di Greta Privitera – Corriere della Sera – 20 Luglio 2025

Il diario del patriarca tra le macerie della Striscia. «Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione delle ostie», spiega il portavoce Farid Jubran

Il cardinale Pizzaballa a Gaza

Nella cucina della Sacra Famiglia, gli uomini e le donne hanno imparato a preparare anche le ostie per la messa. C’è chi mescola la farina di frumento con l’acqua, chi stende l’impasto sulla piastra bollente, e chi, con uno stampo di ferro regalato da un italiano, «taglia» il pane azzimo in cialde circolari da consacrare e distribuire ai fedeli. Raccontano che non sono ostie perfette, ma averle a disposizione significa poter celebrare l’eucarestia: per i cristiani di Gaza uno dei pochi gesti di pace salvato da una quotidianità andata perduta.

Prima della guerra, le ostie venivano portate dai camion provenienti da Gerusalemme, ma poi hanno smesso di arrivare, come tutto il resto. «Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione», spiega Farid Jubran, il portavoce, che oggi, verso l’ora di pranzo, attende il rientro del cardinale a Gerusalemme. Jubran ci racconta le 48 ore di Pizzaballa nella Striscia. La sua visita all’unica parrocchia cattolica — la Sacra Famiglia — dopo il bombardamento israeliano che l’ha colpita provocando tre morti e alcuni feriti, tra cui il sacerdote Gabriel Romanelli. 

La mattina di venerdì

Il viaggio è iniziato venerdì. Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III sono al confine con Gaza alle 8 e trenta del mattino. Arriva la prima chiamata: è papa Leone XIV. Si parla di cessate il fuoco e di vicinanza al popolo palestinese. La missione comprende anche dei camion che trasportano tonnellate di aiuti per la comunità cristiana «e per tutti coloro che abitano nei dintorni».

I due religiosi riescono a entrare quattro ore dopo. I tir carichi di cibo e medicine, invece, non hanno ancora avuto il via libera e attendono fuori. «Se Dio vuole, passeranno lunedì», continua il portavoce, preoccupato. In auto, ci impiegano circa cinquanta minuti a raggiungere la parrocchia, quasi il doppio del tempo rispetto a prima della guerra. Si spostano su un’auto «della chiesa ma questo non vuol dire essere al sicuro».

È la terza visita del Patriarca nella Striscia. È entrato per la prima volta il 16 maggio del 2024, poi a Natale. «Pizzaballa ha raccontato più volte che la Gaza che conosciamo non esiste più. Non è rimasto quasi niente, la situazione è vergognosa: non ci sono strade, fognature, palazzi, infrastrutture». I cinquecento fedeli della comunità cristiana che dormono tra i banchi della chiesa non lasciano Gaza City, nonostante gli ordini di evacuazione. 

La prima tappa

La prima tappa è al complesso della Sacra Famiglia dove si trova anche l’abitazione delle suore, una scuola, gli uffici della parrocchia, un campo sportivo. Dopo gli abbracci commossi, visitano la chiesa: «Il danno non è così grande, solo una parte del tetto è quasi distrutto», dice Jubran.

Arriva la seconda chiamata. È il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen: «Non si bombardino i luoghi religiosi», dice. Pizzaballa e Teofilo III incontrano i fedeli, emozionati ed esausti. Portano le condoglianze ai familiari delle tre vittime, ascoltano le storie di chi è sopravvissuto. La visita prosegue nella chiesa cristiano ortodossa di San Porfirio, a dieci minuti di macchina.

Vanno all’ospedale Al-Ahli, di Gaza City, dove si aggirano tra i letti dei malati e dei feriti di guerra «portando parole di speranza e di pace». Incontrano lo staff medico «che gli ha illustrato le condizioni disastrose dei reparti e ha sottolineato la grave mancanza di medicine».

La messa in parrocchia

La sera di venerdì, il patriarca greco ortodosso torna a Gerusalemme e Pizzaballa rimane a Gaza. Celebra la messa in parrocchia con padre Gabriel, don Davide e padre Marcelo. «Mi ripete che ci tiene a passare più tempo possibile con gli uomini, le donne e i bambini della comunità», racconta Jubran. Si siede tra di loro, li ascolta e osserva i piccoli giocare. Il patriarca mangia con i religiosi e dorme nell’abitazione delle suore, «lì c’è la sua stanza».

Sabato mattina il giro continua, con i droni sulla testa e il numero dei morti che aumenta, nonostante la sua presenza. Attraversa le macerie di Gaza «per arrivare alle strutture della Caritas e a un centro di distribuzione alimentare dove benedice il cibo e tutte le persone che lo preparano». Riparte oggi. «Prima, però, celebra la messa. Il raid sulla nostra chiesa è una tragedia, ma non più grande di quello che succede ogni giorno a Gaza».