
SEDE DI RADIO MARIA A GOMA – PER IL MOMENTO LE TRASMISSIONI SONO SOSPESE PER MANCANZA DI CORRENTE ELETTRICA – LA MACCHINA CHE SOSTA ALL’ESTERNO E’ ANDATA DISTRUTTA
Di Rodolfo Casadei – Tempi, 31/01/2025
Cosa c’è dietro la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 e forze armate ruandesi. Il remake di un conflitto per lo sfruttamento di oro, cobalto e coltan
Gli eventi di Goma di questa fine di gennaio sono il calcio di avvio della ripetizione degli eventi della fine degli anni Novanta, passati alla storia come la Prima e la Seconda guerra del Congo, ma anche come la Prima Guerra mondiale africana.
Oggi come allora, l’instabilità della regione nord-orientale (in particolare del Nord Kivu) della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è all’origine delle interferenze di paesi confinanti che si appoggiano a gruppi armati e ad esponenti politici locali per imporre i propri interessi, e per fare questo mirano a far cadere il governo nazionale congolese, lontano dall’area della crisi 2.500 chilometri privi di vie di comunicazione.
La Prima Guerra del Congo (1996-97)
La Prima guerra del Congo (1996-97) nacque dall’esigenza del nuovo regime ruandese dell’Fpr che si era insediato al potere all’indomani del genocidio del 1994 di prevenire la riorganizzazione degli estremisti hutu che erano riparati in territorio congolese e avevano creato il Fronte democratico di liberazione del Ruanda (Fdlr, ancora oggi esistente) per riprendere la lotta contro l’Fpr a parti invertite: nei primi anni Novanta a fare la guerriglia erano i fuoriusciti tutsi dell’Fpr che avevano le loro basi in Uganda, e a governare a Kigali erano gli hutu di Juvenal Habyarimana, ora profughi con le mani sporche di sangue del genocidio e desiderosi di rivincita.
Per sventare la loro minaccia Paul Kagame e Yoweri Museveni, gli uomini forti di Ruanda e Uganda, favorirono e supportarono in ogni modo una coalizione di ribelli congolesi che a partire dal Kivu marciarono su Kinshasa e deposero il dittatore Mobutu, che aveva sostenuto il regime di Habyarimana e ora permetteva al Fdlr di operare. Issarono al potere Laurent-Desiré Kabila, che però li deluse profondamente. Allora nel 1998 favorirono una nuova insurrezione nel Kivu, quella dei banyamulenge (gruppo etnico affine ai tutsi del Ruanda), con gli stessi obiettivi di due anni prima: abbattere il governo di Kinshasa e installare uomini leali a Kigali e a Kampala.
La regione più instabile della Rdc
Già allora non si trattava più soltanto di contenere l’Fdlr, sopravvissuto alla guerra di due anni prima, ma di assicurarsi il controllo delle enormi risorse minerarie della regione, che il governo di Kinshasa non appariva in grado di sfruttare. Stavolta l’operazione non andò in porto perché alcuni paesi africani (Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad) si schierarono dalla parte di Kabila e inviarono truppe sul posto.
Finita quella guerra nel 2003 con un nulla di fatto se non la successione di Kabila figlio a Kabila padre e la perdita di tre milioni di vite umane, il nord-est è rimasto la regione più instabile dell’intera Rdc (che ha una superficie pari a otto volte quella dell’Italia), con la presenza di 120 gruppi armati fra Nord e Sud Kivu, Ituri e Tanganyka. Dietro le pretenziose rivendicazioni politiche di queste fazioni si nasconde in realtà la volontà di approfittare delle enormi ricchezze minerarie dell’area, che vengono contrabbandate in ogni modo: cobalto, oro, diamanti, stagno, tantalio, tungsteno, litio.
In guerra per le risorse del Nord-Kivu
La Terza guerra del Congo che va profilandosi è tutta centrata sullo sfruttamento di queste risorse minerarie, essendo l’Fdlr hutu ancora presente e attivo, ma non più minaccioso (pare essere ridotto a 1.500 elementi, mentre l’esercito ruandese conta 33 mila militari bene armati e addestrati).
