di Papa Francesco – Corriere della Sera – 17 Dicembre 2024

Nell’autobiografia «Spera» Bergoglio ricorda il viaggio in Iraq del marzo 2021 e svela un fatto inedito: c’erano dei kamikaze pronti a ucciderlo, tra loro anche una giovane donna

Pubblichiamo qui sotto un estratto dell’autobiografia di Papa Francesco «Spera» (che uscirà il 14 gennaio per Mondadori). È un passaggio forte: Bergoglio ricorda il viaggio in Iraq del marzo 2021. E svela un fatto inedito: c’erano dei kamikaze pronti a ucciderlo. Tra loro anche una giovane donna.

Mi era stato sconsigliato quasi da tutti quel viaggio, che sarebbe stato il primo di un pontefice nella cerniera mediorientale devastata da violenze estremiste e profanazioni jihadiste: il Covid-19 non aveva ancora allentato del tutto la sua morsa, pure il nunzio in quel Paese, monsignor Mitja Leskovar, era appena risultato positivo al virus e, soprattutto, ogni fonte evidenziava altissimi profili di rischio per la sicurezza, tanto che attentati sanguinosi avevano funestato perfino la vigilia della partenza. Ma io volevo andare fino in fondo. Sentivo che dovevo. Dicevo, familiarmente, che sentivo il bisogno di andare a trovare nostro nonno Abramo, l’ascendente comune di ebrei, cristiani e musulmani. Se la casa del nonno brucia, se nel suo Paese i suoi discendenti rischiano la vita o l’hanno perduta, la cosa più giusta da fare è raggiungere la casa il prima possibile.

E poi non si poteva lasciare un’altra volta delusa quella gente che, vent’anni prima, non aveva potuto abbracciare Giovanni Paolo II, al quale il viaggio con cui avrebbe così tanto desiderato inaugurare l’anno giubilare del 2000 era stato, dopo una prima apertura, impedito da Saddam Hussein. […].

Mosul, una ferita al cuore

Mosul è stata una ferita al cuore. Mi ha colpito come un pugno già dall’elicottero: una delle città più antiche del mondo, traboccante di storia e tradizioni, che aveva visto nel tempo l’avvicendarsi di civiltà diverse ed era stata emblema della convivenza pacifica di differenti culture in uno stesso Paese — arabi, curdi, armeni, turcomanni, cristiani, siriaci —, si presentava ai miei occhi come una distesa di macerie, dopo i tre anni di occupazione da parte dello Stato Islamico, che l’aveva scelta come propria roccaforte. Mentre la sorvolavo, mi appariva dall’alto come la radiografia dell’odio, uno dei sentimenti più efficienti del nostro tempo, perché spesso genera da sé i pretesti che lo scatenano: la politica, la giustizia, e sempre, in modo blasfemo, la religione, si fanno motivazioni di facciata, ipocrite, provvisorie; perché poi, proprio come nei bei versi della poetessa polacca Wisława Szymborska, l’odio «corre tutto solo».

La kamikaze che voleva farsi esplodere

E perfino dopo quella devastazione, il vento dell’odio ancora non si placava. Mi avvertirono non appena atterrammo a Baghdad, il giorno precedente. La polizia aveva avvisato la Gendarmeria vaticana di un’informativa giunta dai servizi segreti inglesi: una donna imbottita di esplosivo, una giovane kamikaze, si stava dirigendo a Mosul per farsi esplodere durante la visita papale. E anche un furgone era partito a tutta velocità con il medesimo intento.
Il viaggio proseguì. Ci furono gli incontri con le autorità nel palazzo presidenziale di Baghdad. Quello con vescovi, sacerdoti, religiosi e catechisti nella cattedrale siro-cattolica Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza), dove undici anni prima erano stati massacrati due sacerdoti e quarantasei fedeli, per i quali è in corso la causa di beatificazione. Poi l’incontro con i leader religiosi del Paese nella piana di Ur, la distesa deserta dove le rovine della casa di Abramo confinano con la torre a gradoni della meravigliosa Ziggurat sumera: cristiani di diverse Chiese, musulmani, sia sciiti che sunniti, yazidi, si ritrovavano finalmente insieme sotto la stessa tenda, nello spirito di Abramo, a rammentare che la più blasfema delle offese è profanare il nome di Dio odiando il fratello. […]

Il dialogo interreligioso e l’incontro con l’Ayatollah

E prima ancora ero stato alla città santa di Najaf, il centro storico e spirituale dell’Islam sciita, dove si trova la tomba di Ali, cugino del Profeta, per un appuntamento a porte chiuse a cui tenevo moltissimo, perché avrebbe rappresentato una pietra miliare nel cammino del dialogo interreligioso e della comprensione fra i popoli. Quello con il Grande Ayatollah Ali al-Sistani era un incontro che la Santa Sede preparava da decenni, senza che nessuno dei miei predecessori avesse potuto portarlo a termine. Mi ha accolto fraternamente nella sua casa, l’Ayatollah Al-Sistani, un gesto che in Oriente è eloquente perfino più delle dichiarazioni, dei documenti, poiché significa amicizia, appartenenza alla stessa famiglia. Mi ha fatto bene all’anima e mi ha fatto sentire onorato: mai aveva ricevuto capi di Stato, e mai si era alzato in piedi, eppure quel giorno, significativamente, con me lo ha fatto più volte, mentre con lo stesso sentimento di rispetto io mi sono presentato senza scarpe nella sua stanza. […] Ho colto la sua inquietudine per la commistione tra religione e politica, una certa idiosincrasia, che avverto condivisa tra noi, per i «chierici di Stato» e, al tempo stesso, la comune esortazione alle grandi potenze a rinunciare al linguaggio delle guerre, dando priorità alla ragione e alla saggezza. Rammento una sua frase in particolare, che poi ho portato con me come un dono prezioso: «Gli esseri umani sono o fratelli per religione o uguali per creazione». […] Quando il giorno seguente domandai alla Gendarmeria che cosa si sapeva sui due attentatori, il comandante mi rispose laconicamente: «Non ci sono più». La polizia irachena li aveva intercettati, e fatti esplodere. Anche questo mi ha colpito molto. Anche questo era il frutto avvelenato della guerra.