di Viviana Mazza e Greta Privitera – Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Ritratto dell’uomo più potente di Iran ora messo in pericolo dall’operazione Rising Lion

Dicono che sia vivo. Che stia seguendo tutti gli sviluppi delle guerra da un luogo segreto. E che sia ancora lui a prendere tutte le decisioni. In che città si trovi Ali Khamenei è difficile da sapere. Da Teheran raccontano che l’ayatollah potrebbe essere a Mashhad, dove è nato. «L’avrebbero trasferito lì in concomitanza con l’evacuazione dei funzionari americani dalle ambasciate d’Iraq, Bahrein e Kuwait», racconta una fonte iraniana. I suoi sostenitori sono certi, invece, che la Guida suprema, da vero leader, sia rimasto nella capitale, accanto al suo popolo bombardato dai jet israeliani.

C’è ansia tra l’entourage del capo che da 36 anni guida e reprime l’Iran. L’uccisione dei suoi comandanti, gli annunci di Benjamin Netanyahu e le dichiarazioni dei funzionari israeliani, fanno pensare che tra gli obiettivi finali di questa nuovo conflitto ci sia la sua eliminazione

È dalla morte di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah libanese, che le misure di sicurezza intorno all’ayatollah sono state notevolmente rafforzate. La protezione di Khamenei è affidata a un apparato gestito principalmente dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg), attraverso una sua unità speciale, la «Vali Amr Protection Corps». «Nessuno si fida più di nessuno», continua la fonte, «è evidente che il Mossad sia ben radicato anche intorno a i suoi fedelissimi». Per mettere al sicuro il religioso 86enne il regime ha investito anche su tecnologie avanzate: telecamere termiche, scanner, controlli rigorosi all’ingresso degli eventi pubblici e privati. Ogni apparizione pubblica o viaggio è preceduto da un meticoloso lavoro di preparazione.

Khamenei non mette piede fuori dall’Iran dal lontano 1989, l’anno in cui fu incoronato grande capo. «Fu una sorpresa» quando diventò Guida suprema, il 6 agosto 1989, dopo la morte del fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini, ha raccontato al Corriere Gary Sick, che fu il principale negoziatore della Casa Bianca durante la crisi degli ostaggi del 1979 .

«Era un alto funzionario nel Consiglio di Comando della Rivoluzione, il governo rivoluzionario iraniano, e aveva occupato una serie di ruoli chiave, incluso quello di viceministro della Difesa, ma non era mai stato considerato uno di quelli che davvero avevano fatto la rivoluzione o uno dei leader. Era un religioso, ma molti clerici di alto rango non lo ritenevano qualificato per la presidenza né per sostituire Khomeini», ha detto Sick, che oggi ha 90 anni, quattro in più dell’attuale leader iraniano, il cui arto destro è parzialmente paralizzato dopo un attentato del 1981 ed è sopravvissuto ad un cancro nel 2014.

Eppure Khamenei è stato presidente per due mandati, a partire dal 1981, e nel 1989 diventò Guida suprema con una modifica della Costituzione. «E immediatamente lo chiamarono ayatollah, anche se non lo era affatto». Era un hojatolleslam, un religioso di rango più basso (i critici negli anni lo hanno deriso con il soprannome «Shish Kelaseh», cioè «sei anni di scuola»).

Per la sua ascesa fu fondamentale l’appoggio di Hashemi Rafsanjani, che nel 1989 era capo del Parlamento: esibì una lettera dichiarando che esprimeva la volontà del defunto Khomeini che Khamenei fosse il suo successore. Rafsanjani pensava di servirsi di Khamenei per detenere il vero potere (e fu presidente fino al 1997) ma i rapporti si deteriorarono: Khamenei e i suoi alleati lo ridimensionarono pian piano, etichettandolo come «capitalista» e «sostenitore dell’Islam americano». Khamenei è stato in grado di mantenere il potere, e la «fiamma» della rivoluzione islamica, pur non avendo il carisma di Khomeini, grazie all’alleanza con i conservatori e i pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione.

