di Antonio Polito – Corriere della Sera – 2 Agosto 2025
La città invasa dai «Papa-makers» diretti al Circo Massimo. Sotto le tende, mille sacerdoti raccolgono i pentimenti. Oggi la veglia con Prevost

Alejandro viene da Ibiza, e porta sulle spalle una bandiera con l’immagine della Madonna in campo azzurro, in braccio il Bambinello. La scritta dice: Santa Maria regnau en nostro cor. Lui e il suo gruppo di amici, tutti rivestiti del rosso e del giallo di Spagna, sono un po’ il simbolo del piccolo miracolo che sta colorando Roma in questi giorni: un esodo al contrario della gioventù. Mentre migliaia di coetanei, diciamo così secolarizzati, prendono un aereo per andare a peccare sulle spiagge delle Baleari, loro fanno il percorso inverso per venire a Roma a confessare i propri peccati.
Come tutti i ragazzi del Giubileo dei Giovani, Alejandro e i compagni stanno andando al Circo Massimo per la Giornata penitenziale: sotto le tende, mille sacerdoti li aspettano per raccoglierne il pentimento in dieci lingue diverse. Sono proprio «strani», questi giovani; così diversi da quelli che raccontiamo tutti i giorni sui media. Innanzitutto, sono giovani davvero. Giovani con l’acne, intendo; non i finti giovani ultratrentenni delle ospitate in tv. Poi cantano. Accompagnandosi con chitarre e bongo, ma anche con la base delle casse bluetooth che si sono portati appresso. Cantano di tutto. Il vasto repertorio dei neocatecumenali, ma anche Nomadi e Jovanotti, Ligabue e Modugno. Ho sentito perfino un coro di tifosi dell’Inter, e uno del Real.
È un caos organizzato, un chiasso strutturato. Cantano per tenersi insieme, in gruppo, mentre procedono in variopinte colonne occupando i vicoli del centro e scacciandone per qualche giorno quei lugubri «van» neri e tutti gli altri mercanti nel tempio del turismo di massa.
Gallery: Ecco i Papa-makers del Giubileo dei giovani: in migliaia si sono confessati al Circo Massimo
Canteranno anche stasera nel lungo cammino per arrivare sulla spianata di Tor Vergata, sotto la grande Vela di Calatrava, luogo della Veglia con il Papa: una notte tutti insieme in tenda o sacco a pelo, sotto un cielo di stelle. Fino al momento di silenzio, di preghiera, l’attimo più intenso e spirituale della kermesse.
Cinica e sorniona, Mamma Roma li osserva con stupore, ma anche con amore. Cercano ombra sotto le facciate barocche delle chiese, che qui certo non mancano: di solito deserte, in questi giorni sono diventate affollatissime oasi di frescura e ostelli dell’anima.
Indossano scarpe fatte per camminare: niente infradito, sabot, sneakers firmate o sandali finto monaco stile birkenstock. Invece dei trolley dei turisti, che ogni giorno strepitano e sobbalzano sui sanpietrini, portano zaini. Invece dei berretti da baseball alla moda, cappelli a tesa larga e bandane, per proteggersi dal sole. Non ho indagato oltre l’apparenza, ma non mi è parso di vedere nemmeno un tatuaggio. Tante bandiere nazionali invece, principalmente del Sudamerica: il Cile, il Perù, l’Ecuador, la Colombia. Lo spagnolo, anzi il «castigliano», sembra essere la lingua franca del grande raduno, e forse della Chiesa di oggi. Così deve aver pensato anche il Papa americano, quando l’altro giorno è apparso a sorpresa alla folla dei ragazzi in Piazza San Pietro, e ha subito switchato dall’inglese allo spagnolo: «Siete il sale della Terra, siete la luce del mondo». Ovazioni. È l’entusiasmo di questi giovani a fare di un Pontefice una rockstar. Più che «Papa-boys» sono «Papa-makers». Domani toccherà a loro intronizzare davvero Prevost.
Non era detto che anche questa volta sarebbe stato così: la stessa gioia, la stessa partecipazione di venticinque anni fa, al Giubileo di Giovanni Paolo II. «Allora tutto sorrideva, cominciava un nuovo millennio, era più facile aprirsi alla speranza. Oggi è tutto guerre e massacri, e nelle mani di questi ragazzi c’è un telefonino», dice don Giordano Goccini, il parroco di Novellara che sui miracoli delle GMG (le Giornate Mondiali della Gioventù) ha pubblicato una ricerca, «Sulle strade del rito». «I giovani rispondono ancora alla chiamata perché la loro spiritualità ha bisogno del rito; tutti gli altri, compresi quelli che si fanno in chiesa, non bastano. Ma se noi educatori che li accompagniamo, che li chiamiamo a questa sfida, alzati dal divano, alzati e cammina, prendi in mano la tua vita, lunedì sera saremo tornati al solito tran tran, loro torneranno su Instagram a postare le foto della serata di sushi».
Anche la Rete offre infatti un rito, seppur profano. E la Chiesa ne soffre la competizione. Per questo tra i giovani di Roma ci sono anche molti «missionari digitali», come Benedetta: «Portiamo la parola di Dio in terre straniere, l’evangelizzazione sui social, il Santo Rosario in diretta streaming, ci facciamo ispirare dallo Spirito Santo». Le vie del Signore sono infinite. Benedetta ebbe quella che chiama la sua «conversione» proprio nelle strade della Capitale, durante il Giubileo straordinario indetto da Francesco dieci anni fa. Quanti ragazzi ne avranno una tra oggi e domani?
Non so se questi giovani, così diversi, salveranno il mondo. Forse no. Ma almeno stanno cercando una risposta diversa e migliore allo stesso problema che angoscia i loro coetanei, compresi quelli che stasera saranno invece a Ibiza: la paura di non essere adeguati, la paura di non poter più sperare. La loro speranza è invece così certa, «che è come se già fosse diventata realtà»