarendo al contempo che ci impegneremo in coscienza a raggiungerla pacificamente. Tuttavia non dovremmo fare promesse assolute circa una “ascesa pacifica”. Dopotutto, qualsiasi promessa assoluta rischia di legarci le mani.
Le considerazioni sopra sono semplicemente le mie riflessioni provvisorie — una scuola di pensiero offerta come riferimento. Non fraintendetemi: non ho alcuna intenzione di fare propaganda per la guerra.
Perché la Cina moderna nel XIX e XX secolo rimase indietro? Perché tanti Paesi riuscirono a invaderla? Perché il Giappone osò lanciare una guerra d’aggressione su vasta scala? La ragione fondamentale è che la forza industriale della Cina a quel tempo era molto inferiore a quella dell’Occidente. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, il leader Mao Zedong identificò correttamente questa contraddizione centrale e dedicò immense energie all’industrializzazione, creando infine il più grande sistema industriale del mondo. È proprio perché abbiamo costruito questa base industriale comprensiva che non temiamo più alcun avversario.
Oggi dobbiamo consolidare ulteriormente i nostri vantaggi industriali e, partendo da questa forte capacità produttiva, sviluppare capacità militari e tecnologiche più avanzate. Abbiamo ripetutamente esortato il Giappone a riflettere sulla sua storia, ma poiché rifiuta, così sia. Se in futuro dovessero scoppiare contrasti tra Cina e Giappone, li risolveremo con la forza assoluta».