
Pensiero spirituale sull’importanza di vivere in grazia di Dio
Cari amici, l’importanza di vivere in grazia di Dio è una tematica di cui si parla poco. Un Sacramento importante come quello della confessione è andato in crisi perché la gente si rassegna a vivere nel peccato, spesso mortale. Vivere nel peccato, tuttavia, è una situazione esistenziale molto pericolosa perché siamo come quegli alberi secchi che non producono frutto oppure come tralci che staccati dalla vite diventano buoni solo per essere bruciati.
Uno dei requisiti fondamentali della vita cristiana è quello di vivere in grazia di Dio. Per raggiungerlo, quando si pecca gravemente, dobbiamo attingere al Sacramento di grazia e Misericordia della Confessione. La Madonna ha fatto rinverdire questo Sacramento proprio a Medjugorje, affinché fosse quella fonte di guarigione spirituale necessaria per tutti i cristiani perseveranti nel cammino di santità, in modo tale che non cadano nelle insidie del demonio e nel peccato mortale.
Vi è una nota teologica, messa in evidenza da San Tommaso D’Aquino, secondo cui quando una persona è in stato di peccato mortale non produce frutti di vita eterna e tutto il bene che compie ha un inquinamento di fondo che non è orientato a Dio. Il Padre celeste può tenerne conto per dare la grazia della conversione, ma quello che si compie in uno stato di peccato mortale non fa parte di quei meriti sui quali saremo giudicati nel giorno del giudizio.
Gesù nella Parabola del tralcio e della vite dice che quando il tralcio non è attaccato alla vite, non produce frutto e diventa secco, esattamente come un’anima che si trova in uno stato di peccato mortale. Tutto quello che facciamo non ha un valore per la vita eterna ma può averlo per la nostra conversione, come dice la teologia classica.
Quanto sia importante essere in grazia di Dio ce lo dimostra anche la Parabola dell’invito al banchetto di nozze del re. Invita tutti ad entrare purché indossino un abito nuziale. Ma c’è un uomo che non ha un vestito adatto, allora il re lo chiama e lo caccia dalla festa, là dove c’è pianto e stridore di denti.
Impostare la vita in grazia di Dio e camminare su questa strada è una tematica classica nella letteratura spirituale. Qualora ci fossero dei peccati gravi possiamo attingere alla grande grazia del Sacramento della Confessione con il quale possiamo rialzarci e rimetterci in cammino. Le deviazioni diventano un percorso ampio e invitante sul quale molti camminano per poi cadere nella perdizione. Con la Confessione e il pentimento si cambia strada che diventa lunga, stretta, erta e faticosa, ma in grazia di Dio.
Come ha detto Gesù, nessuno può prolungare la propria vita, non disponiamo del tempo della nostra vita. Solo il Padre celeste decide quanto possiamo rimanere su questa Terra. La morte è una falce che non guarda in faccia a nessuno, può taglia i fiori appassiti ma anche quelli vigorosi e appena spuntati. Per questo motivo è importante essere in grazia di Dio sempre. San Domenico Savio disse: “La morte ma non il peccato”, come molti altri Santi ci esorta a vivere nella grazia divina. La sapienza dei nostri padri, invece, ci insegna a pregare il Signore affinché ci preservi dalla morte improvvisa.
È una prospettiva reale che ci ha anticipato la Madonna a Fatima, ribadita a Medjugorje e approfondita da diversi studi. San Giovanni Paolo II a Fulda riportò la visione di Suor Lucia, la quale disse che ci aspetta un futuro dove essere in grazia di Dio, diventa un’esigenza di primaria grandezza, una priorità, un obiettivo assoluto. Quello che accadrà non è nelle nostre mani e se le anime non saranno pronte non possiamo sapere cosa succederà loro.
Dobbiamo essere consapevoli che la salvezza eterna dell’anima è una priorità così importante che in ogni istante della nostra vita dobbiamo chiederci se siamo in unione con Cristo, se siamo tralci uniti alla vite e se la Santissima Trinità è in noi. Gesù disse: “Come il Padre è in me e Io sono in Lui, anche voi siate in Noi”, dobbiamo essere il tempio della Santissima Trinità, membra vive del Corpo mistico di Cristo, ricolmi della grazia dello Spirito Santo.
In questa prospettiva non abbiamo più paura di nulla perché l’importante è morire in grazia di Dio. Più siamo impegnati sulla strada per un cuore puro, di un’intima unione, affettiva e di amore sopra ogni cosa con Gesù, meno temiamo la morte che diverrà un abbraccio con Cristo. Con la purificazione, il pentimento e il perfezionamento della nostra carità e del nostro amore per Dio e per il prossimo, la morte diventa il nostro ingresso in Paradiso.
La Regina della pace a proposito del purgatorio disse: «La maggior parte degli uomini, quando muore, va in purgatorio. Un numero pure molto grande va all’inferno. Soltanto un piccolo numero di anime va direttamente in paradiso. Vi conviene rinunciare a tutto pur di essere portati direttamente in paradiso al momento della vostra morte» (Messaggio del 2 novembre 1983).
Dobbiamo riscoprire tutti quei Sacramenti che abbiamo abbandonato come quello della Confessione, della Santa Comunione, l’Eucarestia. Per prepararci in modo adeguato e preciso al momento in cui la nostra anima lascerà il nostro corpo, dobbiamo purificarla e renderla splendente, affinché sentiamo: “Venite da me benedetti nel Regno del Padre Mio”.
Viviamo in un mondo che ha perso la consapevolezza del peccato grave, staccato da Dio: «Il peccato del mondo è quello di non interessarsi a Dio» (Messaggio del 25 febbraio 1984). Il pericolo di questo stile di vita è che nell’eternità non potremo più riavvicinarci a Dio perché saremo persi eternamente.
Il mondo moderno vieta di parlare di Dio, altrimenti si viene derisi e disprezzati. Questo ha come conseguenza il mantenere il silenzio anche sul tema del peccato per il quale vengono usate deviazioni a giustificare dei delitti veri e propri, come l’aborto che diventa un diritto e l’adulterio che diventa un bene per il matrimonio.
In questo mondo è facile perdere il senso del peccato, del bene e del male. Quando si vive nel peccato non si conosce il pentimento, si vive in questa palude che finisce per assorbirci e inghiottirci. È una prospettica esistenziale paurosa, perché quello che conta non è il nostro essere nel tempo ma nell’eternità. Nell’eternità saremo esattamente quello che abbiamo costruito nel tempo. Se costruiamo una vita senza Dio non avremo amore, gioia, pace e felicità.
Non facciamoci intrappolare nella palude del male e del peccato, speriamo in cose più grandi che sono quelle che vengono dal cuore di Gesù e di Maria.
Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”