Lo scenario è quello di un piccolo paese più organizzato ed efficiente della media dei paesi africani, con un potere fortemente centralizzato, esercito e servizi segreti pienamente operativi e buona rete di infrastrutture, che approfitta della cronica disorganizzazione, della diffusa corruzione, delle rivalità tribali e della precarietà dei collegamenti fra la capitale e le province del paese confinante, ricchissimo di risorse minerarie, per impadronirsi di queste ultime. Come giustificazione, il primo paese afferma che nel secondo i diritti delle minoranze etniche che le frontiere dell’epoca coloniale hanno separato dalla madrepatria non sono rispettati. Il primo paese è il Ruanda, il secondo è la Repubblica Democratica del Congo.
Uomini d’affari e gruppi armati
Nell’attuale remake della guerra di un quarto di secolo fa gli attori sono in parte cambiati, ma i ruoli sono gli stessi: al posto dei banyamulenge c’è l’M23, una fazione che già in passato aveva occupato Goma e che periodicamente riemerge dopo periodi di latenza; al posto di Laurent-Desiré Kabila, vecchio arnese anticolonialista che aveva combattuto insieme a Che Guevara, che di lui aveva una pessima opinione, e della sua Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, c’è l’ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo e ricco uomo d’affari Corneille Nangaa e l’Alliance Fleuve Congo (AfC), che riunisce 17 partiti politici e 10 gruppi armati.
Al posto dei Kabila padre e figlio c’è Felix Tshisekedi, presidente della Rdc al secondo mandato dopo le controverse elezioni presidenziali del dicembre 2023. Unico attore protagonista del vecchio film confermato nel nuovo è il presidente del Ruanda Paul Kagame, l’uomo che condusse alla vittoria la guerriglia dell’Fpr nel 1994 e che ricopre incontrastato la carica presidenziale dal marzo del 2000.
Il rapporto Onu sui ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda
Il governo ruandese ha sempre negato il suo coinvolgimento con l’M23 e con gli altri gruppi armati congolesi antigovernativi, ma decine di rapporti delle Nazioni Unite l’hanno smentito e le immagini circolate in tutto il mondo delle truppe ruandesi a Goma di questi giorni cancellano qualunque dubbio. Se l’M23 e i suoi alleati oggi controllano 10 mila kmq di territorio congolese a cavallo fra il Nord Kivu e l’Ituri (un’area grande come l’Abruzzo), ciò è dovuto al fatto, informa l’ultimo rapporto targato Onu del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (che risale al 27 dicembre scorso), che i ribelli sono affiancati da 3-4 mila soldati delle forze armate ruandesi, ai quali fanno riferimento tutte le unità di combattimento del M23: «Ogni unità dell’M23 era supervisionata e supportata da forze speciali delle Forze di difesa del Ruanda (Rdf, l’esercito ruandese). Il comando di operazioni mirate e la gestione di armamenti altamente tecnologici da parte delle Rdf sono stati fondamentali per la conquista di nuovi territori».
Attualmente i due fronti in lotta vedono da una parte l’M23, l’AfC coi 10 gruppi armati che ha confederato e le Rdf, dall’altra lo scoordinato esercito congolese (Fardc) che si avvale del supporto di milizie locali note come gruppi Wazalendo, di alcune milizie tribali mai-mai e dei ruandesi hutu dell’Fdlr, oltre che di mercenari dell’Europa dell’Est che si sono in gran parte arresi dopo la presa di Goma. Se il conflitto dovesse estendersi, è sicuro che alcuni stati africani entrerebbero in gioco da una parte e dall’altra, come nel 1998.
La posta in gioco della Terza guerra del Congo
La posta in gioco dal punto di vista delle ricchezze minerarie che i vincitori si accaparrerebbero è molto alta. Come si può desumere da alcuni passi dell’ultimo rapporto del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo, nei quali si commenta la conquista delle miniere di coltan di Rubaya, le più grandi della regione dei Grandi Laghi, alla fine dell’aprile scorso: «L’alleanza Afc/M23 ha posto sotto il suo controllo i centri commerciali di Rubaya e Mushaki, nonché le vie di trasporto dei minerali da Rubaya al Ruanda, dove i minerali di Rubaya vengono mescolati con la produzione ruandese. Ciò costituisce la contaminazione più significativa delle catene di approvvigionamento di minerali “3T” (tantalio, tungsteno e stagno, che in inglese si chiama “tin”, ndt) con prodotti non certificati registrata nella regione dei Grandi Laghi negli ultimi dieci anni. L’Afc/M23 si è assicurato il monopolio dell’esportazione di coltan da Rubaya al Ruanda, ha dato la priorità al commercio di alti volumi di minerale e ha riscosso una gran quantità di denaro attraverso imposte di produzione. L’estrazione, il commercio e l’esportazione fraudolenti in Ruanda dei minerali di Rubaya hanno quindi avvantaggiato sia l’Afc/M23 che l’economia ruandese».
