di Floriana Rullo 7 Settembre – 2025
Giovanna Gawronska è la nipote del torinese che oggi, 7 settembre, verrà canonizzato da Leone XIV. Il padre che non capiva, la preghiera notturna a Santa Maria di Piazza e la montagna: «Mi ha lasciato la sua piccozza»

«Pier Giorgio era il San Francesco torinese. Un giovane pieno di vita e talento che, di nascosto, donava agli ultimi i suoi averi. Lo si è scoperto ai funerali, quando gran parte di Torino si è presentata fuori dalla chiesa. Di lui conservo la piccozza che usava durante le sue escursioni in montagna e le tante foto che mi fanno compagnia in camera da letto». Giovanna Gawronska, 94 anni, è la nipote di Pier Giorgio Frassati, che oggi verrà canonizzato in Vaticano. Torinese allegro e pieno di vita, Frassati è morto a 24 anni nel 1925 per una poliomielite fulminante contratta in una delle tante case povere, tra cui il Cottolengo, dove aiutava i meno fortunati di lui. Veniva da una famiglia più che benestante: suo padre Alfredo era stato il fondatore e proprietario della Stampa, sua madre Adelaide una pittrice. «Se penso a Pier Giorgio lo vedo ancora oggi circondato dai giovani — dice la nipote —. Se diventerà santo, cento anni e due mesi dopo la morte, è sicuramente grazie a mia mamma Luciana che ha girato l’Italia per raccogliere testimonianze sulla sua bontà e ce lo ha raccontato».
Che cosa ricorda di suo zio?
«Ciò che mi raccontava mia mamma. Lo descriveva come impegnato: nella vita sociale, in quella politica ed ecclesiale, ma anche come un ragazzo sportivo e antifascista. Amava stare con i compagni di università, senza mai dimenticare i poveri e i bisognosi. Pier Giorgio era un giovane dell’altro secolo, ma è anche attuale e moderno. È stato un grande esempio. Se penso a lui al giorno d’oggi, lo immagino mentre cammina per strada con gli amici, mentre ride e scherza con loro. Un giovane capace di parlare agli altri con semplicità».
Verrà proclamato santo. Come immagina la cerimonia?
«Un evento. Peccato che mancheranno tantissimi ragazzi che si erano organizzati per venire da tutto il mondo a Roma il 3 agosto scorso».
E la decisione di celebrarlo nello stesso giorno di Carlo Acutis?
«Penso sia sbagliata. Non perché l’uno sia più santo dell’altro, ma perché sono diversi: Carlo era un ragazzino, Pier Giorgio un uomo. E mi sorprende un po’ vedere che l’iter della canonizzazione di Acutis sia stato breve, mentre per Pier Giorgio ci sono voluti 100 anni».
Suo zio è stato definito il San Francesco torinese.
«Era molto umile e allo stesso tempo generoso. Ha vissuto in una Torino molto povera. Erano i primi anni del ‘900. Lui, benestante, andava tutti i giorni al Cottolengo a trovare gli ultimi. E a loro donava ogni cosa avesse in tasca».
Donazioni segrete, almeno fino al giorno dei funerali.
«Tutto è stato chiaro quando tutta Torino si è presentata fuori dalla chiesa. Tra loro molti poveri della città».
Che cosa si è scoperto?
«Che si era sempre mosso in sordina. Sapeva che i suoi genitori lo avrebbero ostacolato. Pur arrivando da una famiglia dell’alta borghesia aveva deciso di aiutare con tutte le sue forze poveri e malati. Le sue giornate erano divise tra preghiera, aiuto ai bisognosi, studio e amici».
Come aiutava gli altri?
«Dando tutto il denaro che aveva in tasca. Nei suoi libri contabili abbiamo trovato le pagine della gestione dei suoi soldi. Scriveva: elemosina, elemosina e ogni tanto aggiungeva la parola sigaro. Anche lui era un ragazzo normale».
Perché non ha mai detto nulla?
«Lo ha fatto in punto di morte. Ha lasciato un messaggio, scritto, per dire che bisognava portare delle medicine che erano nella tasca della sua giacca a una persona malata. Ma il problema era il rapporto difficile che aveva con il padre. Alfredo aveva capito che c’era qualcosa di diverso in lui e non sapeva come affrontarlo. Voleva però obbedienza».
In che cosa?
«Nelle sue scelte. Ad esempio, Pier Giorgio voleva fare l’ingegnere militare così da poter aiutare i minatori. Suo padre si era opposto e arrabbiato: voleva che facesse il giornalista. Stessa cosa capitata in amore: ha rinunciato alla ragazza di cui si era innamorato sapendo che non sarebbe piaciuta alla famiglia. Lei non lo ha mai saputo».
Morì negli stessi giorni di sua nonna, nessuno si accorse della sua malattia?
«Non si fece in tempo ad avere il vaccino a causa del maltempo. Lui morì a casa a Torino, la nonna a Pollone. In quel momento la madre gli disse: “Giorgio, Dio vorrebbe che tu raggiungersi la nonna in Paradiso. E lui rispose: sarebbe il più bel giorno della mia vita”».
E dopo la morte?
«Mio nonno non ha più pronunciato il suo nome: quando parlava di Pier Giorgio diceva “quello che non c’è più”. Mia madre, che ha allevato sei figli, ha cominciato a scrivere del fratello dopo la morte dei suoi genitori».
Oggi in molti si ispirano a lui.
«È un esempio. Quest’estate oltre ai gruppi di americani nella casa di Pollone sono arrivati anche dei filippini. La sua figura continuerà sempre ad attirare fedeli. Pier Giorgio era un giovane normale, pur essendo speciale. Ha fatto la vita che tutti potrebbero fare. È ciò che piace».
Era un appassionato di montagna.
«Da sempre era iscritto al Cai. Era abituato, quando era nella casa di Pollone, nel Biellese, ad andare a piedi al santuario di Oropa per seguire la Messa. Ma aveva scalato il Monviso, il Mucrone e tutte le vette piemontesi. A lui bastava poter pregare…».
È vero che lo faceva di notte?
«Sì, andava alla Chiesa Santa Maria di Piazza a Torino. Quello stesso ostensorio Papa Leone lo ha voluto a Tor Vergata per la messa che gli ha dedicato».
Quali miracoli hanno permesso la sua santificazione?
«Una guarigione avvenuta nel 1933, dal morbo di Pott, una forma di tubercolosi, del friulano Domenico Sellan, e la guarigione avvenuta nel 2017, a Los Angeles, del seminarista Juan Manuel Gutierrez, sacerdote dal 2023. Aveva avuto una grave lesione del tendine d’Achille mentre giocava a basket».
Che cosa le ha lasciato in eredità?
«La piccozza, quella che usava in montagna. Alcuni abiti, che sono stati distribuiti tra gli amici, le sue foto e i suoi minerali che sono stati donati al Politecnico dove era laureando e, post mortem, ha ricevuto la laurea honoris causa. Nel cuore porto il racconto di mia madre».
Come si convive con uno zio santo?
«Più che come zio, sento Pier Giorgio come un fratello: è morto così giovane. In questi giorni sono andata spesso a San Pietro. Ci tornerò anche domani (oggi, ndr). Se diventa santo è anche grazie a mia madre: si deve tutto a lei. Era una donna straordinaria onorata di avere un santo in famiglia»