di Davide Frattini – Corriere della Sera – 10 Ottobre 2025
Tornano i camion per gli aiuti. La Casa Bianca: «Ora una cerimonia in Egitto». Restano i rebus sulla seconda fase

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – Gli abbracci, i sorrisi, le strette di mano, le prime difficoltà, le ore di attesa, le riunioni rinviate a dopo il tramonto. I 734 giorni di guerra si portano dietro la coda lunga di euforia mista all’ansia dopo due anni vissuti nell’angoscia. Fino all’ultimo le delegazioni israeliane e quella di Hamas hanno discusso la lista dei detenuti palestinesi da scarcerare. Fino all’ultimo non è stato chiaro quando i 20 ostaggi in vita ancora tenuti a Gaza verranno liberati. «Lunedì o martedì» dice Donald Trump dalla Casa Bianca. «Siamo riusciti a ottenere quello che tutti ritenevano impossibile. Adesso la strada per una pace durevole in Medio Oriente è aperta». Il presidente americano si prepara ad arrivare nella regione. Sono previsti un passaggio in Israele — dove è stato invitato a tenere un discorso in parlamento — e in Egitto: «Ci sarà una cerimonia ufficiale per la firma degli accordi», aggiunge.
I tempi e le fasi
La pace che proclama ha per ora i colori disegnati sulla mappa accompagnata al suo piano in 20 punti: entro 24 ore dall’approvazione dell’intesa da parte del governo israeliano l’esercito si ritirerà lungo una linea gialla, le truppe restano dentro la Striscia e continuano a controllarne il 53 per cento. Il passaggio successivo arriverà dopo una fase complessa: nei 363 chilometri quadrati dovrebbe entrare una forza internazionale per monitorare il disarmo di Hamas e mantenere l’ordine, allo stesso tempo le truppe raggiungono la zona blu ancora più vicina al territorio israeliano.
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I tempi del ritiro completo non sono definiti, Tsahal manterrebbe comunque una fascia di sicurezza lungo tutto il perimetro della Striscia. Passaggi ancora lontani. È importante che in queste ore i camion con gli aiuti abbiano cominciato a transitare sempre più frequenti attraverso i cancelli verso il territorio devastato dalle bombe, che le famiglie degli ostaggi israeliani possano davvero sperare di riabbracciare gli amati.
La svolta
L’accelerazione nelle trattative è arrivata mercoledì con l’atterraggio a Sharm El Sheikh di Steve Witkoff, l’inviato di Trump, e Jared Kushner, il genero del presidente. È stata la pressione americana a sbloccare gli ostacoli, a far capire ai due contendenti che non era più il tempo di mercanteggiare. Nella notte egiziana, il pomeriggio a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha consegnato un bigliettino a Trump in diretta televisiva: era il testo da approvare, il leader doveva essere il primo ad annunciare via social media il successo della mediazione. In contemporanea venivano diffuse le foto delle strette di mano nel resort sul Mar Rosso, i sorrisi distesi per la prima volta dopo mesi di discussioni. Trump ha riconosciuto il ruolo giocato dall’Egitto, dal Qatar e anche dai turchi, che è stato lui a voler invitare per questo tentativo finale di fermare il conflitto.
Condizioni imposte
Netanyahu ha ritardato fino a ieri sera tardi le riunioni decisive per l’accettazione dell’accordo, ma tutto sembrava già deciso nonostante i mugugni rabbiosi dei ministri fanatici e messianici che hanno votato contro. «Ringraziando Dio li riporteremo a casa», aveva scritto sui social media nella notte di mercoledì il primo ministro più longevo nella Storia del Paese. I suoi portavoce si affrettano a proclamare che «tutti gli obiettivi sono stati raggiunti», eppure il disarmo di Hamas richiederà mesi: non è la «vittoria totale» che Bibi aveva promesso agli elettori di destra e agli alleati oltranzisti. Si è dovuto piegare alle imposizioni dell’amico Donald.
Dal presidente egiziano Adbel Fattah Al Sisi al premier israeliano, adesso tutti assicurano Trump che «si merita il Nobel per Pace», ambizione mai nascosta. Anche se già ammette di non avere un’opinione «sulla soluzione dei due Stati, vedremo come si mettono d’accordo»: senza uno Stato palestinese è difficile capire come verrebbe raggiunta quella pace di cui parla. Il suo piano non indica un calendario preciso ed è già evidente che solo per recuperare i corpi dei 28 ostaggi morti in cattività e rimasti a Gaza ci vorranno mesi, i capi di Hamas e delle altre fazioni ammettono di non sapere dove siano. La ricostruzione è un’impresa enorme, il 90 per cento dei palazzi è danneggiato, le infrastrutture di una Striscia già poverissima devastate.
Sul campo gli scontri sono andati avanti. I militari hanno voluto impedire alla popolazione di ritornare nella città di Gaza che era stata evacuata per l’operazione Carri di Gedeone 2, l’occupazione ordinata dal governo di Netanyahu un mese fa.
Un mese di sangue
I jihadisti hanno tentato qualche agguato contro le truppe. In un mese — calcola il quotidiano Haaretz — le bombe hanno ucciso 130 palestinesi in zone dichiarate sicure dall’esercito, quelli ammazzati nell’offensiva — ordinata dopo la mattanza del 7 ottobre 2023, 1200 persone massacrate dai terroristi di Hamas — sono oltre 67 mila.
Hamas ha ottenuto garanzie dagli americani, dagli egiziani e dal Qatar che il governo israeliano non riprenderà le battaglie dopo il rilascio degli ostaggi. Lo ribadisce Khalil al Hayya, il capo dei negoziatori che Israele ha cercato di eliminare in Qatar: «Siamo sicuri che la tregua diventerà permanente». Gideon Sa’ar, il ministro degli Esteri, assicura: «Non ne abbiamo l’intenzione». Non lascia però spazio a un ruolo dell’Autorità palestinese «fino a quando non avrà implementato le riforme necessarie».
Ancora una volta dalla lista dei detenuti da rilasciare sarebbe rimasto escluso Marwan Baghouti, che i palestinesi considerano un simbolo della resistenza e che secondo i diplomatici internazionali — compreso qualche politico israeliano — potrebbe essere il leader adatto ad attuare quelle riforme e con il quale trattare un accordo duraturo.