«Quando diventò leader nel 1989, aprì la porta ai pasdaran in campo economico e in politica, soprattutto per contrastare il movimento riformista», ha raccontato Mohsen Sazegara che all’età di 24 anni tornò a Teheran dall’esilio con l’ayatollah Khomeini e fondò per lui questa milizia che risponde direttamente alla Guida suprema. Sazegara, che risiede in America dal 2003, diventato riformista si scontrò con Khamenei e finì in carcere. Da allora la Guida e i pasdaran si sono appoggiati l’un l’altro. «E su questa strada Khamenei ha trasformato l’Iran nel tipo di dittatura che solo lo scià avrebbe potuto sognare», afferma Sick.

L’attuale Guida suprema è una figura complessa, secondo Mehdi Khalaji, teologo che ha studiato a Qom, poi andato in America. «Da giovane indossava abiti casual, parlava del suo amore per la letteratura, componeva poesie. E da leader ha mostrato quella che ha definito “flessibilità eroica”, per esempio accettando l’accordo sul nucleare con l’Occidente nel 2015, in un momento in cui vedeva un rischio di coesione sociale. Ha permesso l’ascesa di leader relativamente moderati come Khatami o Rouhani, quando pensava che potessero rafforzare la stabilità nazionale». 

Noto per uno stile di vita sobrio e ascetico, odia il lusso. Raccontano che  rifiutata i doni preziosi, o li vende devolvendo il ricavato ai più bisognosi. Ideologicamente, Khamenei si presenta come il custode dei valori della rivoluzione islamica del 1979: giustizia sociale, indipendenza nazionale e governo islamico. Ma il suo modello è chiaramente autoritario e repressivo, finalizzato a garantire la sopravvivenza del regime e il mantenimento del potere personale. Gli ayatollah imprigionano, torturano e uccidono qualunque forma di dissidenza, lo abbiamo visto con i tentativi di rivoluzione degli ultimi venti anni. Dal 2009, con il Movimento verde, fino al 2023, con Donna, Vita, Libertà, dove sono state imprigionate oltre ventimila persone e uccise 500. 

La rivoluzione islamica era condotta prima di tutto all’interno dell’Islam, assorbendo i valori della contestazione giovanile degli Anni ’60 e ’70, attaccando il clero tradizionalista sciita timoroso di ogni coinvolgimento nelle lotte politiche e invitando gli iraniani a ribellarsi, anche se poi li portava a sottomettersi all’autorità delle «fonti di emulazione» sciite — come nota Alberto Zanconato nella sua biografia di Khomeini — e rivendicava che alla guida della società dovesse esserci un giurisperito islamico, secondo la dottrina del «velayat-e-faqih».

Deciso a difendere la sopravvivenza della Repubblica islamica, Khamenei si è scontrato negli anni con altre figure che — all’interno dello stesso regime — ritenevano necessarie delle riforme per quella stessa sopravvivenza. E il rispettato ayatollah Hossein Ali Montazeri, dagli arresti domiciliari, avrebbe accusato la Guida suprema di commettere «gravi peccati, usando la forza contro gli innocenti» e rinnegando l’imparzialità e giustizia necessaria a chi governa in quanto interprete della volontà divina.

Se negli obiettivi di Netanyahu c’è l’eliminazione della Guida Suprema, diventa rilevante provare a immaginare quali siano gli scenari del dopo Khamenei. La sua uccisione aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. La costituzione prevede l’attivazione di un processo per eleggere un altro religioso al suo posto tramite l’Assemblea degli Esperti. Sono anni che circola il nome del secondogenito, il figlio prediletto Mojtaba, come predecessore. Il favorito tra i suoi sei figli (accusati peraltro dai critici di detenere ricchezze all’estero) potrebbe dare il via a una monarchia ereditaria. Anche se lo stretto consigliere del padre non gode della stima di tutti: non è mai stato eletto, ha qualifiche religiose ma non è un ayatollah..

C’è la possibilità che il vuoto di potere sia talmente destabilizzante da spingere anche altri a farsi avanti.
L’Iran rischia di precipitare in lotte intestine che allargherebbero il caos anche alla regione, vista la sua influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove sostiene milizie da decenni. Non si può escludere un colpo di stato militare o una guerra civile. I riformisti potrebbero tentare di prendere il potere cercando il sostegno dell’Occidente, oppure potrebbe tornare un leader della diaspora, come Reza Pahlavi.