di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 17 Giugno

Israele punta a far collassare la Repubblica Islamica. Nell’area arriva una seconda portaerei americana, con l’aggiunta di 28 velivoli – cisterna. Teheran promette nuove tattiche

Il conflitto si estende, non esistono più differenze tra civili e militari. E l’offensiva decisa dal governo Netanyahu sembra puntare al cambio di regime.

Nel mirino Israele ha colpito in modo massiccio Teheran ed ha invitato la popolazione a sgombrare numerosi quartieri. Un monito seguito da forti esplosioni nella parte occidentale della capitale, successivamente da un raid contro la sede della TV dove si temono molte vittime tra i dipendenti.
I raid mirano a personalità – compreso l’ayatollah Alì Khamenei -, installazioni, infrastrutture. Sono obiettivi che vanno oltre il «nucleare» e servono, nella strategia israeliana, ad aumentare le difficoltà della Repubblica islamica. Aumentando anche la pressione sulla popolazione, stretta tra il rischio delle bombe e la scelta di andare via. È proseguita, inoltre, l’azione per neutralizzare i lanciatori di missili. L’IDF sostiene di averne distrutti oltre 120, un terzo – secondo la loro versione – di quelli disponibili. L’Iran controbatte con droni-kamikaze e missili. La cadenza però è minore rispetto ai giorni precedenti: nella notte di ieri ha impiegato solo 10 vettori. Forse il regime vuole risparmiare le armi. Gli uomini della divisione aerospaziale ne avrebbero ancora diverse centinaia, sulla cifra esatta quantità non ci sono pareri uniformi. Erano forse 2 mila all’inizio della crisi e ne sono stati impiegati circa 380, però c’è sempre il dubbio che le stime non siano esatte. Saranno gli sviluppi dei prossimi giorni a dare conferme o smentite. Nelle prime giornate di guerra gli iraniani avevano concentrato gli attacchi sulla zona centrale e settentrionale e questo avrebbe accresciuto la possibilità di perforare le difese nonostante un numero inferiore di «proiettili». Gli israeliani affermano che lo scudo ha un grado di intercettamento dell’80 per cento ma ammettono che non è «ermetico». E lo si comprende dai danni rilevanti in numerose località, compresa la strategica raffineria di Haifa.

Contrattacco

L’Iran controbatte con quello che ha: droni-kamikaze e missili diretti soprattutto contro la zona centrale e settentrionale dello Stato ebraico. Una concentrazione di tiro che avrebbe accresciuto la possibilità di perforare le difese nonostante un numero inferiore di «proiettili». Gli israeliani affermano che lo scudo ha un grado di intercettamento dell’80 per cento ma ammettono che non è «ermetico». E lo si comprende dai danni rilevanti in numerose località, compresa la strategica raffineria di Haifa.

Quanti missili ha Teheran?

I pasdaran, nonostante la perdita degli ufficiali più importanti, hanno promesso sorprese e nuove tattiche. Gli uomini della divisione aerospaziale hanno ancora centinaia di vettori, sulla cui quantità non ci sono pareri uniformi. Erano forse 2 mila all’inizio della crisi e ne sono stati impiegati 370, però c’è sempre il dubbio che le stime non siano esatte. Saranno gli sviluppi dei prossimi giorni a dare conferme o smentite. 

Guerra di spie

Nel clima di tensione i Guardiani provano a trasmettere segnali di fermezza, in particolare contro le infiltrazioni del Mossad. Molti gli annunci. Esmail Fekri, arrestato nel 2003 e accusato di spionaggio a favore di Israele, è stato impiccato. La polizia, invece, ha arrestato diverse persone che erano pronte a compiere attacchi e sabotaggi, retate documentate da molte foto del materiale sequestrato, compresi alcuni piccoli droni.

Altre immagini (ufficiose) hanno mostrato sistemi anti-carro Spike che sarebbero stati impiegati dall’intelligence nemica. Secondo una versione erano «comandati» da remoto. Uno di questi razzi è stato impiegato poche ore prima contro un edificio della capitale, forse un omicidio mirato. Ben visibile la «ferita» sulla facciata in corrispondenza di un appartamento.

Doppia necessità

Il regime ha una doppia necessità: evitare altri attentati e dimostrare all’opinione pubblica, sotto assedio, di avere risorse per reagire. Una linea adottata in passato dopo ogni rovescio della sicurezza interna, così dura nel reprimere il dissenso ma incapace di fermare le spie nemiche.

Movimenti Usa

Donald Trump non ha escluso che gli Stati Uniti possano essere coinvolti nel conflitto. E in parte lo sono già: l’intelligence assiste Tel Aviv, alcune unità navali, i caccia e le batterie anti-missile hanno intercettato i proiettili iraniani, i radar posizionati dalla Turchia al Golfo hanno fatto da sentinelle. Ma c’è di più. La portaerei Nimitz è in arrivo dal Sud-Est Asiatico affiancherà la Carl Vinson raddoppiando il dispositivo già attivo contro gli Houthi. Segnalato poi il trasferimento di 28 velivoli-cisterna dagli Stati Uniti all’Europa: alcuni devono partecipare ad esercitazioni Nato ma sono pronti, in caso di necessità, a spostarsi verso le basi mediorientali. Sono aerei che svolgono una funzione primaria se Washington decidesse di partecipare all’operazioni belliche. La Casa Bianca ha «emesso» una sorta di ultimatum all’Iran invitandolo a trattare, in caso contrario è possibile che gli Stati Uniti entrino direttamente nell’offensiva. E a quel punto potrebbero essere usate le bombe GBU 57 concepite per distruggere i bunker meglio protetti.