Di Rodolfo Casadei – Tempi, 31/01/2025
Cosa c’è dietro la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 e forze armate ruandesi. Il remake di un conflitto per lo sfruttamento di oro, cobalto e coltan
Gli eventi di Goma di questa fine di gennaio sono il calcio di avvio della ripetizione degli eventi della fine degli anni Novanta, passati alla storia come la Prima e la Seconda guerra del Congo, ma anche come la Prima Guerra mondiale africana.
Oggi come allora, l’instabilità della regione nord-orientale (in particolare del Nord Kivu) della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è all’origine delle interferenze di paesi confinanti che si appoggiano a gruppi armati e ad esponenti politici locali per imporre i propri interessi, e per fare questo mirano a far cadere il governo nazionale congolese, lontano dall’area della crisi 2.500 chilometri privi di vie di comunicazione.
La Prima Guerra del Congo (1996-97)
La Prima guerra del Congo (1996-97) nacque dall’esigenza del nuovo regime ruandese dell’Fpr che si era insediato al potere all’indomani del genocidio del 1994 di prevenire la riorganizzazione degli estremisti hutu che erano riparati in territorio congolese e avevano creato il Fronte democratico di liberazione del Ruanda (Fdlr, ancora oggi esistente) per riprendere la lotta contro l’Fpr a parti invertite: nei primi anni Novanta a fare la guerriglia erano i fuoriusciti tutsi dell’Fpr che avevano le loro basi in Uganda, e a governare a Kigali erano gli hutu di Juvenal Habyarimana, ora profughi con le mani sporche di sangue del genocidio e desiderosi di rivincita.
Per sventare la loro minaccia Paul Kagame e Yoweri Museveni, gli uomini forti di Ruanda e Uganda, favorirono e supportarono in ogni modo una coalizione di ribelli congolesi che a partire dal Kivu marciarono su Kinshasa e deposero il dittatore Mobutu, che aveva sostenuto il regime di Habyarimana e ora permetteva al Fdlr di operare. Issarono al potere Laurent-Desiré Kabila, che però li deluse profondamente. Allora nel 1998 favorirono una nuova insurrezione nel Kivu, quella dei banyamulenge (gruppo etnico affine ai tutsi del Ruanda), con gli stessi obiettivi di due anni prima: abbattere il governo di Kinshasa e installare uomini leali a Kigali e a Kampala.
La regione più instabile della Rdc
Già allora non si trattava più soltanto di contenere l’Fdlr, sopravvissuto alla guerra di due anni prima, ma di assicurarsi il controllo delle enormi risorse minerarie della regione, che il governo di Kinshasa non appariva in grado di sfruttare. Stavolta l’operazione non andò in porto perché alcuni paesi africani (Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad) si schierarono dalla parte di Kabila e inviarono truppe sul posto.
Finita quella guerra nel 2003 con un nulla di fatto se non la successione di Kabila figlio a Kabila padre e la perdita di tre milioni di vite umane, il nord-est è rimasto la regione più instabile dell’intera Rdc (che ha una superficie pari a otto volte quella dell’Italia), con la presenza di 120 gruppi armati fra Nord e Sud Kivu, Ituri e Tanganyka. Dietro le pretenziose rivendicazioni politiche di queste fazioni si nasconde in realtà la volontà di approfittare delle enormi ricchezze minerarie dell’area, che vengono contrabbandate in ogni modo: cobalto, oro, diamanti, stagno, tantalio, tungsteno, litio.
In guerra per le risorse del Nord-Kivu
La Terza guerra del Congo che va profilandosi è tutta centrata sullo sfruttamento di queste risorse minerarie, essendo l’Fdlr hutu ancora presente e attivo, ma non più minaccioso (pare essere ridotto a 1.500 elementi, mentre l’esercito ruandese conta 33 mila militari bene armati e addestrati).
Lo scenario è quello di un piccolo paese più organizzato ed efficiente della media dei paesi africani, con un potere fortemente centralizzato, esercito e servizi segreti pienamente operativi e buona rete di infrastrutture, che approfitta della cronica disorganizzazione, della diffusa corruzione, delle rivalità tribali e della precarietà dei collegamenti fra la capitale e le province del paese confinante, ricchissimo di risorse minerarie, per impadronirsi di queste ultime. Come giustificazione, il primo paese afferma che nel secondo i diritti delle minoranze etniche che le frontiere dell’epoca coloniale hanno separato dalla madrepatria non sono rispettati. Il primo paese è il Ruanda, il secondo è la Repubblica Democratica del Congo.
