di Gian Guido Vecchi – Corriere ella Sera – 4 Maggio 2025

Nella scelta del nuovo Papa conterà la visione internazionale

Il cardinale che esce da Porta Sant’Anna quasi in incognito, clergyman nero e veste da celebrazione in una busta di tela, guarda la coda di pellegrini e turisti in coda e sorride un po’ amaro quando gli si chiede delle riforme in sospeso, le strutture della Curia, la sinodalità, le finanze, tutte cose più o meno importanti ma che tendono ad appassionare chi sta già dentro e gli addetti ai lavori: «Ha presente Luca, 18,8? Ecco: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla Terra?”». Le congregazioni stanno finendo, domani doppio turno mattina e pomeriggio, martedì la previsione di una sessione mattutina, e poi tutti a Santa Marta già la sera, al più tardi mercoledì mattina, la clausura si avvicina e con essa il momento della verità.

Sono giorni di murmuratio, avrebbe detto il Papa gesuita, appuntamenti e cene per cominciare a tirare le fila, delineare il profilo del candidato più adatto in base alle questioni più urgenti, pensare a chi sostenere per non disperdere il voto. Al fondo di tutto ciò che si è discusso, resta centrale la questione drammatica che gli ultimi pontefici, ciascuno a modo suo, hanno provato ad affrontare. Francesco ne parlava a settembre, durante il suo penultimo viaggio in Lussemburgo e in Belgio: «Come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più?». Si riferiva all’Occidente, al Nord del mondo, ma non è che l’emisfero Sud sia messo molto meglio, considerata anche la moltiplicazione di sette e chiese evangeliche varie. Uno dei cardinali di punta del conclave lo dice secco: «Sì, il problema della fede è centrale».

Chiaro che il prossimo Papa debba avere le spalle abbastanza larghe, la visione internazionale e le caratteristiche adatte ad affrontare tutto questo. È la ragione principale per la quale Pietro Parolin e Pierbattista Pizzaballa, almeno alla vigilia, appaiono i candidati più solidi, quelli dei quali si sta parlando di più dentro e fuori le riunioni di cardinali. Non si tratta solo del fatto, pure importante, che in un conclave multipolare, nel quale molti elettori non si erano mai visti prima, il segretario di Stato di Francesco e il patriarca di Gerusalemme siano conosciuti da tutti. Parolin è stato l’artefice dell’accordo storico con la Cina sulla nomina dei vescovi, che già gli procurò problemi quand’era sottosegretario in Segreteria di Stato e lo stava concludendo per Benedetto XVI , prima che le resistenze interne ed esterne consigliassero di mandarlo, nel 2009, nunzio in Venezuela. Richiamato da Francesco, ha portato a termine l’accordo con Pechino nel 2018. Soprattutto nella destra Usa, la cosa continua a procurargli attacchi e veleni, come la notizia falsa del malore. Ma la questione non è politica, Parolin come Francesco sa che «l’Asia è il futuro della Chiesa»: in Cina, si sta parlando di comunità in crescita in un Paese di un miliardo e mezzo di abitanti.

Se Parolin ha la visione globale e l’esperienza di governo, Pizzaballa ha governato una chiesa nelle condizioni più difficili, risanato le casse del Patriarcato di Gerusalemme, e svolto un delicatissimo ruolo diplomatico e di dialogo fra israeliani e palestinesi. Ed è un biblista cui guardano coloro, non solo tra i conservatori, che avvertivano una lacuna dottrinale e scritturistica in Francesco. Entrambi, Parolin e Pizzaballa, sono in grado di tenere assieme le differenze nel conclave, a parte le ali estreme……..