(dal nostro inviato a Tel Aviv, Francesco Battistini) – Corriere della Sera – 16 Settembre 2025

Aerei, colpi d’artiglieria, droni, elicotteri Apache. «Anche i tank». Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, stringe la mano a un sorridente Bibi Netanyahu e si prepara a ripartire da Israele. Qualche ora, e la mezzanotte di Gaza City si riempie d’esplosioni e di lampi: è partito l’attacco. Una ventina di raid in meno di 40 minuti, uno ogni cento secondi. 

«L’operazione in corso è solo l’inizio — spiegano i vertici militari — c’è un’intera serie d’obbiettivi da raggiungere». Entrano i corpi speciali israeliani ad Al Jalaa, in pieno centro città, dove si pensa siano nascosti molti degli ostaggi, ma si sentono colpi a ripetizione anche a Sheikh Radwan, ad Al Karama e sulla costa di Tel Al Hawa. Pure a Nuseirat, il campo profughi che si trova nella zona centrale della Striscia. «L’Idf è pronto a entrare», titolava ieri mattina un giornale, Ma’ariv, e la «settimana decisiva» annunciata domenica dal capo di stato maggiore, Eyal Zamir, è cominciata subito. La spallata finale ai palestinesi che non vogliono — e nella maggior parte dei casi non possono — andarsene dal capoluogo. 

Trecentomila sono già scappati, altri 650 mila no. «Cercare sicurezza a Gaza in questo momento è impossibile — aveva commentato una portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, appena prima dell’attacco —, la maggior parte delle persone non è in grado di fuggire, anche per i costi. O sceglie di non farlo, perché è stata sfollata già troppe volte». Le bombe sono più forti anche delle minacce di Hamas, che spingeva i gazawi a restare: nella notte, il fiume dell’esodo è ripreso abbondante verso est e verso sud, con le strade intasate. Giungono parole che sono pianti: «Mentre i leader arabi s’incontrano nel lusso a Doha — dice Fatma, una donna ascoltata da Ynet —, l’occupante continua a bombardare Gaza senza sosta. Ignorano i vertici e le condanne. Gaza sanguina, soffre, è esausta: volete schierarvi con noi nei fatti, non solo nelle parole?». E Anas, un altro sfollato: «È una notte infernale: ogni genere di bombardamento, ogni genere d’arma da fuoco».

È una vera invasione di terra. La più imponente, pesante di questi due anni di guerra. I palestinesi raccontano di rimbombi mai sentiti prima: le «bombe robot», dicono, capaci di cercarsi l’obbiettivo. Una fonte dell’Israel Defense Force spiega che «la prima preoccupazione è per i 22 ostaggi ancora vivi», che secondo voci uscite lunedì mattina sono gestiti dal cosiddetto «Comitato per le imboscate e la guerriglia» dell’ala militare e sarebbero stati piazzati da Hamas in punti di superficie, come scudi umani. Il presidente americano Donald Trump legge la minaccia e avverte: «Spero che si rendano conto di che cos’accadrà, se decidono di fare una cosa del genere: un’atrocità mai vista prima, non permettete che accada, altrimenti tutto sarà possibile». Un ostaggio, il soldato Matan Angrest, secondo la madre sarebbe già stato colpito dal fuoco amico dell’Idf. Al Forum delle famiglie non resta che marciare nella notte sulla residenza del premier, a Gerusalemme. Azza Street viene chiusa, dalla strada s’alza una voce: «Bibi è fuggito in pochi minuti, per paura delle nostre proteste!».

Ci sono voluti quattro giorni, a schierare tutte le truppe alle porte della Striscia. Il piano d’attacco prevedeva d’entrare a Gaza City da ovest, e secondo le prime testimonianze sarebbe stato rispettato. «Un’invasione graduale», ha detto il generale Zamir al gabinetto di sicurezza. L’idea di base era che la maggior parte dei civili avrebbe accettato di lasciare la città solo all’ultimo momento, il che ha obbligato l’Idf a pianificare attentamente il dispiegamento delle truppe sul terreno. Una scelta molto criticata dagli strateghi militari: «È giunto il momento di una svolta — commentava ieri il quotidiano Yedioth Ahronot —. Hamas non vuole la conquista di Gaza City. Israele non vuole la conquista di Gaza City. Chiunque stia fantasticando che questa sia la strada per la vittoria su Hamas, dovrebbe analizzare i fatti. Israele vuole che la gente lasci Gaza City senza filtro, anche in auto. Se Hamas vuole andarsene, potrà farlo senza problemi. Ma dopo Gaza City, inizieremo a sentire parlare della necessità di conquistare i campi profughi nella Striscia di Gaza centrale, poi la zona umanitaria di Mawasi, e poi di nuovo Gaza City, dove Hamas sarà tornato… E così via».

Tante incertezze, non si sono avvertite nel premier e nei ministri: «Voglio che questa operazione inizi entro i tempi concordati», aveva detto Netanyahu domenica sera, senza che s’ipotizzassero le 24 ore successive. Sulle mappe d’attacco, comunque, non è mancato qualche momento di tensione: fino all’ultimo, «il premier non ci ha detto quale sarebbe stata la fase successiva — protestava ancora ieri mattina Zamir —. Non abbiamo saputo a che cosa prepararci. Se vogliono un governo militare, allora dovrebbero dire governo militare». 

Uso a obbedire, ma non tacendo, il generale ha voluto fosse messo a verbale un altro punto: «Siamo impegnati a raggiungere gli obiettivi della guerra così come sono stati definiti dal gabinetto di sicurezza. Ma non ci s’illuda: Hamas non sarà sconfitta militarmente, o in termini di capacità di governo, nemmeno dopo quest’operazione per conquistare Gaza City». Zamir aveva anche criticato il piano d’espandere il numero dei centri di distribuzione degli aiuti, un’operazione che s’è rivelata un «fallimento»: «Non capisco perché si stiano spendendo soldi per questo e perché il numero di centri venga aumentato, se quel piano era già fallito». Zamir ha fatto mettere nero su bianco un’altra condizione: che arrivino comunque gli aiuti umanitari anche dentro Gaza City, nonostante l’esodo. Almeno finché ci sarà una popolazione civile. L’ultimo scrupolo. Chissà se gli daranno retta.