Uomini d’affari e gruppi armati
Nell’attuale remake della guerra di un quarto di secolo fa gli attori sono in parte cambiati, ma i ruoli sono gli stessi: al posto dei banyamulenge c’è l’M23, una fazione che già in passato aveva occupato Goma e che periodicamente riemerge dopo periodi di latenza; al posto di Laurent-Desiré Kabila, vecchio arnese anticolonialista che aveva combattuto insieme a Che Guevara, che di lui aveva una pessima opinione, e della sua Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, c’è l’ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo e ricco uomo d’affari Corneille Nangaa e l’Alliance Fleuve Congo (AfC), che riunisce 17 partiti politici e 10 gruppi armati.
Al posto dei Kabila padre e figlio c’è Felix Tshisekedi, presidente della Rdc al secondo mandato dopo le controverse elezioni presidenziali del dicembre 2023. Unico attore protagonista del vecchio film confermato nel nuovo è il presidente del Ruanda Paul Kagame, l’uomo che condusse alla vittoria la guerriglia dell’Fpr nel 1994 e che ricopre incontrastato la carica presidenziale dal marzo del 2000.
Il rapporto Onu sui ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda
Il governo ruandese ha sempre negato il suo coinvolgimento con l’M23 e con gli altri gruppi armati congolesi antigovernativi, ma decine di rapporti delle Nazioni Unite l’hanno smentito e le immagini circolate in tutto il mondo delle truppe ruandesi a Goma di questi giorni cancellano qualunque dubbio. Se l’M23 e i suoi alleati oggi controllano 10 mila kmq di territorio congolese a cavallo fra il Nord Kivu e l’Ituri (un’area grande come l’Abruzzo), ciò è dovuto al fatto, informa l’ultimo rapporto targato Onu del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (che risale al 27 dicembre scorso), che i ribelli sono affiancati da 3-4 mila soldati delle forze armate ruandesi, ai quali fanno riferimento tutte le unità di combattimento del M23: «Ogni unità dell’M23 era supervisionata e supportata da forze speciali delle Forze di difesa del Ruanda (Rdf, l’esercito ruandese). Il comando di operazioni mirate e la gestione di armamenti altamente tecnologici da parte delle Rdf sono stati fondamentali per la conquista di nuovi territori».
Attualmente i due fronti in lotta vedono da una parte l’M23, l’AfC coi 10 gruppi armati che ha confederato e le Rdf, dall’altra lo scoordinato esercito congolese (Fardc) che si avvale del supporto di milizie locali note come gruppi Wazalendo, di alcune milizie tribali mai-mai e dei ruandesi hutu dell’Fdlr, oltre che di mercenari dell’Europa dell’Est che si sono in gran parte arresi dopo la presa di Goma. Se il conflitto dovesse estendersi, è sicuro che alcuni stati africani entrerebbero in gioco da una parte e dall’altra, come nel 1998.
La posta in gioco della Terza guerra del Congo
La posta in gioco dal punto di vista delle ricchezze minerarie che i vincitori si accaparrerebbero è molto alta. Come si può desumere da alcuni passi dell’ultimo rapporto del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo, nei quali si commenta la conquista delle miniere di coltan di Rubaya, le più grandi della regione dei Grandi Laghi, alla fine dell’aprile scorso: «L’alleanza Afc/M23 ha posto sotto il suo controllo i centri commerciali di Rubaya e Mushaki, nonché le vie di trasporto dei minerali da Rubaya al Ruanda, dove i minerali di Rubaya vengono mescolati con la produzione ruandese. Ciò costituisce la contaminazione più significativa delle catene di approvvigionamento di minerali “3T” (tantalio, tungsteno e stagno, che in inglese si chiama “tin”, ndt) con prodotti non certificati registrata nella regione dei Grandi Laghi negli ultimi dieci anni. L’Afc/M23 si è assicurato il monopolio dell’esportazione di coltan da Rubaya al Ruanda, ha dato la priorità al commercio di alti volumi di minerale e ha riscosso una gran quantità di denaro attraverso imposte di produzione. L’estrazione, il commercio e l’esportazione fraudolenti in Ruanda dei minerali di Rubaya hanno quindi avvantaggiato sia l’Afc/M23 che l’economia ruandese».
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