di Aldo Cazzullo-Corriere della Sera – 6 Novembre 2024

Trump, quasi afono, arriva sul palco di West Palm Beach sulle note dei Village People. Ha lasciato Musk a Mar Lago, ha portato tutta la famiglia sul palco: «Siamo un grande popolo, è il momento più importante della storia americana»

WEST PALM BEACH (FLORIDA) – Donald Trump torna, ricco e spietato. Lo dice proprio: «Ho saputo aspettare quattro anni». Il ciuffo spettinato lo fa sembrare ancora di più un uccello da preda. Con un ampio gesto da presentatore offre alla platea la famiglia: i figli Donald junior, Eric, Ivanka, Tiffany, con i rispettivi partner; ma l’unico che nomina è il più giovane, Barron, il figlio di Melania. Non è più il bambino che avevamo visto otto anni fa, dopo la vittoria su Hillary Clinton; ma ha lo stesso sguardo spaurito di allora. 

Sono le due e mezza del mattino in America, le otto e mezza in Italia. Siamo nel Convention Center dell’hotel Hilton di West Palm Beach, al riparo dall’uragano Rafael che spazza la Florida. Trump è appena arrivato, ormai quasi afono. Sale sul palco ornato da cinquanta bandiere americane e altrettante aquile. Nel villone di Mar-a-Lago, qui vicino, ha lasciato il suo nuovo amico del cuore: Elon Musk. Lui non c’è, ma Donald ne parla a lungo. Rievoca la telefonata con cui gli ha chiesto aiuto, per collegare con i satelliti di Starlink il North Carolina isolato dagli uragani. Conclude: «Elon è un genio».

E quei due in coppia sono capaci di tutto. Musk ha già twittato, quando ancora i sette Stati decisivi sembravano in bilico: «Game set match», gioco partita incontro. 

Per Kamala Harris, è finita. Anzi, non era neppure cominciata. I sette Stati in bilico, Trump li ha vinti tutti. Come il voto popolare. Come il Senato. Come la Camera. Una vittoria netta, più di quella contro Hillary. Ancora una volta i sondaggi hanno sottostimato Trump, ancora una volta non hanno colto il movimento degli ultimi giorni. 

Quando lo vede arrivare, annunciato dalle note di Ymca dei Village People, la folla impazzisce. Le ragazze, tutte vestite di rosso, si fanno largo a spinte per arrivare sotto il palco, gli gridano «I love you!», lo filmano, lo fotografano. Lui sorride alla moglie Melania, le annuncia che è di nuovo first lady, come a dire: visto che ti ha riconquistato la Casa Bianca? Poi le dà un bacio sulla guancia. Si congratula perché il suo libro è primo in classifica (in realtà è secondo, ma vendere il brand Trump è da sempre l’affare di famiglia). 

Poi evoca la suocera, Amalija, mancata a gennaio: «Una splendida donna, bella fuori e bella dentro». Stranamente, neppure una parola per la figlia prediletta, Ivanka, e per suo marito Jared Kushner, consigliere storico. In compenso cede il microfono al vicepresidente J.D. Vance e ad altri due amici, lo stratega e il golfista, che si alternano in una gara di servilismo, come il geometra Calboni di Fantozzi: «È un bel presidente!». Nell’angolo in fondo a sinistra, a capo chino, Robert Kennedy junior: «I Kennedy erano democratici da venticinque mila anni», maramaldeggia Trump; ora il figlio di Bob è qui con lui.

The Donald torna, e sarà più duro ancora dell’altra volta. Nel 2016 alla Casa Bianca puntò sui generali, su uomini del sistema che seppero dirgli no, come fece pure il vicepresidente Pence. Stavolta vorrà al suo fianco solo fedelissimi.

Quattro anni di Trump. Addio agli accordi internazionali per lottare contro il cambio climatico. Si aprono le incognite dell’Ucraina e del Medio Oriente. Ma che problema c’è? «Tornerà l’età dell’oro dell’America» assicura. La folla scandisce: «Iu-Es-Ei!». E lui: «Siamo un grande popolo, un popolo lavoratore. Africani-americani, latino-americani, asiatici-americani, musulmani americani: tutti grandi». A Kamala non usa il riguardo che aveva avuto per Hillary, non la nomina mai; promette però di «superare gli ultimi anni di divisioni».

Talora gigioneggia, accenna un passo di danza. Poi si fa serio: «Molti mi hanno detto che Dio ha risparmiato la mia vita perché potessi salvare il nostro Paese». E se Dio non si distrae, sarà Trump a officiare riti sportivi di enorme impatto, come i Mondiali di calcio del 2026 e l’Olimpiade di Los Angeles 2028. Trump che in campagna elettorale ha citato tra i leader stranieri solo Putin e Orban, e ora attende al varco Scholz e Macron, Sanchez e Von der Layen, progressisti e centristi europei, pure loro tra gli sconfitti di questa serata storica. «È il più importante momento della storia americana», esagera lui. «Ed è un momento che non dimenticherò mai», aggiunge; e questa volta ha ragione.